Note sulla conversazione tra Marco Pannella e Piero Verni

Ricevo da Carlo Buldrini una stimolante riflessione critica relativa alla conversazione intercorsa tra me e Marco Pannella su Radio Radicale venerdì scorso dalle 17 alle 19 (quanti non avessero potuta seguirla in diretta possono ascoltarla collegandosi al sito www.radioradicale.it).
Spero che l’intervento di Carlo (che ringrazio ancora una volta per l’attenzione che dedica a quest blog) possa stimolare molti altri contributi. Per quanto mi riguarda risponderò nelle prossime ore appena arrivato a Milano.

PV

Quello avvenuto a Radio Radicale tra Marco Pannella e Piero Verni - sul tema del Tibet - è stato un utile dibattito. Se fosse stato un incontro di boxe, Pannella l’avrebbe vinto ai punti. Ma non ci sono stati pugni. E’ stato un incontro rigorosamente nonviolento. Piero Verni è stato molto gentile. A volte troppo. Di fronte al florilegio di distorsioni e mistificazioni di  Marco Pannella, Verni, solo raramente, ha reagito. Pannella ha potuto così far prevalere dialetticamente la sua nota posizione politica riguardante il Tibet. Una linea politica, nei fatti, filo-cinese e contraria alla volontà e agli interessi del popolo tibetano. Vediamo perché.

Il ritornello è sempre lo stesso: il “Manifesto di Ventotene” del 1941 di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Quest’ultimo paragonato da Pannella a “Ciro il Grande” (sic!). I tibetani, dopo 60 anni di resistenza contro l’occupazione cinese, dopo 1.200.000 morti, dopo aver visto la loro intera civilizzazione venire rasa al suolo, dopo il carcere, le torture e le condanne a morte dei dissidenti, dovrebbero adesso imparare a memoria il “Manifesto di Ventotene” (così come dovettero fare, durante la Rivoluzione Cultuarle, con il “Libretto Rosso” di Mao) e rinunciare al loro sacrosanto diritto all’indipendenza. Come Rossi e Spinelli che volevano “la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali”, oggi, secondo Pannella, i tibetani dovrebbero andare nella stessa direzione auspicando quello che già esiste: una Grande Cina indivisa, che schiaccia e opprime i paesi conquistati con la forza delle armi e che rivendicano la loro perduta indipendenza. Mentre Rossi e Spinelli sognavano un’Europa che non c’era, Pannella chiede per la Repubblica popolare cinese lo status quo. Rossi e Spinelli volevano creare un “potere democratico europeo” contro i regimi totalitari di allora. Pannella chiede ai tibetani di rinunciare alla loro lotta per l’indipendenza per poter rimanere sotto il giogo del regime totalitario comunista esistente. Pannella non ha dubbi. Teorizza la superiorità dell’autonomia “contro il disastro dell’indipendenza”. Dice: “La richiesta di indipendenza nazionale non regge più neppure nei paesi del Terzo mondo”. Le sue argomentazioni sono risibili. “I cinesi – dice – temono molto di più la richiesta di autonomia, perché la potrebbero chiedere anche gli altri”. E l’indipendenza, allora? Non la potrebbero “chiedere anche gli altri”? Per sostenere la superiorità dell’autonomia, Pannella afferma che “i movimenti indipendentisti sono necessariamente anche violenti”. Evita così di cogliere la straordinarietà della lotta dei tibetani. Dal luglio del 1972, e cioè dal famoso messaggio registrato con cui il Dalai Lama metteva fine alla lotta armata riorganizzatasi nel Mustang, i tibetani lottano con la nonviolenza. Ed è grazie a questi 37 lunghi anni di lotta nonviolenta che i tibetani hanno conquistato la simpatia e l’appoggio morale della società civile di tanti paesi del mondo.

Sulla situazione odierna all’interno del Tibet, Pannella sembra essere più aggiornato di Verni (fermo a un viaggio del 1987). Verni parla di un turnover dei cinesi in Tibet, dopo soli 7 anni. Ha ragione Pannella: non è più così. “Hic manebimus optime”, sembra essere lo slogan anche dei cinesi han trapiantati a Lhasa. Per scrivere l’ultimo capitolo del mio libro (“Lontano dal Tibet”, 2° ediz. 2008, Lindau) ho visitato la capitale del Tibet tre volte. I viaggi sono tutti avvenuti negli anni Duemila. Sono riuscito anche a mettere le mani sulla documentazione relativa al nuovo piano regolatore di Lhasa. La pianificazione urbanistica della città prevede la completa distruzione dell’identità culturale tibetana. I quartieri tibetani costituiranno il due per cento dell’intera area edificata. Già oggi la “città vecchia” è stata ridotta a meno di un chilometro quadrato di superficie. E’ circondata, a ovest, dagli headquarters della People’s Armed Police. A sud, dall’enorme area destinata alla base militare della People’s Liberation Army (una superficie quasi doppia di quella dell’intera “città vecchia”). A est, dagli uffici del Public Security Bureau, della Tibetan Autonomous Region e del governo della prefettura di Lhasa. Infine, a nord, da casematte militari e dall’infame carcere di Drapchi. Così schiacciati, i tibetani di Lhasa rischiano la definitiva scomparsa. Tutta la pianificazione urbanistica voluta da Pechino mira a favorire la colonizzazione permanente del Tibet da parte dei cinesi di etnia han. Per i 200.000 uomini (ma forse sono molti di più) dell’Esercito di liberazione popolare sono state fatte arrivare centinaia e centinaia di prostitute (in realtà giovani ragazze poverissime) dalla vicina provincia del Sichuan. La ferrovia Golmud-Lhasa ha fatto sentire i coloni cinesi della capitale del Tibet meno isolati. Negozi, ristoranti, bar, karaoke, discoteche sono sorti dappertutto. I cinesi sono in Tibet per rimanervi. E cosa propone Pannella di fronte a questa drammatica situazione? Lo “ius soli” da contrapporre allo “ius sanguinis” e cioè la difesa dei “diritti” dei coloni cinesi contro la disperata protesta dei tibetani. Nei 30 anni in cui ho vissuto in India ho partecipato a un centinaio di manifestazioni assieme ai tibetani. Lo slogan più gridato da questi ultimi è sempre stato: “Choro choro, Tibbat choro. Bhago bhago, Chiniya bhago”. (Fuori, fuori – fuori dal Tibet. A casa, a casa - cinesi andatevene a casa). Non proprio un grido in favore dello “ius soli”. Chiedendo ai tibetani di rinunciare alla richiesta di indipendenza, Pannella sembra voler completare l’opera portata avanti dal governo di Pechino. I cinesi hanno tolto ai tibetani la loro terra e la loro libertà. Adesso Pannella vuole togliere loro anche la speranza.

Pannella afferma che “gli stati nazionali non possono più fornire in termini di libertà e di benessere quello che hanno potuto offrire in altri contesti”. In soldoni ci dice che, nel mondo di oggi, da soli, non si va da nessuna parte. Ma nessun tibetano pensa oggi di fare ritorno allo “splendido” isolamento del passato. Ho discusso spesso questa cosa con i giovani tibetani dell’esilio in India. “Se un paese ci deve proprio annettere, che sia l’India a farlo” mi dicevano, usando il paradosso. Riprendendo una cosa detta spesso dal Dalai Lama, anche loro sostengono che il rapporto tra India e Tibet è quello tra “guru” e “chela” (discepolo). L’India, ricordano, ha dato al Tibet il buddhismo. L’India, dicono, ha offerto a loro e al Dalai Lama rifugio politico. L’India, aggiungono, è un paese democratico così come lo è il Tibet prefigurato nella bozza della loro costituzione. Un Tibet indipendente, pensano, entrerebbe inevitabilmente a far parte dei paesi della Saarc (l’Associazione dei Paesi dell’Asia meridionale) e la sua economia potrebbe così decollare. I giovani tibetani dell’esilio mostrano di avere le idee molto chiare. Insensato sarebbe chiedere loro di abbandonare i paesi democratici che li hanno accolti, per fare adesso ritorno in un paese retto da un regime totalitario.

Nel dibattito con Verni, Pannella riduce la figura di Gandhi a quella di un semplice “avvocato inglese”. E’ triste sentire il leader di un partito che ha l’effige di Gandhi nella propria bandiera, ridurre la figura del Mahatma a una semplice caricatura.  Gandhi – dice Pannella – aveva la stessa ideologia del Viceré e quindi, quest’ultimo, non poteva che accettare il dialogo. L’intera lotta del popolo indiano per l’indipendenza è così ridotta da Pannella all’inevitabile accordo tra due “inglesi”: il Viceré e Gandhi stesso. Pannella ci fa sapere di “aver spiegato al Dalai Lama i limiti storici di Gandhi perché, morto lui, è finito tutto”. Qui si entra nel grottesco. Quali limiti storici? Gandhi ha vinto la sua battaglia. L’obiettivo del “purna swaraj” (la “completa indipendenza”) lo ha raggiunto in pieno. E’ stato poi lo stesso Gandhi ad affidare a Jawaharlal Nehru le sorti dell’India indipendente. E Gandhi conosceva perfettamente le idee del pandit Nehru. Probabilmente perché Gandhi stesso si rendeva conto che alcune delle sue stesse idee per la società indiana erano del tutto impraticabili. Come, per esempio, quando sosteneva che per abolire gli “scavengers” (i pulitori di latrine) ogni indiano, di buon mattino, sarebbe dovuto andare con il proprio vaso da notte nei campi per disperdere personalmente le proprie feci. Caro Piero, se il Mahatma Gandhi potesse vedere l’India di oggi, penso ne sarebbe in larga misura soddisfatto. Vedrebbe un paese - a più di 60 anni dall’indipendenza - retto da una solida democrazia parlamentare (malgrado una guerra con la Cina e tre guerre con il Pakistan), un paese con una libera informazione, una magistratura indipendente, dei liberi sindacati. Ai “problemi del traffico”, credimi, si troverà un rimedio.

