Non Uccidete il Tibet!

October 24th, 2011

Il numero delle immolazioni col fuoco avvenute in Tibet nell’ultimo anno, con un drammatico crescendo in questi giorni, supera ormai abbondantemente quello dei monaci vietnamiti che all’inizio degli anni ‘60 dello scorso secolo scelsero questa eroica e terribile forma di protesta per far conoscere al mondo le atrocità commesse dall’allora governo del Vietnam del Sud. Purtroppo nel Tibet occupato non è possibile, se non clandestinamente e correndo un alto rischio, documentare con immagini fisse o in movimento questi gesti estremi dei monaci tibetani che rivelano, ben più di ogni parola, la disperazione del popolo del Tibet.

La fotografia in bianco e nero del monaco Thìch Quang Duc avvolto dalle fiamme con decine di persone che si prosternano davanti a lui, fece il giro del pianeta e convinse una generazione che in Vietnam molte cose non andavano e dovevano cambiare. La foto di Malcom Browne valse al fotografo il premio World Press Photo of the Year 1963 e contribuì alla nascita di un forte movimento internazionale contro la guerra in Vietnam che ebbe un peso non indifferente sulla successiva decisione di Washington di porre fine alla “sporca guerra”.

Oggi è indispensabile che anche il movimento di sostegno al Tibet, pur in una situazione tutta diversa e per molti versi assai più difficile, riesca a far sì che gli atroci ed eroici sacrifici di quanti si stanno immolando per la libertà del Paese delle Nevi non rimangano sconosciuti al mondo. Ma servano invece per sollevare una potente onda di indignazione nei confronti del sistema attualmente al potere in Cina. Onda in grado di infondere rinnovata fiducia a quanti, in Tibet e in ogni altra parte della Cina nazional-capital comunista, lottano per porre fine al dominio crudele cinico che da troppo tempo offende le coscienze e le vite di quanti sono costretti a sottostare al suo imperio brutale.

Per questo considero di estrema importanza l’iniziativa lanciata dall’Associazione Italia-Tibet su FaceBook (”Torce Umane in Tibet”) e la manifestazione di sostegno ai martiri tibetani che si terrà a Roma e di cui volentieri pubblico il manifesto di convocazione.

Non Uccidete il Tibet.

mercoledì 2 novembre · 15.00 - 20.00

ROMA - PIAZZA MONTECITORIO

Il 18 di ottobre di quest’anno sul web appare una foto terribile.
Il corpo carbonizzato di Tenzing Wangmo giace, ancora fumante, riverso e rigido su un prato verde. Sullo sfondo si vede un piccolo gruppo di monache che corre verso i poveri resti ormai senza vita.
Fino a quel giorno le autorità cinesi, per i quali la menzogna e la negazione dell’evidenza sono uno degli sport più praticati, avevano sostenuto che tutte le notizie che filtravano da Ngaba – notizie che raccontavano di una situazione di repressione drammatica che aveva portato ad immolarsi col fuoco ben 9 giovani sotto i vent’anni – erano frutto di fantasia per denigrare il governo di Pechino. Al contrario, dicevano, Ngaba è una tranquilla e laboriosa cittadina dello Sichuan dove tutto è rose e fiori.
Oggi le autorità cinesi stanno inviando truppe aggiuntive in tenuta antisommossa e dotate di estintori a Nagba e a Lhasa e gridano furiose al complotto. Sono già in rete filmati che testimoniano l’apparato di repressione messo in moto da Pechino.
I cinesi accusano il Dalai Lama di istigare i giovani tibetani a darsi fuoco e si permettono proprio loro, di rilevare addirittura che questi sono gesti violenti che vanno contro la morale buddista (sic) e che costituiscono una forma di terrorismo mascherato.
Ecco dunque un altro pretesto per aumentare la repressione e annunciare ulteriori “misure restrittive” in Tibet.
Come sempre Pechino risponde con l’arroganza e la forza, chiudendo gli occhi e negando quello che da sessanta anni a questa parte il popolo tibetano ha cercato di ricordare a loro e al mondo: la brutale e sanguinosa occupazione di un paese libero, la sistematica violazione dei diritti dei tibetani, gli arresti e le detenzioni, le torture e gli aborti forzati …
Per Pechino i tibetani stanno benissimo e sorridono al loro futuro sotto l’illuminata guida del Partito Comunista Cinese.
Ma allora perché da marzo a oggi ben nove giovani si sono cosparsi di benzina e dati fuoco al grido di “Tibet Libero”? Cinque di questi sono morti per le ustioni riportate, tre sono ancora in Ospedale e uno è stato fatto sparire dalla Polizia.
Chi descrive la morte di Tenzing racconta della ragazza che camminava tre le fiamme gridando slogan contro il regime cinese e pregando per il ritorno del Dalai Lama.
Un gesto disperato che solo una disperazione più forte può spingere un essere umano a compiere.
Il 2 di novembre a Roma dalle 15 davanti a Montecitorio ci sarà una pacifica manifestazione promossa dalla Comunità Tibetana in Italia e dall’Associazione Italia Tibet in ricordo di questi giovani martiri tibetani. Una manifestazione che vuole ricordare a Pechino e al mondo libero che il problema del Tibet non si risolverà mai con la brutale repressione e la propaganda menzognera cui, peraltro, nessuno crede più. Finché la Cina continuerà nella sua ottusa e cocciuta negazione del “problema Tibet” lo spirito e l’eroismo dei tibetani saranno sempre lì, indomiti e coraggiosi emblemi di un popolo che non intende farsi “normalizzare”.
Neppure le più che accomodanti proposte del Dalai Lama in questi anni sono state accettate da Pechino che, anzi, le rigetta come un tentativo subdolo di attentare all’unità della madre patria. E pensare che il Dalai Lama è per Pechino un’assicurazione, forse l’unica, che la lotta del Tibet non degeneri in forme di violenza aperta o addirittura in terrorismo.
Sosteniamo il popolo del Tibet, i suoi diritti e la sua pacifica lotta contro il regime di Pechino.
I diritti dei tibetani sono i diritti di tutti. Diamo un segnale forte alla Repubblica Popolare Cinese, all’arroganza di chi si ritiene ormail il padrone del mondo.

COMUNITA’ TIBETANA IN ITALIA
http://www.comunitatibetana.org

ASSOCIAZIONE ITALIA-TIBET
http://www.italiatibet.org

Se le torce umane del Tibet incendiano la prateria cinese

October 19th, 2011

In un crescendo impressionante di avvenimenti tragici, due giovani tibetani sono stati ieri abbattuti a raffiche di mitra da agenti della Polizia Cinese mentre dimostravano pacificamente per la liberazione del Tibet. L’episodio è avvenuto nel villaggio di Karze, una prefettura autonoma tibetana dello Sichuan, importante provincia della Cina Popolare.  Poco ore prima della sparatoria Tenzin Wangmo, una monaca ventenne del monastero Dechen Choekhorling della contea di Nnegaba, sempre nello Sichuan, si era data fuoco dopo aver gridato per alcuni minuti slogan in favore della libertà del Tibet. Con la sua morte sono quindi ben nove le persone che quest’anno si sono immolate con il fuoco per protestare contro l’occupazione del Tibet. Cinque solo in queste prime settimane di ottobre.

Di estrema prudenza è la posizione dell’Amministrazione Tibetana in Esilio che ha chiesto soprattutto l’intervento della diplomazia internazionale e celebrato ieri una giornata di preghiera. Più radicali sono invece le reazioni della società civile dell’esilio tibetano. Uno dei principali intellettuali della diaspora, lo scrittore Jamyang Norbu, si chiede, tra l’altro, se non sia il caso che  la direzione della lotta di liberazione passi nelle mani della resistenza interna visto che l’ex Governo tibetano in esilio è stato dichiarato sciolto nei mesi scorsi dallo stesso Dalai Lama. Claudio Cardelli, Presidente dell’Associazione Italia-Tibet che ha lanciato in questi giorni una riuscita campagna su Facebook dal nome “Torce Umane in Tibet”, lamenta l’assordante silenzio dei media: “Cerchiamo con questa iniziativa, che ha già raggiunto oltre 2500 adesioni e non solo in Italia, di compensare il vergognoso silenzio della stampa italiana su quanto sta accadendo in Tibet”.

In effetti il silenzio, o almeno il quasi silenzio, non è prerogativa unica della stampa italiana. Nove immolazioni con il fuoco meriterebbero sicuramente un’eco molto più vasta di quanto non stia accadendo. Anche perché non è ben chiaro quello che questi avvenimenti potrebbero innescare. Non a caso nel suo lucido intervento, Jamyang Norbu ricorda come le rivoluzioni arabe degli scorsi mesi partirono dalla morte di Mohamed Bouazizi, che il 4 gennaio scorso si diede fuoco a Tunisi per protestare contro il regime tunisino innescando quel profondo sconvolgimento che ancora sta scuotendo il mondo arabo. Sconvolgimento che fin dall’inizio ha enormemente preoccupato la dirigenza cinese che è arrivata al punto di proibire per settimane l’uso del termine “gelsomino”, parola simbolo della rivolta, sulla stampa e su Internet.

Infatti quella Cina che offre a un’Europa in profonda crisi economica e identitaria l’acquisto di buona parte del suo debito pubblico, non è la nazione forte e sicura immaginata da molti centri di potere politico ed economico. Oltre alla crisi tibetana, ci sono i mai risolti casi degli uiguri e dei mongoli. Così come all’interno della stessa popolazione han, Pechino deve affrontare i problemi causati dalle minoranze religiose che non si piegano alla sua repressione. Per non parlare dello stillicido di migliaia di piccole “rivolte del pane”, espressione rabbiosa della disperazione di milioni e milioni di individui costretti a vivere in condizioni di autentica indigenza. Infine, quello che è forse lo scenario più inquietante e che da tempo aleggia nel cielo sopra Pechino: lo spettro dello scoppio di una immensa bolla immobiliare. Deflagrazione che potrebbe avere effetti devastanti.

