Burocrati sull’orlo di una crisi di nervi

Tsewang Rigzin, presidente del Tibetan Youth Congress è stato ieri costretto ad allontanarsi (sotto la minaccia di chiamare la polizia ove non lo avesse fatto) dal luogo dove si stava svolgendo il Kalachakra di Washington, dopo che Kalden Lodoe (un rappresentante del comitato organizzatore) aveva fatto chiudere un tavolo del TYC con l’accusa di diffondere “materiale politico”. Credo che non si debbano spendere molte parole per definire questo comportamento del signor Kalden Lodoe. Sull’argomento diverse organizzazioni pro Tibet italiane hanno diffuso il seguente comunicato che volentieri ospitiamo su questo blog.

PV

Burocrati sull’orlo di una crisi di nervi
Oggi a Washington DC si è verificato l’ennesimo episodio di intolleranza e prevaricazione nei confronti di esponenti del Tibetan Youth  Congress.
Sull’orlo di una evidente crisi di nervi il signor Kalden Lodoe ,dirigente del comitato organizzatore del “Kalachakra 2011”, giudicando “troppo politici” i materiali diffusi dal TYC ha chiesto ai giovani militanti di ritirare il merchandise esposto al pubblico .
Il Presidente Tsewang Rigzin ,subito intervenuto per opporsi ad un vero e proprio sopruso,è stato prima insultato e poi costretto ad abbandonare l’area sotto la minaccia di far intervenire i servizi di sicurezza.Ma già nel pomeriggio i dirigenti del TYC hanno convocato una conferenza stampa per denunciare il grave episodio e chiedere al Signor Kalden Lodoe di porgere scuse formali alla ONG tibetana  ,umiliata dal comportamento inqualificabile di questo burocrate .
L’accaduto non ci sorprende in quanto da tempo alcuni settori della Central Tibetan Administration , culturalmente e politicamente subalterni al Partito Comunista Cinese, provano un crescente fastidio per la crescita organizzativa e politica del TYC.Mal sopportano la coerenza ed il coraggio delle migliaia di militanti del TYC che con le loro iniziative impediscono la resa senza condizioni agli occupanti.
Per quanto ci riguarda abbiamo sino ad oggi taciuto su molti episodi  per non danneggiare in alcun modo l’immagine della comunità degli esuli ma oggi crediamo si sia passato davvero il segno.
L’arroganza di questi burocrati sempre forti con i deboli e deboli con i forti,il loro disprezzo per il confronto democratico,la loro conclamata servilità verso la “gente di potere”non è più tollerabile.
Preoccupati soltanto di rastrellare donazioni ed accreditarsi nei “salotti buoni”,non paghi di aver abbandonato i tibetani al loro destino adesso si arrogano anche il diritto di parlare a loro nome decidendo cosa sia “politicamente corretto “
Da oggi quindi denunceremo sistematicamente ogni episodio di intolleranza,ogni complicità con l’occupante,ogni tradimento della causa del popolo tibetano.
Ce lo impone il quotidiano sacrificio delle donne e degli uomini del Tibet che,nonostante una repressione feroce,continuano a manifestare per l’indipendenza del loro paese e a battersi contro il totalitarismo comunista.
Italy, 14/7/2011
Claudio Tecchio, Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano
Pasquale Totaro,Comitato Storico-Umanitario “Un Giardino per tutti i Martiri e i Giusti a…”
Bruno Portigliatti,Centro di Informazione Buddhista
Vincenzo Rizzo, Associazione Incontri Italiani
Marina Mattedi , Il Sentiero del Tibet
Riccardo Zerbetto,World Action Tibet
Piero Verniwww.freetibet.eu
Claudio Cardelli,Associazione Italia Tibet
Toni Brandi ,Laogai Research Foundation
Tibet Iniziative Trentine
Tibet Film Festival in Trento
Giovanni Giotibet Vuono, www.youtibet.org

496 Responses to “Burocrati sull’orlo di una crisi di nervi”

  1. Skylines Says:

    Finalmente qualcuno si è deciso a parlare fuori dai denti. E a denunciare la politica di svendita della lotta del popolo tibetano portata avanti dai principali settori della burocrazia tibetana dell’esilio. Svendita che tra l’altro non ha portato nemmeno minimi miglioramenti di facciata a quanti vivono nel Tibet occupato.

  2. carlo buldrini Says:

    Caro Piero, quando nella tarda mattinata di giovedì ho letto su Phayul la notizia dell’”incidente”, ho immediatamente inviato una e-mail a Tsewang Rigzin esprimendogli (con parole molto diverse da quelle del comunicato che pubblichi qui sopra) il mio “shock” per quanto accaduto e la mia solidarietà. Come sai, per 30 anni, in India, sono stato in stretto contatto con il Tibetan Youth Congress ed è grazie all’aiuto dei suoi militanti che ho potuto scrivere il mio libro sul Tibet (pubblicato prima in India e poi in Italia).
    Non credo ci sia molto da dibattere su questo episodio. Più interessante mi sembrerebbe invece il prendere lo spunto per una discussione dall’ultimo “saggio” di Jamyang Norbu: “Ending to begin”. Come sempre a Norbu manca la capacità di sintesi. (E si annuncia anche una Part II del suo interminabile articolo). Il tema è ancora quello della rinuncia al potere politico da parte del Dalai Lama. Dopo averci ossessionato per mesi con una serie di articoli intitolati “Waiting for Mangtso” (“Aspettando la democrazia”), quando la democrazia è arrivata, il bravo Jamyang Norbu ne ha avuto paura. E con lui tanti altri “intellettuali” tibetani e occidentali. In “Resolving the Dalai Lama resignation crisis” (pubblicato anche in questo blog) Jamyang Norbu supplicava il Parlamento tibetano di convincere il Dalai Lama di assumere “at least” “the symbolic role of head of state”.
    A questa posizione di Jamyang Norbu si sono accodati in molti. Solo il Tibetan Youth Congress, con una lettera inviata allo stesso Parlamento tibetano, lo invitava ad accettare la “storica” decisione del Dalai Lama dicendo che avrebbe permesso di “far evolvere positivamente la democrazia in Tibet”. (E, a questo proposito il TYC si diceva pronto ad assumersi “maggiori responsabilità per aiutare i tibetani a diventare autosufficienti”).
    L’ultimo articolo di Jamyang Norbu (apparso poche ore fa su Phayul) è un coacervo di contraddizioni. Il Dalai Lama, solennemente, ha rinunciato al potere politico, sottraendolo all’istituzione del Ganden Phodrang e affidandolo a un leader tibetano “democraticamente eletto”. 49.184 tibetani, con il voto, hanno deciso che questo leader sia Lobsang Sangay. Il nuovo kalon tripa (che assumerà le funzioni il 15 agosto prossimo), durante la campagna elettorale, ha detto che la sua posizione era quella dell’”U-Rang”, dove “U” sta per “Umay-lam” e cioè Via di Mezzo e “Rang” sta per “Rangzen” e cioè indipendenza. Il problema, adesso, è quello di far capire – dentro e fuori il Tibet – a Lobsang Sangay da quale delle due parti (“U” e “Rang”) propendere. Il Tibetan Youth Congress ha le idee molto chiare al proposito.

