DI NUOVO A PECHINO?
Di nuovo a Pechino?
Poche ore fa, il tibetologo statunitense Elliot Sperling, ha scritto nel blog che tiene per il sito Ranzen Alliance (http://www.rangzen.net/) che secondo il sito in tibetano “Kha-brda” (http://www.khabdha.org/?p=7321) lo “United Front Office” (l’organizzazione cinese che tiene per conto del governo di Pechino i contatti con gli inviati del Dalai Lama), starebbe organizzando il 10° incontro con la delegazione di Dharamsala.
Anche se non confermata da fonti ufficiali né cinesi né tibetane, la notizia appare piuttosto attendibile dal momento che il 23 marzo è iniziato a Dharamsala il 21° incontro della Task Force creata nel 1999 dalla Central Tibetan Administration per organizzare al meglio il dialogo sino-tibetano, incontri che di solito si tengono alla immediata vigilia di un nuovo incontro.
La cosa è interessante perché, proprio nei giorni scorsi, il primo ministro tibetano Samdhong Rinpoche aveva detto con inusuale chiarezza e decisione, che da parte tibetana non sono possibili ulteriori cedimenti o compromessi. Il tutto dopo che lo stesso premier tibetano aveva rivelato l’intenzione del governo tibetano in esilio di commemorare, nel 2012, il centenario del ritorno in Tibet del 13° Dalai Lama e la sua conseguente dichiarazione di indipendenza del Tibet. E va anche ricordata la solidarietà espressa dal Dalai Lama, nel suo recente discorso del 10 marzo, alle popolazioni del Turkestan Orientale. Non è passata inosservata (tanto meno a Pechino) la scelta del Dalai Lama di chiamare con il suo antico nome di nazione indipendente, l’attuale regione autonoma del Xinjiang-Uigur.
Dunque su quali basi si riaprirà, sempre che le indiscrezioni riportate da Elliot Sperling si dimostreranno vere, il dialogo sino tibetano che dopo l’8° e il 9° incontro sembrava arrivato al capolinea? Dobbiamo aspettarci, nonostante le parole di Samdhong Rinpoche, ulteriori umilianti cedimenti da parte tibetana? Oppure, l’imbarazzante “Nota sul Referendum per una genuina autonomia”, resa pubblica nelle scorse settimane da Dharamsala potrà servire da base per la riapertura di una qualche forma di discussione?
Staremo a vedere. Forse i cinesi si sono fatti più furbi e hanno deciso di approfittare della poco saggia apertura di credito contenuta nella “Nota”, in cui tra l’altro si ribadiva che in alcun modo da parte tibetana si intende mettere in discussione l’autorità del governo comunista (né a Pechino né a Lhasa) e addirittura si riconosce che il popolo tibetano ha beneficiato di alcuni progressi sotto il governo cinese. Potrebbe anche essere che a Pechino qualcuno abbia iintuito che usando con astuzia alcuni passaggi della “Nota”, si potrebbero prendere due piccioni con una fava. Usare le dichiarazioni di Dharamsala per ribadire una volta per tutte la legittimità della giurisdizione cinese sul Tibet e dare il contentino che da tempo aspettano, ai governi internazionali che chiedono alla Cina un minimo di disponibilità nei confronti del “dialogo”.
Uno scenario non proprio affascinante per i tibetani, sia per quelli in esilio sia per i sei milioni rimasti in Tibet. Vedremo se le cose andranno in questo modo o si tratta solo di previsioni destinate ad essere presto smentite dai fatti.
Francamente auspico questa seconda ipotesi.
P.V.
March 27th, 2010 at 11:46 pm
Caro Piero,
(la partita di calcio è finita malissimo e, forse, questo mio intervento ne risentirà.)
Non so se convenga perdere ancora troppo tempo nel seguire, passo dopo passo, la (apparente) schizofrenia delle posizioni che di volta in volta vengono assunte da Dharamsala. Ci chiedi: è più vero quanto affermato nella “Nota sul referendum” o, per esempio, la volontà di celebrare il centenario del ritorno in Tibet del XIII° Dalai Lama? Potrei risponderti che è più vera la “Nota”. Ma non è questo il punto.
Io vorrei invece che si facesse ancora una volta riferimento al post “Waiting for Mangtso III”. Mi sembra che non sia stato discusso a fondo. Norbu chiede che venga aperta una discussione che abbia questi possibili tre sbocchi:
1. A new rangzen campaign;
2. An international conference;
3. A national political party.
Siamo sicuri che le nostre discussioni stiano andando in questa direzione?
Carlo Buldrini
(Penso che sarebbe una buona norma firmarsi sempre con il proprio vero nome e cognome. Possiamo farlo tutti?).
March 28th, 2010 at 11:05 am
Caro Carlo,
a me sembrano che i due post siano interconnessi. Anche perché sono piuttosto convinto che il 10° incontro ci sarà e ritengo (anche sulla base di altre notizie riservate che ho ricevuto) che in Cina c’è qualcuno che pensa di aprire a Dharamsala sulla base dell’umiliante (per i tibetani) Nota al Referendum.