Durante il colloquio con Pannella, Piero Verni dice di essere forse il giornalista che ha intervistato per più ore il Dalai Lama. Personalmente, per 30 anni, ho “intervistato” invece i profughi tibetani in esilio in India. Senza il loro aiuto non avrei potuto scrivere nemmeno una pagina del mio libro. Ho conosciuto tre generazioni di questi profughi. Non solo quelli di McLeod Ganj (Dharamsala) e Majnu ka Tilla (Delhi), ma anche quelli di Bylakuppe e Hansur nel sud dell’India dove ho soggiornato a lungo. Pannella afferma che “l’emigrazione (tibetana) nel sud dell’India ha offerto migliori condizioni finanziarie e imprenditoriali” e quindi questi profughi “tendono a essere soddisfatti della loro condizione” rinunciando così a interessarsi dei problemi che affliggono il loro paese d’origine. E’ falso. A Bylakuppe, soprattutto tra i monaci dei grandi monasteri “ricostruiti” da quelle parti, ho riscontrato le posizioni più radicali. Una conferma ce la dà Jamyang Norbu. Ospite di Shingza Rinpoche a Bylakuppe, l’estate scorsa Norbu ha presentato ai tibetani residenti in quelle zone la pubblicazione “Independent Tibet – The Facts”. Scrive Norbu a proposito di questi incontri: “I don’t think I can adequately describe the incredibile enthusiasm of the monks, lay people, college students, schoolchildren and new arrivals who attended these talks. The near unanimous fervour and eagerness of everyone to discuss the issue of Tibetan independence, cought me completely by surprise”. E’ proprio nel sud dell’India che i profughi tibetani, forse a causa della lontananza fisica dai condizionamenti di Dharamsala, chiedono con maggior forza l’indipendenza. (Va ricordato a questo proposito che è proprio qui, nel Sud India, che tra la comunità tibetana serpeggiano anche le posizioni pro-Shugden in contrasto con le direttive del Dalai Lama). Pannella, tutto preso dal suo fitto colloquiare con “Rinpòce” (qualcuno gli dica che si pronuncia “Rinpocé”) e cioè con il “kalon tripa” Samdhong Rinpoche, il primo ministro del governo tibetano in esilio, mostra di ignorare completamente quello che chiedono e vogliono i tibetani in esilio (per non parlare poi dei sei milioni di tibetani che vivono all’interno del Tibet).

A conclusione della “Conversazione straordinaria con Marco Pannella”, Piero Verni delinea una strategia politica. Prima si mettano dei “sassolini” nell’ingranaggio della Repubblica popolare cinese e solo successivamente – a cambiamento avvenuto in Cina – si affronterà il problema dell’autonomia o dell’indipendenza tibetana. Sbagliato. E’ proprio la lotta per l’indipendenza (come ha mostrato l’eroico 2008) a costituire il sasso che i tibetani possono mettere negli ingranaggi di Pechino, sperando che anche altri facciano altrettanto. Ho detto che quello tra Pannella e Verni è stato un utile dibattito. Utile perché ha fatto capire che i sostenitori della causa tibetana debbano a questo punto inevitabilmente dividersi. Dividersi (anche in vista del “Kalon Tripa 2011”) tra chi si batte per l’indipendenza del Tibet e chi sostiene invece le ragioni dell’autonomia. Le due posizioni sono ormai inconciliabili. Si dovrà poi cercare l’unità tra tutti coloro che ritengono la strada dell’indipendenza essere l’unica percorribile. E anche la comunità tibetana residente in Italia dovrà ormai uscire dall’ambiguità. Dovrà spiegarci cosa intende dire quando, nelle strade e nelle piazze italiane, grida: “Tibet – Libero!”. “Libero” vuole dire Tibet “autonomo” o Tibet “indipendente”?

Carlo Buldrini

22 Responses to “Note sulla conversazione tra Marco Pannella e Piero Verni”

  1. Riccardo Zerbetto Says:

    Parto dalle ultime affermazini di Carlo Buldrini al cui contributo aderisco totalmente: “Utile (il dibattito tra Verni e Pannella) perché ha fatto capire che i sostenitori della causa tibetana debbano a questo punto inevitabilmente dividersi. Dividersi (anche in vista del “Kalon Tripa 2011”) tra chi si batte per l’indipendenza del Tibet e chi sostiene invece le ragioni dell’autonomia. Le due posizioni sono ormai inconciliabili. Si dovrà poi cercare l’unità tra tutti coloro che ritengono la strada dell’indipendenza essere l’unica percorribile. E anche la comunità tibetana residente in Italia dovrà ormai uscire dall’ambiguità. Dovrà spiegarci cosa intende dire quando, nelle strade e nelle piazze italiane, grida: “Tibet – Libero!”. “Libero” vuole dire Tibet “autonomo” o Tibet “indipendente”?”

    Coerentemente a queste affermazioni ribadisco anche il mio modesto punto di vista: se il Tibet debba stare con la Cina o rivendicare la perduta indipendenza lo debbono dire i Tibetani e non Yu Jintao, Obama e le potenze occidentali, Pannella e neppure il Dalai Lama in accordo all’art 21 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Il popolo in esilio del Tibet - contrariamente a quanto Piero Verni sostiene - è ora pienamente consapevole del proprio diritto calpestato (vedi testimonianza di Norbu) e quindi in grado di esprimere il suo volere se gliene fosse data la possibilità. l’unica possibilità è un referendum da associare alle elezioni del Kalon Tripa. almeno il CHIEDERLO da un insieme di forze che si schierano apertamente a sostegno dell’indipendenza potrebbe dare un segnale forte che le cose sono cambiate e che il sogno pacifsta di ottenere autonomia dai cinesi attraverso colloqui è tramontato e niente lascia credere che potrà essere coronato da successo in futuro mentre la colonizzazione cinese del Tibet procede a marce forzate. Grazie e sarei grato a BUldrni se volesse esprimere un parere su questo punto.

  2. Claudio Says:

    Auguri di buon compleanno a Giacinto detto Marco.Che possa godersi una serena vecchiaia…lontano dal Tibet.

  3. manfred Says:

    Vorrei ringraziare Carlo per questo approfondito intervento. Da far venire i brividi la parte in cui ci parla del Tibet odierno e del piano regolatore di Lhasa . A mio avviso pero`non credo che abbia vinto Pannella. Con tutta sincerita` devo dire che  non si sia   capito quasi niente di quanto Pannella dicesse per controbattere le tesi di Verni. Sembrava piuttosto che   volesse stendere una cortina fumogena  su certe  verita`scomode che Piero Verni metteva in evidenza,( vedi Bonino). Tra L’altro la posizione dei radicali presenta una madornale contraddizione . Da una parte sostengono il Dalai Lama , che dice di volere l’autonomia mentre dall’altra sostengono Rabya Kadeer che invece non si batte per l’autonomia, ma dichiaratamente per l’indipendenza del Turkesthan orientale o quanto meno per
    l’autodeterminazione. E allora perche` mai i tibetani non possono e gli Uighuri si`? Non ha alcun senso.
    Penso anche che non sia il caso ,piu`di tanto, di dividersi tra fautori dell’autonomia e dell’indipendenza . A mio avviso  gli amici del Tibet dovrebbero appoggiare  come autentica  terza via, la rivendicazione all’autodeterminazione . Semplicemente chiedere che in un futuro , possibilmente non troppo lontano, siano i Tibetani , dentro e fuori dal  Tibet, a essere messi nelle condizioni di decidere se essere indipendenti o essere parte, piu`o meno autonoma , della Cina oppure perche` no? se lo volessero, diventare  parte dell’ India. Del resto il Dalai Lama stesso, da una parte, continua a dire che gli va bene di essere nel futuro cittadino / suddito cinese ma recentemente ha anche affermato di sentire l’India, la nazione di Ghandi, come sua patria.

  4. Piero Verni Says:

    Caro Carlo,
    rispondo volentieri al tuo intervento (che come hai visto appena ricevuto ho immediatamente messo sul mio blog) relativo alla conversazione che ho avuto con Marco Pannella a Radio Radicale venerdì scorso.
    Voglio dirti innanzitutto che mi ha un po’ stupito il tono, insolitamente concitato e a volte perfino “tranchant”, che hai usato nelle tue pur stimolanti considerazioni. Perché quelle due ore di confronto radiofonico ti hanno tanto irritato? In tutti gli anni in cui ho avuto il piacere di godere della tua amicizia non ricordo di averti mai sentito esprimere con una tale vis polemica che, a mio modesto avviso, ti ha portato in alcuni momenti del tuo scritto a dare una rappresentazione più grottesca che reale di quello che è stato detto.

    Prima di entrare nel merito della mia risposta vorrei premettere che non capisco bene perchè hai voluto iniziare la tua analisi ricorrendo alla metafora agonistica. Perché mai avremmo dovuto, il buon Pannella ed io, trovarci su di un ring pugilistico? Perché mai avremmo dovuto dar vita ad una gara con tanto di vincitore e vinto? Pannella, se lo riterrà opportuno, risponderà per la sua parte ma per quanto mi riguarda a tutto pensavo, nel corso di quella discussione, tranne che a stabilire chi avrebbe “vinto” e chi “perso”. Pensavo invece ad un civile confronto tra le idee del Partito Radicale e le mie che su molte questioni relative al Tibet sono notevolmente divergenti. Inoltre metti in evidenza che sono stato gentile. Grazie per averlo notato e scritto. Ma è una colpa? A me appare un merito. Soprattutto in questa “italietta” in cui si è abituati a interlocutori che si insultano, si interrompono di continuo, si urlano contro senza mai ascoltarsi. Grazie a dio (e anche un poco a me e Pannella) nulla di tutto questo è avvenuto venerdì scorso negli studi di Radio Radicale. Per centoventi minuti due persone hanno confrontato i propri punti di vista ed hanno cercato di spiegarsi.

    Ho ricevuto numerosi feed back su quella conversazione ma, lo dico con autentico rammarico, solo nel tuo caso mi sono accorto di non essermi fatto capire. Quello che più mi spiace è che tu non ti sia reso conto che per tutto l’arco della trasmissione ho sempre detto che sarebbe un errore madornale rinunciare alla richiesta dell’indipendenza tibetana fin da oggi e non ho mai demandato questa richiesta a un eventuale cambiamento di potere in Cina. Tu, del tutto erroneamente, mi fai dire quello che non mi sono mai sognato di affermare. Caro Carlo perché scrivi: “A conclusione della ‘Conversazione straordinaria con Marco Pannella’, Piero Verni delinea una strategia politica. Prima si mettano dei ‘sassolini’ nell’ingranaggio della Repubblica popolare cinese e solo successivamente – a cambiamento avvenuto in Cina – si affronterà il problema dell’autonomia o dell’indipendenza tibetana.”? Al contrario ho detto, come del resto ripeto da anni come un disco incantato, che i tibetani dovrebbero smetterla di inseguire il sogno irrealistico di un accordo autonomistico con l’attuale dirigenza cinese e mettersi a dare la loro parte di picconate al Muro di Pechino. Senza mai abbandonare la richiesta di indipendenza. Era tanto chiara questa mia posizione che Pannella più volte ha ribadito il suo profondo dissenso sulla questione. Ho solo aggiunto, ma anche questo lo vado dicendo e scrivendo da anni, che solo con una nuova Cina non più autoritaria e governata dal regime a partito unico, i tibetani -ove lo volessero- potrebbero prendere in considerazione l’idea di una federazione che oltre a loro riguarderebbe anche uiguri, taiwanesi e mongoli. Mi sembra un po’ surreale che tu non ricordi che ho fatto notare a Pannella che non era per nulla vero che la richiesta di indipendenza venisse dai settori più poveri della società tibetana dell’esilio. Anzi. Dunque sono d’accordo con te quando citi le parole di Jamyang Norbu e ricordi cosa accade nei campi profughi del sud India ma ti rammento che non mi ero certo dimenticato di parlarne con Pannella.