  3. Claudio Cardelli Says:

    Caro Piero,
    anche io ho mandato immediatamente una lettera a Rigzin di solidarietà e sostegno per questo increscioso e imbarazzante episodio avvenuto sotto i riflettori della capitale degli USA e che ci offre lo spunto per ricordare la malinconica e famosa immagine, che forse i tibetani non conoscono, dei polli di Renzo di manzoniana memoria che si beccavano fra di loro mentre venivano portati alla loro triste fine di farsi tirare il collo.
    Vedere i tibetani “azzuffarsi” davanti a tutti per una questione così, se vuoi banale e routinaria. Quante volte abbiamo visto distribuire materiale “politico” a manifestazioni, iniziazioni, visite del DL e nessuno ha mai perso le staffe come il sig Lodoe, che sbraca completamente quando minaccia di chiamare la sicurezza. Mi sembra di capire che l’oggetto motivo della scomposta reazione fosse una raccolta di firme per sostenere il mantenimento della denominazione “Governo Tibetano in Esilio”…E non una sottoscrizione per raccogliere fondi per la lotta armata in Tibet. Se questa è la strada per il “mangtso” e questo sono i segni del nuovo corso della nuova amministrazione sotto la guida di un laico giurista di Harward non c’è da stare molto allegri. Mi ha sempre colpito il fatto che la TYC è stato il vivaio della quasi totalità dei dirigenti tibetani di sempre. Tutti sono passati di lì e duole vedere come questa organizzazione, di fatto l’unica che tiene vivo il senso forte di Tibet Nazione Libera e Indipendente, e i suoi dirigenti abbiano sempre vita difficile, per usare un eufemismo, e debbano essere considerati, come evidentemente in questo caso, addirittura dei nemici della causa del popolo tibetano.
    Visto da fuori la cosa è davvero malinconica e la sostanza della situazione emerge dolorosamente dal comunicato. Comunicato che stavolta ho firmato anche io e a titolo personale, nonostante i toni e il linguaggio che, come ti avevo detto e come vedo osserva anche Carlo, sono un po’ troppo forti e con un senso di intromissione nelle faccende tibetane addirittura vagamente minacciose e che avrei forse evitato. Ma il problema e l’episodio rimangono ed è bene che laggiù si rendano conto che i loro sostenitori e veri amici della causa ogni tanto hanno anche il diritto di raccontargli come si vede il film da questa postazione. Per quanto riguarda J Norbu pur non potendo negare la “lucida mente politica” e tutte le belle cose che spesso dici su di lui, non posso che essere d’accordo sulla sua prolissità che lo rende spesso impossibile da digerire e ritengo che la supplica al DL di rimanere a fare il “presidente onorario” del circolo della caccia non ha uno straccio di senso e se un leader come lui fa una scelta forte è bene che la faccia fino in fondo con coraggio e coerenza. Altrimenti continueremo a vedere per non so quanto tempo tutti quei patetici balletti che hanno allietato troppo spesso la storia del Tibet. Oggi si cambia. Il cambiamento ha spesso degli effetti collaterali e delle scosse di assestamento a volte dolorose e a volte imbarazzanti. Speriamo che questo episodio serva ad aggiustare il tiro e far capire ai tibetani che la democrazia non è solo una bella parola con cui riempirsi la bocca al cospetto del mondo.

  4. Piero Verni Says:

    Carissimi Skylines, Carlo e Claudio,
    grazie dei vostri tempestivi e interessanti interventi.
    Devo terminare un lavoro in mattinata ma appena terminato nel pomeriggio vi risponderò.
    Grazie per seguire e far vivere con i vostri contributi questo piccolo blog.
    PV

  5. Piero Verni Says:

    Caro Skylines,
    credo che la vicenda di Washington non potesse essere passata sotto silenzio. A mio avviso il comunicato (e lo dico anche a Carlo e Claudio) in alcune parti usa un linguaggio forte e a tratti perfino rude che io avrei mitigato ma indubbiamente il contenuto è giusto e più che condivisibile. Per questo, nonostante queste perplessità “formali”, sono contento che sia stato reso pubblico e per questi motivi l’ho firmato. Nella conferenza stampa tenutal’altro ieri a Dharamsala dal Vicepresidente e dal Segretario generale del TYC è stato detto che, “… il Presidente di una organizzazione con 35.000 iscritti e simbolo dell’indipendenza tibetana è stato insultato, umiliato, oltraggiato. Il leader di un movimento che ha dimostrato nei fatti di essere un forte oppositore della Cina e che è il fondamento della fede dei tibetani sia dentro sia fuori del Tibet, è stato insultato in questo spregevole modo da un altro tibetano”. Mi sembra quindi che un pubblico attestato di solidarietà nei confronti di Tsewang Rigzin e del TYC era necessario e doveroso da parte di quanti sostengono la lotta del popolo tibetano.

  6. Piero Verni Says:

    Caro Carlo,
    accolgo volentieri il tuo invito a riflettere sulle tematiche affrontate nell’ultimo articolo di Jamyang Norbu (http://www.phayul.com/news/article.aspx?c=4&t=1&id=29760&article=Ending+to+begin+(Part+I)+By++Jamyang+Norbu) e più in generale su cosa stia accadendo nel mondo tibetano dell’esilio a partire dalle “dimissioni” del Dalai Lama. Anche perché ritengo che lo spiacevole episodio di cui si è reso protagonista Kalden Lodoe in qualche modo sia espressione di come una certa parte dell’establishment tibetano in esilio stia vivendo questo complesso periodo.
    In sintesi mi sembra che la posizione di Norbu possa così essere riassunta: il Dalai Lama, dopo aver lasciato i suoi incarichi temporali, per ragioni di continuità politica e per il morale dei tibetani all’interno del Tibet avrebbe dovuto accettare di continuare ad essere il capo dello stato della nazione tibetana sebbene in termini puramente cerimoniali (…it was vital for reasons of political continuity and the morale of the Tibetan people inside Tibet, that he remain the head of state of the Tibetan nation – although in a purely ceremonial capacity).
    Tu questo lo vedi come un segno di paura nei confronti di una scelta effettivamente democratica. Paura che a tuo dire attanaglierebbe sia Norbu sia altri intellettuali tibetani ed occidentali. Francamente non sono per nulla d’accordo. Penso che invece Jamyang tema una situazione in cui il Dalai Lama solo apparentemente si ritirebbe dalla scena politica ma invece continuerebbe ad essere il referente politico della causa tibetana nonostante l’abbandono formale delle sue cariche politiche. Da questa prospettiva si spiegherebbe la velocità con cui ci si è affrettati a dichiarare estinto il “Ganden Podrang” (nome con cui, a partire dal V, si sono chiamati i governi dei Dalai Lama) e la subitanea decisione di mutare il nome di “Governo tibetano in esilio” in “Organizzazione del popolo tibetano” (detto per inciso, è stata proprio la raccolta di firme contro questa decisione a far infuriare l’altro giorno il signor Lodoe). Credo non ti sfuggirà che oggi dunque, Lobsang Sangay non è il primo ministro di un Governo in esilio, bensì il principale rappresentante di una “Organizzazione” di esuli. In termini di credibilità internazionale ritengo faccia una certa differenza.
    Invece, ma guarda il caso, nessuno a Dharamsala ha fretta di chiarire che ruolo possono oggi svolgere gli “inviati” del Dalai Lama protagonisti del famoso “dialogo” con Pechino. Chi e cosa rappresentano, nella nuova situazione, Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen? A che titolo possono trattare? Se il Dalai Lama non svolgesse davvero più alcun ruolo politico non avrebbero alcun titolo per parlare con Pechino e si sarebbe dovuto dichiarli decaduti insieme al Ganden Podrang. A meno di non tramutarli in inviati di Lobsang Sangay. Invece su questo fronte nemmeno una parola. Non pensi che se la situazione fosse così democratica come tu ritieni, prima di scapicollarsi a cambiare il nome del governo tibetano in esilio si sarebbe dovuto affrontare la questione del ruolo e della funzione di questi due “inviati”? E il Dalai Lama non potrebbe avere così caparbiamente rifiutato di svolgere (come gli aveva espressamente chiesto la recente assemblea tenutasi a maggio a Dharamsala) il ruolo “cerimoniale” di capo di stato della nazione tibetana perché in quella veste non avrebbe potuto contrastare una eventuale posizione “indipendentista” assunta dai nuovi organi direttivi eletti dal popolo tibetano in esilio? Così come la Regina d’Inghilterra non può essere contraria alle decisioni del governo inglese?
    Jamyang Norbu, caro Carlo, mancherà anche del dono della sintesi ma a mio avviso è una delle poche teste pensanti di cui dispone attualmente il popolo tibetano. In queste ore tutti i fedeli della Via di Mezzo esultano perché Obama ha accettato di incontrare il Dalai Lama (“wonderful news” la definisce Jamyang Dorjee in un suo intervento sulla TSGlist). Interessante notare che un portavoce della Casa Bianca ha appena dichiarato, “Obama chiederà che ai rappresentanti del Dalai Lama sia consentito di dialogare con le autorità cinesi”. Un po’ strana come situazione, non credi? Il Dalai Lama si ritira dagli incarichi politici, il Ganden Podrang viene dichiarato estinto, il governo tibetano diventa una “Organizzazione” ma i “colloqui” con Pechino devono ancora essere tenuti dai rappresentanti del Dalai Lama. Il quale ha più volte ribadito che continuerà a sostenere ad oltranza la politica della “Via di Mezzo”.
    Speriamo, come al solito, di sbagliarci. Speriamo che, al contrario di quanto pensano il verboso Jamyang Norbu e altri come lui, la situazione sia invece limpida e ci si trovi di fronte all’apertura di una positiva fase di sviluppo democratico all’interno del mondo tibetano in esilio. Oggi lo speriamo, nei prossimi mesi lo potremo vedere con i nostri occhi. In questi casi il tempo è sempre galantuomo.
    Con l’affetto e la stima di cui sai,
    Piero

