Anything less than Independence…
Un gruppo di intellettuali, artisti, scrittori e giornalisti tibetani politicamente impegnati ha l’altro ieri consegnato al rappresentante del Ministero degli Esteri indiano signora Nirupama Rao, che era a Dharamsala per colloqui con il Dalai Lama ed esponenti del governo tibetano in esilio, un memorandum sulla situazione presente e sul futuro del Tibet. Completamente a favore della richiesta di totale indipendenza, il documento (i cui primi firmatari sono il poeta e attivista Tenzin Tsundue, lo scrittore Lukar Jam e il lama Shingza Rinpoche) mi sembra di notevole importanza. Esprime una posizione molto chiara e netta e dichiara apertamente di esprimere un punto di vista alternativo alla “Via di Mezzo” pur riconoscendo il Dalai Lama come rappresentante dell’intero popolo tibetano (“our leader His Holiness the Dalai Lama”). Inoltre, cosa che mi ha colpito, parlando della volontà di assicurare al Tibet il ritorno all’indipendenza, il documento afferma, “… the goal of the struggle cannot be anything less than Independence”. Le stesse parole pronunciate dal Mahatma Gandhi prima di abbandonare la Conferenza di Londra del 1931 durante la quale gli inglesi gli avevano proposto un accordo sulla base di una notevole forma di autonomia all’interno del dominio del Raj britannico.
Anything less than Independence… niente di meno della completa indipendenza. Da questa parola d’ordine potrebbe ripartire la lotta per la libertà del Tibet. Speriamo venga accolta.
P.V.
To Ms Nirupama Rao Foreign Secretary, Government of India
Your Excellency,
We are a group of young Tibetan artists, intellectuals, writers, translators and activists living in Dharamsala. Some of us are born and raised in India while others have escaped from Tibet and since then living on this side of the Himalayas. We welcome you to Dharamsala as you arrive with the fresh rain of monsoon.
When Tibetans first sought asylum in India following the footsteps of our leader His Holiness the Dalai Lama, the Tibetan freedom struggle was in its formative phase; there was neither the international awareness nor was there political education and understanding within the Tibetan community. It was the kindness of India and her people who opened the doors of their homes to us and we made it our second home.
Today, after 50 years of being in exile, Tibetan youngsters grow up in India like most young Indians with modern education and outlook, but we are always aware of our identity and responsibilities towards our struggle and our leader His Holiness the Dalai Lama. It is partly because of India’s support to our cause that the Tibetan struggle not only survived the difficult period but got resurrected to this level of international awareness and confidence within the struggle. We are grateful to the government and people of India. Please accept our deepest gratitude.
The Tibetan struggle is not just to find a temporary arrangement for the exile Tibetans to return home, but to seek a long-term interest for the survival of the Tibetan people and the nation. And therefore whatever may be the policies being held by His Holiness the Dalai Lama and the exile government; we believe very strongly that the goal of the struggle cannot be anything less than Independence. Only an independent Tibet can guarantee the survival of the Tibetan people, our culture and the nation. The 2008 uprising in Tibet is a clear public mandate that the Tibetans in Tibet are willing to even die, but not live under Chinese colonial rule.
We understand that His Holiness the Dalai Lama – the Buddha that he is – is guided by his universal concern and therefore he has not been insistent for the independence of Tibet, and the exile government’s policy seeking autonomy within China is bound by its relationship with the Government of India which still supports the One China policy.
The difference in the political stands between His Holiness and us doesn’t divide us on our principled belief in Nonviolence. The Tibetan freedom struggle is based on the Buddhist principles of nonviolence, and when we hit the streets with our direct action campaigns we are inspired by Mahatma Gandhi’s Satyagraha.
We understand that the Government of India is dealing with People’s Republic of China as a neighbour today. We are also aware that the Indian government still holds its decades old policy on Tibet saying: “Autonomous Region of Tibet is a part of the People’s Republic of China”, and that has not been reviewed all these time while there is a mounting Chinese military, political and environmental pressures on India.
Between the 1947 founding of Indian independence and 1949 Chinese invasion of Tibet, India and Tibet shared two years of friendly relationship as independent nations. So long as China continues its occupation of Tibet India will never be able to solve its border issues amicably with China. Therefore we urge you to take this petition to the Government of India - our plea for a review of India’s policy towards Tibet. Only by recognizing the historical independence of Tibet – with whom the Himalayan borders were decided through bilateral treaties – can India validate its legal and historical claim over its Himalayan states which have been challenged time and again by the People’s Republic of China.
We the younger generation Tibetans see in India a significant role she can play in re-establishing the independence of Tibet and maintain a brotherly relationship with future Tibet.
We wish you a very pleasant stay in Dharamsala.
Namaste
Tenzin Tsundue
Lukar Jam
Shingza Rinpoche
Lobsang Yeshi
Lungrik Gyal
Phuntsok Wangchuk
Karma Sichoe
Tenzin Choeying
Karma Choekyi
Tenzin Choedon
Tenzin Chokey
Buchung D Sonam
Tenzin Nyinje
Namlo Yak
Yungdrung Tsering
Tenzin Norkey
Tseten Gya
Zung Zhuk Kyi
Drukbey
Pema Choedon
Kalsang Rinchen
July 16th, 2010 at 1:51 pm
Caro Piero, non è una pignoleria linguistica. Il titolo del tuo post dovrebbe essere: “Not anything (e cioè: Nothing) less than independence”. Quello che hai scritto significa: “Qualsiasi cosa purché non l’indipendenza” e cioè l’esatto contrario di quello che pensano Tsundue e compagni. A mio avviso il punto decisivo della loro lettera a Nirupama Rao è il seguente: “The difference in the political stands between His Holiness and us doesn’t divide us on our principled belief in Nonviolence. the Tibetan freedom struggle is based on the Buddhist principles of nonviolence and when we hit the streets with our direct action campaigns we are inspired by Mahatma Gandhi’s Satyagraha”. Da quando sono ritornato in Italia ho sempre sostenuto con forza questa posizione. Ritengo essere questa la vera “Via di mezzo”, tra chi vuole consegnarsi con le mani legate al Partito comunista cinese e chi, tra i tibetani (ma sono ormai pochi e in via di estinzione, è ancora affascinato dall’idea di “lotta armata”. Dobbiamo appoggiare con forza questa nuova generazione di tibetani che vogliono l’indipendenza e lottano con la nonviolenza. Tutto il resto (da parte nostra) è meschino opportunismo politico.
July 16th, 2010 at 2:17 pm
Rammento a quanti non lo sapessero o se lo fossero dimenticati, che, nel corso della sua storia moderna, mi risulta che il Tibet non sia mai stato riconosciuto come stato sovrano e indipendente da alcuna altra nazione al mondo.
July 16th, 2010 at 8:56 pm
Gentile signor “Dawa-la”, quello che le risulta (e cioè che il Tibet, nella sua storia moderna, non sia mai stato riconosciuto come stato sovrano e indipendente da alcuna nazione al mondo) è falso. Per sua conoscenza le trascrivo qui di seguito alcuni stralci da un mio articolo pubblicato qualche tempo fa. Se avrà la cortesia di dare il suo vero nome e il suo indirizzo e-mail sarà mia premura inviarle copia fotografica del passaporto di cui si parla nell’articolo.