    Riguardo alle posizioni dei radicali sul Tibet. Francamente mi sembra una forzatura affermare, come fai, che la loro linea politica sia “filo-cinese”. E’ vero, premetti quelle due paroline “nei fatti” ma non mi sembra che il risultato cambi molto. Per altro quel “nei fatti” ricorda da vicino quel “oggettivamente” caro alla tradizione comunista che spesso, scherzosamente, nel corso delle nostre lunghe telefonate mi accusi di tirare troppo spesso in ballo. Io invece ritengo che il problema del Partito Radicale, non sia tanto quello di portare avanti una posizione “nei fatti filo-cinese”, ma di inserire tutti i temi internazionali che essi incontrano (e non solo quello tibetano) così profondamente all’interno dell’orizzonte delle loro battaglie politiche da perdere di vista differenze e specificità. Non c’è stato tempo per poterne parlare ma ad un certo punto della conversazione Pannella, per dirmi che i tibetani in Tibet erano molto più disponibili ad accettare una soluzione “autonomistica” di quanto io non pensassi, ha fatto riferimento alla battaglia per il divorzio in Italia e a come il PCI non avesse compreso quanto la società italiana fosse matura per quella riforma. Ecco un classico esempio di quello che sto dicendo. Vale a dire la difficoltà del PR e di molti suoi esponenti ad uscire dal “bozzolo” della loro politica per comprendere realtà che sono distanti (a volte sideralmente distanti) dai parametri (per non parlare degli stereotipi) a cui siamo abituati. Ma da qui a dire che si sia “nei fatti” filocinesi, mi sembra ce ne corra.

    Caro Carlo, scrivi anche che io sono fermo al mio viaggio del 1987 per quanto riguarda il Tibet. Spiace dirlo ma ti sbagli di grosso. Non solo seguo quotidianamente quanto avviene sul Tetto del Mondo ma ho la fortuna di poter “disporre” di un osservatorio privilegiato relativamente al Paese delle Nevi. Vale a dire dei dettagliati resoconti di mia moglie (tibetana) Karma che in Tibet dal 2001 ad oggi ci è stata sei volte, tornando sempre con ore e ore di filmati e preziose informazioni frutto di centinaia di colloqui fatti “sul campo”. Quindi ribadisco che ancora oggi la grande maggioranza dei coloni cinesi che arrivano a Lhasa e nell’intero Tibet non hanno alcuna intenzione di installarvisi permanentemente. Odiano il posto, soffrono l’altitudine, si sentono (ferrovia o non ferrovia, karaoke o non karaoke, prostitue o non prostitue) in una sperduta periferia dell’Impero e detestano i tibetani. Sperano di fare il maggior numero di soldi possibile nel minor numero di anni possibile e poi tornarsene a casa. Che non pensano sia il Tibet. Certo che, e non solo dal 2000, l’idea di Pechino è quella di fare di Lhasa una metropoli socialista cinesizzata restringendo l’area tibetana a una manciata di metri quadrati intorno al Potala e al Jokang viste come mere attrazioni per il turismo, sia quello estero sia quello interno. Ma per realizzare questo progetto basta un certo numero di coloni stanziali e un enorme turn over di migranti. Non mi pare che ricordare questo dato equivalga a negare che la Cina sia in Tibet per rimanerci. E‘ un po‘ imbarazzante dovertelo ricordare Carlo, ma ho cominciato a scrivere articoli di denuncia della distruzione urbanistica di Lhasa nel 1987.

    Sulle tue considerazioni relative a cosa vogliono i tibetani, sia in India sia in Tibet, sono ovviamente del tutto concorde così come su quanto siano astratte, nella dimensione concreta del dramma tibetano, le disquisizioni di Pannella sul “ius soli” e “ius sanguinis”. Anche queste, penso, notevolmente influenzate dalla politica radicale nei confronti delle leggi sull’immigrazione in Europa.

    Per terminare due parole sul “che fare?” riguardo la società tibetana dell’esilio. Credo anch’io (quante volte, Carlo, l’ho scritto sul mio blog e ne abbiamo parlato tra noi?) che sia maturo il momento per dar vita ad uno schieramento in grado di rivendicare apertamente e senza ambiguità la richiesta del diritto all’autodeterminazione per il popolo tibetano e l’indipendenza per il Tibet. Per quanto mi riguarda concordo in pieno con quello che scrive Jamyang Norbu nel suo articolo “Waiting for Mangtso III”,
    “L’unica richiesta è una dichiarazione in cui ci si riconosce nei tre obiettivi della Rangzen Alliance:

    La restaurazione dell’indipendenza tibetana

    Il ritorno di Sua Santità il Dalai Lama in Tibet come capo di stato di una nazione indipendente.

    L’instaurazione di un sistema di governo pienamente democratico nella società tibetana dell’esilio e nel Tibet libero basato sul ruolo della legge e sul primato delle libertà individuali.

    Ah, stavo per dimenticarmelo. Una ultimissima annotazione su Gandhi e l’India di oggi. E’ sempre azzardato (e in ultima analisi futile) dire cosa potrebbe pensare una persona se tornasse in vita. Però mi sembra un po’ imprudente ritenere che se il Mahatma riuscisse a vedere l’India di oggi ne sarebbe soddisfatto. Non devo certo ricordare a te Carlo, che la conosci meglio di me, le ferite che segnano il corpo dell’India contemporanea e che verosimilmente a Gandhi risulterebbero intollerabili. E non parlo di certo solo dei “problemi di traffico”. L’India ha raggiunto la completa indipendenza, questo è fuor di dubbio. Ma la direzione politica, economica, culturale, religiosa ed ambientale che ha preso in questi 60 anni, proprio non mi appare quella sognata (e cercata, al di là del purna swaraj) dal Mahatma. Però questa è un’altra storia.

    Bene Carlo, adesso ho veramente terminato. Con l’affetto, la stima e l’amicizia di sempre,

    Piero

  5. Piero Verni Says:

    Caro Riccardo,
    penso che tu non abbia una chiara idea di come stiano effettivamente le cose tra la comunità tibetana in esilio. Mi sembra che tu faccia -in buonissima fede, ovviamente-il medesimo errore di Pannella, vale a dire mettere un cappello tutto occidentale sulla cultura tibetana. Rischiando quindi di non coglierne alcuni nessi logici. Della “loro” logica che non sempre è uguale alla nostra. Anzi.
    L’ho già scritto ma penso valga la pena di ripeterlo. Oggi, nella presente situazione, andare a un referendum tra la comunità tibetana in esilio su Via di Mezzo contro Indipendenza equivarrebbe a un vero suicidio politico. La stragrande maggioranza dei profughi, pur desiderando l’indipendenza, voterebbe per la Via di Mezzo in quanto voluta dal Dalai Lama. Punto e basta. E quindi si darebbe alla burocrazia di Dharamsala il pretesto per affossare una volta per tutte la questione. “Avete visto? Questo vuole la gente, quindi piantatela di rompere le scatole”. E la questione sarebbe chiusa per sempre. A meno di non volere un referendum all’anno fino a quando non si vincerà (ma io, tu e molti di noi saremmo già passati a miglior vita).
    Tutto diverso il discorso di un fronte indipendentista che presenta un suo candidato dichiaratamente “Rangzen” alle prossime elezioni per il primo ministro del governo in esilio.
    Un microsecondo dopo essere stati sconfitto, questo fronte avrebbe tutto il diritto di iniziare a lottare per poter vincere la prossima volta, cercando del tutto legittimamente di continuare la propria battaglia.
    Cosa è che ti lega così tanto all’idea di un referendum tra i tibetani?
    Non ti bastano quelli che si tengono in questa italietta sempre più délabré?
    Comunque grazie per l’assiduità con cui intervieni su questo blog e per il lavoro che fai per il Tibet.
    In simpatia e amicizia,
    PV
    Piero

  6. Skylines Says:

    Non avevo ascoltato la trasmissione ma, incuriosito dallo scambio tra Buldrini e Verni, me la sono vista sul sito di Radio Radicale.
    Interessante, anche se proprio non capisco come Buldrini possa dire che ha vinto ai punti Pannella. A me è sembrato oscuro, involuto, prolisso. Mentre Verni chiaro e coerente.
    Interessante anche il botta e risposta tra Buldrini e Verni.
    Complimenti a tutti.
    Skylines

  7. Francesco Pullia Says:

    Perché il Tibet viva

    di Francesco Pullia

    Desidero vivamente ringraziare Carlo Buldrini, scrittore e saggista di grande levatura nonché uno tra i più seri e preparati conoscitori del subcontinente indiano e dell’area himalayana (consiglio caldamente la lettura dei suoi libri “Nel segno di Kali. Cronache indiane”, Lindau, 2008; “Lontano dal Tibet. Storia di una nazione in esilio”, Lindau, 2006; “In India e dintorni”, Piemme, 1999), per l’appassionato e provocatorio apporto che, anche se talvolta con toni a mio avviso troppo aspri ed eccessivi, ha fornito al dibattito in corso sul futuro (ma soprattutto sul presente) del Tibet e dei tibetani.

    Buldrini coglie al volo l’occasione dell’interessante dibattito tra Marco Pannella e Piero Verni, trasmesso da “Radio Radicale” venerdì 30 aprile e da reperire e ascoltare con attenzione nel sitoweb dell’emittente, per riproporre la questione se la scelta autonomistica perorata dal Dalai Lama nonché la strada intrapresa dal governo tibetano in esilio di un colloquio con la satrapia di Pechino (fermo restando che per dialogare bisogna almeno essere in due e non da soli) siano davvero giuste, efficaci e perseguibili alla luce dei reiterati insuccessi finora ottenuti.

    Si chiede, in particolare, se non sia controproducente e mortificante per i tibetani continuare ad attendere invano un fantomatico Godot mentre ogni giorno che passa la Cina comunista si fa sempre di più arrogante, prepotente, imperialista, colonizzatrice, foriera di genocidi (nell’altopiano himalayano come nel Turkestan orientale degli uiguri), negatrice dentro e fuori i propri confini di diritto e diritti, sostenitrice delle peggiori tirannie (si pensi, tanto per essere espliciti, ai rapporti con l’Iran di Ahmadinejad).

    Senza mettere in discussione la nonviolenza, che è e deve restare l’unico strumento di lotta politica, ci si interroga se, in un contesto come quello cinese, la prospettiva sovranazionale, quale si evince dal “Manifesto di Ventotene”, possa attuarsi senza rivelarsi in realtà legittimazione dello status quo, quindi acquiescente ad un regime totalitario che tra i vari primati negativi detiene quello delle pene capitali.