  7. Claudio Tecchio Says:

    Lettura consigliata seppure dal “linguaggio forte e a tratti perfino rude”

    http://tibettruth.com/2011/07/15/obama-meets-dalai-lama-to-negotiate-tibets-demise/

  8. carlo buldrini Says:

    Caro Piero, cercherò di essere breve anche perché non vorrei infognarmi in un’altra spiacevole situazione come quando “difesi” – solo contro tutti – il Karmapa dai ridicoli sospetti e dalle accuse lanciategli contro da indiani e non solo.
    Quando Jamyang Norbu ha scritto il suo “Resolving The Dalai Lama resignation crisis” il colpo di mano dei 5 del “Charter Re-drafting Committee” (presieduto da Samdong Rinpoche) non era ancora stato compiuto. Tanto è vero che, in quel pezzo di Norbu, non se ne parla. Come già ho ricordato, il Tibetan Youth Congress è stato il solo ad approvare in toto la scelta del Dalai Lama. Con un po’ di “orgoglio” ricordo quanto scrissi a questo proposito: “La decisione del Dalai Lama di devolvere l’intero potere politico a un leader tibetano liberamente eletto serve così anche a privare il futuro reincarnato scelto da Pechino di ogni potere politico, invalidandone qualsiasi accordo che si accingesse a firmare sulla falsariga del ‘Trattato in 17 punti’ siglato nel maggio 1951″. (Il Foglio, 13 aprile 2011, ma il pezzo l’avevo scritto almeno 15 giorni prima). All’epoca, questa cosa, non era ancora stata scritta da nessuno. Senti cosa dice il primo intervenuto nel blog di Jamyang Norbu a commento del suo nuovo articolo. Scrive un tibetano di nome Tenzin Norgay: “What a trash! The usual diatribe from an immature-sixty-year-old-ortodox!”. Spazzatura. La solita diatriba di un ortodosso sessantenne. Norgay ricorda a JN che “The Chinese have already designed their plans to control the next Dalai Lama with Order no. 5″. E cerca di fargli capire che “This decision by His Holiness ensures that the struggle of the Tibetan people will remain forever so long as there is an issue of the Tibetan people”.
    Samdong Rinpoche, declassando il “Governo” tibetano in esilio a “Organizzazione”, ha voluto togliere il formaggio dalla bocca dal suo successore, il “corvo” Lobsang Sangay. (Il riferimanto è a Fedro e all’”In cauda venenum” di latina memoria). Ma questa è una questione separata. Tanto è vero che quello stesso Tibetan Youth Congress che ha approvato in pieno la decisione del DL è adesso in prima fila nella battaglia per mantenere la dicitura di “Governo tibetano in esilio”.
    Le contraddizioni in cui cade JN nel suo ultimo articolo sono evidenti. Da una parte vorrebbe che il DL mantenesse “at least” la carica di “symbolic head of state”, dall’altra lo accusa di avere impedito con ogni mezzo la crescita della democrazia tra i tibetani. (Ricordo il suo aver paragonato per anni il DL all’albero di baniano che, con le sue radici aeree, non permette la crescita accanto a sé di nessuna pianta).
    Un altro tibetano, un altro Tenzin, intervenendo nel blog di JN a commento del suo ultimo articolo, gli mette in evidenza esattamente la contraddizione di cui sopra. Oltre a ricordargli di non essere il solo ad avere a cuore la causa tibetana, gli dice: “I have difficult time digesting these contadictry (sic) lines”. Sono in molti ormai a pensare che per JN sia più facile scagliarsi contro alcuni tibetani “reazionari” che non contro i cinesi. Uno sport che sembra fare proseliti. E il testo del comunicato da cui è partito questo post, sembra provarlo.
    Il Tenzin intervenuto nel blog di JN gli dice anche: “you have written tons of article… now it is time to act”. Il Tibet è entrato in una nuova fase della sua storia. Non tutti sembrano averlo capito. Adesso, più che di tante parole, c’è bisogno di fatti.

  9. Piero Verni Says:

    Caro Carlo,
    se ti vai a leggere adesso le risposte al blog di JN vedrai che 8 tibetani su 10 sono d’accordo con quello che ha scritto (in pratica tutti meno i due che hai citato) ma questo cosa vuol dire? Nulla quindi procediamo oltre.
    Io non vedo alcuna contraddizione nel richiedere per il Dalai Lama un ruolo cerimoniale (i motivi li ho esposti nel mio precedente intervento) e l’avvento di una effettiva democrazia nel mondo dell’esilio.
    Non credo nemmeno che il cambio del nome sia solo il boccone amaro lasciato da Samdhong Rinpoche al suo successore. Secondo quanto scrive Jamyang Norbu fu proprio il Dalai Lama, nel corso del meeting con i partecipanti all’assemblea di maggio, a sostenere il cambio del nome per l’amministrazione tibetana in esilio (“When the participants had an audience with the Dalai Lama to present their conclusions, their first surprise was his firm refusal to even consider their recommendation that he remain as ceremonial head of state. But it was his response to their second point, the retention of ‘Tibetan Government-in-exile’ as the official name, that really shook them. He made a strong and emotional case against this proposal, saying that if the name was retained leading to a problem in the future, he would not be able to help them. He also suggested that the new name could be changed to something like ‘Tibetan People’s Administration’”).
    Ribadisco che ai miei occhi è estremamente plausibile che un ruolo cerimoniale del Dalai Lama in un possibile (se non probabile) scenario politico dell’esilio in cui la Via di Mezzo possa essere abbandonata, sia visto come negativo da consistenti pezzi dell’establishment tibetano. E quindi non mi sembra fantascienza ritenere questo il vero motivo alla base della scelta del Dalai Lama. Tra l’altro mi sembra che il Dalai Lama nei tre mesi intercorsi dalle sue “dimissioni” sia ben lungi dal tenersi lontano dall’occuparsi di politica. Un esempio tra i tanti l’intervista rilasciata il 14 luglio alla VOA. Ad esempio questa frase: “The first lesson, I am very much attracted to Marxism. So, at that time I very much wanted to join the Chinese Communist Party (laughs). Still, I am a Marxist. As I associate with the economic theory”; http://www.voanews.com/tibetan-english/news/Transcript-VOAs-Interview-With-The-Dalai-Lama-125559513.html)
    Infine il problema dei “colloqui” e degli “inviati”. Scusa se mi ripeto ma questa sì che mi sembra una effettiva contraddizione. Si scioglie il Ganden Podrang ma rimangono in carica gli inviati del Dalai Lama. E Obama oggi si appresta a reiterare la richiesta di nuovi incontri fra questi inviati e le autorità cinesi. A che titolo questi due signori dovrebbero parlare?
    Infine il ruolo del TYC. Certo che aveva appoggiato il ritiro del Dalai Lama dagli incarichi politici. Lo aveva fatto con convinzione come JN e tanti altri. Ma oggi sta lottando duramente contro il cambio di nome dell’amministrazione tibetana perché ne coglie molto bene le implicazioni negative per l’identità nazionale tibetana. Cambio di nome caldeggiato dal Dalai Lama. E per questo il suo presidente viene espulso dal parterre del Kalachakra.
    Questi sono fatti, Carlo, non teorie. Certo, anche i fatti vanno interpretati e compresi. Come ho già scritto, può essere che li comprenda male e li interpreti ancora peggio. Per questo ritengo che una discussione con te e con altri su questo blog non sia per niente una “infognatura” ma un proficuo confronto di idee.
    Alla prossima.

  10. carlo buldrini Says:

    Caro Piero, ti cito:” Infine il ruolo del TYC. Certo che aveva appoggiato il ritiro del Dalai Lama dagli incarichi politici. Lo aveva fatto con convinzione come JN e tanti altri”. Balle. Jamyang Norbu non l’ha “appoggiato” e il suo articolo “Resolving the Dalai Lama resignation crisis” (con quel bell’”at least”) sta lì a provarlo. (Ti ricordo che JN voleva un Dalai Lama con un ruolo equiparato a quello della Regina di Inghilterra o del Presidente della Repubblica indiana). Ti potrei infine fare un lungo elenco di tibetani e non, che hanno paragonato lo scorporo nel Ganden Phodrang (che non è stato “abolito”) della sua funzione politica, come a una sorta di atto di morte del popolo tibetano. I conservatori, si sa, sono duri a morire. Io mi fermo qui.

