Apro, nel cinquantennale dell’insurrezione di Lhasa e dell’esilio del Dalai Lama, un mio blog interamente dedicato al Tibet riproponendo questo articolo apparso su un bel numero della rivista “Limes”. Dà voce a quei tibetani che non sono intenzionati ad arrendersi al dominio coloniale cinese della loro terra e continuano a battersi per la libertà e l’indipendenza del Tibet.
Il Tibet del dissenso
A Dharamsala, il villaggio indiano dove vive in esilio il Dalai Lama e che tibetani considerano una sorta di Piccola Lhasa, le sere di fine febbraio sono fredde e umide. Nella piccola libreria al limitare dei boschi, Lhasang Tsering continua a cercare un po’ di tepore accostando le mani a una piccola stufa elettrica di non grande aiuto. Se l’atmosfera della stanza è gelida le sue parole sono roventi. “I cinesi non ci daranno mai indietro il nostro Paese di loro spontanea volontà…”, mi dice guardandomi fisso negli occhi. E dopo una lunga pausa rotta solo dal gracchiare dei corvi himalayani aggiunge, “Dobbiamo far pagare loro un prezzo. Dobbiamo convincerli che sarebbe più conveniente andar via dal Tibet che restarci. Sia per i militari sia per i civili. Il Tibet appartiene ai tibetani e ad essi soltanto. La presenza cinese sul Tetto del Mondo rappresenta solo un anacronistico pezzo di colonialismo… una sopravvivenza dell’oppressione coloniale. Il dovere dei tibetani, dentro e fuori il Tibet, è quello di organizzarsi per cercare di far pagare ai cinesi questo prezzo e di convincerli a ridare quello di cui si sono impadroniti con la violenza e con la brutalità.
Lhasang Tsering è una delle personalità politiche più forti e carismatiche della diaspora tibetana. Non ancora adolescente partecipò agli ultimi giorni dell’eroico movimento di guerriglia che aveva base nelle aree etnicamente tibetane del Mustang nepalese. Negli anni ottanta è stato il più rappresentativo presidente del Tibetan Youth Congress e infine, nei primi anni novanta, ha contribuito a fondare e co-dirigere l’Amnye Machen Institute, un centro culturale e politico di Dharamsala a cui guardano con interesse molti profughi tibetani, soprattutto giovani. Lhasang Tsering fa parte di quel gruppo di esuli che ha preso atto, sia pure con grande rammarico, che la politica moderata e conciliante del Dalai Lama nei confronti di Pechino non ha sortito alcun risultato positivo. Anzi. “Sono passati quasi dodici anni da quando a Strasburgo, nel giugno 1988, il Dalai Lama si dichiarò disposto a rinunciare all’indipendenza del Tibet in cambio di una effettiva autonomia culturale, religiosa e politica. E in tutto questo tempo cosa abbiamo ottenuto? La repressione si è accentuata, il controllo politico cinese sulla società tibetana si è fatto ancora più ferreo e spietato… il Panchen Lama, un bambino di sei anni, è stato arrestato, fatto scomparire e secondo alcune fonti è addirittura morto e inoltre è stato insediato un Panchen Lama fantoccio imposto dal Partito Comunista. Le dichiarazioni di tutti i dirigenti di Pechino sono sempre più dure. Addirittura numerosi esponenti cinesi hanno detto apertamente che il vero ostacolo alla normalizzazione del Tibet è rappresentato dalla specificità della sua cultura, e che è venuto il tempo di cancellare definitivamente l’identità nazionale tibetana. Inoltre, la migrazione di coloni cinesi nel nostro Paese continua e se non viene subito fermata tra poco tempo saremo solo una infima minoranza a casa nostra. Nonostante il Dalai Lama si sia dichiarato, in numerose occasioni, disposto a fare concessioni che nessun tibetano accetterebbe se non fosse lui a proporle, i cinesi hanno risposto chiedendo sempre di più e non dando in cambio nulla”.