Per quanto posso vedere, o meglio, intuire Dharamsala sarebbe pronta ad un accordo sulla base della Nota e magari accettando in extremis anche di passare sotto le forche caudine di un riconoscimento di Taiwan come parte integrante della Cina. Del resto dopo aver riconosciuto il Tibet… Pechino potrebbe mollare sull’idea di riunire almeno una parte dei territori tibetani oggi fuori dalla TAR sotto un’unica amministrazione e magari inglobare a livello dirigenziale qualche esponente dell’esilio particolarmente accondiscendente.
L’unico neo di questo (ai miei occhi agghiacciante) scenario, potrebbe essere il dubbio da parte cinese che la dirigenza tibetana dell’esilio sia effettivamente in grado di garantire una autentica normalizzazione del Tibet. E qui entra in campo la proposta di Norbu. Secondo me il terreno su cui cominciare a far vedere la capacità o meno di Dharamsala di tenere sotto controllo i tibetani non potrebbe essere che quello dell’esilio dove l’agibilità politica di quanti si battono per Rangzen potrebbe quindi diventare ancora più precaria di quanto non lo sia già adesso. E allora con un occhio dovremmo osservare se e cosa potrà succedere a Pechino nei prossimi giorni e con l’altro continuare la discussione su come organizzare la vita di una reale opposizione politica alla svendita del diritto all’autodeterminazione del popolo tibetano. Ma tenendo conto dello scenario che sto ipotizzando.
Tieni infine presente che, quello che potrebbe emergere da un eventuale accordo o inizio di accordo frutto di un 10° incontro, dovrà per forza essere un processo da attuarsi nel medio se non nel lungo periodo. E la quadratura del cerchio per gestire un indispensabile momento di passaggio, dovrebbe essere la candidatura (già oggi sicura) e l’elezione (molto meno sicura) di Lodi Gyari come nuovo Kalon Tripa (chi meglio di lui potrebbe incarnare la prospettiva della Via di Mezzo?). Un Kalon Tripa che potrebbe avere pochissimi scrupoli a far di tutto per “normalizzare” intanto la società tibetana dell’esilio. In attesa di garantire quella del Tibet.
Scenari da fantapolitica? Sono il primo a sperarlo, ben felice di cospargermi il capo di cenere ove non si realizzassero. E dimostrare che Andreotti (oltre che mia nonna prima di lui) aveva torto quando affermava che a pensare male si fa peccato ma non si sbaglia mai.
Kenavo!
March 28th, 2010 at 12:28 pm
Caro Piero,
avevo risposto a questo tuo post pochi minuti prima di ricevere le stesse informazioni “riservate” che anche tu hai avuto. Non entro nel merito di queste informazioni proprio perché sono riservate. (Per discuterne servirebbe un blog dove la gente si mostra in faccia firmandosi con il proprio nome e cognome e dove gli “agents provocateurs” ne sono tenuti rigorosamente fuori).
Dopo le “informazioni” non posso che confermare l’esigenza e l’urgenza di appoggiare una forza politica che si batta senza compromessi per l’indipendenza del Tibet.
Mi limito qui anch’io a una sola considerazione su un possibile scenario futuro: il ritorno IN TIBET del Dalai Lama . Conoscendo i tibetani, dico che la cosa sfuggirebbe di mano a tutti: ai cinesi e allo stesso Dalai Lama. E mi fermo qui.
Carlo Buldrini
March 28th, 2010 at 1:29 pm
E’ proprio quello che penso anch’io e credo sia la vera remora per i cinesi a fare un accordo, anche alle condizioni umilianti per i tibetani come quello proposto nella Nota al Referendum.
Penso che su questa paura dei cinesi si finirà per giocare la partita.
E’ la pura verità. Un ritorno in Tibet del Dalai Lama potrebbe mettere in moto una catena di eventi in grado di riuscire incontrollabile a tutti.
Del resto credo che i cinesi non abbiano dimenticato la lezione degli anni ‘50 e in particolare del marzo 1959.
April 1st, 2010 at 9:05 am
Some time before, I really needed to buy a good house for my corporation but I didn’t have enough money and could not order anything. Thank goodness my mate proposed to take the business loans at banks. Thence, I did so and was satisfied with my sba loan.
April 2nd, 2010 at 11:02 am
Posto questo interessante articolo tratto dal quotidiano di Taiwan, “Taipei Times” che penso possa stimolare diverse riflessioni.
PV
Taiwan must avoid becoming a new Tibet By Chow Mei-li
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Friday, Apr 02, 2010
Taipei Times
Why is it that the Dalai Lama, the spiritual and political leader of the Tibetan people, does not live in Tibet? Many people are aware that the Dalai Lama lives in exile and that he has done so for 51 years, but surprisingly few in Taiwan are familiar with the story of why he was forced to flee 51 years ago.