  11. Piero Verni Says:

    Caro Claudio,
    rispondo infine anche a te sperando nel contempo di continuare il colloquio con Carlo senza farlo sentire preda di una “infognatura”.
    A me non sembra che la discussione presente in questo momento nella società tibetana dell’esilio possa evocare ricordi di “polli manzoniani”. Sempre, quando una lotta di liberazione di un popolo si trova di fronte a passaggi epocali, si manifestano dure contrapposizioni su come continuarla o concluderla. Uno splendido film di Ken Loach, “The Wind that Shakes the Barley” (malamente tradotto in italiano con “Il Vento che accarezza l’erba”) descrive con poesia e crudezza cosa sia successo in Irlanda all’inizio dello scorso secolo tra le diverse anime della rivoluzione nazionale irlandese. Grazie a dio nel mondo tibetano il confronto tra le differenti posizioni non ha nulla di violento ma esiste. Ed è un bene che esista. Niente a che vedere con uno “azzuffarsi davanti a tutti”.
    Al contrario, una parte della società tibetana ritiene l’attuale politica dell’establishment di Dharamsala profondamente sbagliata e pericolosa. Il TYC è certamente l’espressione più importante e politicamente più consapevole di questo segmento dell’opinione pubblica dell’esilio. Per questo il TYC e il suo attuale presidente Tsewang Rigzin sono apertamente criticati e osteggiati da molti esponenti di quell’establishment. Dubito che l’altro giorno Kalden Lodoe (oltre che co-chair del comitato per il Kalachakra di Washington anche Presidente della Capital Area Tibetan Association) abbia avuto una “crisi di nervi”. Più verosimilmente penso che abbia fatto quello che riteneva giusto, vale a dire espellere un rappresentante di una organizzazione apertamente critica con le attuali prese di posizione del Governo tibetano in esilio (pardon, dell’Organizzazione del Popolo Tibetano). Non devo ricordare a te (e nemmeno a Carlo) il modo con cui alla fine degli anni ’80 Lhasang Tsering venne prima destituito da Presidente del TYC e poi odiosamente emarginato fino al punto da renderlo per diverso tempo una sorta di “paria” tibetano.
    Io credo che la politica della Via di Mezzo, e ancor più la deriva in cui si è incagliata dopo l’ermetica chiusura cinese, sia veramente dannosa per il presente e per il futuro della causa tibetana. Di questa fallimentare politica, oggi, l’aspetto più pericoloso è proprio rappresentato dalla rinuncia ad avere un governo in esilio, abbandonando così anche l’idea stessa di una identità nazionale tibetana. Non si tratta di questioni di lana caprina ma di nodi politici essenziali e vitali. Tornando all’articolo di Norbu, penso che abbia assolutamente ragione quando legge nel modo seguente i recenti sviluppi della questione tibetana:
    “Without the Dalai Lama’s hands-on leadership and with the ultimate decision making powers being transferred to a democratically elected exile-government, it could be reasonably expected that a Rangzen based political party would come into power, sooner or later. Possibly sooner, with all the unrest and uprisings within Tibet.

    Therefore to ensure the permanence of the Middle Way policy within exile society – to set it in concrete as it were – it was vital that the exile-government be politically emasculated and converted into a body only capable of managing the settlements, schools etc, and not able to make decisions regarding the future of the Tibetan nation”.
    E se questa lettura è corretta, ed io temo che lo sia, forse dovrebbe essere chiaro a tutti coloro che si riconoscono nella linea politica “indipendentista” perché sarebbe stato meglio che il Dalai Lama avesse accettato di continuare a svolgere un ruolo (“at least” o non “at least”, caro Carlo) di formale rappresentante della nazione tibetana. Ruolo privo di incarichi o prerogative politiche ma ricco di prestigio morale. Come la Regina Elisabetta certo, caro Carlo, che non fa le leggi, che non governa, che non decide ma che simbolicamente rappresenta l’intera nazione britannica (indipendentisti scozzesi, gallesi e irlandesi non se ne abbiano a male).

    Altro che “presidente onorario del circolo della caccia”, caro Claudio. Un governo in esilio rappresentato moralmente dal Dalai Lama a nome dell’intero popolo del Tibet e con un primo ministro democraticamente eletto dalla popolazione in esilio grazie ad autentiche consultazioni elettorali, avrebbe avuto un’immagine pubblica di notevole prestigio, garantendo nel medesimo tempo una continuità simbolica e una effettiva innovazione. Ma forse a chi è disposto ad ogni rinuncia pur di cercare di ottenere qualche briciola di apertura da parte di Pechino, la cosa non avrebbe fatto poi tanto piacere.
    E così, “presidente onorario del circolo della caccia” rischia invece di essere il buon Lobsang Sangay che, dopo aver partecipato (e vinto) a una competizione elettorale per la carica di primo ministro di un governo in esilio, si ritrova ad essere il capo di una generica Organizzazione del Popolo Tibetano.

    In conclusione. A mio modesto avviso dovremmo aiutare con ogni mezzo possibile quanti si rendono lucidamente conto di come stanno le cose e cercano di mantenere in vita l’idea di una nazione tibetana e battersi per l’inalienabile diritto del popolo tibetano all’autodeterminazione.

  12. carlo buldrini Says:

    Caro Piero, visto che “parli a nuora perché suocera intenda”, ti cito l’ultima frase dell’ultima “News” riportata nel bel sito di Italia-Tibet, Associazione di cui mi onoro di avere la tessera.
    Siamo a Washington D.C., poco prima del via all’Iniziazione di Kalachakra: “Ha partecipato alla conferenza anche il dottor Lobsang Sangay, il neo eletto Primo Ministro del Governo Tibetano in esilio. Rispondendo a chi gli chiedeva se avrebbe continuato ad attenersi alla linea politica della Via di Mezzo, il nuovo Kalon Tripa, che entrerà ufficialmente in carica il prossimo 15 agosto, ha affermato che saranno i tibetani a decidere. Il Dalai Lama, che era presente, si è dichiarato pienamente concorde e ha specificato che il rispetto della volontà dei tibetani è stato nelle sue intenzioni fin dal primissimo istante del lancio della sua politica”.
    Certo, non si tratta più di “Governo” tibetano, e sono in molti a battersi perché questa cosa venga immediatamente rettificata.
    Ma se quanto riportato è corretto – e non credo che la bravissima Vicky s’inventi le notizie – concorderai che la frase di JN che tu citi qui sopra in inglese (“Therfore to ensure…”) sembra scritta da una persona un po’ “malata”.

  13. Claudio Cardelli Says:

    sarebbe bellissimo se riuscissimo a continuare questa simpatica e costruttiva chiacchierata senza far anche noi la fine de “i polli di Renzo”…sarebbe altrettanto interessante se intervenisse anche qui Thubten o Kelsang o altri tibetani per dire la loro.. grazie per la lunga risposta a cui riservo commenti e osservazioni domani.. data l’ora..Notte a tutti

  14. Giulia Brambilla Says:

    Cari amici (Piero Verni e tutti gli altri), abito in una zona piuttosto decentrata del Friuli e il Tibet, fin da quando ero giovanissima, è sempre stata una delle mie principali passioni. Seguo da diverso tempo questo blog che per me è una vera finestra aperta sul mondo tibetano e una fonte preziosa di informazioni. In particolare mi arricchisce leggere il confronto di idee tra persone che sulla materia sono in genere molto più competenti di me. Pur seguendolo quotidianamente, è il primo sito che vado a vedere quando apro il PC, intervengo rarissimamente perché in confronto a persone come Buldrini, Verni, Cardelli mi sento proprio un’ignorante. Grazie a questo blog ho scoperto un bellissimo libro che mi era sfuggito, sto parlando di Lontano dal Tibet di Carlo Buldrini, un libro che mi ha regalato veramente tanta conoscenza sul Tibet e i tibetani. Grazie Buldrini di averlo scritto e di intervenire così spesso in questo blog. E’ un piacere leggerla sia quando condivido le sue posizioni sia quando non le condivido. Per questo mi è spiaciuto il suo ultimo intervento. Specialmente quel dare del “malato” a JN. Non conosco bene i suoi scritti che in genere sono molto lunghi e la mia conoscenza dell’inglese non è perfetta. Ho però letto quanto riportato da Piero Verni in questi interventi e mi sento di condividere quello che scrive. Lei invece non lo condivide e non c’è problema ma non pensa che si può non condividere quello che dice JN senza doverlo ritenere “malato”? Detto con grande umiltà e ancor più grande stima per quello che scrive qui e altrove gentile Carlo Buldrini.
    Poi vorrei dire la mia opinione sul tema di cui state discutendo. Trovo molto grave quello che è accaduto al signor Tsewang Rigzin e un errore gravissimo aver cambiato il nome di governo tibetano in esilio.
    Grazie ancora a Piero Verni per tenere in vita questo blog e a tutti voi per intervenire e tenere aperta questa affascinante finestra sul Tibet e le sue problematiche.
    Giulia Brambilla

  15. dawala Says:

    A parte che quelli di Renzo non erano polli bensi’ capponi ( cioe’ senza i cosiddetti ), vi assicuro che qui a Lhasa queste diatribe tra tibetani della diaspora non interessano assolutamente a nessuno. Per quanto riguarda il sig Tsewang Rigzin, residente a Portland/Oregon, rammento le sue allucinanti e ben poco compassionevoli dichiarazioni a quotidiani ( USA ma anche italiani) ai tempi del 3/14: prospettava lotta armata sul modello di Afganistan e Iraq inclusi suicide bombers. Coloro che gli sono ora solidali, gli diedero ai tempi una bella tirata d’orecchi o furono invece solidali pure su quello ? Gli stessi discorsi in stile talebano o hamas li sentii comunque anche io in persona con le mie orecchie a Kathmandu nel settembre 2007 !

