Ombre cinesi e fiamme tibetane: la “Politica delle Immolazioni”

June 25th, 2012

Cari amici,
volentieri pubblico qui la versione italiana di un mio articolo apparso in inglese su “International Journal of Tantric Studies (IJTS) vol. 8, n. 1 (June 22, 2012)”.
PV

Ombre cinesi e fiamme tibetane: la “Politica delle Immolazioni”

“Visto il deteriorarsi della situazione all’interno del Tibet che a partire dal 2008 ha portato all’aumento dei casi di autoimmolazione da parte di tibetani, siamo costretti a presentare le nostre dimissioni. Inoltre, il Fronte Unito non ha risposto positivamente al ?Memorandum sulla effettiva autonomia del popolo tibetano’ presentato nel 2008 e alla sua ‘Nota’ del 2010. Quindi in questo momento è difficile avere un effettivo dialogo”.
Con queste amare parole, lo scorso 3 giugno hanno rassegnato le loro dimissioni Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen quali inviati del Dalai Lama impegnati in un difficile tentativo di negoziati con esponenti del governo di Pechino, iniziato nel 2002 e bruscamente interrotto nel 2010. Il Kalon Tripa Dr. Lobsang Sangay, capo della “Central Tibetan Administration in exile”, ha accettato con dispiacere le dimissioni dei due inviati.
Mentre a Dharamsala si compiva quello che probabilmente è l’ultimo atto del tentativo del Dalai Lama e del suo Governo in esilio di aprire un effettivo dialogo con Pechino (il Middle Way Approach), in Tibet la situazione andava ancor più deteriorandosi. Pochi giorni prima delle dimissioni di Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen, a Lhasa due giovani tibetani si erano dati fuoco per protestare contro l’occupazione cinese. La capitale della Regione Autonoma del Tibet è stata immediatamente chiusa al turismo e sottoposta a una sorta di legge marziale non dichiarata. Il 27 marzo 2009, nella cittadina di Ngaba situata nella area autonoma tibetana della provincia del Sichuan, Tapey, un giovane monaco del monastero di Kirti si era dato fuoco in segno di protesta dopo aver sventolato una bandiera tibetana con al suo centro una foto del Dalai Lama. Da quel giorno, 41 persone (35 uomini e sei donne) si sono immolate come segno di protesta contro l’occupazione cinese. Il 30 maggio Rikyo, una trentenne madre di tre figli, si è immolata nei pressi del monastero Jonang Dzamthang Gonchen (Ngaba). Venerdì 15 giugno Tamding Thar, un nomade tibetano di cinquant’anni si è immolato davanti alla stazione di polizia del villaggio di Chentsa (Prefettura Autonoma tibetana di Malho, provincia del Qinghai). Il 20 giugno due giovani tibetani (Ngawang Norphel e Tenzin Khedup) si sono dati fuoco a Jyekundo (nel Kham, oggi Provincia Autonoma Tibetana nel Qinghai).
Questa sorta di “Politica delle Immolazioni” ha preso alla sprovvista il governo cinese il quale deve fare i conti con la spiacevole realtà che dopo l’estesa rivolta della primavera del 2008, sia nella Regione Autonoma del Tibet sia nelle Prefetture Tibetane del Qinghai e dello Sichuan, la situazione non si è più normalizzata. Nonostante Pechino cerchi di screditare coloro che compiono questi tragici gesti parlando di azioni folli dovute alle loro precarie condizioni psichiche, in realtà le auto immolazioni sono gesti di radicale protesta contro la presenza cinese in Tibet che le popolazioni locali vivono come un autentico dominio coloniale. Quale sia lo spirito alla base di queste drammatiche scelte lo spiega molto bene una sorta di testamento spirituale lasciato da Sopa Rinpoche, un importante monaco immolatosi con il fuoco l’8 gennaio 2012 nella contea di Darlag (Prefettura Autonoma Tibetana di Golog, provincia del Qinghai). “Sacrifico il mio corpo come offerta di luce che riesce a disperdere l’oscurità. Compio una tale azione non per me stesso, non per realizzare un mio personale desiderio, non per ricavarne onore. Sacrifico il mio corpo con ferma determinazione e purezza di cuore, proprio come il Buddha offrì coraggiosamente il suo corpo a una tigre affamata”.
Pechino, pur rispondendo con la consueta durezza a questi estreme azioni di dissenso (arrestando i pochi che sopravvivono alle fiamme e isolando immediatamente le zone in cui avvengono le immolazioni) è notevolmente imbarazzata da questa situazione. L’idea che dalle remote aree del nord-est tibetano la “Politica delle Immolazioni” possa diffondersi nella Regione Autonoma del Tibet e le fiamme che rischiano di incendiare la prateria cinese possano venire immortalate dalle telecamere e dalle macchine fotografiche dei turisti, turba non poco i sonni dei dirigenti cinesi. Certo una soluzione per risolvere il problema poteva essere trovata nelle moderate proposte del Dalai Lama il quale ha da tempo smesso di chiedere l’indipendenza del Paese delle Nevi optando per una sorta di “genuina autonomia” del Tibet all’interno della Repubblica Popolare Cinese. Probabilmente tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio qualcuno, all’interno dei palazzi del potere di Zhongnanhai, è stato tentato di dare credito al Dalai Lama consentendo nel 2002 l’inizio di una serie di colloqui con rappresentanti del leader tibetano che però, come abbiamo visto, sono poi terminati nel 2010. Il problema, con ogni probabilità, è duplice. Da una parte a Pechino si sono convinti, in particolare dopo la rivolta del 2008, che lo stesso Dalai Lama non è in grado di contenere la protesta del suo popolo e convincerlo ad accettare la presenza cinese sul Tetto del Mondo. Lo spettro degli anni ’50, quando nonostante il parere non certo favorevole del Dalai Lama il popolo tibetano diede vita a una dura resistenza armata contro gli eserciti comunisti, deve essere ancora ben presente nel cielo sopra Pechino. Dall’altra parte, la proposta del Dalai Lama di riunire in un’unica entità autonoma l’insieme dei territori del vecchio Tibet indipendente (e quindi ampliando di molto la presente Regione Autonoma del Tibet) si scontra con l’idea molto radicata tra i dirigenti cinesi che più la Cina si apre alle leggi e alle insidie di una economia di mercato più il Partito Comunista deve aumentare il proprio controllo sulla società. E’ chiarissimo a tutti i leader che si sono avvicendati al governo della Cina dal 1989 in poi, che il grande errore di Gorbaciov fu quello di coniugare insieme le indispensabili aperture economiche con quelle politiche. Non vi è dubbio che a Pechino ritengono questo l’imperdonabile errore che ha portato al crollo dell’Unione Sovietica. Ed è una strada che nessun esponente politico in Cina vuole percorrere. Quindi non vi è spazio per accogliere anche le più banali richieste. Il Premio Nobel per la Pace Liu Xia Bo continua a rimanere nei laogai (i campi di lavoro forzati), i praticanti della corrente spirituale Falun Dafa sono sempre perseguitati, i blogger dissidenti repressi e Internet sotto un attento controllo censorio, etc. E‘ chiaro che all’interno di un simile orizzonte le ragionevoli proposte del Dalai Lama non hanno trovato udienza e del tutto verosimilmente non la troveranno nemmeno in futuro. La concessione di una “genuina autonomia” al popolo tibetano è vista a Pechino come una prima pericolosissima crepa che potrebbe in breve allargarsi fino a far crollare l’intero edificio.
Quindi, nonostante il Dr. Lobsang Sangay si dichiari ancora convinto della possibilità di un dialogo sulla questione del Tibet, “La dirigenza tibetana rimane fermamente legata alla non violenza e all’approccio della Via di Mezzo e crede fortemente che il dialogo sia l’unico modo per risolvere la questione del Tibet. La dirigenza tibetana considera la sostanza del discutere primaria e il processo secondario. Rimane quindi pronta ad impegnarsi in un costruttivo dialogo ovunque e in qualsiasi momento”, ha scritto in un comunicato reso noto il 3 giugno 2012, l’ipotesi che le proposte del Dalai Lama possano essere accolte dall’attuale leadership cinese, appare sempre più simile ad un miraggio.
A questo punto è difficile prevedere come possa evolversi la situazione. Con tutta probabilità in Tibet le auto immolazioni con il fuoco continueranno alimentando la spirale protesta-repressione-protesta che, mai spentasi del tutto, si è riaccesa con ancor più virulenza a partire dal 2008. Sull’altro versante dell’Himalaya, tra l’universo variegato della diaspora tibetana in India, è possibile che nasca un movimento in diretta contrapposizione alla politica moderata portata avanti dal Dalai Lama e dal suo governo in esilio negli ultimi decenni. La assoluta mancanza di risultati del Middle Way Approach, di cui lo stesso Dalai Lama ha preso atto in una recente intervista concessa alla BBC in cui ha ammesso che la Via di Mezzo è stata “… più o meno un fallimento”, sta spostando su posizioni più radicali molti rifugiati. E’ quindi probabile che da qui a poco tempo possa vedere la luce in esilio una sorta di partito dell’indipendenza tibetana ispirato dall’esperienza dell’Indian National Congress di Gandhi e di altri movimenti di liberazione del Terzo Mondo. E non è da esludere che un tale movimento politico possa, nel giro di qualche anno, divenire maggioritario nel mondo della diaspora tibetana e imporre un mutamento della politica della Central Tibetan Administration.
In ogni caso, quali che siano gli sviluppi della situazione dentro e fuori il Tibet, è palese che nessun cambiamento potrà avvenire sul Tetto del Mondo se prima non ci sarà un cambiamento dello stato di cose presenti all’interno della stessa Cina. L’attuale regime ha ampiamente dimostrato di non voler concedere spazio ad alcuna ipotesi di autentico rinnovamento. L’antica frase di Mao Tse Dong, “Sarà una scintilla a dar vita all’incendio della prateria” è scolpita nella memoria della leadership cinese che non ha la benché minima intenzione di permettere a nessuna scintilla di accendersi e propagarsi. Ove però a Pechino dovesse spuntare l’alba di un nuovo inizio, il riverbero di quella luce potrebbe in breve giungere ad illuminare gli altipiani del Tibet. Aprendo così scenari oggi difficili da immaginare. Certo, allo stato attuale delle cose uno scenario del genere sembra appartenere più all’ambito della fantapolitica che a quello delle ipotesi razionali. Però cosa si sarebbe detto, ad esempio nel 1988, di qualcuno così folle di affermare che nel giro di una manciata di anni l’Unione Sovietica si sarebbe dissolta e il muro di Berlino crollato in una notte?