Recently, a Chinese-language version of the Dalai Lama’s autobiography My Land and My People was published in Taiwan and it is an absolute must for anyone curious about that time in history. More importantly, the book also provides many lessons for Taiwan today as it faces the formidable challenge of rapprochement with China.
What happened in Tibet half a century ago? Why did the country not enjoy peace after signing a “peace agreement” with the Chinese Communist Party (CCP), a document that is better known as the Seventeen-Point Agreement, in 1951?
Why did Tibet’s capital, Lhasa, later erupt into mass riots and why was the Dalai Lama forced to flee his homeland?
The Seventeen-Point Agreement not only failed to facilitate a sustainable peace, it resulted in exile for many, with more than 100,000 people losing their homes and thousands more their lives.
In My Land and My People, the Dalai Lama says that when he accepted an invitation from India to take part in the 2,500th Buddha birthday celebrations in 1956, he did not want to return to Tibet.
However, then-Indian prime minister Jawaharlal Nehru persuaded the first premier of the People’s Republic of China, Zhou Enlai, to personally guarantee that the CCP would not enforce its “reforms” on the Tibetan people.
That was the reason the Dalai Lama was willing to return to home.
However, after only a few years, the situation deteriorated so badly that he had no choice but to flee for India.
If we look at more recent history, in 1979, when paramount leader Deng Xiaoping said that everything other than independence was open for discussion, the Dalai Lama decided to start negotiations with the CCP for the welfare of his 6 million countrymen in Tibet.
To that end he asked for a high degree of autonomy and gave up on ever gaining independence.
However, in 30 years of China-Tibetan talks, little of substance has been achieved and the CCP still accuses the Dalai Lama of being a separatist.
The CCP has also not wasted time, seizing more and more land in Tibet, encouraging “Han” Chinese immigration and promoting large-scale sinification.
Today there are more “Han” Chinese residents in Lhasa than Tibetans and Tibet is becoming a second Mongolia, where not even 20 percent of the population is Mongolian.
Tibet’s experience in negotiating with the CCP has been a bloody one and this is an experience that Taiwanese must not forget in their own dealings with China.
Some people in Taiwan propose signing a “peace agreement” with China, but with no war between the two countries, why do we need to sign a peace agreement?
If there is a war, how is it that the governments of Taiwan and China continue to exchange friendly words with one another?
The lessons of history are there to be learned: A “peace agreement” with China failed to save the Tibetan people and that is something the Taiwanese public needs to think about long and hard.
Chow Mei-li is chairperson of the Taiwan Friends of Tibet.
Translated by Drew Cameron
April 2nd, 2010 at 3:03 pm
Grazie per questo puntuale contributo che non fa che confermare quanto è fin troppo chiaro: la Cina persegue un progetto nazional-socialista (ridefinito di “centralismo democratco”) di totale annessione dei territori occupati (vedi l’esempio della Manciuria attualmente del tutto sinizzata) all’insegna di un progetto imperialistico che non intende lasciare alcuno spazio a forme di autonomia di qualsivoglia tipo (vedi la pretesa di nominare anche i vescovi cattolici).
Ogni anno di attesa, nel prendere atto di tale tragica realtà, non farà che comportare sofefrenze maggiori per quei popoli che ancora non si sono rassegnati a veder scomparire la propria identità nazionale, religiosa e culturale sotto lo schiacciasassi del colosso cinese.
Questo fu vero per la politica attendista - per quanto umanamente comprensibile - adottata dai nei confronti del nazismo tedesco (che continuò ad incrementare il proprio potenziale bellico mentre Chamberlain si illudeva di poter indurre il Furer alla ragionevolezza) e rischia di ripetersi ora nei confronti della Cina. “Historia magistra vitae” … quando siamo aperti ad apprendere i suoi insegnamenti; ma alcuni insegnamenti scomodi preferiamo dimenticarli e vivere di illusioni.
Tornerei al richiamo di Carlo Buldrini:
“Io vorrei invece che si facesse ancora una volta riferimento al post “Waiting for Mangtso III”. Mi sembra che non sia stato discusso a fondo. Norbu chiede che venga aperta una discussione che abbia questi possibili tre sbocchi:
1. A new rangzen campaign;
2. An international conference;
3. A national political party.
e ad agire con coraggio e concretezza per quanto possiamo fare, anche se con le minuscole energie di cui siamo capaci.
Dispiace fare considerazioni così poco serene alla vigilia della Pasqua, ma … anche il Vangelo ricorda la beatidudine dei “costruttore di pace” che in certi casi non coincidono co i “pacifisti”.