  16. carlo buldrini Says:

    Gentile Signora Brambilla, il “malato” era tra virgolette. E, purtroppo, grazie all’approccio “alla Norbu” io sento, da tempo, un’aria “malata” in molti che dibattono qui in Italia sul Tibet, a partire da questo blog. Ricorda la querelle sul Karmapa? In molti, qui, auspicavano che “la giustizia facesse il suo corso”. Com’è finita? Perché non se ne parla più?
    Sospetti, trame, tutti che sono in malafede, doppi giochi, tradimenti, il DL che lascia la politica per fare più politica. In molti credono che essere “leader” pro-Tibet qui in Italia (e non solo) lo si misuri dalla dose di questi ingredienti che uno riesce a scorgere in quello che succede in casa tibetana. Questa è la “malattia” di cui parlo. Il presupposto di questo approccio è che il Tibet (soprattutto quello targato Dharamsala) sia ancora nel medioevo e vada quindi “liberato”. Si tranquillizzino questi pro-Tibet, nostrani e non, ci hanno già pensato altri a farlo.
    Personalmente ritengo questa posizione infantile e sterile. Aiutare i tibetani non significa insultarne una loro parte. Agire così vuole dire (consapevoli o no) cercare di spaccare la comunità tibetana. E questo lo ritengo gravissimo. Noi – che contiamo molto poco – possiamo tranquillamente accapigliarci, dividerci e mandarci a quel paese. Poco male. Ma cercare di rompere la comunità tibetana (soprattutto quella in esilio) lo ritengo imperdonabile. A Sarnath c’è un mozzicone di colonna che ho più volte fotografato. Su quella colonna c’era il bellissimo capitello di Ashoka con i 4 leoni addorsati, divenuto poi il simbolo dell’India indipendente. Su quel capitello Ashoka ha fatto incidere questa scritta in lingua prakrita: “Da nessuno la Comunità deve essere esposta a scissioni. La Comunità è unita e costituita da monaci e monache: così sia finché vi siano figli e nipoti miei, e durino la luna e il sole. Chi, o monaco o monaca, cerchi di infrangere l’unità, sia rivestito di vesti bianche e abiti una sede estranea. E’ mio desiderio che la Comunità sia unita e duri a lungo”.

  17. carlo buldrini Says:

    Su quella COLONNA Ashoka ha fatto incidere… eccetera.

  18. Skylines Says:

    Caro Buldrini,
    la comunità tibetana in esilio è divisa, e non da oggi, non certo per colpa di sostenitori italiani del Tibet. Mi sbaglio o l’argomento di questo post è l’espulsione dal luogo del Kalachakra di un tibetano presidente del TYC da parte di un altro tibetano presidente della Tibetan Association di Washington?
    Qui si cerca di dare un contributo alla comprensione di quanto succede. Lei ha le sue idee e può esprimerle in tutta libertà. Per quanto mi riguarda le ascolto con molta attenzione. Anche quando mi sembra ci sia nei suoi ragionamenti un eccesso di vis polemica.

  19. Piero Verni Says:

    Cara Giulia Brambilla,
    la ringrazio di cuore del suo intervento. Sono parole che rincuorano quando la fatica di trovare tempo ed energia per gestire un blog si fa sentire.
    Sono molto felice che questo blog per lei rappresenti una interessante lettura e “una vera finestra aperta sul mondo tibetano e una fonte preziosa di informazioni.”
    Ancora più contento sono del fatto che grazie a questo piccolo blog sia potuta venire a conoscenza del bel libro di Carlo Buldrini (“Lontano dal Tibet, storie da una nazione in esilio”, ed. Lindau) che consiglio, a quanti non lo avessero ancora fatto, di acquistare e leggere. Nonostante sia stato scritto alcuni anni fa rimane ancora oggi un prezioso strumento per conoscere il Tibet e le sue vicende politiche.
    Quindi grazie a lei della sua attenzione e della sua stima.
    Piero Verni

  20. Piero Verni Says:

    Ecco il comunicato reso noto dall’Ufficio stampa del Presidente Obama dopo il suo incontro con il Dalai lama.

    Statement from the Press Secretary on the President’s Meeting with His Holiness
    the XIV Dalai Lama:
    The President met this morning at the White House with His
    Holiness the XIV Dalai Lama. The President reiterated his strong support for the
    preservation of the unique religious, cultural, and linguistic traditions of
    Tibet and the Tibetan people throughout the world. He underscored the importance
    of the protection of human rights of Tibetans in China. The President commended
    the Dalai Lama’s commitment to nonviolence and dialogue with China and his
    pursuit of the “Middle Way” approach. Reiterating the U.S. policy that Tibet is
    a part of the People’s Republic of China and the United States does not support
    independence for Tibet, the President stressed that he encourages direct
    dialogue to resolve long-standing differences and that a dialogue that produces
    results would be positive for China and Tibetans. The President stressed the
    importance he attaches to building a U.S.-China cooperative partnership. The
    Dalai Lama stated that he is not seeking independence for Tibet and hopes that
    dialogue between his representatives and the Chinese government can soon resume.

    Non mi sembra proprio il succo di un incontro non politico!

  21. carlo buldrini Says:

    Caro Piero (e caro Norbu), credi che, se il Dalai Lama avesse lo status della Regina d’Inghilterra, il comunicato finale dell’incontro con Obama sarebbe stato diverso?
    Quello che noi possiamo fare è ribadire con forza che quel dialogo non è possibile e che non ci sarà mai. Bisognerebbe ricordare i fatti. Quella che i cinesi chiamano “Liberazione” (e costringono i tibetani a celebrarla), per i tibetani fu un massacro della loro gente con migliaia e migliaia di morti.
    Una storica cinese, Janglin Li, ha fatto una ricerca, su fonti cinesi, su quanto avvenne tra il 1956 e il 1962 nelle sole regioni tibetane di Kham e Amdo, in Tibet. 346.000 persone scomparse, tra direttamente uccise o morte in carcere. Nel censimento del 1964, in queste due regioni, ci fu una diminuzione della popolazione (rispetto al censimento del 1957) del 16%.
    Per i tibetani, ieri come oggi, il problema non è quello dei “diritti umani” ma quello della sopravvivenza come popolo. Il drammatico processo di assimilazione continua: immigrazioni han, soppressione della lingua tibetana, trasferimento della popolazione nomade, sterilizzazioni forzate.
    Questo processo potrà interrompersi solo se il Tibet tornerà a essere una nazione libera e indipendente.
    Questi sono i “comunicati” che mi piacerebbe poter firmare…

  22. Riccardo Zerbetto Says:

    Alcuni quesiti che emergono da questo interessantissimo dibattito:
    - Come poter denunciare e contrastare un errore gravissimo aver cambiato il nome da “Governo tibetano in esilio” in “Organizzazione del popolo tibetano “? (Come è stato detto “Lobsang Sangay non è il primo ministro di un Governo in esilio, bensì il principale rappresentante di una “Organizzazione” di esuli”)

    - Lobsang Sangay, il nuovo kalon tripa (che assumerà le funzioni il 15 agosto prossimo), durante la campagna elettorale, dovrà uscire dall’ambiguità mantenuta durante la campagna elettorale e dire da quale delle due parti (Via di Mezzo o ” o “Rangzen”) propendere. Se durante una recente intervista a Washington D.C. , rispondendo a chi gli chiedeva se avrebbe continuato ad attenersi alla linea politica della Via di Mezzo, ha affermato che saranno i tibetani a decidere, come potrà recepirne il parere?