    La validità e grandezza della nonviolenza sta nella sua mutevolezza, nella sua flessibilità, nella sua capacità di dimostrarsi vincente e determinante in situazioni diverse.

    Quando ci si riferisce alla questione tibetana, dovrebbe risultare a tutti evidente che ci si riferisce ad un quadro estremamente differente da quello in cui si trovò ad operare Gandhi in India.

    I colonialisti inglesi, anch’essi non poco efferati (valga tra tutte la strage ordinata il 13 aprile 1919 dal generale Dyer ad Amritasr dove milleseicento proiettili, in dieci minuti, uccisero trecentosettantanove persone, tra cui un numero impressionante di donne e bambini, ferendone millecentotrentasette), non possono minimamente essere paragonati ai cinesi per il semplice motivo che questi ultimi non possiedono affatto la concezione giuridica degli inglesi.

    Nonostante tutto, Gandhi lanciò, con fermezza, la sua sfida non perché l’India acquistasse una propria autonomia all’interno del dominio britannico ma perché fosse indipendente a tutti effetti.

    Quit India, lasciate l’India, andatevene. A maggior ragione bisognerebbe che il mondo intero aiutasse i tibetani quando agli invasori cinesi, agli aguzzini, in divisa e non, che hanno stravolto il paese, oppongono il loro Quit Tibet.

    Che valore attribuire, allora, alla prospettiva sovranazionale? Non certo quella di avallare la persistenza di una gigantesca nazione che fagocita etnie e stati nel nome della propria supremazia.

    La prospettiva sovranazionale deve, invece, riferirsi ad un ambito ultranazionale, in cui cioè più stati, accomunati da un’identica base democratica, convergano in un organismo unitario che superi barriere e confini. In Cina, in questa Cina, ci sono i presupposti perché ciò accada? No, almeno finché non si sgretolerà il mausoleo di Mao. Utopia? No. Bisogna che si diffonda la consapevolezza che quanto avvenuto nell’ex Unione sovietica può e deve ripetersi in Cina.

    Perché accada è, però, necessario che si aiutino concretamente le resistenze tibetane, uigure, dei dissidenti cinesi tramite un satyagraha mondiale supportato anche da dieci, cento, mille Radio Londra. La Cina è un colosso con i piedi d’argilla, minacciato, tra l’altro, al suo interno da gravissimi problemi ambientali. Se fosse davvero saldo non vivrebbe nel terrore della libertà di comunicazione e informazione.

    Autonomia o indipendenza, allora, per il Tibet? Non condivido affatto Buldrini quando afferma in modo apodittico che “i sostenitori della causa tibetana debbano a questo punto inevitabilmente dividersi” per “poi cercare l’unità tra tutti coloro che ritengono la strada dell’indipendenza l’unica percorribile”. Ritengo che i soli a dovere decidere del proprio presente e del proprio futuro siano i tibetani dentro e fuori il Tibet e che proprio per questo necessitino, ora più che mai, di non essere abbandonati. E, allora, si accenda e propaghi un satyagraha mondiale perché il Tibet viva.

  8. Antonio Attisani Says:

    Caro Piero,
    da dove cominciare quando ci si trova in un torrente in piena? Non siamo noi a decidere i punti d’appoggio e il bisogno di un approccio razionale anche a una questione complessa come quella tibetana è continuamente sfregiato dalle informazioni che riceviamo quotidianamente dal Tibet occupato e dall’esilio, dai governi del mondo e persino dal variopinto fronte dei simpatizzanti di quel popolo. L’altro giorno, ascoltando Marco Pannella nel dialogo con te, ero triste e stizzito per la sua ottusità e non capivo il tuo ostinato rispetto per lui. So di avere provato un sentimento sbagliato, se così si può dire, ma il fatto è che una differenza di opinioni sulla questione tibetana non è una sfumatura tra gentiluomini che in fondo vogliono la stessa cosa (ossia la convivenza democratica tra cittadini diversi per etnia e convinzioni religiose e politiche, insomma quei “diritti umani” che sono soltanto il punto di partenza per la creazione di un mondo meno ingiusto del nostro, meno crudele verso i più deboli), no, quelle sfumature sono alla base degli atteggiamenti con i quali tutti noi, sapendolo o non sapendolo, volendo o non volendo, prendiamo parte ai processi storici in corso e, aiutando o meno il perdurare dell’ingiustizia, siamo corresponsabili di ciò che accade, dei feriti e dei morti che questa vicenda sta accumulando giorno dopo giorno. La buona fede di Pannella, di Emma Bonino e di chi li accompagna fa sì che si debba dialogare con loro con la speranza di arrivare a una ratio comune (nel nostro caso a un’azione nonviolenta efficace), ma non può impedire che si sia assiliti dallo sgomento e persino dalla rabbia al pensiero che quelle posizioni ritardano la formazione di un fronte che possa davvero cambiare le cose, e di tempo non ne resta molto. La “soluzione finale” approntata dal regime comunista cinese per risolvere la questione tibetana è cominciata sessant’anni fa. Certo, è diversa da quella hitleriana, nel senso che è assai più sofisticata ed efficace, è continuamente corretta in rapporto all’esperienza e sembra vicina a mettere la parola fine alla vicenda, anzitutto perché la Cina si è assicurata la connivenza del mondo intero, con l’eccezione di pochissime frange di opinione pubblica, e ciò le consente di non avere fretta e sviluppare sempre nuovi e più perversi esperimenti (tra i più recenti, le deportazioni dei nomadi). Quanto vicina sia la fine non si sa, ma le informazioni che giungono da tutti i fronti sono allarmanti e persino le buone notizie confermano il male che si sta consumando. Penso, per esempio, all’ammissione del Dalai Lama che il Tibet sopravvive soprattutto nell’esilio, realtà che va difesa e rafforzata proprio in vista del peggio, vale a dire come ciò che resta di una intera civiltà.
    Abbiamo per tanto tempo seguito il Dalai Lama anche nella sua azione politica. Credevamo (e crediamo ancora, mi pare) nei principi che ha fatto scoprire o riscoprire a tanti di noi, sessantottini compresi. Ma la misura dell’azione politica è l’efficacia, l’effetto che produce. Quale effetti ha prodotto quella politica per il Tibet occupato e il suo popolo? La risposta è sotto gli occhi di tutti e lui stesso lo ha ammesso: niente (e nel tempo del niente le cose sono andate sempre peggio, forse con più “feriti” e meno morti, ma…). Ciò mentre il popolo dell’esilio, lo sappiamo, pur godendo dei benefici di un sia pur povero stato sociale, non vive una vera democrazia e le gerarchie impediscono di fatto una crescita del movimento indipendentista.
    So che per essere convincenti bisognerebbe fare molti esempi per ogni affermazione, soprattutto se ci si rivolge ai più giovani o a chi non sa, occorre ricordare i fatti, la storia. Me ne sono accorto quando, all’inizio di un corso sulla cultura tibetana nel Novecento, mi sono sentito dire da studenti ovviamente di sinistra che non abbiamo il diritto di occuparci delle magagne cinesi, noi che prima dobbiamo risolvere quelle di casa nostra (America compresa). Ma ora mi permetto una estrema sintesi perché mi rivolgo a te e ai pochissimi che vorranno seguire questo dibattito.
    Noi, i sostenitori della causa tibetana, siamo messi male, ma siamo immersi in un benessere che trasforma la tragedia e il dramma in commedia, ché tale è – ti chiedo scusa della sincerità – il finto dibattere di Pannella con te e tutte le fumisterie che ha esibito per dire che l’azione radicale è fondata e produce risultati di rilievo (per quanto mi riguarda mi sono allontanato dai radicali proprio per la progressiva scoperta di questa loro politica, il cui epilogo è stato per me l’azione – azione? –della Bonino nel governo Prodi). Mi dico che forse Carlo Buldrini ti ha frainteso proprio perché preda, come me e chissà chi altro, di questi inutili sentimenti.
    Cercando di temperare la tristezza e la rabbia, caro Piero, su cosa bisogna ragionare? Anzitutto (che non vuol dire: solo), mi dico, sulla Cina, che costituisce un problema planetario, per tutta la specie umana e il suo futuro. Se è vero che il mondo non può imporre ai cinesi la propria idea di democrazia, è anche vero che, prima di tutto, non si vede perché la Cina debba imporre al mondo la propria concezione di governo, e poi che anche l’indispensabile cambiamento della Cina in senso democratico, eventualmente federale, può essere favorito da una vasta azione nonviolenta interna ed esterna, del mondo intero, così da creare le condizioni di una libertà le cui peculiarità saranno “regionali”. Anche il Tibet può trovare il proprio sbocco soltanto in una democrazia glocale.
    Ma queste sono parole e noi non siamo i governanti del mondo. Allora che fare? Qui bisogna essere chiari: non è vero che Rangen Alliance e tutti coloro che criticano l’inefficacia delle politiche sin qui attuate non abbiamo formulato alcune proposte concrete. Il sito di Jamyang Norbu, il tuo, e diversi altri in tutto il mondo costituiscono un imponente archivio in tal senso. A tutti è chiara la necessità di sincronizzare l’azione nei confronti della Cina con quelle che riguardano le minoranze oppresse, sempre distinguendo tra i fronti di resistenza interni e ciò che si può fare da fuori. Tutti sappiamo che una lunga oppressione ha creato masse di popolazione passiva e talvolta espressione di un’antropologia corrotta, adattiva al dominio politico-economico. Tutti abbiamo constatato che l’azione nonviolenta dev’essere condotta da organizzazioni anch’esse democratiche, e inventive per ciò che concerne le forme di lotta. Tutti siamo coscienti che l’indispensabile trasformazione della Cina non è un fatto interno e che richiede l’azione dei governi nazionali e delle istituzioni internazionali (ai quali, dunque, ci dobbiamo sempre rivolgere, per fare loro comprendere che le nostre stesse costituzioni sono realizzabili solo in una positiva interazione globale). Tutti siamo coscienti che questa azione nonviolenta ha diversi aspetti: c’è un aspetto culturale – fatto di studio, amicizie e cambiamento reciproco –, ci sono aspetti economici che riguardano persino i nostri consumi quotidiani, ci sono questioni etiche, religiose e morali che devono contemperare alcuni confini invalicabili ma anche le falde freatiche di senso cui tutti possono attingere. E, ultima ma non meno importante, c’è la dimensione della lotta politica, che ciascuno deve condurre a casa propria ma deve anche imparare a proiettare nel mondo.
    Si è fatto molto nei decenni scorsi su tutti questi temi, anche se forse hanno coinvolto una infima minoranza di persone, oltre tutto poco organizzate. In questo senso, però, avete ragione tu e Jamyang Norbu e diversi altri democratici (devo aggiungere “filotibetani”?): è necessario fare un passo successivo verso un ampio fronte unitario basato su questi principi, perché solo l’organizzazione può produrre effetti sul campo e rendere sempre più popolare questa causa. Dico anche a me stesso che dobbiamo uscire dalla atmosfere che hanno caratterizzato questi ultimi anni, dal volontaristico entusiamo e gratificazione solipsistica che deriva dal pensare di essere nel giusto o (è il mio caso) nello sconforto a fronte di un mondo che sembra indifferente nel costruire un futuro basato sull’ingiustizia, sul dolore, sull’assassinio dell’ambiente naturale e culturale.
    Se penso ai tibetani che conosco, ma anche agli studiosi o ai militanti politici, ai miei figli e ormai ai miei nipoti, l’urgenza di non disperdere l’esperienza fatta e di sistematizzare un agire quotidiano, anche dai tratti modesti e locali, ma che miri alla libertà e alla pienezza di vita delle persone, chiede una risposta. Su questa base, forse, anche il doveroso dialogo con gli amici radicali potrebbe avere un esito diverso.