April 3rd, 2010 at 10:08 am
Per come la vedo io la questione posta dall’articolo di Norbu (il post sotto questo) è esemplare. Credo che sia fondamentale per lo schieramento che non intende svendere il diritto del popolo tibetano all’autodeterminazione presentarsi con un proprio candidato alle prossime elezioni per il primo Ministro del governo tibetano in esilio. Ritengo che sarà con ogni probabilità sconfitto viste le presenti condizioni politiche del mondo dei rifugiati (dove, non dimentichiamolo, diversi esponenti governativi direttamente o indirettamente fanno intendere che quanti non si pronuncia per la proposta della Via di Mezzo siano “contro” il Dalai Lama) ma da questa eventuale sconfitta lo schieramento per Rangzen potrà iniziare una “Lunga Marcia” per far comprendere al popolo tibetano quale incredibile errore tattico e strategico sia la rinuncia alla richiesta di ottenere il sacrosanto diritto all’autodeterminazione. Infatti, chiuse le urne elettorali, rimarrebbe la presenza concreta di un fronte che, per quanto minoritario, potrebbe essere in grado di rappresentare un effettivo punto di riferimento per continuare a portare avanti le sue proposte politiche. Una “minoranza organizzata” quindi che, come in ogni sistema democratico, pone legittimamente all’ordine del giorno la questione di diventare maggioranza alla prossimo tornata elettorale. E per raggiungere tale obiettivo si impegna nel suo lavoro politico.
Per questi motivi una prospettiva del genere mi sembra molto più efficace e produttiva del referendum su Rangzen o Via di Mezzo di cui parla l’amico Riccardo Zerbetto. Infatti, premesso che oggi come oggi (per diversi motivi tra cui quelli a cui ho accennato sopra) la tesi dell’indipendenza sarebbe con ogni probabilità sconfitta, la battaglia rischierebbe di chiudersi là. E, del tutto legittimamente, il GTIE potrebbe dire, “Avete visto? Si è votato, avete perso, la maggioranza dei tibetani sta con noi per cui adesso accettate il verdetto delle urne e state buoni e zitti”. E’ questa in effetti la logica del referendum o no? Non è che dopo la vittoria della repubblica al referendum del 1946 in Italia i monarchici avessero altre possibilità che non quella che di accettare il responso delle urne e quindi il regime repubblicano.
Affatto diversa è invece la partecipazione ad una elezione per la nomina del Premier in cui se si perde oggi, è normale che già dall’indomani ci si metta al lavoro per vincere la prossima volta.
Quindi, a mio modesto avviso, i tibetani dovrebbero scegliere un candidato che senza timore o ambiguità rappresenti la posizione per Rangzen, sottoscrivendo pubblicamente i tre punti citati da Jamyang Norbu, vale a dire:
*The restoration of Tibetan independence.
*The return of His Holiness the Dalai Lama to Tibet as the sovereign head-of-state of an independent nation.
*The establishment of a fully democratic system of government in exile Tibetan society and in free Tibet – based on the rule of law and the primacy of individual freedom.
Ritengo che sia da qui e solo da qui, che potrà nascere una efficace lotta al dominio coloniale cinese in Tibet e un autentico Movimento di Liberazione del Tibet.
p.s. per quanto riguarda il “pacifismo”: trovo che storicamente sui movimenti “pacifisti” (in particolare quelli italiani ma non solo) sia meglio stendere un velo pietoso.
April 3rd, 2010 at 11:07 am
Non c’entra con questo posto ma lo voglio segnalare lo stesso. Chi volesse capire chi è veramente uno dei più fervidi e accesi sostenitori del regime cinese e nemici del Tibet in Francia, vale a dire il “camarade” Jean-Luc Mélenchon, fondatore nel 2008 del “Parti de gauche” (PG), si veda in questo video di youtube (http://www.youtube.com/watch?v=60aDwtJiJXs) con quale garbo tratta un giovane aspirante giornalista reo solo di avergli posto delle domande che non erano quelle che il camarade” avrebbe voluto farsi fare.
E poi ci si stupisce che gente del genere ha simpatia per Pechino e non per i tibetani!
April 3rd, 2010 at 1:22 pm
Perfetto, Piero. E noi, sparuto gruppo di supporters italiani, cosa possiamo fare? Vogliamo affrontare il primo obiettivo posto dalla discussione aperta da Norbu: “A new rangzen campaign”? Come? Dove? Con chi? E’ qui che servirebbe il coordinamento (internazionale) di cui parlavo tanti post fa.
April 3rd, 2010 at 6:01 pm
Beh Carlo, intanto dovremmo cominciare a pensare non in termini italiani ma europei (Svizzera, dove non dimentichiamolo vive una importante comunità di rifugiati, inclusa) e quindi da una prospettiva forse un pochino meno sparuta. Qualche giorno fa, parlando al telefono con Claudio Tecchio dell’ipotesi di una assemblea internazionale di tibetani e sostenitori esterni a favore di Rangzen da tenere in India, Claudio suggeriva di farla precedere da altri due incontri preparatori “continentali”… uno americano ed uno europeo. Mi sembra un’idea condivisibile. Di mio aggiungerei di iniziare a creare appena possibile una rete di associazioni, siti web, blogs e singoli individui che si dichiarino apertamente favorevoli ai tre punti richiamati da Jamyang Norbu. Da qui si potrebbe arrivare a una convocazione di un’assemblea europea per poi arrivare a quella indiana.