    - Non esiste infatti una prassi democratica di raccolta dell’opinione dei tibetani. Un tentativo di farne una opinion poll perseguita recentemente da WAT e Università di Siena coinvolgendo 3.500 indirizzi e-mails di tibetani in esilio nel mondo ha raccolto solo un centinaio di riposte (di cui 72% si dichiaravano a favore dell’indipendenza). Come poter dare la parola ai tibetani in esilio affinchè non siano sempre e solo i rappresentanti della amministrazione conservatrice a far prevalere il loro parere-interesse?

    Grazie, Riccardo Zerbetto

  23. Piero Verni Says:

    Carlo, l’idea di Norbu (e, molto più modestamente, anche mia) è proprio questa. La Regina Elisabetta può solamente rappresentare la Gran Bretagna non può sostituire le sue idee politiche a quelle del governo inglese. Quindi, nell’ipotesi possibile di un kalon tripa espressione di una maggioranza finalmente libera dalle suggestioni della Via di Mezzo, il Dalai Lama dovrebbe attenersi a questa situazione. Mentre, l’hai visto ieri con Obama, quanto si sia “ritirato” dal suo ruolo politico!
    Ma a parte questo, sono assolutamente concorde con quanto scrivi nel tuo ultimo intervento. “Per i tibetani, ieri come oggi, il problema non è quello dei “diritti umani” ma quello della sopravvivenza come popolo. Il drammatico processo di assimilazione continua: immigrazioni han, soppressione della lingua tibetana, trasferimento della popolazione nomade, sterilizzazioni forzate.
    Questo processo potrà interrompersi solo se il Tibet tornerà a essere una nazione libera e indipendente.”
    Sottoscrivo parola per parola.
    E anche a me piacerebbe firmare comunicati del genere.
    Buona giornata,
    PV

  24. Piero Verni Says:

    Riccardo, credo che la cosa più importante che possiamo fare in questo momento è sostenere la difficile impresa del TYC nel contestare la scelta della burocrazia di Dharamsala di ridurre un governo in esilio a mera “organizzazione” dei profughi. E credo che il comunicato da cui parte questo post sia un passo in quella direzione (linguaggio o non linguaggio rude).
    Poi cercare, senza presunzione ma con autentico spirito di amicizia, di spiegare ai tibetani con i quali siamo in contatto i motivi per cui riteniamo suicida la politica della Via di Mezzo.
    E a questo proposito penso che vada segnalato un ottimo articolo del Professor Elliot Sperling (professore associato della facoltà di Central Eurasian Studies della Indiana University) scritto ai primi di giugno per il numero di luglio della “Jane’s Intelligence Review” e pubblicato oggi sul sito della “Rangzen Alliance” (www.rangzen.net). E’ piuttosto lungo, quindi mi limito a pubblicarne le parti a mio avviso più significative. Chi volesse leggerlo nella sua interezza può farlo al seguente indirizzo: http://www.rangzen.net/2011/07/18/the-tibetan-movement-pulls-the-plug-on-itself-advantage-china/#more-4712

    “The Dalai Lama refused all requests to remain a symbolic head of state. But he agreed to continue to advise the exile authorities and to meet with world leaders. In effect, in spite of his retirement from an active day-to-day role (formalized on May 31), the Dalai Lama’s stature will ensure the continuity of his basic policy that Tibet is a part of China. While the Dalai Lama may have retired, his influence and the authority it projects have not.“

    “…the Dalai Lama has never seriously educated exile society about his human fallibility and his people’s democratic equality with him. Ironically, only he could have done this. His policies are respected ultimately because of whom they come from, not because of any reasoned, logical debate over their intrinsic merits and defects. The wild card in this consists of those Tibetans inside the People’s Republic of China who live very different lives from Tibetan exiles and in many cases have deep antagonisms with the concrete reality of a Chinese-ruled Tibet.”

    “In this environment the Dalai Lama’s “post-nationalism” recalls the disarmament movement of decades ago: directed at only one side, the side that accepted democratic pluralism and dissent, it left the other side quite untouched.”

    “Far and away, the advantage is China’s. The self-inflicted setback for Tibetans is striking, given the wide support the Tibetan movement has always received. Other groups with similar issues with China fade into the shadows of international purview by comparison. So it is interesting that in early May, exile Uyghur delegates at a summit meeting agreed to make self-determination the lynchpin of their movement, their spokesperson publicly stating that “Tibetans got absolutely nothing from China by pursuing autonomy.” China has played its cards right and is now simply sitting back and waiting for the credibility of the Tibetan exile establishment to further melt away.”

  25. manfred Says:

    Per @ Dawala.
    Vorrei rispondere ai vostri giudizi su Tsewang Ringzig. Avendo partecipato con Tsewang nel Marzo del 2008 alla marcia verso il Tibet posso assicurare che nei vari e frequenti incontri pubblici e privati non l’ho mai sentito proporre forme di lotta armata tipo talibani o Hamas, ma soltanto forme più incisive e attive di lotta non violenta per la liberazione del TIbet. Ripeto nonl’ho mai sentito parlare di lotta armata. Anzi lo aiutai nel 2009 a smentire certi articoli sulla stampa tedesca che attribuivano al TYC intenzioni di riprende la lotta armata.
    Grazie a Piero per aver ravvivato il tuo blog sotto l’incalzare degli eventi. Sulle dispute interne tibetane ho infinitamente meno competenze di te e Carlo per cui seguo con grande interesse i vostri commenti. Personalmente penso tutavia che J. Norbu abbia ragione nell’auspicare che il Dalai Lama mantenga una carica simbolica di rappresentatne della nazione tibetana , tipo la regina d’Inghiltera. Fa bene Carlo però a invitare la comunità tibetana in esilio a stare saldamente unita.
    Mi preme sapere anche se qualcuno di voi sia stato invitato e se andrà al prossimo congresso del TYC a ZUrigo. Purtroppo in questo periodo sono fuori dall’Europa per cui non potrò partecipare. Credo sarebbe importante che qualcuno di voi andasse. Ne ho parlato con Tentzin Tsundue che mi aveva invitato a partecipare.

  26. marco restelli Says:

    cari amici, temo che ridurre la questione alla zuffa dei capponi di Renzo non ci porti da nessuna parte. La situazione è grave, le divisioni politiche esistenti fra i tibetani non le abbiamo inventate noi italiani, e il Kalon Tripa dovrà necessariamente esprimersi con chiarezza su quello che considera essere il futuro più auspicabile per il popolo tibetano. Ergo, eventi come quello sopra descritto sono – per quanto dolorosi – chiarificatori riguardo al quadro politico tibetano, e come tali vanno analizzati. Per quanto mi riguarda, suonano una conferma dell’aria asfittica oggi regnante. Chiedere “più democrazia” può suonare come uno slogan vetusto tuttavia credo sia l’unica battaglia oggi utile affinché un popolo possa decidere da sè e di sè.
    P.s.: come disse qualcun altro nel contesto italiano, “con questi dirigenti non vinceremo mai”…e mutatis mutandis credo valga anche per chi oggi gestisce il potere nella comunità tibetana in esilio.

  27. Piero Verni Says:

    Caro Manfred,
    bentornato su questo blog (così come bentornato Dawala, a cui hai risposto nel merito di Tsewang Rigzin). Spero che al congresso del TYC possa andare mia moglie Karma che, oltre ad abitare a Zurigo, è stata anche una esponente del TYC (la prima donna ad entrare nel Centrex).
    Certo l’unità è importante, ma quando è reale. Nel presente quadro della comunità tibetana in esilio, di fronte alle posizioni di quanti si dichiarano pronti a rinnegare l’identità nazionale tibetana e persistono nel voler credere alla possibilità di un dialogo che non c’è mai stato e nemmeno mai ci sarà, credo sia dovere (più che diritto) di quegli amici internazionali del Tibet che sono in grado di comprendere quanto sta accadendo, prendere posizione accanto a quei settori della società tibetana che non si piegano ai diktat di Pechino e non sono preda della Sindrome di Stoccolma. Ovviamente parlo di una presa di posizione chiara ma fatta con senso della misura e sensibilità.
    Però, caro Manfred, a questo punto dopo tutto quello che è successo in Tibet in questi ultimi anni di “dialogo”, non me la sento di rimanere in silenzio di fronte a chi caccia il presidente della TYC da un pubblico consesso di tibetani, di fronte a chi relega la rappresentanza politica della diaspora a mera “organizzazione”, a chi -per dirla con il sito Tibettruth- negozia l’annichilimento della Nazione tibetana.
    Verso costoro, francamente, non ho alcuna solidarietà da mostrare. E tantomeno me la sentirei di suggerire ai miei amici tibetani (a cominciare da mia moglie) di sacrificare la speranza di poter tornare a vivere in un Tibet libero e indipendente sull’altare di una pelosissima “unità”.
    Come ironicamente ci ricorda il mio amico Marco Restelli, la frase di Nanni Moretti calza a pennello per buona parte dell’attuale classe politica tibetana. Speriamo che Lobsang Sangay possa stupirci positivamente.
    E mentre scrivo queste righe, Lhasa è stretta in una sorta di legge marziale non dichiarata.