Piero Verni

Indefinite Fast for Tibet – 30° giorno

March 23rd, 2012

New York, 22 marzo 2012

Oggi, al 30° giorno di questo lunghissimo ed estenuante “Indefinite Fast for Tibet” iniziato il 22 febbraio, finalmente è venuto l’atteso segnale positivo dalle Nazioni Unite. Qualche minuto prima delle 15 sono venuti al presidio un rappresentante del Segretario generale dell’ONU accompagnato da due funzionari e ha consegnato ai due digiunatori una lettera firmata dal Presidente della Commissione sui Diritti Umani e approvata da Ban Ki-moon, in cui è scritto che la Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha nominato degli speciali “rapporteurs” per indagare su quanto sta succedendo in Tibet, rispondendo così alla principale richiesta dei digiunatori. “Questa è una vittoria del popolo tibetano” ha commentato Tsewang Ringzin, presidente del Tibetan Youth Congress che ha organizzato lo sciopero della fame.  I funzionari delle Nazioni Unite si sono presentati con del succo di arancia che hanno offerto come gesto di buona volontà a Shingza Rinpoche e Yeshi Tenzin. L’altro digiunatore, Dorje Gyalpo, era stato portato in ospedale alcuni giorni or sono a causa delle sue difficili condizioni di salute. Shingza Rinpoche ha ringraziato per la lettera e per il succo d’arancia e ha parlato brevemente della situazione in Tibet e delle auto immolazioni.

Dopo di questo i due digiunatori si sono alzati dalle sedie a rotelle su cui hanno trascorso 30 lunghi giorni e, insieme ai tibetani presenti, hanno intonato l’inno nazionale tibetano. Poi sono stati portati in ospedale per verificare le loro condizioni di salute. Quindi l’”Indefinite Fast for Tibet” è stato dichiarato formalmente concluso.