Ecco perché la dirigenza cinese è così preoccupata dalle terribili fiamme che sempre più numerose illuminano gli sconfinati orizzonti del Tetto del Mondo. Però l’algida chiusura ad ogni ipotesi di mutamento sembra non essere la via migliore da seguire. Per non cambiare niente, i signori di Zhongnanhai rischiano di far crollare tutto, incapaci di vedere quella scintilla che secondo Mao era in grado di incendiare l’intera prateria.

Piero Verni

(da Il Riformista, del 19 ottobre 2011)

Altre due immolazioni in Tibet

September 27th, 2011

Ieri mattina alle 10,30 (ora locale) altri due monaci tibetani si sono dati alle fiamme per protestare contro la repressione cinese in Tibet. Lobsang Kelsang e Lobsang Kunchok, entrambi diciottenni e residenti nel monastero di Kirti situato nella contea di Ngaba (area tibetana dello Sichuan), sono arrivati al locale mercato e dopo aver gridato slogan inneggianti alla libertà religiosa e al ritorno in patria del Dalai Lama, si sono dati fuoco. Agenti della Polizia Armata, che ormai da tre anni pattugliano in forze la zona, sono intervenuti immediatamente catturando i due giovani e portandoli in una località sconosciuta. Fonti attendibili affermano che uno dei due giovani è morto sul luogo dell’immolazione mentre le condizioni dell’altro sono ritenute disperate.

Il monastero di Kirti è praticamente sotto assedio da quando il 16 marzo di quest’anno il monaco Lobsang Phuntsok (cugino di Lobsang Kelsang) morì dopo essersi bruciato vivo per protesta.  La comunità monastica è esasperata per il permanente clima di intimidazioni poliziesche e le continue repressioni. Proprio il 10 settembre tre monaci sono stati condannati a diversi anni di lavori forzati. I tre,  Lobsang Dhargye, Tsekho e Dorjee, erano stati arrestati il 12 aprile per essere in qualche modo connessi con l’immolazione avvenuta il 16 marzo.

Con i due giovani di ieri è dunque salito a quattro il numero di monaci che si sono sacrificati per la libertà del Tibet. Infatti il 15 agosto era morto per ustioni anche Tsewang Norbu del monastero di Nyitso, situato nella Prefettura Autonoma di Karze sempre nello Sichuan. Questi tragici avvenimenti dimostrano quanto sia tesa la situazione sociale sia nella Regione Autonoma del Tibet sia nelle aree tibetane inglobate nel 1965 nelle adiacenti provincie cinesi. Nonostante il Dalai Lama e la sua amministrazione in esilio abbiano più volte esortato monaci e laici alla calma e disapprovato questa tragica forma di contestazione, le immolazioni col fuoco continuano e la tensione è alle stelle. Secondo molti testimoni a Lhasa e in molte altri luoghi i militi della Polizia Armata hanno tutti un estintore nella dotazione d’ordinanza.

Questa terribile sequenza di suicidi e repressioni sembra allontanare sempre di più l’ipotesi di un autentico colloquio tra il Dalai Lama e Pechino. Nei giorni scorsi lo stesso leader tibetano, parlando della sua futura incarnazione, ha usato toni particolarmente duri riguardo il tentativo delle autorità cinesi di dettare legge in una materia che dovrebbe essere di sua esclusiva competenza. “Oggi gli autoritari governanti della Repubblica Popolare Cinese, che in quanto comunisti dovrebbero rifiutare i dogmi religiosi, vogliono imporre le loro scelte nell’ambito della sfera religiosa”, ha dichiarato il Dalai Lama sabato nel corso di un importante assemblea di maestri spirituali tenutasi in India, “Imporre le loro leggi per quanto concerne la scelta delle reincarnazioni è una precisa strategia per ingannare i fedeli buddisti e la comunità internazionale. E’ una cosa indecente e vergognosa”. Parole molte chiare e forti che da molto tempo l’Oceano di Saggezza evitava di pronunciare nel tentativo di portare Pechino ad un tavolo negoziale. Ma evidentemente anche Sua Santità e l’Amministrazione Tibetana in Esilio cominciano a rendersi conto che la possibilità di instaurare con la dirigenza cinese un effettivo colloquio è pura utopia. E infatti la reazione di Pechino a queste dichiarazioni del leader tibetano non si è fatta attendere. In una conferenza tenuta a Pechino ieri, Hong Lei portavoce del Ministro degli Esteri, ha attaccato le dichiarazioni del Dalai Lama dicendo che mai nella storia un Dalai Lama aveva scelto il suo successore e che lo stesso titolo di Dalai Lama deve essere conferito dal governo centrale. Altrimenti è illegale.

Nello scorsa primavera, proprio per scongiurare problemi relativi al riconoscimento della sua futura incarnazione, il Dalai Lama aveva rinunciato ai suoi poteri politici che aveva trasferito al nuovo capo del governo tibetano in esilio, Lobsang Sangay, eletto in marzo dopo democratiche consultazioni svoltesi tra la comunità dei rifigiati sia in India sia in altre parti del mondo. Oggi quindi, almeno da un punto di vista formale, il Dalai Lama si trova a essere solo la principale autorità spirituale del popolo tibetano e non più il leader politico.

Evidentemente questo passaggio di consegne non ha però convinto Pechino che ben conosce quanto sia importante la figura del Dalai Lama per i tibetani. E quindi, dopo aver già insediato una decina di anni or sono un Panchen Lama di regime, si prepara a ripetere l’operazione quando il presente Dalai Lama “lascerà il corpo”.

Essendo questa la realtà del Tibet occupato, non c’è da stupirsi se nello Sichuan continuano ad accendersi quelle povere torce umane.

Piero Verni

(da “Il Riformista” del 27-09-2011)

“FREE TIBET” TRA AUTONOMIA E INDIPENDENZA

September 20th, 2011

Ricevo, e volentieri pubblico, da Riccardo Zerbetto la locandina di un interessante incontro che si terrà a Piacenza il prossimo 25 settembre. (PV)

FESTIVAL DEL DIRITTO 2011  PIACENZA

Domenica 25 Settembre - ore 15,30

Palazzo Galli - Sala Panini

“FREE TIBET” TRA AUTONOMIA E INDIPENDENZA

intervengono: Francesco Olmastroni e Riccardo Zerbetto

Presentazione dei risultati della Ricerca su Autonomia/Indipendenza per il futuro del Tibet attraverso strumenti informatici a seguito della GIORNATA DI STUDIO SU: TIBET E AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI. Confronto sull’art. 21 della “Dichiarazione universale dei Diritti Umani e Civili delle Nazioni Unite e di altre iniziative a sostegno del processo di democratizzazione del popolo tibetano” tenutasi presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Siena, il 2 dicembre 2010 a cura di Riccardo Zerbetto, Presidente di World Action Tibet, in collaborazione con il prof. Luca Verzichelli, Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Siena Nella Giornata sono stati affrontati temi di vitale importanza quali: significato ed estensibilità alla situazione tibetana del Principio già applicato in 80 paesi che nell’ultimo cinquantennio dono stati de-colonizzati ed hanno riconquistato la sovranità nazionale; potenzialità e limiti della coincidenza nella figura del Dalai Lama tra leadership politica e religiosa; considerazioni sulla politica del dialogo con la Cina (o middle-way) a 25 anni di esperienza; riflessioni sul Tibetan Uprising Movement e la Marcia di ritorno in Tibet; attualità della Rangzen Alliance e la rivendicazione alla decolonizzazione e alla indipendenza; processi di democratizzazione dell’attuale Governo tibetano in esilio (Kashag) con la partecipazione di Chime Youngdoung, Presidente del National Democratic Party of Tibet .

Grazie al confronto di idee, reso possibile anche attraverso un significativo scambio attraverso mezzi informatici, è stato possibile dare concretezza progettuale allo scopo già identificato come obiettivo precipuo del Convegno e consistente nel “promuovere iniziative di sensibilizzazione affinché la popolazione tibetana in esilio sia messa in condizione, oltre che di eleggere i propri rappresentanti del governo in esilio nel marzo del 2011, di esprimere la propria opzione tra richiesta di autonomia o d’indipendenza attraverso un opinion poll” sotto il coordinamento tecnico del prof. Pierangelo Isernia, direttore del  CIRCaP (Centre for the Study of Political Change, vedi: wwwcircap/unisi.it) che rappresenta una prestigiosa agenzia di ricerca demografica collegata all’Università di Siena e che si incaricherà del concreto svolgimento della ricerca.

La Provincia di Siena che ha sponsorizzato l’evento che consente di “dar voce” alla reale volontà del popolo tibetano circa la complessa opzione tra: richiesta di autonomia (che presuppone l’accettazione di essere ormai annessi irreversibilmente alla Cina) o di riacquistare la perduta indipendenza.

Hanno partecipato all’Incontro, direttamente o tramite incontri preventivi o scambi di comunicazioni telefoniche o e-mail, anche altri autorevoli conoscitori della situazione dewl Tibet come Piero Verni, Claudio Cardelli e  raappresentanti della Comunità tibetana come: Kalsang Dolkar, Presidente della Comunità tibetana in Italia e Topgyal Gontese, rappresentante del NDTP-Italia.

Onore a Tsewang Norbu

August 16th, 2011

Nonostante le rassicurazioni di Pechino, la situazione nella Regione Autonoma del Tibet e nelle aree tibetane incorporate dal 1965 in alcune province cinesi è tutt’altro che normalizzata a due anni dalla vasta e sanguinosa esplosione di collera della primavera 2008.

Tragica dimostrazione del perdurare di questo stato di crisi è l’immolazione di Tsewang Norbu un giovane monaco del monastero di Nyitso che, alle 12,30 del 15 agosto, si è dato fuoco dopo aver gridato per alcuni minuti slogans inneggianti all’indipendenza del Tibet e al ritorno in patria del Dalai Lama.

Secondo testimonianze attendibili, il cadavere di Tsewang Norbu è stato portato all’interno del monastero per i tradizionali riti funerari buddisti mentre diverse migliaia di soldati e poliziotti cinesi hanno immediatamente circondato il luogo di culto. Nella cittadina di Tawu (Daofu in mandarino), nelle cui vicinanze si trova Nyitso, è stato imposto una sorta di coprifuoco non dichiarato, con la popolazione impedita ad uscire di casa e le strade pattugliate da mezzi blindati e soldati armati. Ma questo imponente apparato repressivo non è riuscito ad impedire che diverse migliaia di tibetani riuscissero a raggiungere i cancelli del monastero per cercare di difendere i monaci da un possibile assalto delle forze di polizia. In alcuni tafferugli avvenuti poco dopo l’immolazione di Tsewang, è stato arrestato un dimostrante di nome Gyaltsen che è stato però liberato dopo poche ore.