Per quanto riguarda specificatamente l’Italia, penso che dovremmo cominciare da subito a organizzare riunioni, film festival, conferenze, tavole rotonde in cui affrontare il tema delle scelte del popolo tibetano. Mi secca un po’ citare qualcosa in cui sono coinvolto in prima persona, però la proiezione del film del regista Guido Ferrari “Tibet: quale futuro” che abbiamo da poco pubblicato con la Breizh Productions, potrebbe essere uno spunto ideale per questo genere di incontri. Con la comune amica Marina Mattedi pensavamo ad una serata del genere a Trento subito dopo l’estate. Vorrei chiedere a Toni Brandi (ci leggi Toni?) di aiutarci a farne anche una a Roma.
E poi, chi più ne ha più ne metta. Ad esempio, sarebbe impossibile organizzarne una a Perugia?
Pensiamoci. Nel frattempo auguri di buona Pasqua (magari pagana, quella che festeggiava la rinascita di Dioniso!)
April 5th, 2010 at 9:49 am
La forza della Cina sta nella falange compatta determinata dalla sua politica verticistica. La debolezza dei tibetani - ma anche dei loro sostenitori - sta in un esasperato individualismo mitigato unicamente dalla comune devozione per il Dalai Lama che, nel caso specifico del processo di autodeterminazione, rappresenta un problema oltre che un elemento di coagulo del popolo tibetano che nessuno si sente di mettere in discussione.
Da una veoce ricerca sul web, ho censito quasi 300 siti di organizzazioni e gruppi di sostegno alla causa tibetana. ma cosa sono in grado di operare in senso sinergico e collaborativo? quasi niente.
Anche tra noi supporters italiani, che pure dedichiamo energie e tempo a cercare qualche strategia utile di sostegno alla “causa” quasi mai riusciamo a convergere in iniziative congiunte.
E’ molto triste.
Ognuno sente di essere l’unico che capisce come stanno le cose e non manca d prendere le dovute distanze da altri che pure sono spesso allineati sullo stesso fronte.
Anche il tentativo di stilare un MANIFESTO confiviso di azioni non ha portato sinora a nulla.
Mi auguro che dalla pochezza dei risultati conseguiti sino ad ora possa emergere una più concreta capacità collaborativa su obiettivi condivisibili superando quel paralizzante narcissmo autoreferente che sino ad ora ha tarpato le ali a progetti di più ampio respiro.
Il primo passo sarebbe semplice: creare un Comitato per un Tibet Libero che definisca obiettivi condivisi e metodi di azione concreta. se ne parla da tampo, ma … nessuno se la sente di sedersi a dun tavolo dove possano partecipare persone “non all’altezza”.
Spero di sbagliare la mia valutazione e di essere smentito dai fatti.
April 5th, 2010 at 3:11 pm
Caro Piero, sono contento che finalmente si sia arrivati al “Che fare?”. Buona è l’iniziativa di Manfred e Gaia Franchetti al Filmstudio di Roma. Buona è anche quella programmata da te e Marina Mattedi per dopo l’estate, a Trento. Claudio Cardelli e io faremo, a giorni, un piccolo intervento all’interno di un seminario (non di preti…) che si terrà a Forlì. E così via. Sarebbe bene che questo blog raccogliesse capillarmente le segnalazioni di tutte le iniziative (politiche e culturali) pro-Tibet, comprese quelle organizzate dalla Comunità tibetana in Italia e anche quelle promosse da gruppi (i Radicali, per esempio) che non si riconoscono in una linea pro-”rangzen”. Questa sorta di calendario completo delle iniziative pro-Tibet servirebbe a informare e, per chi vuole, a partecipare.
Ma oggi vorrei parlare d’altro. Vorrei chiedere a tutti se pensimo davvero che si possa fare un passo in avanti nella nostra militanza pro-Tibet, pur rimanendo - come a suo tempo ho precisato - ognuno nel proprio gruppo di appartenenza (quando se ne possiede uno). Oppure se - cosa del tutto legittima - pensiamo sia meglio andare avanti ognuno per la propria strada e continuare il nostro solito “tran-tran”. Penso che per fare questo passo in avanti siano necessari tutti. O tutti o nessuno. Lo penso veramente.
Provo a elaborare un po’, senza troppa riflessione. (E, temo, ne uscirà fuori un lungo pistolotto).
Credo che, per andare nella direzione di “Waiting for Mangtso III” servirebbe, come prima cosa, un chiarimento che definirei “politico”. Chi di noi fa propri i tre punti elencati da Norbu? E cioè: “1) Il ripristino dell’indipendenza tibetana; 2) Il ritorno di S.S. il Dalai Lama in Tibet quale legittimo capo di stato di un Tibet indipendente; 3) Lo stabilire un sistema di governo pienamente democratico nella società tibetana in esilio e in un Tibet libero, basato sulla legge e sul primato della libertà dell’individuo.”