Mentre stiamo parlando sono entrati nel negozio due giovani tibetani che mi conoscono di vista e si sono di buon grado uniti alla nostra conversazione. Accompagnano le parole di Lhasang con ampi cenni di assenso. Quelli che sto incontrando a Dharamsala fanno parte di quel numero di tibetani che sta perdendo anche quel poco di pazienza che ancora gli restava dopo cinquant’anni di occupazione cinese che ha causato migliaia di prigionieri politici (alcuni dei quali condannati a morte per reati d’opinione), oltre un milione di morti, migliaia di monasteri distrutti e un regime di controllo spietato ed oppressivo che continua ancora oggi. Discorsi come quello di Lhasang Tsering esprimono bene quelle posizioni radicali che si situano su sponde molto distanti da quelle possibiliste e concilianti del Dalai Lama. E sempre più spesso questo dissenso non ha timore di esprimersi pubblicamente. Alla fine dell’anno scorso Tenzin Choegyal, il più giovane dei fratelli del Dalai Lama, nel corso di un’intervista ha dichiarato a un giornalista del Sunday Times, “I cinesi hanno dimostrato di comprendere solo il linguaggio della violenza, quindi perché non dovremmo usarlo? Quando negoziamo con loro abbiamo bisogno di un qualche aiuto. Naturalmente vorrei che fosse possibile trovare una soluzione pacifica al nostro problema ma dato che questo non mi sembra stia avvenendo allora sono del tutto favorevole all’uso della forza.” Nella società tibetana quello di Tenzin Choegyal, di 11 anni più giovane del Dalai Lama, è un parere che conta e le sue dichiarazioni hanno avuto una forte eco e riportato molti consensi. Pur specificando che l’uso della forza non dovrebbe in ogni caso comprendere azioni violente nei confronti della popolazione civile e limitarsi solo ad obiettivi e infrastrutture militari, Tenzin Choegyal ha concluso l’intervista affermando, “ La pazienza ha un limite ed io penso che adesso sia venuto il tempo di agire. Io sono uno di quei tanti tibetani disperati che non accettano di scomparire in silenzio ”.
Camminando tra le strette vie di Dharamsala, così come in quelle di ogni altra comunità tibetana in esilio tanto in Asia quanto in Occidente, sia ha la netta sensazione che la frustrazione e la disperazione dei tibetani stiano crescendo e di come sia sempre più problematico per il Dalai Lama convincerli a seguire la sua politica, soprattutto in assenza di risultati positivi. Per questi tibetani non hanno alcun senso i commenti soddisfatti e gli entusiasmi della diplomazia del governo tibetano in esilio di fronte agli incontri che il Dalai Lama ha avuto in questi ultimi anni con i principali capi di governo delle nazioni occidentali. “Certo, Clinton, Blair e molti altri leader politici hanno ricevuto il Dalai Lama… e questo è sicuramente un risultato positivo, specialmente se pensiamo a quando nessuno voleva. Ma al di là della soddisfazione per questi incontri dobbiamo guardare a cosa essi hanno significato concretamente per il nostro popolo. Tutte queste parole non hanno prodotto alcun cambiamento. Non sono servite a liberare nemmeno un prigioniero politico, ad attenuare la repressione, a farci avere notizie del Panchen Lama, ad allentare il controllo del Partito Comunista sui monaci e sui monasteri… niente di niente, solo parole e impegni generici. Questi per noi, per il nostro mondo e per la nostra identità, rischiano di essere gli ultimi giorni e quindi parole senza risultati non ci bastano…non ci possono e non ci devono bastare”, mi dice Lashang Tsering prima di salutarmi.
Jamyang Norbu, è forse il più conosciuto intellettuale tibetano contemporaneo. Anche lui da giovanissimo ha militato nelle forze di guerriglia tibetane che operavano in Mustang e dopo la fine di quell’esperienza si è trasferito a Dharamsala dove ancora oggi vive in una piccola casa tra i boschi. Jamyang Norbu è il presidente dell’Amnye Machen Institute e un punto di riferimento per i settori più radicali della società tibetana in esilio. Ha diretto per alcuni anni il Tibetan Institute of Performing Arts e scritto numerosi libri tra i quali una suggestiva biografia di Aten, il mitico capo della resistenza tibetana anticinese. Recentemente, Jamyang Norbu ha pubblicato un libricino, “Rangzen Charter” (La carta dell’indipendenza) che ha infiammato i cuori e le menti di molti giovani tibetani. “Non possiamo più aspettare oltre”, mi dice nel suo piccolo ufficio dell’Amnye Machen Institute, “non abbiamo più altro tempo. O rilanciamo adesso in grande stile un movimento di resistenza dentro e fuori il Tibet, o la civiltà e il popolo tibetano moriranno per sempre. Qualcuno ritiene che il processo di modernizzazione economica e di apertura al mercato della Repubblica Popolare Cinese porterà con sé anche la democrazia… questo mutamento però non è affatto sicuro e, se anche avverrà, rischia di arrivare troppo tardi per noi, quando avremo fatto la fine dei nativi d’America”. E quella fine i tibetani non sono disposti ad accettarla, non vogliono venir