Quando si cominciava a disperare che dalle Nazioni Unite sarebbe mai giunto il gesto che i digiunatori avevano richiesto, questo invece è arrivato. Si è trattato di una vittoria per il popolo tibetano, per il Tibetan Youth Congress e per i tre coraggiosi digiunatori. Nonostante l’enorme potere della Cina all’interno delle Nazioni Unite, la determinazione di questi tre uomini ha evidentemente pesato sul bilancino delle considerazioni nei piani alti del Palazzo di Vetro. Ovviamente non si tratta di un gesto clamoroso, del resto non era nemmeno nelle domande dei digiunatori, ma è comunque un evento significativo. Con tutta evidenza si era capito che i tre avrebbero portato fino alle estreme conseguenze la loro protesta se non fosse arrivata una risposta soddisfacente. Proprio ieri, intervistato dalla VOA, Shinza Rinpoche aveva dichiarato che se l’ONU avesse continuato a rimanere muto e sordo dinanzi al digiuno che aveva luogo praticamente sulla soglia del Palazzo di Vetro, lui sarebbe stato orgoglioso di sacrificare la vita proprio lì, davanti alla sede dell’ONU. Per fortuna le Nazioni Unite hanno dato una risposta e quindi questi tre eroi hanno messo termine alla loro azione. E da domani potranno riprendere gradualmente a nutrirsi.

Crediamo che tutti i tibetani e gli amici internazionali del Tibet debbano essere grati ai digiunatori, al Tibetan Youth Congress e al suo presidente Tsewang Ringzin, per aver portato avanti questa lunga battaglia che ha dimostrato come solo con la lotta, con la determinazione, con la tenacia di chi sa di essere dalla parte della giustizia si vincono le piccole come le grandi battaglie. L’ “Indefinite Fast for Tibet” che si è chiuso oggi a New York ha reso inoltre evidente che la non violenza non deve mai essere confusa con la non azione  ma può poggiare unicamente, come nell’esperienza gandhiana, sulla forza della verità.  Speriamo che tutti comprendano questa fondamentale lezione.

Piero Verni & Karma Chukey


Indefinite Fast for Tibet – 29° giorno

March 22nd, 2012

New York, 21 marzo 2012

Un altro giorno senza cibo per i due scioperanti rimasti al presidio. Un altro giorno freddo e ventoso senza alcuna risposta dell’ONU alle cinque richieste del Tibetan Youth Congress. La salute di Shingza Rinpoche e Yeshe Tenzin continua a peggiorare e questi due eroi tibetani diventano giorno dopo giorno sempre più deboli. Secondo informazioni attendibili che abbiamo raccolto anche Dorje Gyalpo, il più anziano dei tre digiunatori che è stato forzosamente portato in ospedale due giorni fa, continuerebbe a rifiutare il cibo e verrebbe nutrito contro la sua volontà con delle fleboclisi.

Oggi è venuta una troupe della Voice of America sezione tibetana per intervistare sia Shingza Rinpoche sia Yeshe Tenzin. Rinpoche ha fatto un discorso molto forte e determinato chiamando a raccolta le poche forze rimaste per parlare davanti alla telecamera. Ha cercato di sforzarsi in ogni modo per trasmettere un’immagine di energia e determinazione ma nonostante ciò si vede che è fortemente provato da questi lunghissimi 29 giorni di digiuno.

Oggi sono anche venuti al presidio dieci monaci del monastero di Drepung Loseling che stanno girando gli Stati uniti per rappresentare i cham, le danze rituali della tradizione tibetana. Hanno celebrato per oltre mezz’ora una puja di buon auspicio per la riuscita di questa protesta in un clima di forte e intensa commozione.

Questa notte i tibetani dell’area di NYC si riuniranno ai monaci di Drepung Loseling per 12 ore consecutive di recitazione di testi sacri in onore dei digiunatori e delle loro richieste.

Ormai questo presidio sta divenendo un punto di attrazione fondamentale per i tibetani in ogni parte del mondo, non solo per quelli che riescono a visitarlo. E i digiunatori sentono il peso di questa enorme responsabilità gravare sulle loro spalle e sono sempre più decisi a continuare la loro lotta quale che sia il prezzo richiesto.

Indefinite Fast for Tibet – 28° giorno

March 21st, 2012

New York, 20 marzo 2012

Mentre arriva la notizia della morte di Lobsang Tsultrim, il monaco del monastero di Kirti che si era dato fuoco il 16 marzo nella via principale di Ngaba, e della tentata immolazione di un adolescente della contea di Serta che il 12 marzo la polizia avrebbe arrestato poco prima che riuscisse ad autoimmolarsi, qui a New York continua lo sciopero della fame di Shingza Rinpoche e Yeshi Tenzinz. Secondo notizie attendibili anche Dorje Gyalpo, portato ieri a forza in ospedale dalla polizia, continuerebbe a rifiutarsi di assumere cibo.

Oggi è venuto al presidio Richard Roth, il corrispondente della CNN per l’ONU che ha intervistato i due digiunatori rimasti e il presidente del TYC Tsewang Ringzin. Sia Shingza Rinpoche sia Yeshe gli hanno confermato la loro volontà di continuare la loro protesta fino alle estreme conseguenze in assenza di una risposta delle Nazione Unite alle loro richieste.

Molti dei tibetani che oggi, come ogni giorno dal 22 febbraio, sono venuti a rendere omaggio ai digiunatori si sono offerti di prendere il posto di Dorje Gyalpo ma il TYC ha per ora declinato l’offerta.

Secondo alcune voci che circolano qui una ONG avrebbe ieri sollevato la questione del Tibet e quella dello sciopero della fame di NYC alla annuale Sessione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite in corso a Ginevra. La Commissione avrebbe risposto positivamente, in che misura dovremmo saperlo a breve. Di certo c’è che la salute di Shingza Rinpoche e di Yeshe Tenzin continua visibilmente a peggiorare mentre stanno per giungere al termine del loro primo mese di digiuno e lo spettro di una soluzione “irlandese” di questo “Indefinite Fast for Tibet” aleggia sempre più forte nel cielo sopra New York.

Le immolazioni e le manifestazioni continuano nelle aree tibetane

March 20th, 2012

Posto qui la traduzione dell’articolo “Les immolations et les manifestations continuent dans les régions tibétaines”, pubblicato oggi sul quotidiano “Le Monde”

PV

 

Nessuna notizia filtra sui media locali e la popolazione cinese ignora cosa accade a Rebkong (Tongren in cinese), piccolo villaggio tibetano situato all’inizio degli altipiani, circa 200 km. a sud di Xining, capitale dell’immensa provincia del Qinghai. Solo i residenti che abitano lungo la strada che costeggia  il Fiume Giallo prima di arrivare in questo centro rinomato per le tanka, le pitture religiose tibetane, hanno potuto vedere i convogli di autocarri militari ricoperti di scritte (“Mantenere la solidarietà tra le minoranze nazionali! Sostenere la direzione del Partito!”), i pullmann carichi di soldati e i blindati anti-sommossa.