Un foglio di carta tibetana ingiallito dal tempo. Il bordo, in alto, corroso dai “pesciolini d’argento”. La scrittura al centro della pagina è in tibetano, nella sua forma più svolazzante. Subito sotto, battuta a macchina, c’è la traduzione in lingua inglese. “Il latore della presente, Tsepon Shakabpa, capo del Dipartimento delle finanze del Governo del Tibet, viene inviato da questo Governo in Cina, negli Stati Uniti d’America, nel Regno Unito e in altri Paesi per esplorare la possibilità di intraprendere scambi comerciali tra il Tibet e i suddetti Paesi. Saremo pertanto grati …”. Al passaporto è stato apposto il sigillo del Kashag, il governo tibetano. E’ datato “Lhasa, il 26° giorno dell’ottavo mese del Maiale di Fuoco” (il 10 ottobre 1947). E’ l’unico passaporto, ancora oggi esistente, emesso dal Tibet quando era una nazione indipendente. Questo prezioso documento è stato per la prima volta mostrato al pubblico di New Delhi il 23 e 24 giugno 2007 nel corso della “Conferenza per un Tibet indipendente” organizzata da Friends of Tibet (India), una ong indiana. (…) Nella piccola fotografia in bianco e nero attaccata al passaporto, Tsepon Shakabpa, l’intestatario del documento, ha gli occhi a mandorla e lo sguardo fiero. (…) Shakabpa, a soli 23 anni, entrò a far parte dell’amministrazione centrale tibetana. Dal 1930 al 1950 fu capo dipartimento (ministro) delle Finanze. Nel 1948 il governo di Lhasa inviò una delegazione di cinque persone in Cina, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Svizzera, Italia, Egitto, Arabia Saudita e India per promuovere gli scambi commerciali tra il Tibet e questi paesi. Shakabpa fu il capomissione. (…) Il certificato dell’alto funzionario del governo tibetano è un documento storico importante. Prova che il Tibet, prima dell’occupazione militare del paese da parte della Cina comunista, era una nazione indipendente e, come tale, era riconoscito dagli altri paesi del mondo, Italia compresa. Il governo tibetano fece richiesta dei visti per Tsepon Shakabpa in quanto “Capo del Dipartimento delle Finanze”. I vari paesi, così come vuole la prassi diplomatica, gli concessero il visto gratuito in quanto si trattava di un alto funzionario del governo di un paese straniero. E’ così che sul passaporto si legge la dicitura “Official, gratis” vicino ad alcuni visti. “Sans frais, courtoisie”, vicino a quello francese e “Cortesia diplomatica” in quello italiano. Il visto italiano venne concesso dal Consolato generale d’Italia di New York il 3 dicembre 1948. E’ il visto numero 20611. Shakabpa entrò in Italia il 15 dicembre 1948 come prova il timbro apposto al visto d’ingreso dove si legge: “Domodossola Valico Ferroviario 3. Entrata. 15. 12. 48″. Il rilascio di questo visto pone una serie di problemi “diplomatici”. Li si possono riassumere tutti con un’unica domanda: come mai, nel dicembre 1948, il governo della Repubblica italiana riconosceva il Tibet come nazione sovrana e indipendente e, oggi, lo ritiene invece essere parte integrante della Repubblica popolare cinese? (…) Carlo Buldrini
July 17th, 2010 at 4:37 am
E perche’ mai Dawa-la non dovrebbe essere il mio vero nome ? Ma come si permette ? Per quanto riguarda il l mio indirizzo email, lo indicai sin da subito. Nel concreto, ribadisco ancora che, per essere riconosciuti nazione indipendente, occorre il riconoscimento formale da parte degli altri stati. Farsi un pezzo di carta e chiamarlo passaporto NON conta.
July 17th, 2010 at 5:25 am
Mi vedo costretto ad utorizzare il moderatore di questo blog ( solo lui ) a verificare se il mio nome e’ veramente Dawa-la e se l’indirizzo email che ho indicato e’ fittizio o reale. ( viene fatto con tutti ? ). Fermo poi restando che ciascuno qui possa scrivere quello che piu’ gli aggrada, mi permetto di consigliare di proporre ai lettori tesi il piu’ possibile inattaccabili, non pseudoargomentazioni da bar sport che nel campo diplomatico non hanno giustamente alcun valore.
July 18th, 2010 at 8:35 pm
Cari amici sono fuori sede per ragioni di lavoro quindi in questi ultimi giorni non ho potuto seguire il blog e me ne scuso.
Per Carlo: avendo fatto copia e incolla dal documento ho riportato la frase così come è scritta nel testo inglese.
Per Dawala: in questo blog si può benissimo comparire firmandosi con pseudonimo. Quindi non c’è alcuna necessità di controllare la sua identità. Lei ha espresso le sue idee con un linguaggio corretto e questo basta. Quale che sia il suo nome.
July 18th, 2010 at 10:24 pm
Dawala NON e’ uno pseudonimo ! Ma come ve lo devo dire ? Perche’ volete insinuare questo dubbio nella mente di chi legge ? Anche lei ci si mette ? Comunque, io ho solo messo sul piatto un FATTO, non ho assolutamente espresso idee. E invece di commentare le motivazioni alla base di quetto incontrovertibile FATTO, esso viene liquidato con un lapidario ” E’ FALSO ” peraltro autocitandosi. Perche’ falso: perche’ nel dopoguerra fu messo un timbro di cortesia in Italia su un pezzo di carta autodefinito passaporto., da cui la conclusione che lItalia riconobbe il Tibet !?!?!? Mi scusi ma queste sono argomentazioni { arrampicamento sui vetri } da ultras calcistico italiano, di quelli cioe’ che negano l’evidenza ad oltranza anche sui rigori piu’ evidenti, senza rendersi conto { ???} di fare cosi’ il male della squadra, oltre che allargare ancora piu’ la distanza non solo dagli ultras avversari, ma anche da tutti i non schierati,
July 19th, 2010 at 5:36 am
“Mi risulta che il Tibet non sia mai stato…” non è l’enunciazione di un “fatto” ma di un’”opinione”, un’”impressione”. I visti posti sul passaporto (con tanto di sigillo del Kashag) di Tsepon Shakabpa, il ministro delle Finanze del Governo tibetano, sono la prova concreta, il “fatto”, che il Tibet, nel 1948, era riconosciuto da paesi come la Cina, gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, la Svizzera, l’Italia, l’Egitto, l’Arabia Saudita e l’India. L’India concesse a Shakabpa un visto di ben sei mesi. In questo paese, in quanto ministro delle Finanze del governo del Tibet, Shakabpa potè incontrare anche il Mahatma Gandhi. Quando gli offrì la sciarpa cerimoniale tibetana (il khata) Gandhi gli chiese se fosse stata fabbricata in Tibet. Shakabpa ammise che si trattava di materiale importato. Gandhi allora lo redarguì bonariamente dicendogli: “E’ molto importante che le cose di cui facciamo uso quotidiano vengano prodotte nel nostro stesso paese”. Quasi una premonizione che il Tibet potesse un giorno venire colonizzato. Questo prezioso passaporto costituisce il “fatto”, certificato dai timbri e dalle marche da bollo dei paesi che, prima dell’invasione dell’Armata Rossa di Mao, riconoscevano il Tibet quale nazione sovrana e indipendente. Farfugliare cose incomprensibili sui “rigori più evidenti”, questo sì, significa far precipitare la discussione in “pseudoargomentazioni da bar sport”.