Una volta chiarito chi siamo, dovremmo chiederci chi siano i nostri interlocutori. Tra i tibetani, Jamyang Norbu ovviamente. E poi Lhasang Tsering, Tsewang Rinzin, Tenzin Tsundue, Shingza Rinpoche, tanto per fare i soliti nomi. (In India ce ne sono ovviamente altri, meno noti, e che non mi va qui di menzionare). E ancora: il National Democratic Party of Tibet può veramente essere un nostro interlocutore privilegiato? Bisognerebbe confrontarsi su questo punto: tra noi e con i sopra citati tibetani. Bisognerebbe, per esempio, prendere seriamente in esame quanto Jamyang Norbu, a proposito della nascita del NDPT, scrive: “My friend Lhasang Tsering and I partecipated in the founding conference of the party in September 1994. But official pressure was put on the conference not to include Tibetan independence in its primary goals, and a majority of the delegates went along with this. So Lhasang-la and I withdrew our membership from the party”. E’ questo il motivo per cui Norbu propone adesso la formazione di un “altro” partito? Si tratta di personalismi? Dobbiamo sempre e comunque “fidarci” di Norbu? Le mie sono solo domande. E ancora: dei tre candidati che il NDPT propone per la carica di kalon tripa c’è Tashi Wangdi. Io l’ho conosciuto bene. (Lo cito nel capitolo “Gi-chu-sum” del mio libro). Fu lui che, all’inizio del mese di ottobre 1987, mi diede copia del famoso manoscritto compilato a più mani dai testimoni della drammatica rivolta di Lhasa di quell’anno. Tashi Wangdi era allora ministro per l’informazione e i rapporti internazionali. Costituiva sicuramente l’”ala sinistra” del governo tibetano in esilio. Ma siamo sicuri che possa essere, l’anno prossimo, un candidato dichiaratamente pro-rangzen? E cosa sappiamo degli altri due nominativi proposti dal NDPT? Bisognerebbe chiarirsi le idee al proposito (confrontandoci con gli amici tibetani, senza cadere però nella trappola delle “correnti” - a volte anche di un sol uomo - che caratterizzano da sempre la politica tibetana in esilio).
Ci sono poi i rapporti con gli altri gruppi “rangzen” europei. Del Gruppo di Torino facevano parte anche svizzeri e francesi. Si possono ampliare questi contatti ad altri gruppi europei (estendendoli anche al Nord Europa)? C’è infine il rapporto con la comunità tibetana in Italia. Credo che debba essere molto più serrato di quanto lo sia stato in passato. (Sarebbe interessante sapere chi di loro fa propri i “tre punti” di Norbu). [Ms. Karma, "active Tibetan woman" che sei intervenuta su questo blog, fatti viva e rimani in contatto con noi...].
Effettuato questo “chiarimento politico” (lo so, è un’espressione infelice: ricorda le rese dei conti interne al vecchio Pci), servirebbe un minimo di organizzazione tra di noi. Per esempio chi tiene i contatti? Con i leaders tibetani pro-rangzen, con i gruppi europei, con la comunità tibetana in Italia. Ovviamente le informazioni dovrebbero circolare. Ma come? Su un blog aperto atutti (provocatori compresi)? Certo che no. Come, allora?
A quel punto si potrebbe cominciare a pensare e progettare assieme una (grande?) iniziativa pro-rangzen italiana. (In una sola città e in una sola data? Oppure itinerante in più città? Oppure in più città contemporaneamente? Eccetera, eccetera, eccetera).
E poi…
Ho scritto troppo. Non mi va di rileggere. Spedisco. Buona Pasquetta a tutti.
April 5th, 2010 at 9:59 pm
Grazie Riccardo e Carlo per i vostri interessanti contributi a cui cercherò di rispondere.
L’individualismo, e a volte anche un settarismo esasperato, purtroppo fa parte della storia del popolo tibetano e credo sia un atteggiamento con il quale dovremmo abituarci (chi ancora non lo avesse fatto) a convivere. Certo cercando, nei limiti del possibile di aiutare a contenerlo e limitarlo. Analogo discorso vale per noi, sostenitori internazionali della causa tibetana che pure in proposito non scherziamo.
A mio avviso però, la vera debolezza della situazione tibetana oggi risiede negli errori del GTIE e, specificatamente, nel suo testardo tentativo di dialogo con Pechino che ha disarmato (in senso politico, ovviamente) i tibetani in esilio e le organizzazioni a loro favorevoli sprecando almeno una decina d’anni in cui si poteva costruire qualcosa di concreto ed efficace per destabilizzare e, nei limiti del possibile, indebolire la presenza coloniale cinese in Tibet.
Purtroppo la strategia di Dharamsala si è rivelata fallimentare sia sul piano negoziale (non avendo ottenuto nulla per quanto riguarda anche un sia pur minimo miglioramento delle condizioni di vita dei tibetani in Tibet) sia su quello politico dal momento che non è stata in grado di capitalizzare la forte simpatia per la causa tibetana che aveva cominciato a crescere dalla fine degli anni ’80 dello scorso secolo.