La situazione è dunque estremamente tesa in tutta l’area. Ieri mattina è arrivato a Tawu Lui Dao Ping, segretario del Partito Comunista per la Prefettura Autonoma di Kardze, che ha inasprito ancora le restrizioni, decretando la chiusura di scuole, ristoranti e locali pubblici. Inoltre ha ordinato che tutte le funzioni religiose in onore di Tsewang Norbu siano sospese e il corpo del monaco consegnato alle autorità.

Oltre alla storica insofferenza della popolazione tibetana nei confronti dell’occupazione cinese, due recenti episodi sembrano essere alla base dell’estrema protesta. Il primo risale al 6 luglio scorso quando, a oltre diecimila persone tra laici e monaci che si erano raccolte per celebrare il compleanno del Dalai Lama, è stato impedito di portare a compimento i previsti rituali e al monastero di Nyitso, come punizione per aver indetto l’assemblea, è stata tagliata l’acqua corrente e l’elettricità per una settimana. Il secondo episodio è stata la morte, avvenuta il 10 agosto a causa delle torture subite durante la sua detenzione, di Thinley un prigioniero politico tibetano arrestato nell’aprile 2009 per aver distribuito manifestini per la libertà del Tibet.

L’immolazione di Tsewang Norbu è il secondo suicidio politico in meno di cinque mesi che avviene nelle aree tibetane dello Sichuan. Infatti lo scorso 16 marzo si era dato fuoco Phuntsog, un monaco di 20 anni appartenente al monastero di Kirti, nella contea di Ngaba (Aba in mandarino).

E questi sono solo gli episodi più drammatici in cui si è espresso il rifiuto dei tibetani di accettare lo status quo. Se guardiamo alla cronaca degli ultimi anni, è un ininterrotto susseguirsi di grandi e piccoli gesti di insoburdinazione contro il potere di Pechino. Solo una ventina di giorni fa, le autorità cinesi avevano dovuto inghiottire il boccone amaro di una affollatissima riunione tenutasi nel monastero di Lithang nel corso della quale era stata installato sull’altare principale del tempio un enorme dipinto del Dalai Lama. Oltre cinquemila tibetani si erano riuniti per la cerimonia indetta congiuntamente da monasteri di tutte le scuole buddiste del Tibet e da quelli appartenenti all’antica religione Bon.

Eppure, come detto in apertura, di fronte a uno scenario del genere il governo cinese continua a parlare di situazione tranquilla e a ritenere “pochi elementi sovversivi appartenenti alla cricca del Dalai Lama” responsabili di ogni protesta. “Ma quale ‘cricca’ del Dalai Lama”, ha dichiarato al Riformista Claudio Tecchio, coordinatore della Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano della CISL, “Ad alimentare la disperazione dei tibetani non c’è solo il senso di impotenza di fronte

a un apparato repressivo che stronca sul nascere ogni tentativo di rivolta. Ci sono le estenuanti sessioni di ‘rieducazione patriottica’ che di norma si concludono con la richiesta dell’abiura, c’è la disperante consapevolezza di essere stati abbandonati al loro destino”. Indubbiamente è un po’ difficile ritenere che due immolazioni in meno di sei mesi e la lunga serie di proteste del popolo tibetano possano essere opera di un pugno di cospiratori appartenenti alla “cricca del Dalai Lama”, il quale per altro da decenni invita alla calma e cerca con ogni mezzo un effettivo dialogo con Pechino. Forse le autorità cinesi, sia regionali sia nazionali, farebbero meglio a interrogarsi sui veri motivi di un tale risentimento. Risentimento che da oltre 60 anni si tramette inalterato da generazione a generazione. Il ventinovenne Tsewang Norbu che si è dato fuoco l’altro ieri era nato nel 1982, vale a dire più di 30 anni dopo l’invasione del Tibet. Difficile credere che, sobillato da pochi agenti nemici, sognasse il ritorno a quel Tibet feudale ed arcaico che la propaganda di Pechino dipinge come un vero inferno sulla terra. Più probabile che lui, come il ventenne Phuntsog, come il venticinquenne Thinley, come gli altri martiri della resistenza tibetana non ne potesse più di vivere sotto il dominio coloniale cinese.

Per questo Claudio Cardelli, presidente dell’Associazione Italia-Tibet, sostiene che: “Quella di Norbu è l’ennesima risposta a tutti i tentativi propagandistici che mirano a dipingere l’occupazione del Tibet come una liberazione”.

In effetti un popolo liberato dovrebbe rispondere con la gratitudine. Non immolandosi col fuoco.

Piero Verni

(da “Il Riformista” del 17-08-2011)

Il giorno più importante per il Tibet

August 9th, 2011

Dalle 09,09.09, un numero che la tradizione del Tibet associa alla longevità, di ieri mattina il dottor Lobsang Sangay è ufficialmente il nuovo primo ministro (Kalon Tripa) del governo tibetano in esilio. Nel corso di una affollata cerimonia tenutasi nel tempio principale di Dharamsala, la cittadina dell’India settentrionale divenuta capitale morale della comunità degli esuli, il Dalai Lama ha trasmesso a questo giovane leader nato in esilio 43 anni or sono e mai stato in Tibet, la responsabilità di guidare il popolo tibetano in uno dei più difficili momenti della millenaria storia del Paese delle Nevi.

Nel suo discorso, dopo aver definito l’8 agosto 2011: “… per i tibetani il giorno più importante degli ultimi 2000 anni”, il Dalai Lama ha sottolineato l’importanza che nel 21° secolo debba essere il sistema democratico a guidare la vita delle nazioni e ribadito come questa sua profonda convinzione  lo abbia portato a rinunciare ad ogni incarico politico.

Visibilmente emozionato, Lobsang Sangay ha pronunciato un discorso dai toni forti nel quale, pur dichiarandosi deciso a proseguire nella ricerca di un dialogo costruttivo con la Cina Popolare, non sono mancate esplicite accuse al ruolo svolto da Pechino sul Tetto del Mondo.

Parlando direttamente in tibetano, ha ricordato come: “I tibetani sono divenuti cittadini di seconda classe nella loro stessa patria e dopo 60 anni di malgoverno il Tibet è ben lungi dall’essere il Paradiso Socialista che era stato promesso. E’ al contrario una terra di tragedia a causa dell’occupazione cinese”. Ed ha concluso con una vero e proprio appello ai tibetani, dentro e fuori il Tibet, affinché continuino a sperare che un cambiamento positivo della situazione sia possibile anche nel breve periodo. “Siamo sempre pronti ad iniziare questo epico viaggio da Dharamsala, la dimora del Dharma a Lhasa, la dimora degli Dei. Avendo l’unità, l’innovazione e la fiducia come principi guida di sei milioni di tibetani, la vittoria sarà nostra”.

Sembra difficile che Pechino possa reagire positivamente a questo discorso. Già durante la campagna elettorale, quando si profilava la vittoria di Lobsang Sangay, i vertici cinesi avevano bollato il nuovo Kalon Tripa come “terrorista” riferendosi ad una sua breve militanza giovanile nelle file del Tibetan Youth Congress, la principale NGO tibetana che non ha mai rinunciato all’obiettivo dell’indipendenza del Tibet. Visto il pungo di ferro con il quale la dirigenza cinese reprime i numerosi focolai di rivolta e di protesta che periodicamente si accendono in Tibet, nell’ex Turkestan Orientale (oggi incorporato nella regione del Xinjang) e nella Mongolia interna, sembra difficile che Pechino possa aprire un effettivo dialogo con un leader in esilio che ieri ha affermato, “Non dimentichiamolo, è in questi anni che la nostra lotta per la libertà potrà ottenere giustizia o essere sconfitta”. Tutto lascia dunque ipotizzare che la volontà di Sangay di, “… negoziare con il governo cinese in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento”, non sia destinata a trovare accoglienza alcuna tra le mura di  Zhongnanhai, il complesso di edifici anticamente estensione occidentale della Città Proibita di Pechino e dal 1949 quartier generale del potere comunista.

Se sarà questo lo scenario in cui si troverà ad operare, Lobsang Sangay dovrà in qualche modo prenderne atto e trovare una via d’uscita al “cul de sac” in cui è finita la politica della “Via di Mezzo” perseguita per oltre 30 anni dal Dalai Lama e dai suoi governi. Non si tratta di un’impresa facile, anche perché in Tibet l’insofferenza nei confronti dell’occupazione cinese non accenna a placarsi. Sarà dunque interessante vedere come questo Kalon Tripa laureato ad Harvard penserà di tenere fede alla promessa fatta ieri: “Ai miei fratelli e alle mie sorelle del Tibet dico oggi con fiducia, ci incontreremo presto”.

Piero Verni

(da “Il Riformista” del 9 agosto 2011)

Intervista a Tsewang Rigzin

July 27th, 2011

Ieri ho avuto il piacere di incontrare e intervistare a Zurigo Tsewang Rigzin, presidente del Tibetan Youth Congress, che si trovava nella città elvetica per una assemblea internazionale del TYC. (www.phayul.com/news/article.aspx?id=29797&article=International+Rangzen+meet+concludes+in+Europe).

I contenuti dell’intervista mi sembrano realmente molto interessanti  ed anche inerenti ai temi che abbiamo trattato nella nostra ultima discussione.

PV

Il Tibet che non si arrende

Prima di cominciare l’intervista vorrei esprimerle la mia più totale solidarietà per l’increscioso episodio di cui è stato vittima a Washington. Ho volentieri pubblicato sul mio blog un manifesto di solidarietà nei suoi confronti e del TYC, scritto e firmato da diversi sostenitori italiani del Tibet.

Molte grazie, in effetti si è proprio trattato di un episodio spiacevole in cui sì è insultata la più numerosa ONG del popolo tibetano in esilio.