July 19th, 2010 at 5:55 am
Ma si vergogni, lei e’ patetico e farfuglia nonsense. Mi pare piu’ interessato a difendere il suo fragile ego facilmente feribile e a promuovere suoi scritti piuttosto che esaminare e confrontarsi obiettivamente con la realta’.Ho tentato di proporre una discussione sulle ragioni alla base di fatti diplomaticamente rilevanti e obiettivi ma lei prosegue nel far finta di non capire e a proporre donazioni di sciarpe e altre quisquilie.
Ma lasci perdere per carita’. Meglio per i tibetani che lei se ne stia zitto.
.
July 19th, 2010 at 8:19 am
Al gestore di questo blog: non intendo approfittare di questo spazio da lei cortesemente messo a disposizione per dare corda al saputello sig Carlo che vedo pieno di astio e pronto ad attaccar briga in modo infantile e con argomenti risibili e irrilevanti. Se lei avesse mai voglia di contattarmi, il mio indirizzo email ce l’ha. Last but not least, poi non lo dico piu’ NESSUNA NAZIONE AL MONDO RICONOSCE IL TIBET COME INDIPENDENTE, Durante gli ultimi 60 anni solo la Gran Bretagna faceva un distinguo tra sovranita’ e suzerainity, da un paio d’anni nemmeno quello. HHDL lo sa bene per cui ritiene, forse anche per questo, di non percorrere la strada dell’indipendenza; se abbia scelto o meno la strada politicamente piu’ efficace io non lo so, pero’ io personalmente e tantissimi tibetani che conosco, gli siamo pienamente e incondizionatamente solidali. Ho anche ascoltato una parte del dialogo Pannella Vermi: io personalmente mi ritrovo piu’ sulle posizioni del primo, ma rispetto ovviamente quelle di quest’ultimo.
July 19th, 2010 at 8:23 am
Chiedo scusa, volevo ovviamente dire sig. Verni ! Sono stato evidentemente influenzato da un tizio che in passato aveva credo maliziosamente storpiato il nome nello stesso modo.
July 19th, 2010 at 1:26 pm
Caro Dawala, io non volevo insinuare che il suo nome fosse uno pseudonimo ma solo ribadire che in questo blog non è assolutamente un dramma se qualcuno si firma con un nome di fantasia. Ad esempio c’è skylines che interviene spesso e, almeno a mio avviso, con piacere di tutti.
Per quanto riguarda il discorso sull’indipendenza del Tibet.Quantomeno tra gli anni dieci e quaranta dello scorso secolo, è una questione piuttosto chiara. Il Tibet, dopo che il popolo e l’esercito tibetano espulsero i soldati dell’Impero manciù da Lhasa e da tutto il territorio tibetano (1911) è rimasto una nazione del tutto indipendente fino all’ottobre 1950 quando venne invaso dalle truppe di Pechino. Il governo nepalese e quello britannico avevano le proprie rappresentanze diplomatiche a Lhasa e dalla seconda metà degli anni ‘30 dello scorso secolo, anche il governo nazionalista di Ciang Kai Shek. Nel 1914 i ministri del governo di Lhasa firmarono con Londra un importante trattato relativo ai confini indo-tibetani (il trattato MacMahon in vigore, nelle sue linee essenziali, ancora oggi).
Nel 1942 (se non sbaglio) una delegazione statunitense si recò a Lhasa per chiedere al governo tibetano il permesso (negato) per consentire alle truppe alleate di poter attraversare il Tibet nella loro marcia verso la Cina meridionale. Il Tibet fu rappresentato come nazione indipendente alla importante conferenza internazionale sull’Asia tenutasi a Delhi, se non vado errato nel 1946 o 1947 (sono in viaggio e malauguratamente non ho con me il mio computer principale e quindi mi scuso se qualche citazione potrà essere imperfetta). Infine, l’episodio del passaporto citato da Carlo Buldrini. Non è una questione di poco conto. Se un governo emetto un passaporto (che non è un pezzo di carta straccia) che consente ad un suo diplomatico di poter ottenere visti di ingresso dalle ambasciate e dai governi quali quello dell’India, della Gran Bretagna, degli USA, dell’Italia, beh non mi sembra un elemento da poco all’interno di una discussione come quella che stiamo facendo.
Penso dunque che da questi esempi (ce ne sarebbero comunque anche altri) si possa tranquillamente evincere che fino all’ottobre 1950 il Tibet era una nazione del tutto indipendente tra l’altro dotata di un governo, di leggi, di moneta, di esercito, di bandiera, etc. E’ però vero che, a parte il riconoscimento reciproco con la Mongolia del 1913, Lhasa non si peritò di cercare un riconoscimento formale da parte degli altri Paesi e non si sognò nemmeno di iscriversi alla Società delle Nazioni. Errore gravissimo dal punto di vista della diplomazia internazionale. Oggi è sicuramente vero che nessuno stato riconosce il Tibet come nazione indipendente, però questo non ha impedito al senato statunitense e al Parlamento Europeo di definire il Tibet “nazione illegalmente occupata” in alcune loro risoluzioni ufficiali.
Questo dal punto di vista formale. Da quello concreto sono d’accordo con Carlo Buldrini che solo la richiesta di indipendenza e la pratica di una lotta gandhiana per ottenerla sia l’autentica “Via di Mezzo”. Quello tentato dal Dalai Lama è stato un tentativo, sicuramente nobile nei suoi intenti, ma del tutto inefficace e controproducente sul piano politico. Per dialogare e raggiungere compromessi bisogna essere in due. Se dialoga solo una parte è un monologo (pronto a degenerare in solipsismo) e le concessioni unilaterali, soprattutto con un interlocutore come quello cinese, una resa incondizionata senza contropartite.
Per quanto mi è consentito di vedere, il Dalai Lama scelse la “Via di Mezzo” nel remoto 1988, non perché non fosse consapevole che il Tibet fosse uno stato indipendente fino all’invasione cinese (consulti in proposito la raccolta dei discorsi del 10 marzo del Dalai Lama a partire dal 1960, sono facilmente reperibili in rete nel sito dello stesso Dalai Lama) ma sulla base della speranza (rivelatasi ahimè tragicamente errata) che una posizione del genere avrebbe potuto smuovere Pechino e convincerlo a prendere atto che esisteva un problema tibetano da affrontare.
