Appuntamenti Tibet: Marostica

Tornato da un breve periodo di vacanza riprendo in mano il blog segnalando la bella mostra fotografica “Faces of TIBET in exile, ritratti di una generazione che sta scomparendo“, del fotografo Alessandro Molinari. La mostra, inaugurata il 26 giugno rimarrà aperta al pubblico fino al 11 luglio al Castello Inferiore di Marostica (Vicenza).

Riporto di seguito la Presentazione del Dalai Lama e un mio breve testo che accompagna le splendide fotografie dell’amico Molinari.

P.V.

Presentazione del Dalai Lama

Cinquant’anni fa in Tibet, la dura e inflessibile repressione militare cinese e i disordini che si diffusero in tutto il paese portarono circa centomila tibetani a fuggire e cercare rifugio in India. Il generoso sostegno che ricevemmo ci fece capire che non avremmo dovuto dedicare tutto il nostro tempo alla ricerca dei bisogni materiali, ma che potevamo anche dedicarci alla protezione (salvezza, preservazione) della nostra religione, cultura e alla nostra più profonda identità tibetana. Da un lato diciamo spesso che il nostro futuro giace nelle mani dei nostri bambini, ma dall’altro lato dobbiamo prende atto del ruolo importante delle generazioni più vecchie nell’insegnare e dare un esempio. E’ così che i nostri valori morali fondamentali come l’amore e la compassione, la pazienza e la gentilezza sono stati trasmessi alle generazioni successive.
Il fotografo italiano Alessandro Molinari ha sviluppato un progetto fotografico al fine di ricordare alcuni dei
membri più anziani della comunità tibetana, persone che erano giovani nel 1959, prima che questa generazione e le sue voci vengano perdute. Alcuni di loro sono stati qui in esilio per cinquant’anni; alcuni altri ci hanno raggiunto solo dopo aver sopportato una lunga prigionia in Tibet, avendo commesso null’altro crimine tranne quello di essere ciò che erano: tibetani. Ognuno ha avuto il proprio ruolo e, nonostante le privazioni subite, i loro ricordi sono privi di rabbia: questo è un omaggio alla compassione, che rappresenta il nucleo della cultura e dei valori che noi tibetani ci sforziamo di mantenere vivi.
Il XIV° Dalai Lama

Lo sguardo di una generazione preziosa

Verso la libertà

La notte del 17 marzo 1959, Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama del Tibet,  fu costretto a fuggire dal Paese delle Nevi a causa del precipitare della situazione politica.  Il “Prezioso Protettore”, come i tibetani chiamano il loro più alto rappresentante, era nato a Takster, un villaggio del Tibet settentrionale il 6 luglio 1935, in una famiglia di piccoli contadini. Quando aveva poco più di due anni venne riconosciuto come la XIV incarnazione e nel 1940 fu portato a Lhasa dove, come tutti i suoi predecessori, ricevette una accurata educazione religiosa. All’inizio degli anni ‘50 l’incalzare dei drammatici avvenimenti che l’invasione cinese del Tibet aveva messo in moto, lo costrinse ad assumere le sue responsabilità politiche a soli sedici anni. Nel 1959, dopo che la tensione tra tibetani e cinesi era sfociata in una lunga serie di sanguinosi scontri e disordini, il giovane Dalai Lama dovette fuggire da Lhasa poiché i generali di Pechino volevano farlo prigioniero. Dopo un viaggio difficile e pericoloso durato quasi due settimane, il Dalai Lama raggiunse finalmente il confine indiano. Al termine di una vasta pianura c’era un arco di bambù eretto in segno di benvenuto vicino al quale si trovavano sei militari di origine gurka dell’esercito di Nuova Delhi. Era arrivato in Assam e il governo dell’India gli aveva concesso asilo politico. Per la precisione era il tardo pomeriggio del 30 marzo 1959. Il Prezioso Protettore stava iniziando quella vita da profugo che dura ancora oggi.

Mentre in Tibet la repressione cinese si abbatteva come un maglio sulla civiltà e sulla popolazione tibetana, il Dalai Lama veniva accolto in India da imponenti manifestazioni popolari di solidarietà e simpatia e da una più diplomatica cortesia del Primo Ministro Jawaharlal Nerhu. Dopo circa un anno trascorso nella cittadina di Mussurie, a Tenzin Gyatso e al suo seguito il governo indiano offrì una spartana sistemazione nel piccolo villaggio himalayano di Dharamsala (nello stato dell’Himachal Pradesh) che dal 1960 è la residenza ufficiale in esilio del Dalai Lama.