Venendo all’intervista… il Dalai Lama ha rinunciato alle sue cariche politiche e non ha nemmeno accettato di mantenere un ruolo simbolico e formale di capo di stato…

E’ una decisione di Sua Santità e dobbiamo rispettarla. Come lui stesso ha detto,  questa decisione è per il benificio del popolo tibetano soprattutto nel lungo periodo. E’ una decisione storica ed oggi più che mai  noi tibetani dobbiamo sentire il peso della responsabilità della nostra lotta.

Eppure in tanti gli avevano chiesto di conservare almeno un ruolo simbolico…

Nei mesi scorsi si è tenuto a Dharamsala un importante General Meeting per discutere della recente decisione di Sua Santità. La nostra organizzazione, il TYC, era d’accordo con questa posizione. Anche noi avevamo suggerito molto chiaramente al Dalai Lama di conservare un ruolo cerimoniale, tipo quello della Regina d’Inghilterra, ma Sua Santità è stato irremovibile e non ha accolto le nostre richieste. Ha voluto rinunciare ad ogni incarico di tipo politico.

Cosa pensa della decisione di abbandonare il nome di Governo in esilio e sostituirlo con il termine “Organizzazione del popolo tibetano”?

Siamo assolutamente contrari. Nel corso dell’incontro di cui parlavo abbiamo discusso anche di questo cambio di nome. Il TYC ha chiaramente detto che una scelta del genere avrebbe avuto bisogno di molto tempo prima di essere eventualmente adottata. E comunque non la accettiamo. E’stata presa in modo affrettato e senza alcuna effettiva consultazione democratica. Ad esempio, se noi dovessimo cambiare le regole del TYC, avremmo bisogno di almeno sei mesi per poterlo fare in modo efficace. E’ chiaro a tutti che la decisione di cambiare il nome del Governo tibetano in esilio è molto più importante ed invece è stata presa in una decina di giorni. Riguardo a questo argomento sono state fatte un sacco di raccomandazioni durante il meeting e anche dopo. Il General Meeting aveva deciso chiaramente, e all’unanimità, che non ci sarebbe dovuto essere alcun cambio di nome ma una speciale sessione del Parlamento in esilio lo ha invece adottato.

Però non c’è alcuna fretta di interrogarsi sul ruolo dei due inviati del Dalai Lama che sono impegnati dal 2002 in colloqui politici con rappresentanti di Pechino. Se il Dalai Lama ha rinunciato a tutti i suoi poteri, che senso ha delegare a due suoi inviati la trattativa con il governo cinese?

Penso che nella nuova situazione creatasi, ogni contatto con la Cina dovrà essere tenuto da rappresentanti nominati dal nuovo primo ministro che è stato democraticamente eletto lo scorso marzo dalla comunità dei tibetani in esilio. Su questo non vi è alcun dubbio. Come ho detto, Sua Santità è stato chiarissimo riguardo la sua volontà di rinunciare ad ogni incarico e ruolo politico. Quindi per il futuro qualsiasi cosa dovrà essere decisa dal Kashag.

Nonostante tutto, voi rimanete fermi nella decisione di lottare per l’indipendenza del Tibet. Come pensate di portare avanti la vostra lotta?

Riteniamo che la grande maggioranza dei tibetani che vivono nel Tibet occupato vogliano l’indipendenza. Il loro eroismo e il loro coraggio sono alla base del nostro lavoro e della nostra determinazione. Intendiamo usare tutti i mezzi in nostro possesso, mezzi non violenti sia ben chiaro, per indebolire il dominio cinese in Tibet. Come lei sicuramente saprà, la nostra organizzazione funziona sulla base delle risoluzioni che approviamo nel corso delle assemblee che teniamo ogni anno. La prossima, particolarmente importante, avrà luogo a Darjeeling nella seconda metà di agosto. Nel corso di queste assemblee si riuniscono delegati di tutte le sezione che il TYC ha in ogni parte del mondo e discutiamo di differenti topics e alla fine dell’assemblea, che in genere dura circa una settimana, approviamo una risoluzione riguardo a quello che sarà il nostro lavoro politico per l’anno a venire. Ogni tre anni abbiamo una Assemblea Generale nel corso della quale affrontiamo il lavoro di medio e lungo periodo e rinnoviamo gli organi direttivi.

Ritenete importante l’aiuto e la solidarietà di quanti, pur non essendo tibetani, hanno a cuore la condizione del Tibet?

Vorrei essere molto chiaro su questo punto. Apprezziamo qualsiasi aiuto ci venga dall’esterno ma crediamo fermamente che la lotta per la liberazione del Tibet riguardi il popolo tibetano. E deve essere guidata dal popolo tibetano. Siamo noi che dobbiamo impegnarci e condurre in prima persona questa battaglia. Non dobbiamo sederci aspettando che qualcun altro si impegni al nostro posto. Dobbiamo lottare in prima linea. Ovvio che dalle retrovie possono venire degli aiuti. I nostri amici non tibetani possono fare molto… cercare di far conoscere la situazione drammatica del Tibet, sensibilizzare il maggior numero di persone e pungolare le loro classi dirigenti affinché facciano pressioni sulla Cina. Siamo ben consapevoli di quanto le economie di tutte le nazioni siano connesse con quella cinese ma nondimeno speriamo che prima o poi qualcuno si alzi per dire che quello che la Cina sta facendo in Tibet è inaccettabile. Ovvio dunque che saremo felici di poter contare su di una solidarietà internazionale. Che però  non dovrebbe essere fatta solo di belle parole. Ci servono atti concreti. Limitarsi ad una generica simpatia verbale non ci aiuta. Questo è successo negli ultimi decenni ma noi continuiamo a vivere in esilio e la situazione all’interno del Tibet è addirittura peggiorata.

Forse più che alle burocrazie governative sarebbe meglio rivolgersi alla società civile, al mondo delle ONG, a quello del volontariato…

Certo mi rendo ben conto di quanto sia difficile sollevare il tema dell’indpendenza del Tibet con i governi e le autorità statali e so bene che ci sono persone, organizzazioni, ONG molto più disposte ad aiutarci. Quindi anche io ritengo molto importante parlare a quella che lei ha definito la “società civile”, spiegare quale sia la situazione del Tibet e perché i tibetani lottano per riconquistare la loro indipendenza. Se in tutto il mondo potessimo avere una solidarietà sempre più estesa, ci sarebbe di grande aiuto perché i popoli hanno il potere di cambiare le cose… un sostegno del genere ci aiuterebbe a cambiare le cose e a raggiungere il nostro obiettivo.

Qualcuno afferma che l’idea di cacciare la Cina dal Tibet sia del tutto irrealistica…

Se guardiamo con attenzione alla Cina, vediamo che un sistema autoritario governa illegalmente il Tibet, il Turkestan orientale, la Mongolia Interna. Ma governa illegalmente anche gli stessi cinesi. I dirigenti di Pechino non sono stati eletti dal popolo e non sono rispettati dal popolo. Milioni e milioni di persone sono del tutto contrarie al regime comunista. Parlo degli aderenti al movimento spirituale Falun Dafa, di operai, contadini, intellettuali, bloggers, scrittori… “irrealistico” è non vedere che in Cina esistono molte aree di crisi. Ed è solo questione di tempo prima che esplodano. In un mondo che cambia così rapidamente la Cina non potrà essere immutabile per sempre. Guardi i rivolgimenti improvvisi e inaspettati accaduti recentemente in diversi paesi mediorientali. Il popolo è riuscito a cambiare la situazione, a rovesciare governi e dittatori. Oppure, andando più in là nel tempo, pensi alla repentina caduta dell’Unione Sovietica e del suo sistema di potere nell’Europa dell’Est. Quindi anche la Cina cambierà, forse prima di quanto non si creda. Ecco il motivo per cui noi tibetani dobbiamo non abbandonare la speranza e continuare a lottare per la libertà della nostra nazione. Alla fine il cambiamento arriverà e il popolo tibetano dovrà essere pronto a cogliere l’occasione. Per questo non ci arrenderemo mai.

(intervista a cura di Piero Verni)


Burocrati sull’orlo di una crisi di nervi

July 15th, 2011

Tsewang Rigzin, presidente del Tibetan Youth Congress è stato ieri costretto ad allontanarsi (sotto la minaccia di chiamare la polizia ove non lo avesse fatto) dal luogo dove si stava svolgendo il Kalachakra di Washington, dopo che Kalden Lodoe (un rappresentante del comitato organizzatore) aveva fatto chiudere un tavolo del TYC con l’accusa di diffondere “materiale politico”. Credo che non si debbano spendere molte parole per definire questo comportamento del signor Kalden Lodoe. Sull’argomento diverse organizzazioni pro Tibet italiane hanno diffuso il seguente comunicato che volentieri ospitiamo su questo blog.