Spero di averle risposto. In ogni caso benvenuto in questo blog e non si preoccupi della storpiatura del nome. Sono certo sia stata involontaria ma anche ove fosse stata volontaria poco male, qualche scherzo goliardico ogni tanto può anche muovere il sorriso.
Cordiali saluti,
PV
July 19th, 2010 at 2:01 pm
La ringrazio della cortese risposta. Le assicuro comunque che ho in biblioteca innumerevoli volumi sull’argomento……..talmente tanti e spesso contraddittori l’uno con l’altro, da non consultarli nemmeno piu’. La sua visione della storia mi pare veramente parziale, ma d’altronde lo e’ per tutti, anche per il sottoscritto,,,,per cui.,,,,,,,preferisco semplicemente aderire a quanto dice HHDL, cioe’ forget the past and let’s build up the future together. Nel mio piccolo e’ questo che sto FACENDO, e non certo solo a parole.
July 20th, 2010 at 5:56 pm
Caro Dawala,
nel corso delle tante interviste private che il Dalai Lama ha avuto la bontà di concedermi nel corso di quasi 30 anni, ha sovente ribadito come sia fondamentale per costruire il futuro non perdere il legame che ci lega al nostro passato. Alle nostre radici, alla nostra storia, alla nostra memoria.
Ma anche se il Dalai Lama volesse dimenticare il passato, sperando così di ottenere attenzione dai cinesi, questi si guardano bene dal farlo. Tanto è vero che ripetono sempre, come fosse un mantra: prima di procedere verso qualsivoglia embrione di intesa, il Dalai Lama dovrà dire con chiarezza che il Tibet è sempre stato parte della Cina così come Taiwan.
Come vede, ancora una volta sarà bene ricordarsi che per dialogare si deve essere in due. E se anche il Dalai Lama vorrà dimenticare il passato, Pechino è sempre lì a pretendere che lui ne parli. E ne parli come vuole Pechino.
Mi dispiace doverlo ripetere in continuazione ma le cose stanno proprio così. Fino a quando la Cina sarà governata da questo genere di burocrazia, il Dalai Lama un autentico dialogo non lo otterrà mai. E tantomeno una genuina autonomia per il Tibet.
Come dicono gli inglesi: truth is truth… can be bitter but remains truth.
Nel mio piccolissimo (sicuramente più piccolo del suo) io invece sto cercando di aiutare tibetani e i loro amici a riflettere su come stiano realmente le cose. Senza mai stancarmi di sottolineare che “Prendere i propri sogni per realtà” era un suggestivo slogan del remoto “maggio francese” ma non aiuta il popolo tibetano ad ottenere giustizia e dignità.
Sfortunatamente. E con tutto il dovuto rispetto per la figura e l’opera del XIV Dalai Lama del Tibet.
July 20th, 2010 at 11:34 pm
Le nostre posizioni mi sembrano molto distanti sig Verni! Non avevo francamente mai letto prima lo statuto di Italia Tibet, per cui comprendo ora le ragioni per cui lei da’ cosi’ tanto rilievo a certi “fatti” per me quasi insignificanti, dimenticandone invece altri che dal mio punto di vista sono molto piu’ rilevanti.
Comunque, siccome lei e’ stato cortese nel rispondere, cerchero’ anch’io di fare ( brevemente ) altrettanto.
Qualcuno s’e’ messo a fare la conta di quante CULTURE ci sono al mondo, ciascuna con le proprie radici, rivendicazioni, rapporti problematici col “potere” ecc ecc. Beh pare siano 5000, senza contare quelle finte o di comodo quali Padania ecc. Pur essendo la mia famiglia tibetana, non e’ assolutamente la radicalizzazione delle differenze o unicita’ tibetane , da cui le lotte per l’indipendenza politica ( cosi’ come quella di molti degli altri 4999 ), che secondo me vanno esaltate….anzi, l’opposto ! Le radici ci sono, certo, ovvio, ma NON devono divenire un’ossessione e tantomeno l’obiettivo finale. in contrapposizione con le altre culture, compresa quella Han ovviamente.
HHDL e’ la reincarnazione di Avalokiteswara, cioe’ della UNIVERSAL COMPASSION, non della TIBETAN compassion, e come tale cerca coerentemente di comportarsi! Non credo che Buddha 2500 anni orsono fece distinzioni etniche, per cui non le voglio fare nemmeno io. Sono personalmente contro gli stati etnici, quindi contro le indipendenze etniche, per cui anche sfavorevole a quella tibetana certo…..si’ perche’ c’e’ anche l’EGO etnico eh non solo quello individuale ! Beware ego !!!!!!
Per finire, per “nel mio piccolo” intendevo solo dire che “non faccio politica”; in famiglia e nel cerchio delle amicizie ( tibetane, non della diaspora ) cerco di parlare poco ma agire molto dando cosi’ un onesto esempio, che poi ciascuno secondo coscenza valutera’ se seguire o no.
July 21st, 2010 at 12:55 am
Caro signor Dawala,
le faccio notare che sua HHDL ha piu`volte e con dure parole condannato quello che lui definisce il genocidio culturale in atto ai nostri giorni in Tibet.
Per cui mi risulta non abbia raggiunto, se mai abbia desiderato farlo, quel vago stato di buddita` da lei indicato , che lo renda totalmente indifferente alle proprie radici culturali.
Certo il Dalai Lama ha il difficile compito di trovarsi a dover agire contemporaneamente su due piani , quello di leader spirituale buddhista e quello di leader politico , protettore del suo popolo e della nazione tibetana. Ma i due piani non vanno senz’altro confusi.
July 21st, 2010 at 3:51 am
Caro Manfred, sono d’accordo con lei ! La reincarnazione della UNIVERSAL compassion non dovrebbe’ essere contemporaneamente anche leader politico solo protettore solo del popolo e della nazione tibetana. Infatti, in una intervista al Times dopo 3/14 HHDL si e’ dichiarato pronto a scindere le due “cariche”, a rendere nelle mani delle autorita’ locali della TAR tutto il suo potere temporale e a ritirarsi nel monastero nel quale studio’ da ragazzo. Tutto questo a parole naturalmente, non nei fatti. HHDL e’ un uomo come noi, puo’ certamente commettere errori, anzi sicuramente li commette. In nessun Concilio gli e’ stata tra l’altro riconosciuta l’infallibilita’ come al Papa di Roma ( solo quando parla ex cathedra comunque ) .
Per quanto riguarda la condanna da parte di HHDL del cosiddetto genocidio culturale in Tibet (chiamato pure inferno in terra ecc), a mio avviso esagera e anche di molto. La TAR non e’ certamente il paradiso in terra, ma nemmeno l’inferno.
July 21st, 2010 at 6:26 am
Caro Dawala,
in più occasioni il Dalai Lama ha avuto modo di spiegare (lo ha fatto anche in diverse interviste private che mi ha concesso) come l’istituzione del Dalai Lama sia peculiare al mondo tibetano. Nata per beneficiare il popolo tibetano in un determinato momento della sua storia. I Dalai Lama sono stati sempre legati indissolubilmente al Tibet (non a caso Avalokitesvara è il protettore del Tibet e non dell’Universo) e il presente Dalai Lama mi ha più volte detto che se il popolo tibetano dovesse ritenere non più di beneficio tale istituzione, questa dovrebbe cessare (ho ancora i nastri registrati relativi a queste affermazioni).