Il dramma del popolo tibetano sarebbe potuto divenire il paradigma di tutto quanto non andava in Cina e il Dalai Lama avrebbe potuto affermarsi come il portavoce non solo del popolo tibetano ma anche di tutti coloro che lottavano per il cambiamento dello stato di cose presente nell’intera Repubblica Popolare Cinese. Non è fantapolitica. Negli anni ’90 tutto questo sarebbe potuto accadere se Dharamsala avesse avuto una più acuta e lungimirante sensibilità tattico-strategica. Invece, si è preferita la scelta miope della trattativa unilaterale con il Grande Potere Rosso e si è cercato di blandire in ogni modo i gerarchi di Zhongnanhai (benissimo l’entrata della Cina nel WTO, benissimo la costruzione della ferrovia fino a Lhasa, benissimo l’assegnazione delle Olimpiadi, etc.) fino ad arrivare alla rinuncia al diritto di autodeterminazione del popolo tibetano e alle umilianti frasi contenute nella Nota al Memorandum. Con il bel risultato di rimanere impantanati nell’odierno cul de sac. Ecco cosa ha indebolito la causa della liberazione del Tibet molto più di qualsiasi individualismo, personalismo, settarismo di singoli tibetani o di loro organizzazioni.
Fatta questa premessa veniamo al “Che Fare?”
Per quanto mi riguarda considero “Waiting for Mangtso III” di Jamyang Norbu, il miglior documento politico partorito negli ultimi anni da un tibetano. Non penso che ci si debba “sempre e comunque fidare di J. Norbu” ma di certo ritengo che sia una delle menti più lucide e acute che ha espresso negli ultimi decenni il panorama politico e culturale dell’esilio. In questi giorni sono andato a rileggermi alcuni vecchi scritti di Jamyang (“Illusion and Reality” dei remoti anni ’80 e “Rangzen Charter”, un po’ più recente -la versione italiana è stata pubblicata dalla Campagna di Solidarietà con il Popolo Pibetano della CISL con il titolo “La Carta della Libertà”) che sfogliati oggi, a tanti anni di distanza dalla loro pubblicazione, hanno sovente -mi si perdoni la retorica- il sapore della profezia.
E allora penso che ci si debba rimboccare le maniche e andare nella direzione indicata da “Waiting for Mangtso III”. Naturalmente il primo passo dovranno farlo i tibetani. Costituire, sulla base dei tre imprescindibili punti ricordati da Carlo, un movimento, una federazione di gruppi, un partito… quello che vorranno, per candidare alle prossime elezioni una persona che abbia sottoscritto i tre punti e si sia espresso -senza se e senza ma- a favore del diritto all’autodeterminazione del popolo tibetano. Fatto questo, noi sostenitori internazionali della causa tibetana, dovremmo organizzarci a nostra volta per sostenere quello schieramento. Riccardo propone un comitato per un Tibet libero che riunisca gruppi, associazioni, blog e quant’altro mai. Perché no? Si potrebbe pensare a una sorta di Rangzen Alliance europea (l’ho già scritto, dovremmo evitare di cadere nella trappola di guardare unicamente all’Italia). Non la aprirei però indiscriminatamente a tutti ma solo a chi si riconosce nei tre punti, per evitare di ricominciare sempre a discutere su Rangzen o meno. Questo non dovrebbe, ovviamente, impedirci di continuare il dialogo con gli altri gruppi di sostegno che seguono la Via di Mezzo. Anzi, il dialogo (quello vero) dovrebbe continuare e sperabilmente salire di livello.
Altra cosa che ritengo indispensabile è un dialogo molto serrato con le comunità tibetane in Europa che, a partire da quella italiana, sono in genere molto restie ad appoggiare la proposta di Rangzen e a volte, anziché coglierne l’opportunità di fruttuosa dialettica interna, vedono in essa una non necessaria (o addirittura pericolosa) divisione interna. In questo dialogo sarà fondamentale l’intervento di quei tibetani che fanno parte della minoranza pro Rangzen. E questo sarebbe un buon esercizio di democrazia reale forse più concreto dei pur importanti seminari recentemente tenutisi in Italia e per l’organizzazione dei quali il nostro Riccardo Zerbetto ha dato lacrime e sangue (cosa di cui dovremmo essergliene tutti grati).
Tornando alla politica tibetana. Con molta franchezza non ritengo affatto Tashi Wangdi (che conosco personalmente e con il quale da molti anni intrattengo rapporti più che cordiali) un candidato in cui possa riconoscersi lo schieramento pro-Rangzen. E’ una bravissima persona ma sarei estremamente sorpreso se si impegnasse a portare avanti i tre punti della Rangzen Alliance. Così come mi sembra molto ambigua la posizione del NDPT in materia. Basta dare un’occhiata all’elenco di candidati proposto dove si trova tutto e il contrario di tutto (politicamente parlando).
Infine per quanto riguarda il modo di comunicare tra di noi. Con molto piacere questo blog potrà essere uno dei territori privilegiati per dialogare e far circolare le informazioni. Ovviamente dovremo anche dotarci di uno strumento telematico più riservato all’interno del quale parlare di questioni organizzative. Per far questo basterebbe una mailing list alla quale ci si possa iscrivere solo se conosciuti con nome e cognome. Tenendo sempre presente che gli hacker governativi cinesi sono professionisti di prim’ordine.