PV

Burocrati sull’orlo di una crisi di nervi
Oggi a Washington DC si è verificato l’ennesimo episodio di intolleranza e prevaricazione nei confronti di esponenti del Tibetan Youth  Congress.
Sull’orlo di una evidente crisi di nervi il signor Kalden Lodoe ,dirigente del comitato organizzatore del “Kalachakra 2011”, giudicando “troppo politici” i materiali diffusi dal TYC ha chiesto ai giovani militanti di ritirare il merchandise esposto al pubblico .
Il Presidente Tsewang Rigzin ,subito intervenuto per opporsi ad un vero e proprio sopruso,è stato prima insultato e poi costretto ad abbandonare l’area sotto la minaccia di far intervenire i servizi di sicurezza.Ma già nel pomeriggio i dirigenti del TYC hanno convocato una conferenza stampa per denunciare il grave episodio e chiedere al Signor Kalden Lodoe di porgere scuse formali alla ONG tibetana  ,umiliata dal comportamento inqualificabile di questo burocrate .
L’accaduto non ci sorprende in quanto da tempo alcuni settori della Central Tibetan Administration , culturalmente e politicamente subalterni al Partito Comunista Cinese, provano un crescente fastidio per la crescita organizzativa e politica del TYC.Mal sopportano la coerenza ed il coraggio delle migliaia di militanti del TYC che con le loro iniziative impediscono la resa senza condizioni agli occupanti.
Per quanto ci riguarda abbiamo sino ad oggi taciuto su molti episodi  per non danneggiare in alcun modo l’immagine della comunità degli esuli ma oggi crediamo si sia passato davvero il segno.
L’arroganza di questi burocrati sempre forti con i deboli e deboli con i forti,il loro disprezzo per il confronto democratico,la loro conclamata servilità verso la “gente di potere”non è più tollerabile.
Preoccupati soltanto di rastrellare donazioni ed accreditarsi nei “salotti buoni”,non paghi di aver abbandonato i tibetani al loro destino adesso si arrogano anche il diritto di parlare a loro nome decidendo cosa sia “politicamente corretto “
Da oggi quindi denunceremo sistematicamente ogni episodio di intolleranza,ogni complicità con l’occupante,ogni tradimento della causa del popolo tibetano.
Ce lo impone il quotidiano sacrificio delle donne e degli uomini del Tibet che,nonostante una repressione feroce,continuano a manifestare per l’indipendenza del loro paese e a battersi contro il totalitarismo comunista.
Italy, 14/7/2011
Claudio Tecchio, Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano
Pasquale Totaro,Comitato Storico-Umanitario “Un Giardino per tutti i Martiri e i Giusti a…”
Bruno Portigliatti,Centro di Informazione Buddhista
Vincenzo Rizzo, Associazione Incontri Italiani
Marina Mattedi , Il Sentiero del Tibet
Riccardo Zerbetto,World Action Tibet
Piero Verniwww.freetibet.eu
Claudio Cardelli,Associazione Italia Tibet
Toni Brandi ,Laogai Research Foundation
Tibet Iniziative Trentine
Tibet Film Festival in Trento
Giovanni Giotibet Vuono, www.youtibet.org

Il nuovo Kalon Tripa

April 27th, 2011

Jampel Thosang, portavoce della Commissione Elettorale della “Central Tibetan Administration” ha annunciato ufficialmente ieri che Lobsang Sangay sarà il nuovo Kalon Tripa, vale a dire il Primo Ministro del Governo tibetano in esilio. Sangay è nato nel 1968 nella cittadina indiana di Darjeeling. Dopo un eccellente corso di studi in India nel 2004, primo tibetano nella storia, ottiene una laurea in legge nella prestigiosa università di Harvard. E’ un esperto di legislazione internazionale ed in particolare della politica cinese contemporanea e degli aspetti legali del problema tibetano. Nel 2003 e nel 2009 ha organizzato, proprio ad Harvard, due importanti incontri tra il Dalai Lama e alcuni studiosi cinesi di alto livello. Nel 2007 ha preso parte al “World Justice Forum” tenutosi in quell’anno a Vienna.

Oggi, eletto con il 55% per cento dei voti, si appresta a divenire il Kalon Tripa del primo governo tibetano dal 1642 a non essere presieduto da un Dalai Lama. Un governo in esilio e non riconosciuto formalmente da alcuna nazione del mondo (nemmeno dall’India che pure lo ospita), però un governo che è l’unico ad avere legittimità agli occhi della stragrande maggioranza dei tibetani dentro e fuori il “Paese delle Nevi”. Lobsang Sangay dovrà farsi carico degli enormi problemi inerenti alla questione del Tibet senza poter contare sull’ombrello protettivo del Dalai Lama il quale sta per trasferire sulle spalle di questo giovane Primo ministro l’intero peso delle sue responsabilità secolari. Mossa che se da un lato renderà ancor più difficile il compito di Sangay, è però di estrema intelligenza politica. Infatti rischia di vanificare sul nascere il piano cinese di nominare un Dalai Lama di regime il giorno in cui l’attuale dovrà “lasciare il corpo”. Perché era proprio pensando a un tale scenario che nel 2007 Pechino aveva approvato una legge secondo la quale unicamente il governo centrale può avere voce in capitolo sui riconoscimenti delle reincarnazioni dei religiosi tibetani. Non a caso la recente decisione del Dalai Lama ha mandato  su tutte le furie i dirigenti del Partito Comunista che lo hanno accusato di snaturare e pervertire le tradizioni religiose del Tibet.

Lobsang Sangay, che Pechino definisce un “terrorista” per una sua giovanile militanza nell’organizzazione “Tibetan Youth Congress”, si appresta a ricoprire la carica quinquennale di Kalon Tripa in un momento in cui i rapporti tra tibetani e cinesi sono più tesi che mai. Come dimostra la non risolta crisi del monastero di Kirti dove pochi giorni fa la polizia cinese ha ucciso a bastonate due anziani che insieme ad altri dimostranti cercavano di impedire la deportazione di centinaia di monaci ritenuti colpevoli di “attività sovversive”. Oltre venti anni di politica moderata del Dalai Lama non sono riusciti ad ottenere la benché minima apertura da parte di Pechino. Lobsang Sangay ha più volte dichiarato di essere intenzionato a portare avanti questa politica moderata ma non sarà un’impresa facile. Infatti solo il carisma e la profonda venerazione di cui gode il “Prezioso Protettore” avevano convinto la maggioranza dei tibetani a rimanere fedeli, nonostante tutto, alla “Via di Mezzo” che prevede la rinuncia all’indipendenza in cambio di una genuina autonomia. Però domani cosa succederà? In esilio e nel Tibet occupato sembra infatti aumentare il numero di quanti chiedono una posizione più radicale e intransigente.

Lobsang Sangay è senza dubbio un uomo di valore, esperto e intelligente. Ma di fronte alle algide chiusure di Pechino e alle sue violente repressioni sarà per lui un’impresa titanica convincere i tibetani a continuare a credere che sia possibile un autentico dialogo con la controparte cinese. In un comizio tenuto durante la campagna elettorale Sangay espresse, sia pure in forma di battuta, la speranza di poter diventare una sorta di “Obama cinese”. Nobile intenzione ma rischia di infrangersi sugli scogli acuminati di quelle che Marx soleva definire, “le dure repliche della storia”.

Piero Verni

(da: “Il Riformista” del 28 aprile 2011)

L’assedio di Kirti e il nuovo premier tibetano

April 20th, 2011

“Armoniose”, così ieri un portavoce del ministro degli esteri di Pechino ha definito le relazioni tra i circa duemila monaci del monastero buddista di Kirti e le forze di polizia cinesi che da settimane lo stringono d’assedio. In realtà la situazione è tutt’altro che “armoniosa”. L’intera contea di Nagba, oggi parte della regione dello Sichuan ieri della provincia tibetana dell’Amdo, dove si trova Kirti Gonpa è teatro di numerose manifestazioni dopo che lo scorso 16 marzo un giovane monaco di nome Puntsok si è dato fuoco per protesta contro l’occupazione cinese del Tibet  per morire il giorno seguente.

Da allora la Polizia Armata di Pechino ha represso duramente tutti coloro, laici e religiosi, scesi nelle strade per chiedere libertà religiosa e di espressione. Il 12 aprile alcune migliaia di persone hanno frapposto una vera e propria barriera umana nel tentativo di impedire che i poliziotti entrassero nel monastero per arrestare i religiosi sospettati di “attività controrivoluzionarie” e deportare tutti quelli compresi tra i 18 e i 40 anni.

Nei giorni scorsi la tensione ha raggiunto un tale livello da costringere lo stesso Dalai Lama a rilasciare un comunicato in cui esorta i tibetani alla calma e implora Pechino di non scatenare una violenta repressione. Alla fine però le forze di polizia sono riuscite ad entrare nel monastero e sabato diverse centinaia di funzionari cinesi hanno sottoposto i monaci, accusati tra l’altro di “minare la stabilità sociale della regione e causare danni ai residenti”, a dure sessioni di “rieducazione patriottica”. Senza mezze misure, e in un’atmosfera non certo “armoniosa”, le autorità hanno intimato ai religiosi di desistere immediatamente da ogni protesta pena la distruzione del monastero. Monastero che al momento in cui scriviamo è in pratica una prigione per i monaci che sono stati privati di ogni assistenza medica, il cui cibo è razionato e non possono uscire all’esterno (e dopo le 20 nemmeno dai loro dormitori). Il capo della locale sezione del UFWD (United Front Work Department), affermando di essere totalmente insoddisfatto delle risposte date dai monaci,  ha annunciato che le “sessioni di rieducazione” continueranno per diverso tempo. Inoltre la popolazione locale è sottoposta a continue intimidazioni da parte della Polizia Armata e gli allievi della locale Scuola Superiore che avevano iniziato il 17 marzo uno sciopero della fame, sono anch’essi rinchiusi nell’edificio scolastico.

Sul web intanto cominciano a circolare le prime immagini di quanto sta accadendo a Nagba. In particolare sul sito in lingua tibetana della Voice of America  è presente un video che mostra il corpo martoriato del monaco Puntsok mentre viene portato in ospedale. Altri filmati invece fanno vedere il massiccio apparato repressivo cinese che assedia il monastero e le pacifiche manifestazioni di laici e religiosi.

Mentre questa crisi nonostante le assicurazioni ufficiali di Pechino non sembra affatto essere stata risolta, dall’altra parte dell’Himalaya il mondo degli esuli tibetani sta vivendo giorni decisivi. Il Dalai Lama continua a rimanere fermo nella sua storica decisione di abbandonare ogni responsabilità politica e si avvicina il giorno in cui saranno resi noti i risultati delle elezioni per il nuovo Primo Ministro del governo tibetano in esilio. Secondo la maggior parte delle indiscrezioni che circolano negli ambienti dei profughi, sembra certo che ad aver vinto sia stato Lobsang Sangay che già nelle primarie tenutesi a fine novembre 2010 era ampiamente in testa su tutti gli altri candidati. Nato nel 1968 nella cittadina himalayana di Darjeeling, Sangay vanta una eccellente carriera scolastica culminata con una laurea in legge ottenuta nella prestigiosa università statunitense di Harvard dove attualmente insegna. Di tutti i candidati presenti a queste elezioni, Sangay è sicuramente il “volto nuovo”, non avendo fino ad oggi ricoperto incarichi politici di rilievo. Anche se Pechino lo ha già accusato di essere un “terrorista” a causa di una sua giovanile militanza nel Tibetan Youth Congress (che la Cina considera appunto un gruppo terrorista).