 

Questo silenzio imposto su quanto avvenuto a  Rebkong, mostra che la crisi nelle regioni tibetane sta per generalizzarsi. Nel giro di pochi giorni, la settimana scorsa , questa piccola città ha visto le manifestazioni degli studenti e l’immolazione col fuoco di un monaco di 34 anni (Jamyang Palden) nel grande monastero di Rongwo gonchen, mercoledì 14 marzo. E poi, sabato 17, quella di un agricoltore di 43 anni e padre di tre figli. Quel giorno parecchie migliaia di monaci, studenti, gente del luogo hanno manifestato mentre il corpo del defunto, irriconoscibile, è stato deposto sulla grande piazza Drolma thangchen in mezzo a dei ritratti del Dalai Lama. Si tratta del trentesimo tibetano a immolarsi col fuoco dal 2009. Venti non sono sopravvissuti.

 

Se si può ben percepire un acuto senso di sconforto, siamo anche in presenza di una forte solidarietà espressa da tutti gli intellettuali tibetani che ho incontrato a Xining, indeboliti dalla brutale persecuzione che li colpisce dal 2008. É l’intera società tibetana che sembra oggi saldata contro un arsenale di misure punitive. “Queste immolazioni sono estremamente dolorose. Fanno male ma è un modo per i monaci di difendere i loro diritti e la loro dignità”, mi spiega un intellettuale tibetano di Xining.

 

Tentativi di organizzazione di cerimonie segrete

Come negli altri focolai di tensione delle regioni tibetane, il monastero di Rongwo è stato etichettato dai cinesi come potenzialmente “ribelle”. Incidenti avevano avuto luogo nel febbraio 2008, all’inizio dell’insurrezione generale, seguiti da arresti e poi da nuove manifestazioni indette per reclamare la liberazione dei monaci considerati ingiustamente puniti.

Quest’anno diversi monasteri, tra cui Rongwo, hanno cercato di organizzare delle cerimonie segrete per celebrare il 10 marzo, anniversario dell’insurrezione di Lhasa del 1959 che precedette la fuga in esilio del Dalai Lama capo spirituale dei tibetani.  Hanno queste cerimonie causato misure di rappresaglia che hanno spinto Jamyang Palden a immolarsi? Altrove, a Tongde un po’ più a nord di Rebkong, circa un migliaio di tibetani hanno manifestato il 16 marzo per domandare la liberazione dei monaci arrestati il giorno prima per aver issato una bandiera tibetana, mentre un altro scontro si è avuto nella parte orientale del Tibet tra militari e monaci dopo una commemorazione proibita del 10 marzo.

La politica della messa sotto controllo dei monasteri “ribelli” pone pone questi ultimi sulla linea del fuoco della battaglia condotta da Pechino contro la influenza del Dalai Lama. La nuova strategia messa in atto dal 2010 è volta a infiltrare nei comitati di gestione dei monasteri quadri del Partito e poliziotti.

 

“I cinesi stanno per disfare quello che hanno costruito”

Sabato 17 marzo, in un grande monastero che sovrasta il Fiume Giallo, a una cinquantina di chilometri da Rebkong, vediamo tre vetture della polizia. “Tenete gli occhi aperti e non parlate troppo”, consiglia un monaco arrivato nel 2011 dall’India per motivi famigliari. Soffre per la mancanza di libertà e per il fatto che nessuno osa parlare all’interno del monastero.  Un altro monaco ha creato da diversi anni un sistema di insegnamento del tibetano per bambini in una contea adiacente per supplire alla mancanza di scuole in tibetano. E’ sotto stretta sorveglianza e deve agire con molta prudenza per non essere accusato di “indottrinare” gli allievi.

 

La mobilitazione dn marzo degli studenti di Rebkong e delle altre contee vicine, Tshekog e Kangtsa, non meraviglia nessuno. Avevano già manifestato nell’ottobre del 2010 dopo l’annuncio delle autorità del Qinghai che l’insegnamento in tibetano doveva cedere il passo a quello in cinese. L’adozione di queste misure era stata allora respinta.

 

Ma gli studenti hanno scoperto, al rientro a scuola questo mese, che solo dei manuali in cinese erano disponibili per l’insieme delle materie. “Il desiderio dei tibetani oggi è di poter studiare principalmente in tibetano e, in secondo luogo, in cinese. Non solo questo desiderio non è stato soddisfatto, ma ancora più materie sono in cinese”, mi spiega un intellettuale di Xining.

Il Qinghai è il più grande centro di traduzioni in tibetano di tutta la Cina. Ma oggi alcuni servizi di traduzioni sono stati soppressi. “I cinesi stanno per disfare quello che hanno costruito”, deplora un esponente dell’intellighenzia tibetana locale, consapevole di quello che è stato apportato alla cultura tibetana dalla sua apertura alla Cina e al mondo.

 

Lo sgomento degli studenti tibetani gli ricorda un classico studiato nei manuali scolastici cinesi e tibetani. “L’ultima classe” di Alphonse Daudet. “Questo testo mi impressionò quando lo lessi e lo ricordo ancora oggi”, mi dice riferendosi a quel giorno del 1871 quando l’istruttore Hamel annuncia ai suoi allievi che “l’ordine venuto da Berlino è di non insegnare altro che il tedesco nelle scuole di Alsazia e Lorena”…

 

Brice Pedroletti

 

Indefinite Fast for Tibet – 27° giorno

March 20th, 2012

New York, 20 marzo 2012

A riprova delle informazioni che parlavano di un rapido deteriorarsi delle condizioni di salute dei tre digiunatori, questo pomeriggio verso le 17,30 (ora locale) il Dipartimento di Polizia di New York ha inviato al presidio una ambulanza per fare un serio controllo medico dei tre. Purtroppo Dorje Gyalpo, il più anziano del gruppo, è dovuto essere portato immediatamente in ospedale per controlli più accurati e, pare, per essere ricoverato. Comunque il presidente del TYC Tsewang Ringzin ha tenuto ha precisare che l’uomo non corre immediato pericolo di vita. Le condizioni di Shingza Rinpoche e Yeshi Tenzin sono invece risultate meno preoccupanti e, dopo la visita medica, sono quindi tornati a prendere i loro posti al presidio e continuano lo sciopero della fame.  Secondo fonti attendibili questo ”Indefinite Fast for Tibet” andrà comunque avanti.