Mi sembra che ci sia molto poco di “Universale” in tutto ciò.
Per quanto riguarda il discorso sul genocidio commesso dai cinesi in Tibet, non mi pare proprio che il Dalai Lama esageri. O se lo fa è in buona compagnia. La Commissione Internazionale dei Giuristi e diverse altre organizzazioni umanitarie si sono espresse, dalla fine degli anni ‘50 dello scorso secolo ad oggi, nel medesimo senso.
Contrariamente a lei, ritengo che la situazione attuale del Tibet (di tutto il Tibet storico non solo della cosiddetta TAR) sia veramente una sorta di inferno sulla terra. Non a caso la situazione non si è mai normalizzata, come ampiamente dimostrato dalla rivolta del 2008 e dallo stato di tensione che c’è ancora oggi. Vedi massiccia presenza militare che continua.
Cordiali saluti,
PV
July 21st, 2010 at 9:38 am
La sua posizione era gia’ chiara; per onesta’ avevo ritenuto opportuno chiarire anche la mia: sono visioni differenti, nulla di male, dovrebbe essere consentito a tutti dialogare in questo modo…..si’ certo anche a Lhasa, e’ ovvio ! Purtroppo non e’ cosi’.
Per quanto riguarda la presenza dei poveri ragazzi Han della PAP sbattuti li’ in mimetica, anfibi, casco da F1, scudo trasparente e mitra anche a canna lunga, per strada, davanti al Jokhang, sui tetti….insomma dappertutto: LEI HA PERFETTAMENTE RAGIONE ! E’ una presenza allucinante, imbarazzante anche per i turisti cinesi, glielo assicuro. Tutti gli amici provenienti dalla cosiddetta mainland sono rimasti letteralmente basiti dalla visione di questo surreale dispiegamento di forze. Vengono formalmente contrabbandati come PAP cioe’ People’ s Armed Police……ma che polizia e’ se parlano solo cinese e nemmeno una parola di tibetano ? E in caso di disordini in che lingua impartirebbero gli ordini alla folla ? E’ come se a seguito di ipotetici disordini a Roma la CEE inviasse poi per anni Tedeschi e Norvegesi col mitra …. Anche a causa di assurdita’ come questa, moltissimi tibetani specialmente dopo 3/14 faticano a sentirsi cittadini della PRC. su questo siamo d’accordo, senza bisogno di sfrugugliare nel passato e indipendentemente dai ruoli ricoperti da HHDL.
July 21st, 2010 at 10:20 am
Be`certo la Cina non e`la Cee che , come lei dice, non si sognerebbe di mandare truppe tedesche a sedare ipotetici disordini a Roma. Ma piuttosto la PRC e`un regime totalitario che si regge come ammette anche lei su una violenta repressione del dissenso interno ed esterno.
July 21st, 2010 at 11:17 am
Caro Dawala,
questo blog è fatto proprio per confrontare in modo civile (esattamente come sta avvenendo tra noi in questa discussione) opinioni differenti. Quindi le sue sono particolarmente gradite.
Per quanto riguarda la presenza armata della PAP in Tibet, non ho dubbi che la cosa crei problemi anche a molti turisti cinesi. Personalmente ritengo che uno degli aspetti più importanti della lotta dei tibetani sia il non essere indistintamente contro “i cinesi” bensì contro determinate politiche del governo di Pechino e, soprattutto, contro l’occupazione del loro paese. Sono assolutamente convinto che, senza stabilire alleanze con i settori più critici e sensibili della società cinese, la battaglia dei tibetani è destinata alla sconfitta. Ritengo che solo all’interno di un mutamento positivo della presente situazione, il Tibet possa ottenere, unitamente ad altri diritti civili, quello fondamentale all’autodeterminazione.
Per quanto mi è dato da vedere, anche se per ora minoritari, vi sono cinesi che non hanno alcun problema a riconoscere ai tibetani il diritto a tornare ad essere indipendenti. Anche io, come il Dalai Lama, credo nel dialogo. Diversamente da lui, però, ritengo che l’attuale dirigenza cinese non ne voglia nemmeno sentir parlare. Cambiata (finalmente) questa, altri scenari si apriranno.
Cordiali saluti,
PV
July 21st, 2010 at 11:50 am
Sa gia’ vero che tutte le volte che lei utilizza RITORNO ALL’INDIPENDENZA oppure OCCUPAZIONE io non sono d’accordo con lei, vero ? E’ pero’ assolutamente vero che il governo della PRC ( o piu’verosimilmente quello locale della TAR ) si comporta come se veramente fosse una forza di occupazione coloniale; stessi slogan, armi, bandiere, liberazione dallo schiavismo, il treno, gente in divisa senza uno straccio di scritta in tibetano ecc ecc. Guardi che e’ questo che non sopportiamo, e’ la mancanza di rispetto verso HHDL che non ammettiamo assolutamente !
Della linea Mac Mahon, del passaporto del 1948 e dello sfizio di essere indipendenti a noi interessa poco.