L’essenziale è stato salvato

La fuga del Dalai Lama ebbe una imprevista ripercussione in Tibet. Quando si sparse la notizia che il Prezioso Protettore era riuscito a raggiungere sano e salvo l’India, decine e decine di migliaia di tibetani decisero a loro volta di fuggire. Arrivavano stremati, malati, distrutti da viaggi di settimane, a volte di mesi. Non avevano potuto portare niente con sé e necessitavano di tutto. Cibo, abitazioni, cure mediche. Erano uomini, donne, laici, monaci, vecchi, bambini. Fuggivano dall’imprigionamento e dalle deportazioni che i cinesi riservavano agli oppositori. La cifra esatta di questo drammatico esodo non si conosce e non si conoscerà mai. Stime ufficiose parlano di circa centomila profughi che giunsero in India tra il 1959 e di molte migliaia che non ce l’avevano fatta ed erano perite durante il cammino. E molte continuavano a morire anche dopo essere arrivate.  Si trattava infatti di persone, che non solo erano prive di qualsiasi cosa ma si ammalavano e morivano nelle condizioni climatiche e igieniche indiane, così diverse da quelle del Tetto del Mondo. Inoltre non parlavano alcuna lingua che non fosse il tibetano.

Se l’atteggiamento politico del governo di Delhi nei confronti del Dalai Lama venne da più parti criticato in quanto ritenuto troppo cauto, l’aiuto umanitario che fu concesso ai profughi riscosse invece l’ammirazione del mondo. Un paese povero, come era a quei tempi l’India, trovò la voglia e la capacità di aiutare persone ancora più povere. Certo si trattò di aiuti elementari, ridotti all’indispensabile. Però ci furono e rappresentarono una scelta generosa. Venne immediatamente creata una Commissione d’aiuto ai profughi, e furono aperti due grandi campi di raccolta: Missamari vicino Tezpur e Buxa Duar, nel Bengala occidentale, nei pressi del confine bhutanese. Nei campi venivano forniti i primi soccorsi ai rifugiati, un minimo di assistenza medica, un posto letto in baracche appositamente allestite e abiti nuovi. Per consentire ai tibetani di guadagnare qualcosa, sulla base di un progetto elaborato congiuntamente dal Dalai Lama e da Delhi, furono organizzate delle squadre di lavoro, i road workers, adibite alla costruzione di nuove strade. Era un’attività a cui partecipavano sia uomini sia donne, e veniva pagata quasi niente, ma era anche il primo passo verso lo stabile inserimento in India dei rifugiati, sui quali ricadeva l’onere e l’onore di mantenere in vita almeno gli aspetti essenziali dell’antica e nobile cultura del Tibet, che il genocidio cinese tentava di annientare sul Tetto del Mondo.

All’inizio si dovette affrontare il problema degli insediamenti. Qualcuno propendeva per raggruppare tutti i profughi in una valle dell’India settentrionale. Altri, tra cui il Dalai Lama, pensavano che fosse meglio dislocare i profughi in differenti località. Tra l’altro non sarebbe stato facile trovare una località in grado di ospitare quasi centomila persone. Alla fine prevalse l’idea del Dalai Lama e quindi sorsero, più o meno contemporaneamente, alcune decine di insediamenti. I più grandi, nell’India meridionale, furono quelli di Mungod e Bylakuppe; mentre al nord i principali, oltre a Dharamsala, erano Mussurie, Darjeeling, Dalhausie. Fuori dall’India circa diecimila profughi si stabilirono in Nepal, quasi tremila in Bhutan, duemila in Sikkim.

Per quanto riguardava l’aspetto economico, fu deciso che tendenzialmente gli insediamenti avrebbero dovuto puntare all’autosufficienza ma per aiutarli nell’immediato venne costituito un Fondo Assistenziale del Dalai Lama che assicurò gli interventi più urgenti. Inoltre il governo indiano finanziò una parte dei progetti di assistenza. Infine un aiuto considerevole, anche se sempre al di sotto delle necessità che erano immense, arrivò da governi o enti privati esteri (specialmente occidentali). Con queste risorse si cercò di garantire una rete minima di assistenza ai vari campi profughi ed alle diverse istituzioni che nascevano, prima fra tutte quelle che si occupavano dell’infanzia.

Un discorso a parte va fatto per i monasteri. Essendo l’asse portante della cultura tibetana, il mondo dei profughi ha dedicato una cura particolare al tentativo di ricostruire in India e nei paesi himalayani i principali monasteri delle differenti scuole di pensiero. E il tentativo è riuscito, poiché tutte le tradizioni del Tibet sono in pratica presenti nell’esilio. Ovviamente i monasteri sono stati ricostruiti su scala ridotta, sia per quanto riguarda il numero dei monaci sia la dimensione degli edifici. Ma degli insegnamenti dei differenti lignaggi, sia buddhisti sia bon (l’antica religione del Paese delle Nevi), quasi nulla è andato perduto.