Sangay ha condotto la sua campagna elettorale battendo particolarmente sul tasto del ricambio generazionale e sulla necessità di risvegliare le energie del mondo tibetano non sbilanciandosi troppo sulle prospettive di fondo della politica che ha in mente di svolgere quale premier. Perfino la sua adesione alla politica della Via di Mezzo, portata avanti da oltre un ventennio dal Dalai Lama, non è sembrata poi così granitica. Difficile dire se quando ha annunciato la sua candidatura, il primo tibetano laureatosi ad Harvard, immaginava di divenire anche il primo leader a guidare, sia pure in esilio, il primo governo tibetano non presieduto da un Dalai Lama dal 1642.

Se il 29 aprile le indiscrezioni di queste ore saranno confermate, una pagina nuova della storia del Tibet potrebbe stare per essere scritta. Sarà interessante vedere di quali contenuti verrà riempita.

Piero Verni

(da: “Il Riformista” del 21 aprile 2011)

RESOLVING THE DALAI LAMA RESIGNATION CRISIS

March 31st, 2011

Cari amici,

ecco un lungo, ma interessantissimo, articolo di Jamyang Norbu che è già apparso nei giorni scorsi sul blog di JN (www.jamyangnorbu.com/), su Phayul (http://www.phayul.com) e, per quanto riguarda l’Italia, su DossierTibet (http://www.dossiertibet.it/). Dal momento che credo sarebbe interessante non solo leggerlo ma anche discuterlo lo pubblico anche su questo blog sperando che possa stimolare tra tutti noi una proficua discussione e un approfondito confronto di idee sui molti aspetti della questione tibetana che l’articolo di Jamyang affronta.

PV

In a media season dominated by stories of geriatric, lunatic and other sundry leaders-for-life (and family members) ignobly clinging to office like old chewing gum, the Dalai Lama stepping down from his position of (albeit modest) power, over the genuine and ubiquitous appeals by Tibetans for him to continue, was, of course, received favorably by the world media. The official Chinese press was predictably skeptical. Yet its disdainful speculations were hardly more credible than the suggestion by TV funny man Conan that the Dalai Lama had been prompted to step down on hearing there was an opening in the CBS series “Two and Half Men.”

I called up a couple of old official acquaintances in Dharamshala who are better informed on Tibetan politics than most. They dutifully endorsed His Holiness’s decision but did not seem too happy about the timing of the announcement nor the absence of any official or unofficial consultations regarding the process.

His Holiness’s statement came, quite literally, on verge of an election for a new prime minister. Everyone in the Tibetan world had assumed that this particular election was going to be for the same office of kalon tripa or prime minister, as we had had before. This office was one whose main responsibility, as the outgoing PM, Samdong Rimpoche, had earlier described, was “to carry out the wishes of the Dalai Lama.” No one had thought they would have to vote for someone to actually replace His Holiness as a political and national leader.

Common sense suggests that the announcement should have been made at least a year or two earlier so that people could have prepared themselves to elect a political replacement for the Dalai Lama. Or, the announcement could have been made some time after the elections when the Dalai Lama had gotten to know his new prime minister and cabinet and could judge if they were capable of taking over his political powers, or at least serving as an interim government to prepare for the elections of a new national leader. To be fair, His Holiness had on some earlier occasions talked of retiring, but such general speculations made to the Western or Indian press are clearly very different from an official announcement of an actual and imminent decision to retire.

His Holiness’ announcement has been deeply unsettling for Tibetans in exile, and perhaps even traumatic for Tibetans living under Chinese oppression for whom He is the living symbol of their hope for freedom. The current Prime Minister, Samdong Rimpoche, attempted to explain to the Tibetan public that his administration had repeatedly requested the Dalai Lama not to step down.” His exact words were “We have been urging His Holiness not to give up the political leadership.” But he admitted that it was to no avail. The exile Parliament immediately convened and passed a resolution urging his Holiness not to retire. But on March 19th at a public gathering, His Holiness rejected the resolution by the Tibetan Parliament and declared that he stood firm on his initial decision to resign. And he sounded very final about it.

So what can Tibetans do now?

On December 18, 2007, Phayul.com published an article of mine “The Jewel in the Ballot Box“, which I wrote in response to an earlier such statement by His Holiness’s about retiring and about seeking new ways to select a future incarnation of the Dalai Lama. In the article I laid out, in some detail, a possible solution to, yes, this very crisis Tibetans are facing right now. I described how the Dalai Lama could retire from the day-to-day task of being the political leader of Tibet but yet, retain a symbolic leadership role which would ensure the continuity of the Tibetan governmental system and also stabilize, and I believe even strengthen, the present structure of Tibetan governance in a genuinely democratic manner.

For details readers should go through the original article on Phayul.com and also on my blog Shadow Tibet where I re-posted it a couple of years later. I’m just going to reproduce an excerpt here:

“But no matter how important we Tibetans may regard the institution of the Dalai Lamas, and would like nothing better than to see it continue unchanged, His Holiness himself has, on a number of occasions, made it clear that he would like to retire. Constitutionally this might create a problem since Dalai Lamas are not appointed or elected, so the question of retiring should not really arise. The Dalai Lama’s position is not even like that of a king, who does not become one until his coronation. Rather, the Dalai Lama’s is a lifetime job. He is born a Dalai Lama, and it is assumed that he is one even if the search party hasn’t yet made it to his village and found him. Even in his minority when he does not have the authority to skip a calligraphy lesson, he is still the Dalai Lama. Being the Dalai Lama does not seem to require that he have actual political powers.

And this is where I can begin to make out a single overall solution to these numerous problems that Tibetan society now faces: of His Holiness wishing to retire, of searching for a new Dalai Lama, of maintaining the tradition as the people in Tibet would want it, of countering Chinese efforts to control the reincarnation process, and of maintaining unity in exile society till the next Dalai Lama returns to his people.

The Dalai Lama should not retire and should remain head of state, but he should modify his role to that of a constitutional one like the King of Thailand’s. In this way His Holiness need not be burdened with the routine problems of government or with the unpleasant squabbles and strife of political life, but still retain a constitutional role to advise perhaps even arbitrate, in the case of a major national crisis. Political power should rest entirely with the Tibetan people, as His Holiness has repeatedly said was his intention.”

I think the exile parliament and the cabinet made a mistake by requesting His Holiness to completely reverse his decision and continue to assume his role as the political ruler of Tibet – exactly as before. We all know His Holiness is very strong-minded and not amenable to reversing or changing a decision after he has made it.

Hence, if I may offer a suggestion, the Tibetan cabinet or parliament, or both together, should once again approach His Holiness and inform him that they now understood and appreciated the fact that His Holiness had carried the enormous political and administrative burden of the Tibetan nation for over sixty years and that it was more than timely for him to retire from political office. Then they should follow up that statement with this request that in order to ensure the continuation and eventual success of His Holiness’s legacy of democratizing Tibetan society, he should assume just the symbolic role of head of state, which would not encumber him with burdensome duties or responsibilities, but help to bring stability and continuation to the democratic process.

They should present this as a compromise solution to the current crisis, in keeping with Holiness’s own Middle Way approach to political strategy. I think that His Holiness, in keeping with his philosophy of moderation and compromise, could not refuse this middle-ground solution, if presented in a completely genuine and sincere way by ministers and members of parliament, and not as a ruse, a roundabout way, to get him to rescind his earlier decision.

If we are unable to convince his Holiness of the need for him to accept the role of a titular or constitutional head of state, I am afraid that, going forward, the government-in-exile will face a number of constitutional, perhaps even existential problems. Some of these will most certainly prove to be damaging to the national struggle itself, even within Tibet. I am not a constitutional scholar so any corrections or additions to the few points I am raising below would be much appreciated.

1. If His Holiness resigns from office as he has announced, we would have to change our system of government fundamentally. We cannot maintain our present parliamentary and prime-ministerial system if we do not have a separate head of state. In a parliamentary system like ours there is a clear differentiation between the head of government and the head of state, with the head of government being the prime minister and the head of state often being a president (as in India or France), a hereditary monarch (as in Thailand or Britain) or representative of a monarch as a Governor-General (in Canada or Australia).

Hence it is necessary for His Holiness to remain at least as the titular or symbolic head of state, if we are to continue with our present system of government, otherwise we would have to elect a separate figurehead president as we have in India, or change our system completely to a presidential system as in the United States.

2. Then there is the more important question of legitimacy. Our present exile government had its genesis on the 29th of March, 1959, when the Dalai Lama made a formal proclamation at Lhuntse Dzong establishing the legitimate government of Tibet (which subsequently became the government-in-exile). The proclamation (reproduced from Tsepon Shakabpa’s great history) clearly states that “…the re-founding of the independent Ganden Phodrang government, with religious and political authority, has been undertaken in the Yugyal Lhuntse Dzong.” The proclamation also noted that the two former prime ministers of Tibet, Lukhangwa and Lobsang Tashi who had been forced to resign from office because of Chinese pressure had been officially reinstated.

This proclamation was read out to all government officials, soldiers and populace assembled at Lhuntse Dzong. Copies of the proclamation, signed and sealed by His Holiness, were sent to district headquarters all over Tibet. The traditional investiture ceremony was conducted by the Dalai Lama’s two tutors, and such traditional dances as the Droshay, or the Dance of Propitious Fortune, performed by the people. In My Land and My People, the Dalai Lama writes that the proclamation was made to counter the announcement by the Chinese that they had dissolved the Tibetan government in Lhasa.

And this claim has been maintained ever since. The government in exile was not merely the administrative authority for Tibetan refugees but also the true government of Tibet. Hence the name Ganden Phodrang (or Joyous Palace) was kept, along with the old seal, but most important of all, its sovereign head, the Dalai Lama. Without these the claim of the exile-government to represent the legitimate government of Tibet, a claim that is hard enough to maintain internationally even with his Holiness at present, would be impossible to establish in the future. Even the fact of the exile-government being elected would merely make it the elected administrative body of Tibetans living outside Tibet.