July 21st, 2010 at 3:16 pm
Caro Piero, in un’altra occasione hai sottolineato il tono “tranchant” di alcuni miei interventi. E’ vero, confesso che non avrei mai la pazienza e la tolleranza (peraltro preziose attitudini “buddhiste”) che tu dimostri di possedere nel gestire il tuo blog. Nel primo intervento in questo post, riferendomi ai simpatizzanti italiani della causa tibetana che non si riconoscono nella richiesta di indipendenza, scrivevo: “Tutto il resto (da parte nostra) è meschino opportunismo politico”. Per non essere nuovamente accusato di usare toni “tranchant” provo a spiegarmi. Per anni ho partecipato alla “marcia” del 10 marzo che, partendo dal retro del Tsuglakhang di McLeod Ganj, si conclude di fronte alle District Courts di Dharamsala. Qui, ogni anno, viene data alle fiamme una piccola catasta di prodotti “Made in China”: ventagli, asciugamani, thermos. E ancora: quando si arriva nei pressi di Bylakuppe, nel Sud India, la prima cosa che si scorge è un alto serbatoio dell’acqua con su scritto: “Boycot Chinese Goods”. Questo ci dicono i tibetani in esilio. E noi, cosa facciamo? A destra e a sinistra continuiamo a fare affari con il regime. Quando Alemanno, il 17 settembre 2006, conferisce ufficialmente a Tenzin Gyatso la cittadinanza onoraria, lo fa perché il Dalai Lama “per primo” riconosce “l’intangibilità dei confini e l’integrità territoriale” della Repubblica popolare cinese. Un colpo al cerchio e un colpo alla botte. E’ questa la linea politica di tutte le amministrazioni comunali, da Bolzano in giù, che si dicono simpatizzare per il Tibet. Da un lato si “simpatizza”, dall’altro ci si lascia la porta aperta per il “business”. Ancora meglio ha fatto Emma Bonino (leader di quel Partito Radicale che dice di far propria la causa tibetana nonché quella dei diritti umani e dell’abolizione della pena di morte). Al seguito di Romano Prodi nella visita in Cina del settembre 2006, Emma Bonino, nella qualità di ministro del Commercio internazionale, esaltò “l’aumento del volume di interscambio tra i due Paesi” e si mise alla testa di un “Gruppo di lavoro bilaterale per ampliare ancora di più questa collaborazione”. Sul Tibet, neanche una parola. La posizione politica del Dalai Lama, per il mondo occidentale (in senso lato), è esattamente questo: il paravento per un “meschino opportunismo politico”. Forse si enfatizza troppo questa posizione del Dalai Lama e quella del governo tibetano in esilio. La stragrande maggioranza dei tibetani, dentro e fuori il Tibet, la pensa diversamente. Il 10 marzo, a Dharamsala, non c’è negozio (tibetano) che non abbassi le serrande e non c’è scuola (tibetana) che rimanga aperta. Non c’ tibetano che non ricordi con commozione i “martiri” dell’insurrezione di Lhasa del 1959. E, a proposito di martiri: avvertito dai militanti del Tibetan Youth Congress ero a Majnu ka Tilla, a Delhi, la mattina del 29 aprile 1998. Ad accogliere la bara con le spoglie mortali di Thupten Ngodup c’era tutto il campo profughi tibetano in lacrime. Quando era già avvolto dalle fiamme, Thupten Ngodup con voce strozzata aveva detto: “Bod gyalo - Il Tibet vincerà” e “Bod rangzen - Tibet indipendente”. Si era tolto la vita per lo “sfizio” di un Tibet indipendente.
July 21st, 2010 at 4:28 pm
Caro Carlo,
non posso che sottoscriverre tutto quello che dici. Anzi sono convinto che , anche le nostre societa`, piu`prima che poi, saranno chiamate a pagare e duramente, per questo ” meschino opportunismo politico” messo in scena dalle elite politico-economiche dei nostri paesi.
July 21st, 2010 at 5:13 pm
errata/corrige
17 settembre 2006 / leggi: 9 febbraio 2009 (cerimonia in Campidoglio).
July 21st, 2010 at 5:18 pm
Beh Carlo, ho detto che avevi usato un tono un filo tranchant solo per quanto riguardava l’intervento relativo al mio dibattito con Pannella. Non lo avevo detto in riferimento a nessun altro tuo intervento. Riguardo a quello che affermi in questo post non posso che condividerne contenuti e accenti. Come del resto fa Manfred Manera.
Per quanto riguarda invece Dawala: certo che mi rendo conto che lei non è d’accordo ma, come già scritto, il senso di un blog è dialogare non solo con chi la pensa in modo simile (o addirittura uguale) ma anche con quanti esprimono opinioni differente. In toto o in parte.
Quindi, avanti con la discussione.
July 21st, 2010 at 5:44 pm
Caro Dawala,
forse sarebbe interessante se articolassimo meglio i nostri rispettivi punti di vista.
Ora, io definisco indipendente uno stato che possiede un governo, un territorio, un corpo di leggi e un apparato giuridico-legislativo in grado di farle rispettare ed applicare all’interno dei propri confini e un esercito. Che possiede una zecca che stampa monete e banconote di corso legale, che può mandare in giro per il mondo i propri diplomatici in possesso di un passaporto rilasciato dal proprio governo e su cui si applicano regolari visti di ingresso rilasciati da altrettante regolari ambasciate di governi stranieri. Uno stato i cui rappresentanti firmano trattati internazionali, presenziano con proprie delegazioni (e proprie bandiere nazionali) a summit internazionali. Che nega permessi di transito a truppe straniere formalmente richiesti da governi esteri.
Ecco, uno stato in grado di fare tutte queste cose io lo definisco “indipendente” e tale era lo stato tibetano fino all’invasione cinese del 1950. Mi pare cosa piuttosto diversa da una delle “5000 culture” a cui lei fa riferimento in suo precedente intervento. Sarebbe interessante sapere da lei se non ritiene i criteri da me adottati sufficienti per definire uno stato che li possiede “indipendente” o se invece non ritenga che lo stato tibetano fosse in possesso dei suddetti requisiti al momento dell’invasione cinese. O, se preferisce, dell’ingresso delle truppe cinesi in territorio tibetano.
Scusi se sono stato un pochino didascalico ma ho cercato di focalizzare i punti salienti per rendere la discussione il meno astratta possibile.
July 22nd, 2010 at 2:31 am
Caro Verni, questo e’ solo un blog e io non sono uno storico, benche’ come detto possegga innumerevoli libri sull’argomento ( nemmeno uno cinese ). Non e’ questione di articolare meglio, e’ stato gia’ fatto da altri. in modo piu’ documentato e preciso di come possa fare io. Se i fatti che propone lei fossero veramente rilevanti, stia tranquillo che il Tibet sarebbe gia’ stato riconosciuto indipendente, non dico da tutte le nazioni ma da tante si’. Forse in questo millennio la forza economica della Cina e’ tale per cui per convenienza nessuno vuole inimicarsela, ma per molti decenni non fu cosi’ e nonostante cio’ nessuna nazione si e’ mai sognata di riconoscere il Tibet. Circa la sua domanda diretta se secondo me sono sufficienti le motivazioni da lei elencate per giustificare il riconoscimenti di indipendenza, io in tutta coscienza ritengo assolutamente di no.
July 22nd, 2010 at 3:29 am
Non voglio essere scortese ne’ ferire la sensibilita’ di nessuno: mi rendo conto che per qualcuno l’indipendenza del Tibet sia diventata una ragione di vita, ma per me e tanti altri non e’ cosi’. Per quasi tutti i tibetani della diaspora a Kathmandu/Dharamsala/Mysore ecc invece la questione e’ direi prmaria, questo e’ vero. Cio’ detto, non ho francamente piu’ nulla da aggiungere sull’argomento, a parte il rimandarvi ai numerosi { anche troppi no ? } articoli e commenti che facilmente si trovano in rete. Ribadisco che dal punto di vista diplomatico la questione nemmeno si pone, cosi’ perlomeno la pensano i governi di tutto il mondo. Comunque, molto in breve: dopo la caduta dell Impero Quing la Cina fu squassata dalla guerra fratricida tra nazionalisti e comunisti, cosa di cui approfittarono in alcune province per farsi i fatti propri “indipendentemente” da Pechino, ma non certo riconosciuti come indipendenti ne’ da quest’ultima ne’ da altri. Con tutto il rispetto, a maggior o minor ragione o con modalita’ proprie, il Tibet fu uno di questi. Poi quando i comunisti presero il potere iniziarono la loro opera di riunificazione del paese riconquistando le province ribelli, compreso il Tibet appunto.