In mattinata, intorno alle 10,30 (ora locale), è venuto a fare visita ai tre digiunatori il rappresentante del Dalai Lama per gli USA e il Canada che si è poi trattenuto a parlare con Tsewang Ringzin. Isempre questa mattina è arrivata al presidio anche una troupe di giornalisti della “Canadian Broadcasting Corporation” che ha fatto interviste e riprese.

Indefinite Fast for Tibet – 26° giorno

March 19th, 2012

New York, 18 marzo 2012

Sono venuto a salutarli questa mattina, fredda come quella in cui sono arrivato dieci giorni fa. Dopo aver dato ad ognuno di loro una kata, li ho abbracciati e cercato di dire in qualche modo di prendersi cura della loro salute anche se la determinazione ad andare avanti è fermissima. Gli ho assicurato che anche dall’Europa continuerò a documentare, così come fanno già altri siti e blog, il loro eroico sacrificio per le ragioni della verità e della giustizia. In Tibet e in ogni altra parte del mondo. Mia moglie Karma, comunque, rimarrà ancora per alcuni giorni a NYC e cercherà di inviarmi dal presidio notizie in tempo reale che poi posterò qui.

In diversi mi hanno confermato che la campagna di appoggio a questo “Indefinite Fast for Tibet” si sta allargando a macchia d’olio tra i tibetani di tutto il mondo. Per oggi pomeriggio è previsto l’arrivo di un nutrito gruppo di residenti in America che attueranno una insolita manifestazione fatta di prosternazioni. A Dharamsala è stata eretta una tenda  sotto la quale digiunano per un giorno i precedenti e gli attuali membri del direttivo centrale del TYC.

Penso sarebbe ora che anche noi in Europa (tibetani e non) cominciassimo ad organizzare, oltre alla raccolta di firme da inviare all’ONU, anche dei digiuni di uno o più giorni in favore dei digiunatori di NYC da tenere in luoghi prestabiliti che potrebbero diventare anche una sorta di picchetti permanenti.

Ma di queste cose dovranno discutere, ovviamente, le comunità tibetane e i gruppi di sostegno al Tibet. Per quanto mi riguarda cercherò di tenere in piedi su questo blog il diario del digiuno per il Tibet basandomi, come detto, sulle notizie che mi invierà Karma da New York.

Parto con il cuore gonfio di preoccupazione per la salute di questi tre eroi tibetani ma anche con la consapevolezza di essere stato, sia pure solo per una decina di giorni, testimone di un evento di estrema importanza per la lotta a favore dell’indipendenza del Tibet. Con la consapevolezza di avere incontrato qui, in questo angolo ventoso della Grande Mela, delle persone che raccontano a tutti noi il significato autentico di parole quali dignità, fermezza, volontà. Purtroppo temo che il loro interlocutore non abbia nemmeno la più pallida idea di cosa questi termini vogliano dire.

Piero Verni

Indefinite Fast for Tibet – 25° giorno

March 18th, 2012

New York, 17 marzo 2012

In meno di 24 ore altre due immolazioni sul Tetto del Mondo. Le notizie tragiche che vengono dal Tibet rendono la determinazione di questi tre tibetani che hanno iniziato oggi il loro 25° giorno di digiuno ancora più forte. Sanno di avere sulle loro, ormai magre, spalle una responsabilità pesante. Sono qui a testimoniare, davanti agli occhi di tutti coloro che non vogliono -vigliaccamente- guardare da un’altra parte, l’irriducibilità della questione tibetana. La volontà di questo popolo di non piegarsi di fronte all’arroganza, alla violenza, al cinismo di Pechino. Di quello che, senza esagerazione, possiamo definire uno dei più brutali regimi al potere. Questa Cina nazional-capital-comunista, che si appresta a rinnovare i suoi massimi dirigenti in un clima da congiure di palazzo medievali, avrebbe “diritto” all’appellativo di stato canaglia molto di più di tante altre realtà minori a cui però la invereconda comunità internazionale ha riservato ben peggiore sorte. Molto più dell’Iraq di Saddam Hussein o della Libia di Gheddafi, tanto per fare due esempi. Invece a Pechino tutto è permesso. A Pechino, che massacra le sue cosiddette “minoranze” interne nel modo che sappiamo. Che tortura gli appartenenti al movimento religioso della Falun Dafa nel modo che sappiamo. Che imprigiona i dissidenti nel modo che sappiamo (a proposito, chi parla più del mite Premio Nobel per la Pace Liu Xiao Bo che continua a marcire in galera per reati di opinione?). A questa Cina tutto è permesso. Tutto è scusato. E, simmetricamente, tutto è invece negato a chi osa opporsi al suo osceno sistema di governo e di oppressione. Come i tre tibetani che ho davanti a me, i quali si ostinano a digiunare di fronte a questo simulacro imbiancato delle Nazioni Unite, il cui pavido Segretario Generale non trova un minuto per attraversare la strada e venire a dire una parola di conforto.

Ma questi tre tibetani non si arrendono. Sono sempre qui nelle loro sedie a rotelle, sempre più magri, sempre più emaciati, sempre più vicini al momento di non ritorno. Sempre qui. Con la loro dignità, con la loro fermezza, con il loro coraggio. Sempre qui, con l’unico conforto delle decine di loro connazionali che continuano a venire in un muto, commosso, vibrante, pellegrinaggio.

Ieri è tornato il medico che periodicamente li controlla e ha potuto constatare come le condizioni di salute, in modo particolare di Dorje Gyalpo il più anziano, stiano peggiorando. Ma dall’altra parte di questa First Avenue ancora nessun segnale positivo. Ancora nessuna visita che potrebbe scongiurare l’irreparabile.

Piero Verni

Lo Sciopero della Fame di New York

March 17th, 2012

Cari amici, riporto qui un mio articolo pubblicato ieri (16 marzo 2012) sul quotidiano “Il Riformista”. Purtroppo nel frattempo ci sono state altre due autoimmolazioni e i tre digiunatori di New York iniziano oggi il loro 25° giorno di sciopero della fame.

PV

Mentre in Tibet si è accesa l’altro ieri l’ennesima torcia umana, si è infatti dato fuoco a Rongpo Jamyang Palden un monaco di 34 anni, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki.moon si è detto preoccupato delle condizioni di salute dei tre tibetani che da 24 giorni digiunano a New York accampati in uno slargo di fronte all’ingresso principale del Palazzo di Vetro. Organizzato dal Tibetan Youth Congress, il più forte movimento non governativo della diaspora tibetana, questo “Indefinite Hunger Strike for Tibet” è portato avanti da Shingza Rinpoche, un lama tibetano di alto lignaggio e da due laici, Dorje Gyalpo e Yeshi Tenzin. I tre chiedono che l’ONU invii in Tibet una delegazione per appurare quanto sta succedendo in quella parte del mondo e faccia pressione sul governo di Pechino affinché cessi la brutale repressione nei confronti di quanti protestano pacificamente contro il dominio coloniale cinese.