3. Then there is the matter of Tibetans inside Tibet. The two most recurring slogans shouted by demonstrators in Tibet have been “The Dalai Lama must return to Tibet” and “Full Independence for Tibet.” I don’t believe that this pairing of the two demands is merely a coincidence. For those Tibetans struggling to survive, day after day, year after year, decade after decade, under the unrelenting and pitiless tyranny of Communist China, the Dalai Lama is not only a religious “tsawae lama” or “root guru” (of which there are many great ones in the Tibetan world). For Tibetans in Tibet he is unquestionably and preeminently the sovereign ruler and living symbol of a free and independent “Land of Snows” – a land to which they stubbornly believe he will surely return one day.

Jamyang Norbu

Tibet: un cambiamento epocale?

March 10th, 2011

“Fin dai primi anni ’60, ho incessantemente sostenuto che ai tibetani serve un leader, direttamente eletto, al quale devolvere il mio potere. È arrivato il momento di rendere effettivo questo passaggio”. Lo ha detto ieri mattina a Dharamsala (India settentrionale) il Dalai Lama nel suo tradizionale messaggio del 10 marzo, anniversario dell’insurrezione di Lhasa del marzo 1959. E’ un ulteriore passo del leader tibetano verso quella rinuncia ai suoi poteri temporali di cui aveva già parlato in un’intervista rilasciata nel novembre scorso alla televisione indiana Cnn-Ibn. Certo non sarà una decisione facile e con effetto immediato considerando la venerazione che la grande maggioranza dei tibetani dentro e fuori il Tibet nutre nei suoi confronti. Eppure si tratta di una scelta obbligata per portare a compimento quel processo di modernizzazione della comunità dei profughi iniziato nel 1963 con la promulgazione di una Costituzione democratica e proseguito con l’elezione diretta di un Parlamento in Esilio e di un Primo Ministro. Nel medesimo tempo è anche una mossa che cerca di contrastare Pechino relativamente all’uso che la Cina si appresta a fare, dopo la morte del presente Dalai Lama, di una “reincarnazione di regime” scelta e allevata all’ombra del Partito Comunista.

Forse nelle parole pronunciate ieri dal leader tibetano si può leggere in controluce anche una velata presa d’atto che la politica moderata nota come Via di Mezzo non ha prodotto i risultati sperati e probabilmente non li potrà mai produrre. Infatti, in un altro passo del suo discorso, il Dalai Lama ricordando il realismo delle politiche cinesi dei primi anni ’80 afferma: “Se questo spirito realistico fosse continuato, la questione tibetana e alcuni altri problemi si sarebbero potuti facilmente risolvere.“ Ma quello spirito non continuò.

A questo proposito è utile ricordare che la proposta della Via di Mezzo era stata concepita quando la leadership di Hu Yao Bang sembrava in procinto di condurre l’intera Cina verso autentiche aperture politiche. Quindi al Dalai Lama parve arrivato il momento di inserire il caso Tibet, con tutte le sue peculiarità, all’interno di questo progetto riformatore dichiarando apertamente che lui e il suo popolo erano disposti a rinunciare ufficialmente alla richiesta di indipendenza in favore di una genuina autonomia del Paese delle Nevi nel quadro di un nuovo contesto cinese. La storia invece andò in direzione contraria. Hu venne destituito, i suoi funerali diedero vita al movimento della Tienanmen e alla sua violenta repressione, i dirigenti cinesi si convinsero ancor più che le riforme economiche potevano poggiare solo su di un capillare controllo autoritario della società. Così il Dalai Lama si trovò a chiedere per il Tibet aperture e spazi di autonomia che Pechino non vuole concedere a nessuno. Tanto meno ai tibetani. Risultato: la Via di Mezzo è finita in un vicolo cieco con l’amministrazione tibetana in esilio che disperatamente cerca di strappare almeno un inizio di dialogo e la controparte cinese che rimane ferma nelle sue algide chiusure.

In ogni caso un sia pur graduale abbandono da parte del Dalai Lama delle sue responsabilità politiche è destinato ad avere notevoli ripercussioni. In modo particolare all’interno della comunità degli esuli che il prossimo 20 marzo sceglieranno democraticamente il nuovo Kalon Tripa (primo ministro) del loro governo in esilio. Sulle spalle di colui che verrà eletto graverà una responsabilità non indifferente, per la prima volta un tibetano si potrà trovare alla guida di un governo in cui il Dalai Lama potrebbe non  ricoprire alcuna carica. Ed è piuttosto probabile che un nuovo e più defilato ruolo dell’Oceano di Saggezza possa favorire le posizioni, oggi minoritarie, di quanti ritengono giunto il momento di abbandonare la Via di Mezzo per tornare a lottare per la completa indipendenza del Tibet.

Dal canto suo Pechino è invece notevolmente contrariata. Nei giorni scorsi, tramite il governatore del Tibet Padma Choling, aveva fatto sapere che non riconosce al Dalai Lama il potere di cambiare le tradizioni religiose tibetane. E ieri, pochi minuti dopo che il discorso della “Presenza” era stato reso noto, Jiang Yu portavoce del Ministero degli Esteri ha denunciato le parole del leader tibetano come “…un trucco per ingannare la comunità internazionale”. Nel presente contesto politico le autorità cinesi mostrano diversi segni di nervosismo. Colpiscono duramente anche le più esili espressioni di dissenso e temono che il vento del Maghreb possa soffiare così forte da lambire i loro palazzi. Quindi un cambiamento tanto epocale sulla scena tibetana preoccupa non poco i signori di Zhongnanhai. Sanno bene che, come diceva Mao, “una scintilla può dar fuoco all’intera prateria”. E sospettano che una di queste scintille possa trovarsi proprio sugli sterminati altopiani del Tetto del Mondo.

Piero Verni

(da: “Il Riformista” dell’11 marzo 2011)


Intrigo Himalayano

January 31st, 2011

Cari amici, pubblico qui un breve articolo che compare oggi (1° febbraio) sul quotidiano “Il Riformista”. E’ piuttosto breve ma credo che i temi che solleva e i fatti di cui parla siano per molteplici ragioni di cardinale importanza per tutti coloro (tibetani e non) che si interessano alla causa del Tibet. Spero che in molti dei lettori di questo blog si possano sentire stimolati a intervenire per consentire così una fruttuosa discussione tra noi.

PV

Intrigo Himalayano

Giorni difficili per il giovane Urgyen Trinley Dorje, 17° Karmapa, detentore del principale lignaggio dell’importante scuola buddista Karma-Kagyu e oggi al centro di un vero e proprio intrigo himalayano che pare uscito dalla penna di romanzieri quali Le Carré o Forsyth. Il 27 gennaio nel monastero di Gyuto (nello stato indiano dell’Himachal Pradesh dove Urgyen Trinley vive dal 2000) un’investigazione congiunta della polizia locale e dei sevizi segreti di Nuova Delhi, ha portato alla scoperta di una somma enorme di denaro non dichiarato. Si parla dell’equivalente di oltre 60 milioni di rupie (circa 950.000 euro) in diverse valute tra cui anche lo yuan cinese. Il tesoriere del giovane lama e due uomini d’affari indiani sono stati arrestati e lui stesso è stato sottoposto a un  interrogatorio che ha lasciato piuttosto insoddisfatte le autorità di polizia che non hanno evidentemente creduto alle parole del lama il quale respinge ogni addebito. Ma l’importanza della vicenda non risiede tanto nell’incidente valutario quanto nel fatto che per la prima la stampa scrive apertamente che settori consistenti dell’intelligence indiana ritengono il 17° Karmapa una pedina di Pechino.

Urgyen Trinley, nato nel 1985 nel Tibet orientale, è stato il primo lama reincarnato a venire riconosciuto dal governo cinese che nel 1992 acconsentì al suo insediamento nel monastero di Tsurphu (Tibet centrale). Però a fine dicembre 1999, il Karmapa decise di fuggire dal Tibet e rifugiarsi in India dove arrivò ai primi di gennaio 2000, dopo un avventuroso viaggio al limite delle possibilità umane. Recatosi immediatamente dal Dalai Lama, il 17° Karmapa venne immediatamente ricevuto dal leader tibetano che lo accolse e gli diede ospitalità nel monastero di Gyuto. La notizia della fuga di questo lama apparve al mondo un grave scacco per il governo cinese. Unici a rimanere scettici furono però gli 007 indiani ai quali una fuga così rocambolesca di un gruppo di adolescenti (il Karmapa era scappato in compagnia della sorella e un piccolo gruppo di giovani amici) in grado di superare sia il controllo cinese sia un territorio così ostile non era parsa chiara. In tutti questi dieci anni si era sempre mormorato che i servizi segreti di Delhi tenessero d’occhio il Karmapa (che, tra l’altro, è contestato da alcuni alti esponenti della sua stessa scuola che hanno riconosciuto come 17° Karmapa un altro giovane tibetano, Trinley Thaye Dorje). Adesso, proprio nel momento in cui la tensione tra India e Cina è al culmine degli ultimi 30, arriva questo complicato affaire.

Situazione imbarazzante anche per il Dalai Lama che in una dichiarazione rilasciata ieri ha auspicato di svolgere indagini più approfondite prima di giungere a conclusioni affrettate sottolineando inoltre che il Karmapa ha molti discepoli cinesi cosa che potrebbe spiegare la presenza dell’ingente somma in yuan ritrovata nel monastero. Meno diplomatica la reazione di numerose organizzazioni tibetane dell’esilio che parlano di grossolano equivoco e in alcuni casi ventilano addirittura la possibilità di trovarsi di fronte a un complotto ai danni del Karmapa. Pechino, da parte sua, ha ovviamente rilasciato una dura smentita. “Le speculazioni che il Karmapa possa essere una spia cinese sono assurde e mostrano solo l’attitudine  sospettosa dell’India,” ha detto Xu Zhitao, un membro del Comitato Centrale del P. C. C.