Caro Verni, la prego, non mi chieda altro sull’argomento: lo trovo capzioso, sterile e pure controproducente per la cosiddetta “causa tibetana” perche’ facilmente attaccabile e smontabile, e non solo dal sottoscritto. Temo che in questo modo facciate solo il gioco dei falchi a Pechino e Lhasa che cosi’ hanno la scusa ( puerile certo ) per tenere la PAP fissa in Tibet.
July 22nd, 2010 at 10:11 am
Mi scusi caro Delawa ma mi e`difficile seguirla. Se le motivazioni , fondate , documentate ,portate da Piero Verni , per niente facili da smontare come lei asserisce, non le paiono sufficienti per riconoscere il diritto all’indipendenza del Tibet allora credo che la maggior parte dei paesi che siedono ora alle nazioni unite non potrebbe giustificare la propria esistenza indipendente. Lei come dice forse non e`uno storico, ma senz’altro si erge a profeta quando prevede per l’intero millennio in corso una preminenza economica della Cina che renderebbe sconveniente ai governi inimicarsela. O ha consultato un oracolo?
Infine e`tutto da dimostrare che quando i governi occidentali sorvolano sulla violazione del diritto del popolo tibetano all’autodeterminazione e dei diritti umani in Cina lo facciano veramente nell’interesse generale o piuttosto in quello di alcune grandi lobby finanziario -industriali , abbagliate dal miraggio degli immensi profitti, che la Cina sembra promettere, offrendo un enorme massa di manodopera a costo infimo e un altrettanto grande pubblico potenziale di futuri consumatori.
Questo vile baratto dei propri principi per il vantaggio economico immediato di una piccola elite finanziario- industriale temo non prometta nulla di buono ma anzi costera` molto caro in un prossimo futuro alle nostre societa`, in termini sia economici, sia di regressione dei diritti civili gia` acquisiti .
Nella tradizione buddhista vi e`un continuo invito a una maggiore consapevolezza, per cui risvegliare le coscienze su questo punto credo sia qualcosa che si collochi perfettamente nel solco dell’ insegnamento del Buddha.
July 22nd, 2010 at 2:03 pm
Caro Dawala,
lei è tutt’altro che scortese e non offende certo la mia sensibilità. Espone in maniera commendevole e civile i suoi punti di vista così come cerco di fare io.
Se lei non è uno storico tantomeno lo sono io, modestissimo giornalista di poco conto. Però, pur non essendo storici (come del resto non lo è alcun frequentatore di questo blog) penso che possiamo liberamente scambiarci le nostre idee relativamente la questione tibetana.
Certo che se lei non considera validi i motivi da me sollevati per ritenere che uno stato goda della piena indipendenza, comprendo bene che lei possa ritenere il Tibet niente altro che una delle tante culture presenti in Cina. Però, come le fa notare Manfred Manera, quelli che ho elencati sono in genere i criteri adottati per stabilire se un paese possa o meno definirsi indipendente dalla legislazione internazionale.
Lei però ha molte ragioni nel ricordarci che nessun paese riconosca oggi il Tibet come nazione occupata e quasi nessuno lo abbia fatto nemmeno in passato.
Vorrei soffermarmi un attimo su questi due aspetti della vicenda.
In passato, quantomeno tra il 1911 e il 1950, ci fu il gravissimo errore della burocrazia tibetana dell’epoca a non darsi da fare per un riconoscimento formale da parte delle nazioni con cui entrava in contatto come stato indipendente (Gran Bretagna -con cui firmò il trattato di Shimla del 1914- e Nepal che teneva una legazione a Lhasa, ad esempio). A parte il reciproco riconoscimento con la Mongolia del 1913, il Tibet rimase felice della sua condizione di indipendenza de facto e si disinteressò delle questioni formali. E questo la dice lunga sulla naïveté di buona parte della sua classe dirigente ieri come oggi.
Dopo la conquista del potere da parte del Partito Comunista, era tardi e il sostegno degli USA a Taiwan (in chiave anticomunista) era troppo cardinale per la politica statunitense di quegli anni (ricordo che il seggio all’ONU della Cina era occupato da Formosa) per consentire un riconoscimento dell’indipendenza del Tibet (che anche Taipei considerava una provincia cinese). Quindi perfino gli USA, che per alcuni anni diedero il loro aiuto alla resistenza tibetana, si rifiutarono sempre di considerare il Tibet come una nazione indipendente fino al 1950.
Infine ci fu l’occasione (poco nota ai più) degli anni ‘70 dello scorso secolo quando, al culmine della tensione tra URSS e Pechino, Breznev propose segretamente al governo tibetano in esilio un riconoscimento formale (da parte dell’Unione Sovietica e della Mongolia) a patto di divenire però una sorta di longa manus sovietica: riprendendo la guerriglia in Cina e cercando di destabilizzare quanto più possibile la presenza cinese in Tibet. Per fortuna il boccone avvelenato non venne ingoiato. Come affermò un famoso editoriale della Tibetan Review dell’epoca (traduco un po’ grossolanamente), si sarebbe trattato di cadere dalla padella cinese nel fuoco acceso dall’Orso russo.
Ma queste sono questioni, trabocchetti, meschinerie, infamie della “politique politicienne”. Qui invece stiamo discutendo di quello che esisteva realmente, negli ambiti della concretezza effettiva. Come dicevo prima parlando di Formosa. Pensi che fino al 1971 Taiwan rappresentava l’intera Cina all’ONU (sedeva inoltre nel Consiglio di Sicurezza e nel 1955, esercitando il suo potere di veto, impedì l’ingresso della Repubblica Popolare di Mongolia all’ONU sostenendo che si trattasse di una provincia ribelle della Cina) e la grande maggioranza degli stati non riconosceva la Repubblica Popolare Cinese. Eppure Mongolia e Cina Popolare erano indipendenti e sovrane. Non le pare? Oggi la situazione si è rovesciata. Nessuno, o quasi, riconosce Taiwan come nazione indipendente e i suoi rappresentanti non siedono all’ONU. Eppure Taiwan ha il suo territorio, il suo governo e il suo apparato legislativo. Il suo esercito, il suo Parlamento, la sua diplomazia e chiunque voglia entrare nell’isola deve richiedere il visto alle autorità di Taipei e solo ad esse.
Come vede un conto è la realtà (”come essa è”, per dirla in termini buddisti) un altro le alchimie e i cinismi della politica e della diplomazia. Dio ci scampi da entrambe.
Cari saluti,
PV
July 22nd, 2010 at 2:49 pm
Grazie Piero che ancora ci sveli particolari poco noti della storia tibetana. Ora capisco quanto mi andava dicendo a Kathmandu un nostro comune amico quando mi raccontava come Lhasar Tsering , all’epoca esponente della guerriglia tibetana, fosse pronto ad accogliere aiuti anche da parte del KGB. La storia dei rapporti russo tibetani e`in effetti molto interessante e non si sa mai che nel futuro non possa portare a sbocchi sorprendenti.