Bene, anche io ho scritto troppo quindi mi fermo qui. Buona notte a tutti,
PV
April 11th, 2010 at 10:54 am
Riccardo Zerbetto mi ha inviato via mail privata questo commento che lui non è riuscito ad inserire per motivi tecnici. Lo faccio quindi io.
PV
da: Riccardo Zerbetto
Carlo Buldrini ha toccato un punto fondamentale: la necessità che si definisca un “partito” dichiaratamente a favore della richiesta di indipendenza del Tibet (in altre parole di de-colonizzazione analogamente a quanto è avvenuto per innumerevoli altre nazioni invase militarmente e che successivamente hanno riottenuto la perduta indipendenza), dal momento che la Middle Way si è dimostrata tragicamente senza esito alcuno ed anzi ha consentito un progressivo rafforzamento della sinizzazione del Tibet.
Pertinente è il richamo al fatto che Jamyang Norbu abbia abbadonato il National Demcratic Party of Tibet (NDPT) non riscontrando una posizione coerente con la richiesta di indipendenza.
Personalmemte ho aderito al NDPT e promosso la adesione di una cinquantina di supporters - allineandomi a dun invito promosso in tal senso da Claudio techio un paio di anni or sono - ritenendo che allo stato attuale il NDPT fosse l’unica forza in grado di sostenere il porcesso di democratizzazine della società tibetana (in esilio soprattutto) e, congiuntamente, la richiesta di indipendenza. In effetto lo statuto del NDPT dice espressamente:
“Mission Statement & Elements of the Manifesto
Aims and Objectives: Members of NDPT agree to abide by the following Aims and Objectives:
1. To dedicate oneself to the task of serving one’s country and people under the dynamic guidance of His Holiness the Dalai Lama; Spiritual and Temporal leader of Tibet;
2. To help strengthen the democratic process initiated by His Holiness the Dalai Lama;
3. To promote and protect national unity and integrity by abandoning any prejudice based on religion, regionalism and status;
4. To work for the preservation and promotion of Tibet’s unique traditions and rich cultural heritage, as well as to respect the right of all Tibetans to practice the faith of their choosing;
5. To struggle for the restoration of Tibet’s rightful independence; even at the cost of one’s life;
6. To help establish true democracy; without any bias based on religion, status and/or region;
7. To become informed and educated and to gain necessary experience so that true democracy can be put into practice soon after Tibet regains independence;
8. To ensure consistency and continuity of the basic policies; such as the struggle for Tibetan independence, for the sake of national interest, irrespective of any change in the leadership;
9. To become a forum for intellectual debate and discussion; both for those who hold similar and varied views and positions; and, at the same time the NDPT considers it equally important to keep alive the issue of Tibet on the international stage.
10. To endeavor to establish fruitful relations in the international arena with other governments and parties who hold similar objectives”
Come è evidente ci ritroviamo di fronte alla solita ambiguità:
il punto 5 dice senza mezzi termini: “To struggle for the restoration of Tibet’s rightful independence; even at the cost of one’s life” mentre il punto
(1. To dedicate oneself to the task of serving one’s country and people under the dynamic guidance of His Holiness the Dalai Lama; Spiritual and Temporal leader of Tibet) rimanda alla leadership del Dalai Lama che tale indipendenza NON RECLAMA (come pure, sotto questo profilo, il rispetto dei Diritti Umani di cui all’art 21).
A mio parere i “passaggi” ineludibili per uscire dal’empasso sono:
a) che il Dalai Lama faccia quello che promette da anni e cioè di mantenere la leadershi spirituale e abdichi a quella politica in vista di un reale processo di democratizzazione (da lui sempre sostenuto a parole) attraverso il quale sia IL POPOLO TIBETANO (almeno quello in esilio) A DIRE SE VUOLE FAR PARTE DELLA CINA O MENO.
b) a quel punto potrebbe anche tornare in Tibet, come leader religioso, come richiesto da Norbu. Sinchè la duplice leadership non viene risolta (e viene quindi perpetuata una teocrazia … inammissibile in tempi moderni non solo per l’Iran … ma anche per il Tibet) è mpensabile che il governo cinese accetti neppure lontanamente il rietro del Dalai Lama nel Potala. Personalmente ritengo tuttavia che questo ritorno sia assolutamente irrealistico. i cinesi studiano la storia … e sanno bene cosa è avevnuto con il rientro di Komeini in Iran.
c) si tratta a questo punto, di esercitare una azione efficace di sostegno al NDPT e lla Rangzen Alliance affinchè uniscano i porpri sfozi definendo con maggiore chiarezza obiettivi e metodi per procedere senza perpetuare le ambiguità che hanno portato al vicolo cieco in cui ci troviamo ormai da decenni.
Riccardo Zerbetto
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