    Antonio Attisani

  9. Francesco Pullia Says:

    Ho molto apprezzato i vari interventi e sono stato particolarmente lieto di avere potuto leggere anche un contributo di Antonio Attisani, che conosco dal 1987 quando ci ritrovammo insieme a Narni nell’ambito del festival - purtroppo finito anche in seguito alla scomparsa di Peppe Bartolucci- del teatro di ricerca “Opera Prima”. Scorgo in tutti molta amarezza, insieme a rabbia più che giustificata. Non credo che la questione tibetana possa riassumersi nella dialettica autonomia/indipendenza ma debba necessariamente connettersi alla caduta del regime di Pechino. E’ chiaro che finché l’attuale satrapia sarà al potere non sarà possibile prospettare neanche lontamente alcuna soluzione “autonomistica”. E anche nel caso della caduta del muro di Pechino non capisco perché un popolo dovrebbe accettare di piegarsi, sia pure attraverso una declinazione molto particolare, a chi lo ha assoggettato e lo sta annientando. L’idea sovranazionale, quella del Manifesto di Ventotene per intenderci, è valida tra stati paritari (democratici, quindi) che convengono nell’oltrepassamento della vecchia, sclerotizzata, forma statuale dando vita ad un organismo di vasto respiro. Oggi ce n’è più che mai bisogno. Ne parla anche Rifkin nel suo ultimo libro. Qualcosa del genere può essere rappresentata però, e solo in parte, dagli USA, non certo, ahinoi, dall’attuale Europa. Con questa Cina parlare di autonomia equivale a sancire il predominio del dispotismo. Non ci sto, non posso starci per lo stesso motivo per cui se fossi vissuto due secoli fa non avrei accettato, da mazziniano, di vedere il mio paese sotto gli austriaci. D’altronde, tornando al Tibet, non si può, nella maniera più assoluta, immaginare che continui la grottesca pantomima dei colloqui tra governo tibetano in esilio e governo cinese. Come faccio si fa a dialogare con chi non orecchie e alle parole risponde con la brutalità? Credo che sia doveroso puntare all’organizzazione di un satyagraha di massa che non riguardi -si faccia bene attenzione- solo i tibetani ma gli stessi cinesi. Sarà possibile? E’ difficile ma doveroso farlo. In questo credo che organizzazioni, sia pur minoritarie ma transnazionali, come quella dei radicali possano risultare di grande utilità.

  10. Cinzia Says:

    Appena rientrata in Italia da una breve vacanza mi sono ascoltata tutta la conversazione tra Piero Verni e Marco Pannella e letto sul bòog freetibet questi stimolanti commenti, a partire dalle note critiche di Carlo Buldrini.
    Mi sembra che si tratti di un confronto molto civile e fruttuoso (concordo con Piero Verni relativamente alla bontà della compostezza in trasmissione). Mi hanno colpito particolarmente le parole di Attisani.
    Penso che, come ha detto Verni a Radio Radicale, innanzitutto si debba cominciare a pensare come poter prendere a picconate il Muro di Pechino. Picconate non violente, ovvio. D’accordo anche con Pullia ed altri che lo si dovrà fare in sintonia con i cinesi che lo vogliono abbattere. E soprattutto d’accordo al 100% sul fatto che i tibetani non dovranno rinunciare all’idea forza della richiesta del diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza.

  11. Piero Verni Says:

    Nei giorni scorsi, il consigliere nazionale dell’Associazione Italia-TibetRoberto Pinter ha pubblicato sul sito della medesima (www.italiatibet.org) un intervento relativo alla conversazione radiofonica tra me e Pannella. Mi sembra indicativo di un determinato punto di vista di alcune aree dei sostenitori della causa tibetana e quindi volentieri lo pubblico. A seguire la mia risposta (anche questa apparsa su (www.italiatibet.org).
    P.V.

    La resa dei conti tra indipendentisti e autonomisti.
    Sul sito di Italia Tibet sono  stati pubblicati due interventi, uno di Carlo Buldrini e uno del presidente Claudio Cardelli, entrambi a commento del dibattito ospitato da Radio Radicale tra Pietro Verni e Marco Pannella. Conosco le posizioni di Verni e le trovo, come dire “scontate”,  politicamente troppo distaccate, più volte a rispondere alle proprie domande che ad offrire una via d’uscita al  popolo tibetano. Quanto a Pannella è trentanni che faccio a pugni con le sue elaborazioni che contengono verità scomode, ma anche comode omissioni.
     Trovo  il commento a riguardo di Claudio Cardelli equilibrato e corretto
    Mi preoccupa di più il commento di Carlo Buldrini, che pure stimo, perchè invita ad una resa dei conti tra autonomisti ed indipendentisti che è assolutamente l’ultima cosa di cui ha bisogno il popolo tibetano.
    Io credo che la nostra associazione per statuto debba riconoscersi nelle posizioni espresse dal Dalai Lama e del parlamento e governo in esilio, ma non deve per questo evitare di interrogarsi su cosa accade in Cina e tra i tibetani.
    La discussione tra indipendentisti e autonomisti ha un senso se è un modo per domandarsi quale sia la  giusta via per la libertà del popolo tibetano, è un non senso se invece pensa di poter veramente disporre dell’alternativa.
    Non conosco tibetano o amico dei tibetani, ed io mi considero tale,che non pensi che l’indipendenza sia un diritto e logica conseguenza dell’autodeterminazione, e chi è per l’autonomia lo fa per scelta politica non per resa. Non c’è alcuna relazione tra l’essere indipendentisti e l’avere a cuore la sorte dei tibetani. Anzi semmai ritengo che chi propone l’indipendenza come via da percorrere politicamente e non solo idealmente sia più interessato alla ragione astratta che non alle sorti concrete dei tibetani.
    I tibetani non vogliono saperne della Cina, non ci vogliono grandi saggi per dirlo, ma hanno affidato consapevolmente al Dalai Lama la guida non solo spirituale ma anche politica del popolo tibetano e per questo si riconoscono nella sua azione, che non è quella di un stanco revisionista, ma di un lucido leader che conosce benissimo la condizione vissuta dai tibetani eppure ha , a differenza dei nostri commentatori o di giovani impazienti, la responsabilità di non far cadere nella disperazione il suo popolo e di offrire una via d’uscita. L’unica via d’uscita oggi per un popolo oppresso dalla Cina è certamente quella di confidare nel cambiamento di quel paese, ma guardando al potere del nazionalismo e dell’imperialismo cinese è impossibile che esista una via pacifica all’indipendenza ed è ancor più impossibile che ne esista una armata.
    Bisogna augurarsi il martirio dei tibetani se ne rivendichiamo l’indipendenza ed è singolare che se l’autonomia non fa un passo si rilanci con l’indipendenza, addirittura presumendo di essere così più realisti!!
    In ogni caso che senso ha chiedere la resa dei conti come prima o poi hanno fatto purtroppo i tanti movimenti indipendentisti o rivoluzionari? Scegliere i più duri, i più puri? E chi lo decide? L’osservatore occidentale? Perchè assimilare la straordinaria forza e unità della resistenza tibetana a movimenti che non hanno mai scelto la nonviolenza come mezzo per arrivare alla libertà e come  espressione di libertà.
    La verità è che la situazione è disperata, che la Cina è sempre più forte e sempre più feroce, che gli stati e la politica internazionale sono indifferenti, che conta solo l’interesse economico, e che noi europei invece di dividerci sul cosa chiedere dovremo unirci per fare l’impossibile.
    I tibetani hanno diritto all’impazienza, noi dovremo essere sì impazienti, ma non verso il Dalai Lama, bensì verso noi stessi e verso i nostri governi: tanto per cominciare, poi ne riparliamo.

    Roberto Pinter
    consiglio nazionale Italia Tibet

  12. Piero Verni Says:

    Caro Pinter,
    anticipo subito che se lei conosce le mie posizioni io purtroppo non ho la fortuna di conoscere le sue, salvo quelle contenute nell’intervento pubblicato sul sito dell’Associazione Italia-Tibet. Quindi mi scuso in anticipo se, nel risponderle, incorrerò in qualche imprecisione.

    Mi permetta di partire da quello che mi riguarda più da vicino, vale a dire alcune sue sintetiche riflessioni su i miei punti di vista relativi alla questione tibetana. Lei afferma di trovarle “scontate”. Bene, è un suo giudizio di merito e in quanto tale insindacabile. Su questo potrebbe avere anche ragione. Però non ha sicuramente ragione quando asserisce che, sempre le mie opinioni, sono “… più volte a rispondere alle proprie domande che ad offrire una via d’uscita al popolo tibetano”. Qui caro Pinter si sbaglia di grosso. Credo che ci siano migliaia di lettori dei miei articoli, dei miei libri, del mio piccolo blog che potrebbero smentirla. Sono decenni che tento di spiegare quelle che, a mio modestissimo parere, dovrebbero essere le soluzioni per una uscita positiva dalla tragedia tibetana. Probabilmente lei non è d’accordo con quanto propongo ma perché arrivare addirittura a negare che io avanzi delle proposte quando basterebbe dare una fuggevole occhiata anche solo ad alcuni interventi che sono stati pubblicati sul meritorio sito dell’Associazione Italia-Tibet, per vedere che le cose non stanno così? Niente di personale, caro Pinter, ma ritengo che sarebbe bastato scrivere qualcosa tipo “… conosco le posizioni del pessimo Verni ma le trovo scontate e non ne condivido nemmeno una virgola”. Comunque veda lei.