A questo punto delle indagini è impossibile dire qualcosa di defintivo. L’unico elemento certo è che se dopo aver creato ad arte un “suo” Panchen Lama (seconda autorità spirituale del Tibet), Pechino fosse anche in grado di manovrare le mosse del 17° Karmapa in India, le cose si potrebbero mettere male non solo per i tibetani ma anche per Nuova Delhi. Infatti il Karmapa ha molti seguaci in tutta la fascia himalayana che segna il confine tra Cina e India: dal Ladak allo stato dell’Arunachal Pradesh passando per il Sikkim. Una zona dove si trovano migliaia e migliaia di chilometri quadrati di territori oggetto di decennali dispute (e una guerra nel 1962) tra Pechino e Nuova Delhi. L’idea di una presenza in queste aree  di centri religiosi che fanno riferimento a un leader spirituale controllato da Pechino è un fantasma che da tempo turba i sonni degli 007 indiani. Il ritrovamento di una somma di denaro illegale così ingente nel monastero del 17° Karmapa sembra aver dato a quel fantasma una consistenza terrena.

Piero Verni

Credere a Hu Jintao?

January 21st, 2011

Cari amici posto qui un mio articolo che compare oggi sul quotidiano “il Riformista”.

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Credere a Hu Jintao?

Eppure ci si erano messi di impegno organizzando manifestazioni, sit-in di protesta, petizioni, invii di lettere. Ma gli accorati appelli rivolti nei giorni scorsi ad Obama da decine di organizzazioni umanitarie e dai gruppi in esilio di tibetani, uiguri, taiwanesi, dissidenti cinesi ed esponenti della  scuola religiosa Falung Dafa, sembrano essere caduti nel vuoto. Infatti durante la visita negli USA di Hu Jintao (probabilmente l’ultima visto che il mandato del leader cinese scadrà nel 1913) il presidente americano ha usato il guanto di velluto. Oltre ad aver offerto all’ospite quel pranzo di gala, che gli era stato negato da Bush nel 2006, le dichiarazione rilasciate dal presidente democratico sono state più che mordide. Felpato l’accenno alla drammatica situazione dei diritti umani in Cina, “La storia dimostra che le società sono più armoniose, le nazioni hanno più successo ed il mondo è migliore quando i diritti e le responsabilità di tutti i popoli sono rispettati. Inclusi i diritti universali di tutti gli esseri umani”. Soave l’auspico che Pechino e Washington possano, “… cogliere l’opportunità di lavorare insieme mano nella mano». E più che moderati anche gli accenni alle tensioni generate nel mondo economico americano dalla costante sottovalutazione dello yuan, “Ho detto al presidente Hu che accogliamo con favore l’aumento della flessibilità deciso dalla Cina per la sua valuta e che continueremo ad insistere perchè il valore della moneta cinese sia sempre più fissato dal mercato.”

Certo in compenso il giovane presidente democratico è riuscito a strappare alla sua controparte cinese l’inusuale ammissione (peraltro censurata in patria dalla televisione di stato) che nell’ambito dei diritti umani in Cina, “… c’è ancora molta strada da fare”. Sia pure dopo aver premesso che però la Repubblica Popolare ne aveva già fatta molta. Al momento di andare in stampa non si conoscono ancora le reazioni del Dalai Lama e del suo governo in esilio a queste parole di Hu Jintao e magari potranno anche essere positive. Ma le affermazioni di Hu sembrano non convincere il mondo di quanti vivono in esilio lontano da Pechino.

“Intanto si deve capire che quando i dirigenti cinesi parlano di diritti umani non intendono quello che intendete voi occidentali”, ricorda Karma una tibetana naturalizzata italiana, “per loro si tratta solo del miglioramento delle condizioni materiali e non c’entra nulla la democrazia, la libertà di espressione, le libertà religiose, politiche e sindacali. Detto questo comunque non credo che le parole di Hu Jintao siano sincere. O quantomeno non mi bastano. Lo vorrò vedere alla prova dei fatti, ad esempio se libererà il Premio Nobel Liu Xiao Bo o dirà a noi tibetani che fine ha fatto il Panchen Lama, tanto per fare i primi due esempi che mi vengono in mente”. Altrettanto scettico è Thupten, ex presidente della Comunità Tibetana in Italia che ha dichiarato al Riformista, “Non penso ci si possa  fidare di una persona come Hu Jintao; a mio avviso la sua è una dichiarazione che lascia il tempo che trova perché i progetti a lungo termine del governo cinese non sono in sintonia con quelle parole e la via imboccata da Pechino va in tutt’altra direzione.”

Anche il mondo della dissidenza cinese pare essere sulla medesima lunghezza d’onda. Wei Jinsheng, Premio Sakarov Per la Libertà di Pensiero 1996, dopo aver scontato diversi anni di prigione in Cina vive dal 1997 negli Stati Uniti ed è uno dei rappresentanti più in vista dell’opposizione al regime di Pechino. Wei ha una sua opinione ben precisa relativamente a quanto detto da Hu. “Le parole di Hu Jintao hanno fatto molto scalpore ma ritengo non siano altro che fumo negli occhi. Era stato molto duro sulla svalutazione dello yuan, aveva detto che il periodo dell’economia governata dal dollaro è finito e aveva fatto intuire di candidare proprio lo yuan a sostituto della moneta americana, anche se non nell’immediato. Quindi ha dovuto dire quello che ha detto. Non penso proprio che alle parole seguiranno i fatti.”

Analoga impressione quella di Lan, esponente dell’Associazione Falun Dafa-Italia. “Noi praticanti di Falun Dafa viviamo ogni giorno l’esperienza di una vera e propria persecuzione, colpevoli solamente di praticare i principi di verità, compassione e tolleranza. Oggi in Cina chi segue valori nobili e positivi viene incarcerato, torturato e ucciso. Quindi questa dichiarazione mi sembra incredibile anche perché la natura repressiva del regime comunista non può consentire alcun cambiamento.”

Insomma gli oppositori non si fidano. E sembra difficile da loro torto avendo ancora nelle orecchie l’eco delle agghiaccianti accuse urlate nei giorni scorsi dai dimostranti anti Hu nelle principali citta nord americane. Condanne a morte extragiudiziali, torture in carcere, trapianti illegali di organi, aborti forzati oltre il quarto mese di gravidanza. Sì, “… c’è ancora molta strada da fare” presidente Hu, ma forse il suo gruppo di potere non è il più ad aprila.

Piero Verni


STOP KILLING IN TIBET

December 15th, 2010

Questo blog aderisce con convinzione alla campagna “Stop Killing in Tibet”, da poche ore lanciata dalla Associazione Italia-Tibet. Chi volesse aderire può collegarsi all’indirizzo telematico del sito dell’Associazione: www.italiatibet.org e scaricare il modulo in pdf su cui apporre le firme.

Pubblico volentieri il manifesto della campagna.

PV

STOP KILLING IN TIBET

Fermiamo le esecuzioni in Tibet

Campagna di raccolta firme promossa dall’Associazione Italia-Tibet

Il 10 marzo 2008 la frustrazione della popolazione di Lhasa esplose in una serie di manifestazioni che, partite dai tre grandi monasteri di Drepung, Sera e Ganden, infiammarono ben presto tutta la città. L’ondata delle proteste si estese rapidamente in tutto il Tibet e, tra i mesi di marzo e aprile 2008, l’intero altipiano insorse contro lo strapotere e l’arroganza dell’occupante cinese. L’insurrezione popolare dilagò fino alle province orientali del Tibet. Religiosi e laici, uomini e donne, giovani e anziani chiesero di essere liberi e di vedere rispettate le loro fondamentali libertà.

La reazione cinese fu durissima. A Lhasa fu imposto il coprifuoco. Polizia ed esercito posero la città in stato d’assedio, il paese fu chiuso alla stampa e agli osservatori stranieri. Iniziarono le uccisioni, le deportazioni e gli arresti di massa, con perquisizioni e irruzioni casa per casa. Si contarono oltre duecento morti, centinaia di feriti, migliaia di persone tratte in arresto o scomparse.

Nell’aprile 2009 iniziarono i processi. Due giovani tibetani, Lobsang Gyaltsen (27 anni) e Loyak (25 anni), furono condannati a morte con esecuzione immediata della sentenza. Furono fucilati il 20 ottobre dello stesso anno.

Altri cinque giovani tibetani furono condannati a morte ma l’esecuzione della sentenza fu sospesa per due anni. Questi i loro nomi:

Tenzin Phuntsok, 27 anni, condannato nell’aprile 2009

Kangtsuk, 22 anni, condannato nell’aprile 2009

Penkyi, 21 anni, condannata nell’aprile 2009

Pema Yeshi, 28 anni, condannato nel novembre 2009

Sonam Tsering, 23 anni, condannato nel maggio 2010

Queste sentenze sono di natura politica e vi sono buoni motivi per ritenere che i processi non siano stati celebrati in conformità alle disposizioni internazionali di legge. La Cina ricorre ad ogni possibile metodo per intimorire i tibetani e cercare di normalizzare il Tibet soffocando ogni tentativo di opposizione alla forzata occupazione del paese.

Per non lasciare soli Tenzin, Kangtsuk, Penkyi, Pema e Sonam e tutti i loro fratelli che stanno scontando lunghe pene detentive, l’Associazione Italia-Tibet lancia una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sui crimini e le gravi violazioni della giustizia quotidianamente commesse in Tibet.

Lancia inoltre una campagna di raccolta firme per chiedere alle autorità della Repubblica popolare:

La cessazione immediata dell’esecuzione di tutte le sentenze capitali La commutazione delle condanne a morte già pronunciate Processi pubblici e secondo giustizia La sospensione dei processi connessi con i fatti dei mesi di marzo e aprile 2008 fino a quando non sarà consentito a organismi indipendenti di condurre un’inchiesta sui fatti realmente accaduti

La cessazione delle torture inflitte ai prigionieri e la possibilità che sia loro concesso di ricevere le visite dei famigliari e degli avvocati nonché di ricevere le necessarie cure mediche

La campagna si concluderà il prossimo 10 marzo 2011, 52° anniversario dell’insurrezione di Lhasa e 3° anniversario delle proteste del 2008.

Per un’azione più incisiva e unitaria, l’Associazione Italia-Tibet chiede la collaborazione di tutti i gruppi, associazioni, partiti, movimenti e privati cittadini che hanno a cuore il popolo tibetano e la sua causa.

Associazione Italia-Tibet