L’incontro con il mondo

Fino agli anni ’60 dello scorso secolo, solo pochissimi studiosi, viaggiatori e diplomatici avevano avuto la possibilità di conoscere direttamente la civiltà tibetana. Agli occhi del mondo esterno il Tibet aveva da sempre costituito una sorta di miraggio, un frammento di un’epoca remota giunto incontaminato fin quasi alle soglie del Duemila. Ancora oggi sovente si è soliti guardare a questa nazione attraverso le lenti deformanti di uno stucchevole stereotipo. Si pensa a quello sterminato Paese (grande quasi quanto l’Europa occidentale) come ad una sorta di mitica Shangrilà. Uno spazio fuori dal tempo, un luogo di fiabe e di leggende dove i santi volano nell’aria e tutti sono felici. Personalmente non credo che questa immagine del Tibet sia mai stata vera. Fino all’invasione cinese del 1949-50, pur esprimendo un livello di coesione sociale e culturale forse unico al mondo, il Tibet era pur sempre un luogo terreno e non un paradiso. Certo la stragrande maggioranza della popolazione era felice di vivere come aveva sempre vissuto. Certo le grandi università monastiche erano riuscite a perpetuare nei secoli veri e propri tesori di saggezza asiatica. Certo una minoranza di yogi, meditatori e maestri spirituali poteva esplorare le profondità più nascoste della mente e dei mondi interiori. Certo la selvaggia bellezza dei territori si integrava armoniosamente con gli stili e le proporzioni della locale architettura. Tutto questo è sicuramente vero, ma è altrettanto vero che la società tibetana aveva i suoi limiti, le sue contraddizioni, le sue ingiustizie, i suoi aspetti da modificare.

L’arrivo in India di decine di migliaia di profughi tibetani rese di colpo accessibili frammenti fondamentali della civiltà tibetana. Fu come se una scheggia, piccola ma di enorme rilievo, della tradizione che prima dell’annessione cinese abitava il Tetto del Mondo fosse stata scagliata al di là dell’Himalaya. In quei territori indiani molto più raggiungibili degli impervi altopiani del Tibet, un tempo proibiti prima per volere del governo di Lhasa e poi di quello di Pechino. All’improvviso quanti erano disposti a recarsi in India e/o negli stati himalayani potevano conoscere di persona alcuni autorevoli esponenti di quel, fino ad allora “misterioso”, Cuore dell’Asia.  Sia che si trattasse di elevate figure spirituali dell’universo spirituale sia di semplici esponenti della società civile, il mondo poté finalmente incontrare un significativo spaccato dell’antropologia tibetana.

Nel corso degli anni l’universo dei profughi è riuscito a organizzarsi nell’esilio. Quelle decine di migliaia di donne e uomini che avevano scelto di abbandonare tutto per rimanere fedeli alle proprie radici e alla propria identità, hanno saputo con intelligenza e ingegno creativo raccogliere tutte le loro energie e costruire una microsocietà in grado non solo di preservare, ma addirittura di accrescere, uno dei più preziosi patrimoni culturali di questo pianeta. A partire dalla prima metà degli anni Sessanta dunque, comincia all’estero il lavoro per salvare l’essenziale della civiltà tibetana. Chi più chi meno, tutti gli insediamenti si sviluppano e pian piano riescono ad assorbire buona parte di coloro che erano impiegati nei lavori più duri e usuranti. Soprattutto i centri d’artigianato divengono in alcuni casi dei buoni investimenti e assolvono alla duplice funzione di assicurare un minimo di decoro economico e preservare la tradizione artistica del Tibet. Nel contempo anche le scuole prendono a funzionare abbastanza bene e l’infanzia tibetana dell’esilio (settore che ha anche goduto di aiuti stranieri) riesce a studiare secondo particolari programmi scolastici decisi dal governo del Dalai Lama che consentono agli allievi sia di conoscere la propria tradizione sia di penetrare anche gli aspetti fondamentali della cultura contemporanea.

E se questo è vero in generale per l’intero arcipelago degli insediamenti, lo è ancora di più per Dharamsala, che da molti anni ormai i profughi sono soliti chiamare la “Piccola Lhasa” perché vi risiede il Dalai Lama ma anche per la presenza di alcune prestigiose istituzioni nate nel corso degli anni. Il 17 maggio 1960, Tsering Dolma sorella maggiore del Dalai Lama, aprì una nursery per 51 bambini tibetani che in poco tempo divenne, con il nome di Tibetan Children Village, il maggior centro scolastico dell’intero universo dei rifugiati. Sempre nel 1960 si gettarono le basi per l’importante Tibetan Institute of Performing Arts, dedicato alla preservazione del “Lhamo”, il tradizionale teatro del Tibet. Un anno dopo, su iniziativa di Yeshe Donden uno dei più rinomati medici tibetani, fu aperto il Tibetan Medical Institute che in breve riuscì non solo a preservare la millenaria medicina tibetana ma a farla anche conoscere in numerose nazioni straniere. Nel 1971 venne inaugurata, alla presenza del Dalai Lama, la Library of Tibetan Works & Archives, un Istituto che ha raccolto i testi che si erano salvati dalle distruzioni cinesi ripubblicando in tibetano, e a volte anche in inglese, quelli principali. Oggi la Library of Tibetan Works & Archives  è un punto di riferimento fondamentale per tutti coloro che si interessano della religione e della società del Tibet.