    Un’altro punto del suo intervento che in qualche modo mi riguarda direttamente è il suo accenno allo statuto dell’Associazione Italia-Tibet. Lei infatti afferma, “Io credo che la nostra associazione per statuto debba riconoscersi nelle posizioni espresse dal Dalai Lama e dal parlamento e governo in esilio…”, riferendosi ovviamente alla Via di Mezzo. Avendo scritto quello statuto di mio pugno (letteralmente, dal momento che nel remoto marzo 1988 scrivevo tutto con la penna stilografica) mi duole contraddirla. Infatti nel testo in questione io, e gli altri co-fondatori di A.I.T. (all’interno della quale oggi solo l’ottima Vicky Sevegnani svolge ancora un ruolo dirigenziale), volevamo mettere in risalto come ai nostri occhi unicamente il capo di stato tibetano e il suo governo in esilio fossero gli effettivi rappresentanti della Nazione tibetana soggetta a illegale occupazione da parte della Repubblica Popolare Cinese. E infatti lo statuto di A.I.T. al comma b) dell’Articolo 2, recita:

    “L’Associazione riconosce S.S. il Dalai Lama come massima autorità spirituale e politica del popolo tibetano e il Governo Tibetano in Esilio come unico rappresentante legale e morale della Nazione Tibetana.”

    Ma, come le dovrebbe essere chiaro, da questo riconoscimento non consegue alcun obbligo statutario per l’Associazione di riconoscersi nella attuale “Via di Mezzo”. Anzi, se volessimo proprio incamminarci su questo sdrucciolevole terreno, potremmo avere delle sorprese. Infatti al comma c) del medesimo articolo 2, si legge:

    “c) L’Associazione sostiene il Piano di Pace in Cinque Punti che il Dalai Lama ha proposto per la soluzione del problema tibetano”.

    Qui sì che siamo in presenza di una adesione esplicita ad un ben preciso documento politico. E dato che il Piano di Pace in Cinque Punti sostiene apertamente l’idea del Tibet come nazione indipendente, come la dovremmo mettere -“per statuto”- con la scelta tra Rangzen e Via di Mezzo? Tanto per rinfrescarci le idee, cito alcuni passaggi del Piano di Pace in Cinque Punti che statutariamente l’Associazione Italia-Tibet sostiene. En passant ricordo che si tratta di un discorso pronunciato dal Dalai Lama il 21 settembre 1987 di fronte alla Commissione per i Diritti Umani del Congresso degli Stati Uniti d’America. Ecco alcuni brani fondamentali di quel discorso (le sottolineature in grassetto sono mie):

    “… il Tibet ha svolto nel corso della Storia un ruolo essenziale nel mantenimento della pace e della stabilità. Questo è il motivo per cui, in passato, gli imperi dell’Asia facevano di tutto per tenersi l’un l’altro fuori dal Tibet. Il valore del Tibet quale stato-cuscinetto indipendente è stato essenziale per la stabilità della regione. Quando la appena nata Repubblica Popolare della Cina invase il Tibet nel 1940-1950, essa creò una nuova fonte di conflitto. Ciò fu più evidente quando, in seguito alla rivolta nazionale del Tibet contro i cinesi e alla mia forzata fuga in India, nel 1959, le tensioni tra Cina e India culminarono nella guerra di confine del 1962. Oggi, grandi schieramenti di truppe sono di nuovo ammassati da entrambi i lati del confine himalayano e la tensione è diventata ancora una volta pericolosamente alta. La vera questione, naturalmente, non è la demarcazione del confine Indo-Tibetano, ma l’illegale occupazione del Tibet da parte della Cina, che ha dato a quest’ultima l’accesso diretto al subcontinente indiano. Le autorità cinesi hanno tentato di confondere i termini della questione, sostenendo che il Tibet è sempre stato parte della Cina, ma questo non è vero. Il Tibet, quando l’Armata di Liberazione Popolare invase il paese nel 1949-1959, era uno stato completamente indipendente da quando gli imperatori tibetani unificarono il Tibet, oltre mille anni fa. Fino alla metà di questo secolo il nostro paese fu in grado di mantenere la sua indipendenza.”

    Inoltre, il primo e più importante dei Cinque Punti è molto chiaro relativamente al fatto che il Tibet dovrebbe mantenere la sua indipendenza. Infatti così recita (le sottolineature in grassetto sono sempre mie),

    “Trasformazione di tutto il Tibet in una zona di Pace.
    Propongo che tutto il Tibet, comprese le provincie orientali del Kham e Amdo, sia trasformato in una zona di “Ahimsa”, termine hindi usato per significare uno stato di pace e di non- violenza. L’istituzione di una tale zona di pace sarebbe coerente con il ruolo storico del Tibet, di nazione buddhista neutrale e pacifica e stato-cuscinetto che separa le grandi potenze del continente. Sarebbe anche coerente sia con la proposta nepalese di proclamare il Nepal quale zona di pace, sia con il dichiarato sostegno della Cina per tale proclamazione. La zona di pace proposta dal Nepal avrebbe una forza ben più grande se potesse includere il Tibet e le zone limitrofe. Riconoscere il Tibet quale zona di pace richiederebbe il ritiro delle truppe cinesi e delle installazioni militari, il che darebbe anche all’India la possibilità di ritirare le sue truppe e le installazioni militari dalle zone himalayane a confine con il Tibet.”

    Riassumendo. Statutariamente l’Associazione Italia-Tibet si impegna a sostenere un documento politico in cui è chiaramente e più volte ribadito che il Tibet era uno stato sovrano, in cui si definisce “illegale” l’occupazione militare cinese ed in cui si chiede il ritorno del Tibet alla sua storica funzione di stato cuscinetto indipendente. Chiaro? Direi di sì. Dunque ci andrei molto piano, caro Pinter, a sostenere che, “… la nostra associazione per statuto debba riconoscersi nelle posizioni espresse dal Dalai Lama e del parlamento e governo in esilio”. Da osservatore esterno (non sono più iscritto ad A.I.T. dal 2002) mi sembra maggiormente equilibrata la posizione del presidente Claudio Cardelli quando scrive, “L’associazione Italia-Tibet non prende una posizione “ufficiale” o istituzionale sull’alternativa Autonomia-Indipendenza. E’ stato già ripetuto in diverse occasioni. Tra i nostri soci non è in corso, e speriamo non lo sia nemmeno in futuro, una guerra tra due “linee” contrapposte. Sia tra i soci e sia nello stesso consiglio su questo “dilemma” ci sono posizioni diversificate spesso sfumate o a volte, più raramente, contrapposte. Abbiamo tuttavia intenzione di aprire al nostro interno e verso l’esterno una discussione serena e approfondita. L’Associazione Italia-Tibet non è quindi disponibile a mettere brutalmente sotto accusa, come qualcuno fa sia all’interno della comunità tibetana sia tra i gruppi di sostegno, la politica del Governo Tibetano In Esilio, ma non accetta nemmeno una messa all’indice di quanti propongono soluzioni diverse dalla Via di Mezzo. Non possiamo ignorare il grido dei tibetani all’interno del Tibet che, anche a costo di farsi arrestare o massacrare, scendono per le strade chiedendo l’indipendenza per il loro paese”.

    Dopo questa lunga premessa, come dire, un po’ personale vorrei venire ad alcune cose che lei scrive nel suo intervento. Sono felice che lei stimi Carlo Buldrini, a mio avviso una delle menti più lucide che ci sono in Italia per quanto riguarda le vicende del Tibet e dell’India. Ma non mi sembra che faccia un buon uso di questa stima quando riduce il lungo, appassionato, ampio e dettagliato intervento di Carlo, all’invito ad una “resa dei conti” tra posizioni indipendentiste e autonomiste. Vale a dire alle ultime cinque o sei righe del suo articolo. Non voglio certo ergermi a difensore d’ufficio di Carlo Buldrini. Lo considero più intelligente, colto e preparato di me quindi, se ne avrà voglia, risponderà in prima persona a questa sua forzatura riassuntiva. Voglio solo mettere in risalto il modo poco “cordiale” con cui lei sembra trattare quanti esprimono opinioni differenti dalle sue. Peccato.

    Lei parla anche della disperazione del popolo tibetano. Come non consentire. Ho malauguratamente sotto gli occhi, l’articolo di Payul che riporta l’omicidio compiuto il 10 maggio da un giovane studente tibetano a Delhi che ha ucciso a coltellate un altro giovane tibetano che pareva gli avesse rubato il telefono portatile. E’ il secondo caso di omicidio tra tibetani solo in questa prima parte dell’anno e mi appare un segno inquietante del senso di disperazione, di malessere profondo, di frustrazione di cui sono preda sempre più tibetani dell’esilio. Lei dice che il Dalai Lama sta offrendo al suo popolo una via d’uscita per non farlo cadere nella disperazione. Ma accade invece il contrario. Di fronte alla totale assenza di un qualsivoglia risultato della più che ventennale Via di Mezzo, la disperazione di molti tibetani (giovani e non) sta raggiungendo pericolosi livelli di guardia. Soli, nella loro condizione di profughi nella diaspora e di sfruttati e segregati in Tibet, i tibetani sono oggi più disperati che mai. E li si è privati anche della idea forza che li aveva tenuti uniti in questi lunghi decenni di esilio. L’idea forza di Rangzen, vale a dire il collante grazie al quale erano riusciti a superare difficoltà inenarrabili e a salvare l’essenziale della loro cultura. Il sogno di poter tornare un giorno nella loro Nazione nuovamente libera e indipendente. Quello stesso sogno, ad esempio, che ha tenuto coeso per duemila anni il popolo ebraico fino a quando non è divenuto realtà con la nascita di Israele.

    Lei Pinter torna spesso sul tema dell’impazienza. Non mi pare essere quello il vero punto. Ma visto che abbiamo rievocato il Piano di Pace in Cinque Punti, vorrei anche ricordare (e con me se lo ricorderanno i soci “anziani” di A.I.T.) come proprio in un incontro con l’Associazione Italia-Tibet, il Dalai Lama parlò di cinque o sei anni al massimo per poter salvare il Tibet. Trascorso questo lasso di tempo probabilmente non ci sarebbe stato più alcun Tibet da liberare. Sento come fosse oggi il tono di urgenza con cui ci esortò a lavorare per difendere il Paese delle Nevi. A spanne potremmo essere stati nei primi anni ’90 dello scorso secolo, vale a dire un ventennio fa. Pochi giorni or sono il Dalai Lama ha rilasciato un’intervista alla Associated Press in cui, dopo aver ammesso il sostanziale fallimento della sua politica, si è detto però fiducioso che per il futuro ci potranno essere buone possibilità di arrivare ad un accordo con Pechino. Magari tra 10 o 20 anni. Mah… vedremo se tra altri 10 o 20 anni il Tibet ci sarà ancora. A parte questo, il vero problema è che le autorità di Pechino non vogliono concedere nulla al Dalai Lama (e a nessun altro). Il vero problema non è che la Via di Mezzo sia una strada lunga… non è che vada piano ma vada lontano (come il P.C.I. di Togliatti, che anche quello poi!)… è che non conduce da nessuna parte. O peggio ha incagliato la battaglia per il Tibet nel “cul de sac” che tutti vediamo e che mi pare difficile negare. Se questo è realismo mi chiedo cosa sia irreale. Prendere i propri desideri per realtà era un suggestivo slogan del Maggio Francese ma non mi pare stia funzionando bene con i Signori di Pechino.