  28. manfred Says:

    Certamente concordo e infatti ti ho chiesto di mettere il mio nome sul manifesto.
    Da quanto leggo mi pare di capire che anche tu non pensi che Ringzin sia un fautore della lotta armata stile Hamas.

  29. Piero Verni Says:

    Caro Manfred,
    non ho aggiunto nulla a quanto tu avevi detto a proposito di Ringzin perché mi sembrava non ci fosse niente da aggiungere alle tue lucide spiegazioni.
    Un abbraccio,
    Piero

  30. carlo buldrini Says:

    Caro Piero, non userò più la parola “infognato”, visto che non ti piace, ma questo tuo blog ha su di me l’effetto delle sabbie mobili: rischio di non uscirne vivo. Quello che vorrei provare a chiarire è quello che penso a proposito dell’ultimo scritto di Jamyang Norbu, la persona che tu definisci “una delle poche teste pensanti di cui dispone il popolo tibetano”. (Piero, non essere così pessimista…). Mi riferisco al battersi con ostinazione da parte di JN affinché il Dalai Lama assuma “at least” (lo cito per divertimento; non è un’ossessione) il ruolo simbolico di Capo di Stato. Nel primo intervento al proposito (“Resolving the Dalai Lama resignation crisis”), precisando di non essere un costituzionalista, JN faceva l’ipotesi di una carica pari a quella del Presidente della Repubblica (India o Francia) oppure a quella di una Monarchia ereditaria (Inghilterra o Thailandia). Nel secondo intervento (“Ending to begin”), JN si è chiarito le idee e l’ipotesi, adesso, è quello della Regina d’Inghilterra, dell’Imperatore del Giappone o del Re di Thailandia. Quelli che, in questo blog hanno abbracciato l’idea, parlano di “Regina d’Inghilterra”. E sia così. Dunque il Dalai Lama come la Regina d’Inghilterra. E’ vero che il Dalai Lama porta la sottana ma, immagino, s’intende “Re”. E ovviamente non si tratta d’Inghilterra ma del Tibet. Dunque si sta proponendo Tenzin Gyatso come “Re del Tibet”. Certo, con un ruolo puramente cerimoniale.
    Facciamo un passo indietro. Nel mio articolo sul Foglio del 13 aprile citavo l’Ordinanza N° 5 dell’ottobre 2007 (lo stesso “Order no 5″ menzionato da quel Tenzin Norgay che interviene per primo nell’ultimo post di JN). Con questa ordinanza il Partito comunista cinese si arroga il diritto di approvare il riconoscimento di qualsiasi futuro “Buddha Vivente”. Pochi giorni prima dello “storico” 10 marzo di quest’anno, Padma Choling, il governatore della TAR aveva dichiarato che: “Dobbiamo rispettare le istituzioni storiche e i rituali religiosi del buddhismo tibetano. Nessuno può abolire una istituzione basata sulla reincarnazione. I Dalai Lama e i Panchen Lama si sono reincarnati per centinaia di anni”. Dunque, sicuramente, i cinesi individueranno il “loro” Dalai Lama. Il “nostro”, invece, con un’abile mossa, ha dato loro scacco matto e, come sempre, i cinesi si sono molto arrabbiati. Il DL ha annunciato di rinunciare alla leadership politica per dar vita a “un sistema interamente democratico”. “Sono onorato – ha detto – di rinunciare volontariamente al potere politico implicito nell’istituzione del Ganden Phodrang”. E ha aggiunto che il Ganden Phodrang “continuerà solo come istituzione religiosa”. Il Dalai Lama ha riconsegnato così solennemente timbri e ceralacca: non sarà più lui (e nessun Dalai Lama del futuro) a firmare un qualsiasi accordo con i cinesi. Chi, eventualmente, lo firmerà? E’ una domanda interessante ma porterebbe forse troppo lontano. Quello che qui vale la pena ricordare è che, quando i cinesi installeranno nel Potala il loro bambino, sarà un semplice piccolo monaco e non il “Re del Tibet” come vorrebbe Jamyang Norbu. Un anonimo tibetano, intervenendo nel suo blog, gli ha chiesto: “Perché sei contrario al fatto che il Tibet sia una repubblica democratica?”. L’avrei abbracciato.
    Dicevo che la mossa del DL ha fatto molto arrabbiare i cinesi. Anche JN si è arrabbiato. I cinesi (per bocca di Jiang Yu del ministero degli Esteri cinese) hanno parlato di “un trucco”. Jamyang Norbu (“Ending to begin”, 10° paragrafo, seconda riga) parla di “una farsa”. Cinesi e Jamyang Norbu obiettano alle visite del DL, dopo le sue “dimissioni, in Irlanda, Australia e, l’ultima pochi giorni fa, a Washingto. Cinesi e Jamyang Norbu criticano il fatto che il DL nelle sue visite “fa politica”. E’ interessante questo esprimersi all’unisono di JN e dei cinesi. Mi chiedo: vogliamo concedere al Dalai Lama, come semplice autorità spirituale, di continuare ad andare dove gli pare e continuare a dire di essere favorevole a quella Via di Mezzo che, con le sue dimissioni politiche, ha detto a chi lo voleva capire, di non essere andato da nessuna parte?
    “Decapitated then Emasculated”, “Decapitato e poi castrato”, scrive Cristophe Besuchet a proposito della rinuncia del Dalai Lama alla carica politica (Decapitated) e al cambio di denominazione da “Governo” tibetano in esilio a “Organizzazione” tibetana in esilio (Emasculated). Il Tibetan Youth Congress che ha festeggiato per il “decapitated” ha alzato subito le barricate per l’”emasculated”. Come al solito, il TYC l’ha vista giusta. (Ci sarebbero delle interessanti riflessioni da fare su questo cambio di denominazione, ma è molto tardi).
    Per chiudere vorrei ricordare solo una cosa a Christophe Besuchet che, a proposito della rinuncia del DL (10 marzo) e del cambio di denominazione (28 maggio) scrive: “It hurts to admit, but I did not expect to witness such dark time for Tibet”. Caro Besuchet tra quelle due date che secondo lei hanno fatto piombare il Tibet in tempi così bui ci sono state le più straordinarie elezioni democratiche mai tenute nella millenaria storia del Tibet.
    Dei tre candidati ne conoscevo personalmente due: Tenzin Tethong e, soprattutto, Tashi Wangdi. Due degnissime persone. Ha vinto il terzo, quello un po’ più spostato verso Rangzen. La prima mossa da eletto di Lobsang Sangay è stata quella di andare a far visita ai dirigenti del TYC in sciopero della fame a oltranza al Jantar Mantar di Delhi. Ma non bisogna farsi illusioni: Almeno inizialmente Lobsang Sangay seguirà la Via di Mezzo. E, generosamente, fallirà anche lui. Lo so, è una corsa contro il tempo. Ma io sono ottimista come non mai. Si sta andando verso la meta.

  31. dawala Says:

    La testimonianza di Manfred su quanto gli riferi’ Tsewang Rigzin e’ sicuramente sincera, non ho alcun dubbio. I miei dubbi riguardano invece la sincerita’ di certi aderenti al TYC nei riguardi degli attivisti occidentali. I virgolettati di Tsewang Rigzin circa l’ipotesi di violenza in Tibet furono riportati da piu’ giornali e agenzie di stampa in interviste differenti ( io ricordo Corriere, Giornale, due quotidiani USA e altri ) a cavallo dei giorni del 3/14. Ma, come gia’ detto, pari pari le stesse affermazioni ( quasi delle veline ) le ascoltai sei mesi PRIMA a Kathmandu da attivisti TYC. Gentili frequentatori di questo blog, tenete cortesemente gli occhi aperti e non credete a tutto quanto vi dicono !