Partito alquanto in sordina, questo sciopero della fame ad oltranza ha cominciato ad attirare l’attenzione dei media dopo che il 9 marzo il noto attore americano Richard Gere è venuto a rendere omaggio ai tre digiunatori. Da quel giorno si sono moltiplicate le visite di rappresentanti della carta stampata e delle televisioni internazionali. BBC, France Presse, Al Jazera e altre ancora hanno intervistato negli ultimi giorni gli scioperanti e il presidente del Tibetan Youth Congress, Tsewang Ringzin. Inoltre il presidio è divenuto meta di un ininterrotto pellegrinaggio dei tibetani che vivono a New York e di numerosi sostenitori della causa del Tibet.

Con ogni probabilità questa rilevanza mediatica è alla base della dichiarazione di Ban Ki.moon che aveva comunque inviato nei giorni scorsi un funzionario di primo piano della Commissione per i Diritti Umani, Ivan Simonovic, a prendere visione delle condizioni di salute dei digiunatori e a parlare con Tsewang Ringzin. Evidentemente ai piani alti del Palazzo di Vetro ci si comincia a preoccupare di quanto potrebbe accadere lì fuori, proprio sull’uscio di casa. Se il prolungarsi del digiuno dovesse avere conclusioni drammatiche, l’idea di ritrovarsi sotto i riflettori accesi dei media con la responsabilità di uno o più Bobby Sands tibetani a pochi metri dai loro sontuosi uffici inquieta non poco la dirigenza delle Nazioni Unite. E che all’interno dell’ONU ci siano numerosi mal di pancia per la situazione in Tibet è apparso evidente due giorni fa quando i rappresentanti di diverse Nazioni europee presenti alla 19esima sessione della Commissione sui Diritti Umani attualmente in corso a Ginevra, hanno sollevato il problema della repressione nel Paese delle Nevi. L’Unione Europea, che si è detta “allarmata” per le notizie che parlano di “violente repressioni delle proteste e di numerosi morti e feriti”, ha chiesto a Pechino di astenersi dall’usare la forza contro forme pacifiche di contestazione e rilasciare tutti coloro detenuti per aver liberamente e pacificamente esercitato il loro diritto di critica e di parola. La delegazione tedesca ha appoggiato la posizione della UE mentre i francesi hanno espresso “grave preoccupazione” per la serie di autoimmolazioni avvenute in Tibet. I rappresentanti del Regno Unito hanno affermato che la Cina dovrebbe salvaguardare i diritti civili, politici e culturali dei suoi cittadini e anche loro si sono detti “fortemente preoccupati” per la “violenta repressione” delle proteste in Tibet. La Repubblica Ceca ha reiterato la richiesta di un accesso non condizionato alle aree tibetane di una delegazione internazionale per verificare come stiano esattamente le cose. Infine gli USA hanno domandato a Pechino di abbandonare politiche che “ledono le tradizioni linguistiche, religiose e culturali di tibetani ed uiguri”; aggiungendo anche che queste politiche repressive in Tibet sono causa di profonda insoddisfazione e alimentano le proteste.

Viste dal presidio di New York queste prese di posizione e le dichiarazioni di

Ban Ki.moon sono sicuramente buone notizie ma non bastano ancora. Infatti il presidente del Tibetan Youth Congress, pur esprimendo soddisfazione per quanto avvenuto, ha detto chiaramente che “Non è sufficiente”, insistendo sul fatto  che i digiunatori si aspettano dall’ONU un effettivo aiuto per il popolo tibetano.

A questo punto la situazione rischia di divenire complicata e il tempo stringe dal momento che il digiuno è giunto al 24° giorno. Inoltre, secondo alcune indiscrezioni che ho raccolto, Pechino comincerebbe ad essere piuttosto irritata. Non ha per nulla gradito le critiche di Ginevra ed è stufa di vedere sventolare bandiere tibetane e striscioni che chiedono l’indipendenza del Tibet davanti ai propri uffici del Palazzo di Vetro. Una matassa difficile da sbrogliare anche per uno che di compromessi ed equilibrismi politici se ne intende come Ban Ki-moon.

Piero Verni

Indefinite Fast for Tibet – 24° giorno

March 17th, 2012

New York, 16 marzo 2012

Una pioggia sottile ma insistente questa mattina ha costretto l’organizzazione a portare i tre digiunatori al coperto, nella parte riparata di questo angolo della First Avenue che guarda il Palazzo di Vetro. E a proposito di quest’ultimo, va subito detto che le tenui speranze che il Segretario Generale potesse venire a visitare i tre uomini delle cui condizioni di salute era detto ieri preoccupato, si sono rivelate mal riposte. Purtroppo nessun segnale positivo oggi dall’ONU. In compenso nel primo pomeriggio è arrivato dal Minnesota un pullmann con 82 tibetani che hanno voluto portare il loro omaggio ai tre digiunatori. L’incontro è stato intenso e commovente. Molti tibetani, mentre deponevano le sciarpe cerimoniali (kata) sui tre scioperanti, piangevano o pregavano. Alcuni si sono anche prosternati come in genere si fa davanti ai grandi maestri spirituali. Il Presidente del TYC, Tsewang Ringzin, ha pronunciato un forte discorso spiegando le ragioni di questo “Indefinite Fast for Tibet” e parlando anche delle autoimmolazioni in Tibet, essendo giunta proprio in quei momenti la notizia di quella di Lobsang Tsultrim, un monaco di 20 anni del gonpa di Kirti che si è dato fuoco oggi a Ngaba.

Ovviamente questa ulteriore drammatica notizia, unita alla mancanza di significative risposte da parte dell’ONU, ha rafforzato la decisione dei tre tibetani di proseguire nella loro protesta e quindi domani inizierà il 25° giorno di digiuno.

Oggi, tra gli altri, è venuto al presidio l’ex rappresentante del Dalai Lama negli USA e Canada Rinchen Tharlo, personaggio molto conosciuto e apprezzato dai tibetani. Inoltre è arrivato anche il figlio di Dorje Gyalpo che è voluto essere al fianco della sorella viste le non buonissime condizioni di salute del padre che proprio ieri notte ha avuto delle palpitazioni cardiache e problemi di stomaco.