chiusi dentro un immensa riserva, guardati a vista dai loro carcerieri cinesi, a fungere da curiosità esotica per gruppi sempre più numerosi di turisti. “Credo sia un terribile errore rinunciare alla lotta per l’indipendenza… solo la speranza di un futuro Tibet libero ha potuto tenere unita la nostra comunità in esilio e ha dato ai nostri fratelli e alle nostre sorelle del Tibet occupato la forza per superare le terribili esperienze attraverso cui sono dovuti passare… e poi i cinesi non hanno mai detto che se rinunciamo alla legittima richiesta di indipendenza ci daranno qualcosa in cambio… non hanno accettato alcuna proposta del Dalai Lama… anzi, come sai bene, la situazione in Tibet è peggiorata sotto tutti gli aspetti”. La mia obiezione che, secondo molti osservatori internazionali, le possibilità che il Tibet possa riconquistare l’indipendenza perduta siano in pratica inesistenti ottiene una risposta sferzante. “Bisognerebbe chiedere a questi signori quante analisi politiche abbiano azzeccato… bisognerebbe chiedersi quanti tra loro avevano previsto il crollo dell’Unione Sovietica e, soprattutto, se avevano mai pensato che Lituania, Estonia e Lettonia sarebbero mai tornate indipendenti. Sono certo che se, una decina di anni or sono, gli avessimo detto che le repubbliche baltiche avrebbero riottenuto l’indipendenza ci avrebbero preso per matti. Eppure questo è avvenuto e quei tre paesi, nonostante la massiccia immigrazione russa voluta da Stalin e dai suoi successori al Kremlino, sono oggi indipendenti. Contrariamente a questi osservatori senza immaginazione, forse perché senza cuore, io ritengo che la nostra battaglia per la libertà debba essere combattuta e possa essere vinta… certo, dobbiamo sapere che non sarà né facile né indolore… ma quale lotta per la libertà lo è mai stata? Ad esempio in Italia la resistenza contro il nazismo ha causato enormi perdite sia ai partigiani sia alla popolazione civile, ma il popolo italiano ha continuato a combattere i suoi oppressori. Contrariamente a tanti cosiddetti ‘esperti’ che non sanno nulla della autentica realtà del Tibet, io credo che possiamo lottare e vincere se sapremo avere il necessario coraggio e la necessaria intelligenza per portare avanti la nostra lotta dall’esterno e dall’interno del Tibet”. Jamyang Norbu ritiene anche che la battaglia per l’indipendenza debba procedere di pari passo con quella per una più convinta democratizzazione e modernizzazione della società tibetana. “Per noi libertà significa anche totale e completa democrazia, e in questo siamo pienamente concordi con la visione del futuro del Tibet che in più occasioni ha espresso il Dalai Lama… democrazia rappresentativa, laicizzazione e modernizzazione della nostra società sono punti irrinunciabili della nostra lotta. Noi siamo, è noto a tutti, un popolo fortemente spirituale e religioso… e credo che questa sia una importante qualità del popolo tibetano… però la nostra vita politica debba laicizzarsi… e sarà un bene per la nostra religione. Separare la sfera della politica da quella della religione rafforzerà la purezza delle nostre istituzioni religiose e ci consentirà di essere migliori nell’uno e nell’altro ambito”.
E’ difficile non provare simpatia per queste parole appassionate e per l’uomo che le pronuncia ma è anche mio dovere di intervistatore fare la parte del diavolo e chiedere se la Cina non sia un nemico troppo potente per soli sei milioni di tibetani. “Certo il nostro nemico è forte, ma non dobbiamo dimenticare che non siamo soli in questa battaglia. Abbiamo numerosi amici all’estero, persone per le quali la liberazione del Tibet è un problema di coscienza e che in questi ultimi anni ci hanno dimostrato in modo concreto il loro appoggio. Poi la nostra battaglia sarà sicuramente fonte di ispirazione per tutti coloro che vogliono abbattere il regime di Pechino: gli uighuri del Turkestan Orientale, i mongoli della cosiddetta Mongolia Interna e i milioni e milioni di cinesi che non ne possono più del regime autoritario e brutale che li governa da oltre 50 anni… e infine lasciami dire che la battaglia per la libertà del Tibet è una battaglia di tutti colori che in ogni parte del mondo sono oppressi e subiscono la violenza del potere… una nostra vittoria avrebbe ripercussioni ben oltre gli altopiani del Tibet e potrebbe produrre effetti positivi anche in molte altre nazioni asiatiche”.
Avevo da pochi giorni raccolto queste interviste quando la Cina Popolare, in un documento ufficiale, dichiarava di voler invadere Taiwan se l’isola non avesse accettato al più presto di tornare a far parte della “Madrepatria”. E di lì a qualche giorno arrivava la notizia che le autorità cinesi avevano arrestato i genitori del lama Karmapa che i primi di gennaio era fuggito in India. Come non domandarsi, pur con tutta la voglia di dialogo e nonviolenza di questo mondo, se sia veramente pensabile poter discutere con gli attuali occupanti di Zhongnanhai, i Palazzi del potere di Pechino?
Piero Verni