Così, nel volgere di poco più di un decennio, Dharamsala è divenuta la capitale del Tibet in esilio e i tibetani, salvando l’essenziale della loro cultura, sono riusciti in una impresa che nel 1959 nemmeno i loro più convinti estimatori avevano ritenuto possibile.

Tibet: quale futuro?

Oggi, all’inizio degli anni Dieci del Secondo Millennio, la diaspora tibetana è arrivata alla quarta generazione di nati in esilio. Nel corso di questo lungo e drammatico cinquantennio molte altre migliaia di profughi hanno continuato a fuggire dal Paese delle Nevi per trovare rifugio in India. Nel Tibet occupato alle violenze, alle distruzioni, al genocidio del periodo allucinato della cosiddetta Rivoluzione Culturale è subentrata una repressione meno evidente e plateale ma non certo meno pericolosa. Il potere cinese, a partire dal 1980, ha cominciato a consentire la ricostruzione di numerosi monasteri distrutti (anche se i luoghi di culto rimangono sotto lo stretto controllo del governo di Pechino che stabilisce regole e normative), il soffocante regime poliziesco si è leggermente allentato, alcuni elementi del tradizionale stile di vita tibetano sono oggi tollerati da Pechino. A fronte di questi modesti cambiamenti positivi però si deve ricordare che attualmente in Tibet l’immigrazione cinese ha raggiunto picchi allucinanti rendendo, a Lhasa e in molte altre aree, i tibetani una insignificante minoranza rispetto ai nuovi coloni han. Lo sfruttamento intensivo del turismo, in modo particolare quello interno alla Cina, sta alterando in modo preoccupante i delicati equilibri degli stili di vita tibetani. E, cosa ancor più grave, tutti i generosi sforzi del Dalai Lama per trovare una soluzione pacifica, equilibrata e soddisfacente per tutti, al problema tibetano sembrano essere naufragati di fronte alle rigide chiusure della nomenklatura di Pechino. In questa situazione quindi, adesso come ieri, alla pattuglia dei rifugiati tibetani in India e negli stati himalayani spetta l’onere di mantenere in vita l’autentica cultura del Tibet e con essa la speranza che un domani questa possa tornare a vivere e fiorire in un Paese delle Nevi finalmente di nuovo libero.

L’inesorabile scorrere del Tempo, questo ineludibile tiranno delle nostre  esistenze, sta conducendo al limitare della vita gran parte di coloro che nel lontano 1959 fuggirono dal Tibet per cercare rifugio in India. Pian piano queste persone stanno avvicinandosi al termine della loro esistenza terrena. Sulla base di questa consapevolezza, il fotografo (e mio caro amico) Alessandro Molinari ha sentito l’urgenza di recarsi più volte in diversi insediamenti tibetani dell’India settentrionale per fotografare e filmare i volti di alcuni di questi questi eroici testimoni e protagonisti di una delle più tragiche pagine della storia del Novecento asiatico e ascoltarne le storie. Il risultato è uno straordinario reportage, una eccezionale testimonianza della tragedia tibetana che dovrebbe interrogare tutti coloro che hanno a cuore valori quali la dignità e la libertà dell’essere umano. I volti, gli sguardi, le espressioni che l’obiettivo di Alessandro Molinari è riuscito a catturare in queste immagini, rappresentano una testimonianza viva e diretta di un mondo che, così come lo avevano conosciuto e vissuto quelle donne e quegli uomini, non esiste più. Distrutto, annichilito, spazzato via da una tempesta terribile e devastante. Ma è anche un mondo che i soggetti fotografati da Molinari hanno continuato a fare vivere nello spazio insondabile della memoria e del ricordo. Un mondo che grazie alle loro testimonianze è stato possibile trasmettere alle nuove generazioni di tibetani. E quindi, resi immortali dall’obiettivo della macchina fotografica, questi “Volti del Tibet in Esilio”, rappresentano nel medesimo tempo una testimonianza preziosa di una pagina fondamentale della storia del Tibet e la consapevolezza che l’essenziale sia stato salvato. Che la millenaria civiltà tibetana stia superando anche questa difficile scommessa con la Storia.

Piero Verni

One Response to “Appuntamenti Tibet: Marostica”

  1. Marco Restelli Says:

    Bentornato Piero! A presto!
    Marco/MilleOrienti

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