Una giornalista della sezione in lingua inglese della VOA ha intervistato a lungo Tsewang Ringzin e più brevemente i digiunatori.

In tutta franchezza inizio ad essere piuttosto preoccupato dalla situazione. I segni di riconoscimento di questa protesta, dall’ONU e dalla comunità internazionale  arrivano, quando arrivano, col contagocce. Chi mi ha seguito in queste sintetiche corrispondenze da New York sa di cosa parlo. La situazione in Tibet va aggravandosi di ora in ora, basta contare il numero di autoimmolazioni compiute in Tibet solo dal 22 febbraio quando questo digiuno è cominciato. Non si deve essere uno psicologo delle masse per avvertire come per il popolo tibetano la misura sia veramente colma e l’esasperazione abbia oltrepassato ogni livello di guardia. La brutalità dell’occupazione cinese, l’ipocrisia delle diplomazie internazionali, il sentirsi abbandonati al proprio terribile destino, stanno producendo nella psicologia individuale e collettiva dei tibetani, dentro e fuori il Tibet, un vero e proprio cortocircuito le cui conseguenze non sono facili da valutare e prevedere. L’unico balsamo che può lenire, almeno in parte, le profonde ferite che solcano il corpo sociale tibetano è il calore della società civile che non vuole piegarsi alle ragioni della real politik. Una società civile in grado ancora di ascoltare le parole di chi non ha né forza militare né potere economico ma possiede unicamente le ragioni della della verità e della voglia di giustizia.  Mi permetto di suggerire alle organizzazioni pro Tibet che operano in Italia di mettere al più presto in  rete un manifesto di solidarietà nei confronti di questo “Indefinite Fast for Tibet”, di farlo firmare a più gente possibile e inviarlo al TYC come forma tangibile di sostegno e apprezzamento di questa dura battaglia. Non abbiamo quasi nessun potere tranne quello di usare al meglio questa incredibile autostrada dell’informazione libera che è Internet, sarebbe un delitto sciuparlo.

Piero Verni

Indefinite Fast for Tibet – 23° giorno

March 16th, 2012

New York, 15 marzo 2012

In questa erratica e bizzarra fine di inverno newyorkese è tornato il freddo e il vento gelido dello scorso fine settimana soffia di nuovo dall’Hudson portando una temperatura rigida che si è sostituita rapidamente alla quasi estate di ieri. Così i digiunatori sono dovuti tornare nei loro sacchi a pelo e questi sbalzi climatici certo non fanno bene ai loro corpi giunti al 23° giorno di digiuno.

Continua comunque il pellegrinaggio dei tibetani che portano il loro omaggio ai tre scioperanti impegnati in questa estenuante prova di forza con l’ONU. Tra gli altri oggi è stato qui Tenzin Dorje, il giovane e combattivo presidente di “Students for a Free Tibet”, il gruppo giovanile molto seguito negli USA che si batte per l’indipendenza tibetana. E nel tardo pomeriggio è arrivato anche un piccolo gruppo di medici che hanno controllato le condizioni fisiche dei digiunatori.

Intanto è filtrata dall’ONU la notizia che le Nazioni Unite stanno prendendo in considerazione le richieste dei tibetani e che in breve (alcuni parlano di brevissimo) tempo daranno una risposta. Un eventuale pronunciamento in merito del Segretario Generale, o di alcuni suoi stretti collaboratori, unito a quanto accaduto l’altro ieri a Ginevra potrà essere ritenuto dal Tibetan Youth Congress un fatto politico tale da far sospendere, prima che sia troppo tardi, questo “Indefinite Fast for Tibet”? C’è da chiederselo e, almeno per quanto mi riguarda, da augurarselo.

Piero Verni


Indefinite Fast for Tibet – 22° giorno

March 15th, 2012

New York, 14 marzo 2012

Le voci che avevo raccolto nei giorni scorsi qui a New York che parlavano di un forte imbarazzo riguardo al Tibet all’interno di alcuni settori della Commissione dei Diritti Umani dell’ONU, si sono rivelate esatte. Infatti, come si può leggere in una corrispondenza pubblicata oggi su Phayul (http://www.phayul.com/news/article.aspx?id=31065&article=Major+western+powers+raise+Tibet+at+UN+Human+Rights+Council), i rappresentanti di diverse Nazioni europee presenti alla 19esima sessione della Commissione sui Diritti Umani attualmente in corso a Ginevra, hanno sollevato il problema di quanto sta succedendo sul Tetto del Mondo.

L’Unione Europea, che si è detta “allarmata” per le notizie che parlano di “violente repressioni delle proteste e di numerosi morti e feriti”, ha chiesto a Pechino di astenersi dall’usare la forza contro forme pacifiche di contestazione e rilasciare tutti coloro detenuti per aver liberamente e pacificamente esercitato il loro diritto di critica e di parola. La delegazione tedesca ha appoggiato la posizione della UE mentre i francesi hanno espresso “grave preoccupazione” per la serie di autoimmolazioni avvenute in Tibet. I rappresentanti del Regno Unito hanno affermato che la Cina dovrebbe salvaguardare i diritti civili, politici e culturali dei suoi cittadini e anche loro si sono detti “fortemente preoccupati” per la “violenta repressione” delle proteste in Tibet. La Repubblica Ceca ha reiterato la richiesta di un accesso non condizionato alle aree tibetane di una delegazione internazionale per verificare come stiano esattamente le cose. Infine gli USA hanno domandato a Pechino di abbandonare politiche che “ledono le tradizioni linguistiche, religiose e culturali di tibetani ed uiguri”; aggiungendo anche che queste politiche repressive in Tibet sono causa di profonda insoddisfazione e alimentano le proteste.

Viste dal presidio di New York queste prese di posizione, anche se non possono essere considerate come la risposta dell’ONU  alle domande dei digiunatori, certo sono molto incoraggianti. Come incoraggiante è stata la giornata di oggi che ha visto una nutrita presenza dei media. Sono venuti infatti a intervistare digiunatori e il presidente del TYC Tsewang Ringzin, un giornalista della France Press, una della BBC, una troupe di Al Jazira e il filmaker indipendente John Halpern. E non escludo che mi possa essere sfuggita qualche altra testata. Evidentemente questa sorta di forbice tibetana con una lama costituita dalle immolazioni e dalle proteste in Tibet e con l’altra piantata qui, in questo Indefinite Fast for Tibet, sta producendo dei frutti. Certo dovranno maturare in fretta perché oggi siamo al 22° giorno di digiuno e il pericolo di danni irreversibili alla salute dei tre tibetani comincia, purtroppo, a divenire sempre più reale. Termino riportando una indiscrezione che mi è stata fatta secondo la quale lo stesso Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, avrebbe espresso la sua preoccupazione per la salute dei tre digiunatori.