    La richiesta di indipendenza invece sarebbe più realistica? Nelle attuali condizioni certo che no, ma almeno è un’idea forza grazie alla quale, come già detto, il popolo tibetano dentro e fuori il Tibet è riuscito a sopravvivere come entità, cultura e nazione non rappresentata. E’ un progetto politico, come spiega molto bene lo scrittore e attivista tibetano Jamyang Norbu nel suo Rangzen Charter (traduzione italiana, La Carta dell’Indipendenza tibetana, terza edizione Torino 2007), che può consentire alle donne e agli uomini del Tibet di continuare a combattere per l’inalienabile diritto all’autodeterminazione. Ecco, caro Pinter, il nocciolo della questione. Combattere, con le armi e i metodi della non violenza, per la propria libertà. Perché nessuno te la regala. Così come il Budda insegnava che nessuno potrà mai liberarsi al posto nostro e che la personale liberazione interiore la si deve conquistare individualmente al prezzo di molte fatiche, analogamente dovrebbe essere chiaro che nessun potere regalerà mai a nessun popolo la libertà. Lei dice che se si rivendica l’indipendenza del Tibet ci si deve augurare il martirio dei tibetani. Ma perché? Cosa stanno subendo da oltre 50 anni i tibetani se non un vero e proprio martirio? E’ in atto sul Tetto del Mondo un genocidio o no? Lei pensa che se i tibetani si ribellassero, anziché per l’indipendenza del proprio Paese come hanno fatto e stanno facendo, per la buona e cara Via di Mezzo la risposta di Pechino sarebbe diversa? Se anziché urlare Rangzen scendessero per le strade urlando Du-ma-pa (Via di Mezzo in tibetano) la reazione sarebbe diversa? Lei ha una vaga idea, caro Pinter, del martirio a cui sono sottoposti i discepoli della scuola spirituale Falun Dafa? Eppure non manifestano, non gettano sassi, non urlano nemmeno. Vengono uccisi, torturati, incarcerati solo perché non vogliono rinnegare la loro fede e la loro pratica meditativa. E allora non prendiamoci in giro. Nella Cina di oggi, qualsiasi richiesta che non sia contemplata dal potere porta dritta dritta al martirio. Che si voglia l’indipendenza del Tibet e del Turkestan orientale o la sola autonomia… che si voglia un sindacato libero o la possibilità di organizzarsi in leghe contadine… che si voglia la libertà religiosa o quella di navigare su Internet senza censure. Questa è la verità. Dire che il martirio ci sarebbe solo per quelli che vogliono l’indipendenza mi pare un pochino fuori da qualsiasi logica e razionalità.

    Se lei avesse avuto la compiacenza di ascoltare la conversazione radiofonica che ho avuto con Pannella, avrebbe potuto constatare che invece di avvitarmi in solipsistiche risposte alle mie domande ho cercato, anche in quella occasione, di spiegare come l’unica soluzione al problema tibetano potrà essere un effettivo cambiamento dello stato di cose presente a Pechino. Vale a dire un cambio di regime. Cambiamento possibilmente graduale e morbido ma cambiamento autentico. E poiché cambiamenti del genere non cadono dal cielo come grazioso dono degli dei ma sono il frutto della lotta degli oppressi contro i loro oppressori (Carlo Buldrini non me ne abbia per questo linguaggio vetero marxista) sarebbe bene che anche i tibetani dessero la loro dose di picconate al Muro di Pechino. Ovviamente parlo della dirigenza tibetana dell’esilio. I tibetani in Tibet non hanno mai smesso di ribellarsi e solo grazie al loro eroismo l’occupante cinese non è ancora riuscito a “normalizzare” la situazione sul Tetto del Mondo. Sto dicendo, caro Pinter, che a Dharamsala dovrebbero capire che il loro continuo gioco al ribasso non ha prodotto, non sta producendo e non produrrà alcun risultato. Pechino ritiene che più apre la società e l’economia cinese al mercato e alle sue turbolenze più deve aumentare il controllo leninista sulla società. Evito di portare i milioni di esempi che potrei fare al riguardo e mi limito a rimandarla al bell’articolo sulla macchina censoria cinese del corrispondente di Repubblica Giampaolo Visetti che è stato prontamente (cela va sans dire) pubblicato sul sito di A.I.T. Per quanto Dharamsala possa dichiarare la propria adesione al sistema socialista cinese, per quanto possa dire che non ha alcuna intenzione di mettere in discussione il potere comunista, per quanto possa sgolarsi a gridare che “non vuole in nessun modo il ritiro dell’esercito cinese dalle aree tibetane” e per quanto possa umiliarsi (lo ha capito Pinter che sto parlando della famigerata “Nota al Memorandum”?) scrivendo che, “… che i tibetani che vivono nella Repubblica Popolare Cinese hanno fatto dei progressi, migliorando la propria situazione sociale, scolastica, sanitaria ed economica”, non otterrà niente. Perché il sistema comunista è irriformabile. Non cambia, non può cambiare perché se cambiasse non sarebbe più sé stesso. Non è cambiato in Unione Sovietica, in Jugoslavia, in Albania, nei paesi del Patto di Varsavia. Non si è mai riformato. Ad un determinato momento è semplicemente crollato. Figuriamoci se si riformerà in Cina i cui dirigenti ancora oggi continuano ad accusare Gorbaciov di aver ucciso il socialismo sovietico coniugando nel medesimo tempo riforme economiche ed aperture politiche.

    Ecco i motivi per cui io, Carlo Buldrini e tanti altri amici del Tibet (e non dell’ultima ora) riteniamo che continuare ad insistere con la proposta della Via di Mezzo sia un errore madornale. E guardi che all’inizio, nel 1988 quando con Vicky Sevegnani venni personalmente invitato dal Dalai Lama alla sede del Parlamento Europeo di Strasburgo per poter ascoltare di persona la sua esposizione di quella che sarebbe passata alla storia come la Strasbourg Proposal, non ero affatto contrario. Anzi, tentavo di spiegare ai molti tibetani che invece erano contrariati e scioccati (per la prima volta il Dalai Lama si dichiarava disposto a rinunciare alla richiesta di indipendenza in cambio di una significativa autonomia) che era giusto verificare se vi fosse qualche cosa di vero nella frase di Deng Tsiao Ping, “… riguardo al Tibet possiamo discutere di tutto, tranne che dell’indipendenza”. Sono passati 22 anni da quel giugno 1988, credo che sia un tempo sufficiente per qualsiasi verifica. E per trarre le dovute conclusioni.

    Bene, caro Pinter, mi scuso per averla tirata così in lungo. Termino facendole una proposta. Con la comune amica Marina Mattedi, instancabile animatrice del gruppo di sostegno trentino “Il Sentiero del Tibet”, stiamo pensando per il prossimo autunno di proiettare a Trento il documentario “Tibet, quale futuro” del regista Guido Ferrari che la piccola casa di produzione video (www.breizhproductions.com) che ho recentemente messo in piedi, ha pubblicato. Si tratta di una bella inchiesta, rigorosamente neutrale, sul tema Indipendenza-Autonomia che Ferrari ha realizzato l’anno scorso a Dharamsala. Potrebbe essere l’occasione per organizzare, dopo la proiezione, una tavola rotonda in cui confrontare pubblicamente e in un clima conviviale, i nostri rispettivi punti di vista. Mi faccia sapere, se crede, cosa ne pensa. Nel frattempo colgo l’occasione per inviarle i miei più cordiali saluti,

    Piero Verni

  13. skylines Says:

    per fortuna le posizioni dell’Associazione Italia Tibet non sono quelle del consigliere nazionale Roberto Pinter.
    Le cose che ha scritto mi appaiono di una banalità sconcertante. Molto meglio, come sottolinea Verni, quello che scrive il Presidente di Italia Tibet Claudio Cardelli.
    E in particolare mi sembrano patetiche le ultime tre righe dell’intervento di Pinter. Cosa vuole che diventiamo impazienti con i nostri governi? Crede ancora alla favoletta che ci sia un, dico un, governo disposto a giocarsi qualcosa nei suoi rapporti economici e politici con la Cina per far piacere ai tibetani?
    Come detto da molti, che i tibetani comincino a lavorare di piccone per fare cadere il muro di Pechino. Una volta caduto vedrete quanto i governi si accoderanno. Ma fin quando Pechino sarà vista come la gallina dalle uova d’oro, mettiamoci tutti l’anima in pace che nessun governo farà mai nulla di efficace contro l’occupazione cinese del Tibet.
    A parte quelli come il signor Pinter, che contano quello che contano, spero lo capiscano presto i tibetani.
    Skylines

  14. manfred Says:

    Rientrato da un breve viaggio, ho seguito con molto interesse gli scambi di opinione scaturiti in seguito alla conversazione di Piero Verni con Pannella a Radio radicale.
    In particolare ho apprezzato molto il fatto che F. Pullia sembri auspicare una svolta del partito radicale nell’affrontare la questione tibetana avvicinandolo alle posizioni di Verni e che invochi il varo di un nuovo Satyagraha per il cambiamento del regime cinese. Mi auguro questa volta, ben diverso dal Satyagrha del 2008 che mescolava di tutto e di piu`, rasentando la comicita´. Mi ricordo infatti come a Dharamsala, nel marzo 2008, gli esponenti radicali presenti, cercassero di spiegare a me e ad alcuni tibetani di questo loro Sathyagra in cui confluivano : la causa tibetana, i Montagnard vietnamiti, gli Uighuri , i Kurdi iracheni e perfino certi accordi elettorali disattesi tra il PD e il partito radicale . Un minestrone incomprensibile.
    Per quanto riguarda il dilemma autonomia/ indipendenza mi pare gia`di aver ripetuto piu`volte che il problema non si pone nemmeno per noi amici del Tibet. E`affar loro , non nostro! Noi non possiamo che perorare il diritto alla libera autodeterminazione dei tibetani. Questo si`e`anche affar nostro: chiedere che siano i tibetani in futuro a decidere se essere indipendenti o autonomi all’interno di un’altro paese , sia questo la Cina o perche`no? L’ India o altro.
    Per cui possiamo solo consigliare ai tibetani di lottare per l’autodeterminazione. E di rinviare magari a un secondo momento il problema dell’autonomia o dell’indipendenza.
    Mi hanno anche colpito gli appassionati interventi di Carlo Buldrini e di Antonio Attisani. In particolare quest’ultimo aggiunge un elemento nuovo ma fondamentale che secondo me resta spesso in secondo piano parlando di Tibet. Quando scrive: “Anzitutto (che non vuol dire: solo), mi dico, sulla Cina, che costituisce un problema planetario, per tutta la specie umana e il suo futuro.”
    Mentre infatti la questione tibetana poteva essere considerata come periferica nel panorama geopolitico del XX secolo. ora nel XXI con il sorgere a superpotenza di una Cina immutata nella sua forma politica dittatoriale e con il suo sempre maggiore influsso mediatico-finanziario anche sulle nostre societa`relativamente libere, il problema del TIbet diventa improvvisamente e a tutti gli effetti anche il nostro problema. La liberta`dei tibetani , la lotta per i diritti fondamentali in Cina ( di associazione, stampa, sindacati) diventano una lotta per difendere le nostre liberta` e i nostri diritti dati , spesso e troppo volentieri , per scontati.
    Di questo, il largo pubblico, imbottito dai massmedia confindustriali fatica ancora a prendere coscienza. Per cui , mentre ai tibetani va il compito con gli altri oppressi in Cina di picconare la muraglia di Pechino dal di dentro a noi il compito di contrastare gli agenti , piu`o meno consapevoli, della dittatura di Pechino che ormai cominciano a spuntare sempre piu`numerosi nei nostri paesi. Mi riferisco per esempio al nostro ex-premier Romano Prodi ( in compagnia del quale tra l’altro i nostri radicali hanno compiuto un viaggio del tutto sterile a Pechino) paladino dell’ingresso della Cina nel WTO, della fine del simbolico embargo alla vendita di armi alla Cina che ancora vige dall’epoca di TienAmen e che recentemente , a compenso dei suoi servigi e`stato assunto come mezzobusto dalla CCTV, l’organo di propaganda in lingua inglese del regime di Pechino. Per non parlare di analisti come Loretta Napoleoni che nel suo recente libro “Maonomics”,dal considerevole battage pubblicitario , ci propone la dittatura cinese come panacea di tutti i mali che affliggono le nostre vecchie democrazie, modello di buon governo e nuovo orizzonte per le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanita`”In tutto il suo libro riserva invece solo due righe al Tibet dove liquida il problema dicendo in sostanza , ma cosa volete che sia? In fondo anche i democratici Stati Uniti hanno sterminato gli indiani d’America. Sono austriaco di nascita e ancora adesso mi ricordo bene come alcuni nonnetti nostalgici del Terzo Reich a Vienna minimizzavano l’olocausto accusando gli americani di aver fatto fuori gl’indiani il secolo prima.
    Paragone assurdo , fermo restando la regola aurea che due torti non fanno una ragione.
    Tornando invece sul Che fare? A mio avviso nell’ambito del rinnovato Sathyagra di massa auspicato da Pullia, perche`questo abbia la benche`minima efficacia e di mordente dovra`essere abbinato a un boicottaggio di massa dei prodotti cinesi. Spesso mi sento dire ,ah! ma non e`possibile perche`sono troppi. Be`intanto si cominci e se ne prendino di mira alcuni, una parte. Gia`il 10 il 20% avrebbe un effetto non indifferente. In questo senso sono meritevoli le iniziative della Laogai.it di Tony Brandi che da anni spinge perche`siano obbligatorie le etichettature con la provenienza del prodotto e segnalino se questo e`fatto anche parzialmente in Cina e se sia frutto di lavoro forzato. Questa si`,sarebbe un’iniziativa veramente nel segno della Non-violenza gandhiana! Se Clinton dopo Tien Amen, per ripagare le lobby che lo hanno portato alla presidenza aveva portato avanti la politica di separare l’economia dalla promozione dei diritti umani siano ora invece le societa`civili a ricongiungere economia e diritti umani.

  15. Piero Verni Says:

    Innanzitutto vorrei ringraziare tutti gli amici intervenuti in questo scambio di idee. A partire da quello di Carlo Buldrini che lo ha iniziato, mi sembra che siano stati tutti interventi ricchi di passione, concretezza, creatività ed intelligente senso critico.
    In particolare mi hanno colpito gli accenni di Antonio Attisani sulla Cina che costituisce “… un problema planetario, per tutta la specie umana e il suo futuro. Se è vero che il mondo non può imporre ai cinesi la propria idea di democrazia, è anche vero che, prima di tutto, non si vede perché la Cina debba imporre al mondo la propria concezione di governo, e poi che anche l’indispensabile cambiamento della Cina in senso democratico, eventualmente federale, può essere favorito da una vasta azione nonviolenta interna ed esterna, del mondo intero, così da creare le condizioni di una libertà le cui peculiarità saranno “regionali”. Parole sante. Infatti non dovremmo mai dimenticare come il dramma del Tibet rappresenti solo una delle facce del tragico prisma cinese e che la barbarie di cui Pechino è responsabile al suo interno è in grado di riverberarsi anche al suo esterno.

    Sono stato inoltre felice di leggere le parole chiare con cui si è espresso il nostro amico Francesco Pullia che sicuramente, come nota Manfred Manera, lo differenziano dalla posizione ufficiale del Partito Radicale di cui per altro Francesco è un esponente di spicco.

    E come non concordare ancora con Attisani quando ricorda la patetica figura fatta da Emma Bonino ministra del governo Prodi che si guardò bene dal ricevere il Dalai Lama nel suo ufficio ministeriale limitandosi ad abbracciarlo nel corso delle riunioni radicali. Inoltre bene ha fatto Manfred Manera a mettere in evidenza sia il ridicolo dei rappresentanti radicali che a Dharamsala propongono improbabili satyagraha in cui mettere dentro di tutto sia i vergognosi atteggiamenti filo cinesi di Romano Prodi finito, non a caso, a fare il commentatore di politica estera per la televisione di Pechino (e a proposito di quanto scrive Manfred relativamente al libro di Loretta Napoleoni: ho visto il testo in libreria e gli ho dato una scorsa veloce che non mi ha fatto venire alcuna voglia di leggerlo e ancor meno acquistarlo).

    Nella ventina di giorni trascorsi dalla conversazione tra me e Marco Pannella, dal Tibet continuano a filtrare notizie che dimostrano come la repressione cinese continui incessante (5 feriti nel Markham nel corso di manifestazioni contro la profanazione di una montagna sacra; 15 feriti a Labrang nel corso di proteste contro una fabbrica inquinante; pugno di ferro contro intellettuali tibetani dissidenti che ha portato all’arresto di circa 30 tra scrittori, bloggers, cantanti e ambientalisti; 6 monaci arrestati per attività controrivoluzionarie nella contea di Jongda; 2 arresti nella contea di Sertha; nuovi e minuziosi controlli polizieschi a Lhasa per quanto riguarda le copisterie al fine di evitare che si fotocopino “materiali sovversivi”). Però queste tragiche notizie dimostrano anche come continui, altrettanto incessante, la protesta dei tibetani e di come il Tibet (sia quello della cosiddetta “Regione Autonoma” sia quello compreso nelle regioni cinesi confinanti) sia ben lungi dall’essere normalizzato.

    Per questo ritengo che sia indispensabile che la resistenza tibetana possa sentire concretamente il calore della solidarietà internazionale. Un satyagraha mondiale che metta sotto accusa Pechino magari partendo dal processo di produzione dei manufatti costruiti nei famigerati laogai potrebbe essere importante. Così come importante potrebbe essere l’organizzazione dell’assistenza giuridica ed economica a quanti vengono incarcerati per reati di opinione e alle loro famiglie (perché i diversi gruppi di sostegno al Tibet non “adottano” un prigioniero politico e cercano di fare concretamente tutto quello che gli può essere utile nella drammatica situazione in cui si trova?). Utile potrebbe essere cercare di far entrare in Tibet il maggior numero possibile di documenti che chiamano alla lotta e di informazioni su quanto la battaglia dei tibetani sia seguita e appoggiata da determinati settori della società civile. Questi sono solo pochi spunti buttati giù di getto. Ma il discorso è quello che mai come in questo momento non si dovrebbe lasciare sola la resistenza tibetana che dopo l’eroica insurrezione del 2008, e nonostante l’enormità della repressione, sta dimostrando di non voler mollare. Di non volersi piegare all’illegale occupazione del proprio paese. Di non essere in alcun modo disposta a riconoscere a Pechino il diritto di governare il Paese delle Nevi.

    Infine un’ultima considerazione relativa a quanto scrive Manfred Manera sul discorso autonomia-indipendenza. Sono assolutamente d’accordo che il punto fondamentale sia il riconoscimento del diritto del popolo tibetano all’autodeterminazione. Dovrebbe essere chiaro che quanti non riconoscono ai tibetani la libertà di godere di questo diritto non hanno alcun titolo per dire di stare “dalla parte del Tibet”. Detto questo però vorrei aggiungere che, essendo in corso all’interno della società dei profughi un confronto serrato tra due posizioni politiche ben precise, coloro che si riconoscono nella Via di Mezzo e quanti non sono disposti a rinunciare all’idea forza dell’indipendenza, penso sia normale (e giusto) che i sostenitori internazionali del Tibet concordino apertamente e pubblicamente con l’uno o l’altro punto di vista. Carlo Buldrini, nel suo intervento, terminava chiedendo una sorta di “resa dei conti” tra le due posizioni. Ovviamente il linguaggio di Carlo era volutamente “provocatorio” ed estremo proprio per suscitare quel confronto di idee che infatti ha suscitato. Ma sono certo che le parole di Carlo debbano intendersi come il richiamo ad una aperta, leale, costruttiva, chiara, concreta discussione politica. Senza paralizzanti richiami a un peloso unanimismo di facciata e/o a paure di divisioni all’interno della comunità tibetana dell’esilio. Questa, e non da oggi, è già divisa su diverse cose (la polemica sul culto di Shugden o quella su i due Karmapa tanto per fare un paio di esempi) ma questa è la democrazia cari amici tibetani e”inji”. Quindi non si dovrebbe ritenere un dramma che ci si divida su una questione politica così vitale per l’esistenza stessa di un futuro per il Tibet. L’importante è tenere fuori da questo confronto politico i demoni della faziosità, del fanatismo, dell’unilateralità, della malafede, dei rancori personali. Se i tibetani (e i loro amici internazionali) riusciranno a farlo sarà un gran giorno per la causa tibetana. E sarà anche un buon modo per mettere in pratica quei principi democratici che la Costituzione voluta nell’esilio dal Dalai Lama prevede ed auspica.

    P.V.

  16. manfred Says:

    Caro Piero,
    concordo pienamente su tutti i punti da te elencati. A proposito dell’idea di diffondere documenti , opuscoli in TIbet ai letto la notizia che lassu`ora, perfino per fare una fotocopia devi dare le tue generalita`.

  17. Piero Verni Says:

    Sì, e a mio avviso è una prova di come la resistenza in Tibet si stia organizzando e della paura dell’occupante cinese che le idee indipendentiste possano diffondersi ancora di più

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