July 22nd, 2010 at 3:17 pm
Caro Verni,
la sua tenacia e sincera passione nell’esporre le sue posizioni e’ ammirevole ed e’ sintomo di sicura onesta’ intellettuale, per cui la apprezzo sinceramente. Che poi io dia piu’ peso a certi fatti mentre lei ad altri, questo dipende dalle rispettive personalita’, storie individuali , sensibilita’, esperienze vissute ecc. Come lei disse recentemente in occasione dell’incontro con Pannella, i dialoghi non sono incontri di pugilato in cui uno vince e l’altro perde.
Il suo commento circa le alchimie e i cinismi della politica e della diplomazia ( peraltro variabili nel tempo ) mi trova d’accordo, per cui devo necessariamente ipotizzare che possa essere in tutto o in parte applicabile anche alla storia del Tibet, ma allora anche a quella della Cina, di Taiwan e di tanti altri…..non ultimi i “campioni” di democrazia USA e UK. Adesso sono temporaneamente fuori dal TIBET per cui posso finalmente navigare in internet senza sbarramenti ridicoli, ma poi al mio rientro non potro’ piu’ avere accesso a questo sito.,,,,,,prego in anticipo gli altri bloggisti di non fare facili ironie su cio’ , visto che tanto sono completamente d’accordo.
July 22nd, 2010 at 3:45 pm
Apprendo in questo istante che la corte internazionale di La Hague ha giudicato legale la dichiarazione d’indipendenza del Kossovo contro il parere di Russia, Serbia e CIna.
Tale giudizio sara`ovviamente ininfluente sulla questione tibetana, almeno nell’immediato, potrebbe tuttavia aprire interessanti spunti di riflessione.
July 22nd, 2010 at 6:22 pm
Caro Dawala,
grazie degli apprezzamenti. Certo la questione tibetana mi ha sempre appassionato ed ancor più mi sento legato ad essa dal 1963, anno in cui incontrai e sposai una tibetana.
Credo anche fermamente che i dialoghi siano occasioni preziose per confrontarsi e crescere e non scontri in cui conquistare lo “scalpo” dell’avversario. Ed anch’io a mia volta apprezzo la pacatezza con cui ha espresso i suoi punti di vista.
Concordo in pieno che i cinismi e le follie della politica siano applicabili ad ogni situazione. Non a caso ho citato il paradosso che la Cina Popolare sia stata ignorata per oltre due decenni dalla diplomazia internazionale a favore di Taiwan.
Manfred Manera mi ha battuto sul tempo nel dare la notizia che la corte dell’Aia ha giudicato legale la dichiarazione di indipendenza del Kossovo. Con tutto il rispetto per quel Paese mi sembra che il Tibet possa vantare qualche motivazione in più.
Mi dispiace molto che non potremo averla tra i nostri interlocutori a causa delle imposizioni della censura cinese.
Cordiali saluti,
PV
July 22nd, 2010 at 7:37 pm
Caro signor Dewala,
anch’io ritengo sia stato estremamente interessante, proficuo, lo scambio di opinioni con lei e certamente non mi azzerderei mai a fare della facile ironia sul fatto che il nostro Blog sia censurato in Tibet/ Cina oppure sul fatto che , come mi pare di capire , il motivo per cui lei scrive sotto pseudonimo dipenda dal suo desiderio di nascondere la sua identita` in vista di un prossimo viaggio in Tibet.
Ma ricollegandomi a quanto scrivevo poco sopra il suo e`un chiaro esempio di come un regime totalitario quale quello di Pechino sia repressivo non solo al suo interno , ma abbia un influenza perversa , perfortuna ancor lieve, ma ,purtroppo, in un strisciante crescendo, anche all’esterno e costringa lei, libero cittadino del mondo, ad autocensurarsi e ad abdicare al suo diritto di parlarci a viso aperto.
E naturalmente le faccio i miei migliori auguri per il suo viaggio.
July 22nd, 2010 at 8:50 pm
Caro Manfred,
in Tibet/Cina e’ censurato praticamente qualunque website che abbia a che fare col Tibet in generale e HHDL in particolare, non solo questo blog purtroppo. E’ una delle assurdita’ che mi tocca sorbire, ma le assicuro che ci sono anche, a parte questo, lati positivi nella vita in PRC.
Per quanto riguarda il nome, Dawala non e’ uno pseudonimo, e’ il mio nome effettivo, datomi dal Lama di Sakya, non scelto a caso. E’ comunque anche il nome dell’insegnante di tibetano di una delle mie bambine oltre che quello del nostro gatto. A Lhasa ci sto senza nascondermi vari mesi all’anno, non ci vado per diporto.
Caro Verni,
visto che si e’ sposato nel 1963 con una ragazza tibetana ( della diaspora immagino ) e’ ancora piu’ comprensibile e rispettabile la sua posizione in merito alla questione tibetana. Se dovesse capitare a Lhasa……. la mia email ce l’ha !
July 23rd, 2010 at 5:57 am
ERRATA CORRIGE!!!!!!!!
Caro Dawala,
ho fatto un grosso errore nell’indicare la data del mio matrimonio con Karma, mia moglie. Nel 1963 io avevo 13 anni e lei stava nascendo nel settembre di quell’anno (in esilio appunto). Nemmeno i matrimoni combinati indiani sposano bambine non ancora nate.
In effetti mi è “scappato” 1963 al posto della vera data del mio incontro con Karma che è 1993. Tutti e due in età più adulta e responsabile.
La ringrazio per l’invito a Lhasa ma non credo che riuscirei ad avere facilmente il visto per entrare in Tibet. Comunque… mai dire mai.
Cari saluti,
PV
July 23rd, 2010 at 9:27 am
Caro Verni,
ma si’ dai che ci riesce, se veramente lo desidera, a ottenere il permessino ( non e’ un visto ) emesso tra l’altro dal Tibet Tourist Bureau mica dalla PAP o dal PSB. Guardi che lo danno praticamente a tutti, non vedo perche’ proprio a lei no, visto che e’ di indole pacifica e non credo bruci pubblicamente e ostentatamente bandiere cinesi. Un paio d’anni fa venne a Lhasa e poi a Nagchu e Sok, con regolare permesso, persino Tenpa Dugdak il capo ( mi pare ) degli attivisti Free Tibet in Australia !Ci venne assieme al suo Pala, il noto e venerato Tulku Shabdrung Dujom Dorjee Rimpoche’ e alle due sorelle.
A presto allora !
Dawa-la ( secondo la corretta grafia col -la di rispetto )
July 23rd, 2010 at 12:39 pm
Caro Dawa-la,
Mah, il rilascio di visti per la Cina e permessi per il Tibet è soggetto a regole bizzarre. Alcuni di noi (intendo “Dalai’clique” lo ottengono altri no. Ad un mio amico, del resto molto poco in vista, hanno appena rifiutato il visto per la Cina. Chissà, magari un giorno o l’altro provo. Del resto, come giustamente sottolinea lei, sono di indole pacifica e tollerante.
Cordiali saluti,
PV
July 27th, 2010 at 5:29 pm
Ridateci Dawa-la !
E’ uno spasso ….e poi non ci ha ancora spiegato “i lati positivi della vita nella PRC”.