Piero Verni

Indefinite Fast for Tibet – 21° giorno

March 14th, 2012

New York, 13 marzo 2012

In una New York afosa e già dimentica del gelo dei giorni precedenti, c’era molta speranza oggi al presidio dei digiunatori che le novità di ieri potessero essere confermate da qualche altra buona notizia. Ma non è successo nulla e a questo proposito in una breve intervista che Tsewang Ringzin mi ha rilasciato questa mattina, (e che può essere visionata a questo indirizzo: http://youtu.be/Ap592hqpw_Q), il Presidente del TYC ha tenuto a specificare che è bene non lasciarsi andare a eccessivi ottimismi per non rimanere poi delusi. Ieri c’è stato un primo, timido passo verso uno sblocco della situazione e dobbiamo stare a vedere se e come si procederà oltre. Adesso è comunque troppo presto per avanzare qualsivoglia ipotesi.

La vita al presidio è tornata quindi alla “normalità” dopo la concitazione del 10 marzo e le emozioni di ieri. Nel pomeriggio sono venuti a fare visita ai digiunatori diversi tibetani tra i quali due figure di spicco dgli Students for a Free Tibet, la ex presidente storica Lhadon e l’attuale presidente Tandor. Entrambi si sono fermati a parlare con i tre e hanno portato il saluto e la solidarietà della loro organizzazione.

Vedremo domani se dall’ONU verrà qualche ulteriore apertura. C’è da augurarselo perché saremo al 22° giorno di digiuno e la situazione si fa di ora in ora più critica.

Piero Verni

Indefinite Fast for Tibet – 20° giorno

March 13th, 2012

New York, 12 marzo 2012

Oggi la primavera è finalmente scoppiata a New York e il vento gelido che sffiava su Manhattan fino a poche ore fa si è trasformato in una piacevole, tiepida, brezza. E con il miglioramento del clima sembrerebbe arrivata anche la prima buona notizia, per quanto non ancora confermata ufficialmente. Ho saputo da una fonte estremamente attendibile che il peggioramento della salute dei tre digiunatori e la crescente attenzione dei media verso questa protesta stanno creando non poco imbarazzo ai piani alti delle Nazioni Unite. In modo particolare alcuni componenti della Commissione per i Diritti Umani premerebbero perché si invii ai digiunatori almeno un segnale che le loro domande sono prese in seria considerazione. Come scrivevo ieri, la possibilità di trovarsi sul portone di casa e sotto i riflettori dei media uno o più Bobby Sands tibetani, non appare entusiasmante agli occhi della Presidenza delle Nazioni Unite. Vedremo nelle prossime ore se, ed eventualmente in che misura, queste indiscrezioni saranno confermate. Ma certo la breve e non ufficiale visita fatta questa mattina ai digiunatori da Ivan Simonovic, un assistente del Segretario Generale per i Diritti Umani dell’ONU, sembrerebbe confermare  un crescente disagio all’interno almeno di alcuni settori delle Nazioni Unite.  Dopo la visita ai tre digiunatori Simonovic ha inoltre invitato nel suo ufficio il Presidente del Tibetan Youth Congress, Tsewang Ringzin, per discutere della situazione in Tibet e della continuazione dello sciopero della fame.

Tornando a questo 20° giorno di Hunger Strike c’è da segnalare la piacevole sorpresa di un gruppo di dissidenti cinesi che si sono raccolti a pochi metri dal presidio per protestare contro il regime cinese e l’oppressivo ruolo del Partito Comunista in Cina. In particolare i dimostranti chiedevano la liberazione dell’avvocato Zhisheng Gao arrestato tre anni fa per aver difeso un membro del gruppo spirituale Falun Dafa e poi scomparso nel gorgo del Laogai, il sistema concentrazionario di Pechino. L’aspetto interessante di questa presenza cinese di fronte al Palazzo di Vetro, è l’estrema simpatia che tutti i cinesi hanno dimostrato nei confronti dei digiunatori tibetani. Simpatia resa ancor più evidente da un prolungato coro di “Free Tibet! Free Tibet!” che l’intero gruppo ha scandito più volte prima di dare vita a una sorta di conferenza all’aperto in cui hanno esposto le ragioni della loro lotta. Non vorrei sembrare retorico ma vedere il responsabile di questo gruppo abbracciarsi con il Presidente del Tibetan Youth Congress e rendere omaggio ai digiunatori, è stato proprio un bello spettacolo.

Piero Verni


Indefinite Fast for Tibet – 19° giorno

March 12th, 2012

New York, 11 marzo 2012

Oggi, complice il giorno festivo, la situazione è molto più tranquilla di ieri. Sono però venuti due giornalisti indipendenti francesi che stanno producendo un video sulle proteste nel mondo contro il potere globale. Sono rimasti molto impressionati dalla compostezza e dalla determinazione dei tre digiunatori. Hanno detto che faranno di tutto per rendere noto al mondo cosa sta succedendo qui.

Già perché sarebbe bene che la pressione internazionale sull’ONU cominci a farsi sentire dal momento che i tre scioperanti iniziano a dare segni di cedimento fisico. Soprattutto Dorje Gyalpo, il più anziano dei tre (è nato il 5 marzo del 1953 nel Tibet meridionale), è di una debolezza impressionante e fatica persino a parlare. La sua voce è ormai ridotta ad un sussurro il più delle volte incomprensibile. Purtroppo dall’ONU, a parte una generica rassicurazione di “esaminare la pratica” di cui abbiamo dato notizia l’altro ieri, non viene alcuna risposta. Ho parlato pochi minuti fa con tutti e tre i digiunatori e sono sempre più decisi ad andare avanti in assenza di un risultato. Anche a costo di minare seriamente la loro saluto o peggio.

Quindi sarebbe bene che le organizzazioni internazionali di sostegno al Tibet facessero qualche cosa di significativo a favore di queste tre persone le quali, se non verrà una risposta positiva da parte delle Nazioni Unite (anche parziale rispetto alle richieste complessive), temo siano avviati a fare la medesima fine di Bobby Sands e degli altri tredici martiri irlandesi del blocco H della prigione di Maze.

Piero Verni