  32. dawala Says:

    Qui nella Lhasa in perenne stato di legge marziale non dichiarata, come giustamente dice Piero Verni, si e’ appena conclusa la celebrazione del sessantesimo anniversario della pacifica liberazione del Tibet, ben rappresentata dall’enorme orribile monumento in cemento in stile Ceausescu davanti al Potala. Segnalo che, contrariamente al solito, le malefatte del “bugiardo lupo travestito da agnello” non sono state citate. Non solo, nel corso dello speciale sull’incontro HHDL Obama nel programma Dialogue di CCTVnews, e’ stato apertamente criticata l’overeaction del governo cinese nel particolare, e in generale dello stesso nei confronti di HHDL. Il conduttore Yang Rui era solo un filo imbarazzato sulla piega che aveva preso il discorso, ma mi pare solidale e d’accordo. L’ho gia’ detto, in Cina ci sono un sacco di disgraziati, anche al governo, che pensano solo agli affaracci loro, ma ci sono anche persone degnissime e oneste con le quali si puo’ sicuramente dialogare.

  33. dawala Says:

    Nel caso interessi: la puntata di Dialogue sull’incontro HHDL Obama continua ad essere data in replica ( e’ gia’ la quarta volta che la vedo ), per cui non e’ stata censurata. Ho preso nota anche dei nomi dei partecipanti, oltre al gia’ citato conduttore ( non male ) erano presenti: Yoichi Shimatsu giornalista giapponese; dr Philip Cunniham di un’universita’ americana; prof Xie Tao dell’universita’ di Pechino. Ieri sera in un altro speciale era invece ospite il giornalista italiano Francesco Sisci.

  34. Piero Verni Says:

    Caro Dawala,
    innanzitutto bentornato su questo blog e grazie per le informazioni che ci manda da Lhasa.
    Due parole sull’argomento Tsewang Rigzin. Conosco bene la storia perché quando Rigzin si vide pubblicata sul Corsera una chiacchierata informale con un giornalista italiano sotto forma di intervista in cui si dichiarava favorevole alla lotta armata (pseudo intervista che poi venne ripresa da altre testate in Italia e all’estero), tramite mia moglie che in quei giorni si trovava in India, mi chiese se mi sembrasse una buona idea querelare il giornalista e il Corriere della Sera. Io gli risposi che mi sarei dato da fare per aiutarlo a diffondere mezzo stampa la smentita alle deliranti affermazioni contenute nell’articolo ma di lasciar perdere le querele che in Italia lasciano il tempo che trovano.
    Detto questo, sono ben consapevole dell’esistenza di alcuni tibetani che preda di una comprensibile disperazione e frustrazione per le condizioni in cui versa il Tibet, sognano di compiere azioni violente contro l’oppressore cinese. Per quanto mi è dato di vedere sono una infinitesimale minoranza che nulla ha a che fare con le posizioni politiche di Tsewang Rigzin e del TYC. Certo però che a lungo andare disperazione e frustrazione potrebbero rivelarsi cattive consigliere anche per altri tibetani. Per questo sono così critico riguardo alla politica della Via di Mezzo. Se dopo oltre 60 anni di oppressione coloniale in Tibet non si riesce a proporre altro che il “cul de sac” di una proposta irrealistica la quale, mentre da parte tibetana concede tutto non ottiene nulla da quella cinese, la situazione potrebbe diventare pericolosa. E sempre per questo sono così favorevole al TYC, che dal 1970 cerca di incanalare la rabbia e la frustrazione del popolo tibetano all’interno di un orizzonte politico non violento e razionale.
    Cordiali saluti,
    PV

  35. Piero Verni Says:

    Caro Carlo,
    non trovo molto elegante il termine ma adesso sarei tentato di usarlo io. Vediamo di non “infognarci” in questa discussione su JN. Tu hai espresso il tuo punto di vista e hai spiegato le tue ragioni, io (“si parva licet componere magnis”) ho cercato di interpretare quello di Jamyang, condividendolo. Di più non credo si possa dire. A parte un’ultima cosa. Il tuo insistere sulle convergenze tra JN e Pechino mi sembra un esercizio di retorica un po’ futile. Cosa vuol dire? Certo che in politica questo accade ma non significa niente. Del resto tu ed io non siamo contrari alla Via di Mezzo così come lo è Pechino? E allora? Noi per le nostre ragioni e Pechino per le proprie. Ragioni opposte, quindi lasciamo perdere.
    Più interessante mi sembrerebbe concentrarsi sui fatti. Ovvio che nessuno, tantomeno JN, vuole impedire al Dalai Lama di incontrare i dirigenti delle nazioni in cui si reca. Ma se continua a farlo come fosse ancora il responsabile principale della politica tibetana, la cosa mal si lega al fatto di essere “dimissionario” da ogni carica politica.
    Prendi il recente incontro con Obama. Stando al comunicato ufficiale i due Premi Nobel per la Pace hanno parlato esclusivamente della condizione del Tibet (o almeno solo di questo vi è traccia nel comunicato ufficiale che ho riportato “pari pari” in questo blog) e il Dalai Lama non solo ha reiterato le sue note posizioni ma ha espresso l’accorato auspicio che al più presto possano riprendere i colloqui sul futuro del Tibet tra i suoi emissari e gli esponenti del governo cinese.
    Già, quegli emissari sul cui ruolo, nella mutata condizione del Dalai Lama, ho cercato -senza riuscirci- di attirare la tua attenzione in questa nostra chiacchierata. Ripeto quindi la domanda. Mi spieghi che senso ha oggi delegare a due inviati del Dalai Lama l’onere e l’onore di trattare con Pechino? Mi spieghi quale senso abbia che il Dalai Lama, privo di alcuna funzione politica, parlando con il presidente degli USA continui ad auspicare che i suoi inviati riprendano a trattare con Pechino?
    Scusa se torno a ribadirlo ma a rigor di logica, nel mentre si dichiarava decaduto il ruolo politico del Ganden Podrang e terminato quello del Dalai Lama, si sarebbe dovuto anche mandare a casa coloro che dal 2002 trattano (con gli splendidi risultati di cui sappiamo) del futuro del Tibet a nome del Dalai Lama. E invece no. Stanno sempre là, con la valigetta in mano pronti a partire non appena Pechino farà loro un cenno.
    Qualcosa vorrà pur dire. O no?

  36. dawala Says:

    L’ultima battuta su Rigzin, poi basta: la prego Verni, si fidi solo di quello che lei vede e sente in prima persona ! Una cosa e’ cio’ che Rigzin ha detto a lei o a Manfred, un’altra e’ quello che lui ha dichiarato a piu’ giornali ( italiani, tedeschi, americani….). Lei alle interviste non era presente, no ? Quindi non prenda per oro colato le rettifiche. Nemmeno io ero presente naturalmente, pero’ le testate sono tante e la fonte non e’ unica. A Kathmandu nel 2007 al Dwarika hotel a sentire certi del TYC prospettare ( anzi auspicare ) la lotta armata e i kamikaze ( praticamente le stesse parole di Rigzin ) c’ero io, non l’ho letto. A Lhasa prima durante e dopo il 3/14 c’ero sempre io: ho visto e sentito tutto ! Non ho chiesto a Rigzin fidandomi delle sue parole. Caro Verni, i suoi interventi nel blog sono appassionati e seguono sempre una logica stringente: usi la stessa verve critica nel mettere in discussione Rigzin e il TYC, per favore.

  37. Skylines Says:

    Sì caro Verni,
    qualcosa vorrà pur dire. Che il Dalai Lama continua a parlare come capo di stato e il suo ex governo in esilio è stato declassato a una sorta di NGO di esuli. Gran bel risultato in attesa che la diplomazia del “dialogo” si rimetta in moto!

  38. Piero Verni Says:

    Caro Dawala,
    ovviamente nemmeno io ero presente all’intervista. Conosco però il giornalista che ha detto di averla fatta e ne ho la più profonda disistima professionale. Indipendentemente dal fatto in questione. E’ un tipico giornalista italiota il quale, se ritiene che possa in qualche modo favorirlo, mette in bocca all’intervistato qualsiasi cosa. Per farle un esempio, lei ha appena espresso in questo blog un giudizio equilibrato e condivisibile quando poc’anzi ha scritto: “ L’ho già detto, in Cina ci sono un sacco di disgraziati, anche al governo, che pensano solo agli affaracci loro, ma ci sono anche persone degnissime e oneste con le quali si puo’ sicuramente dialogare”. Bene, se al giornalista in questione fosse interessato farla passare per uno sfegatato filocinese, avrebbe evidenziato solo le ultime parole dimenticandosi bellamente della premessa. Con il risultato che può facilmente immaginare. Quindi non escludo che Tsewang Rigzin abbia potuto affermare, nel corso di una chiacchierata informale e parlando in linea di principio (cosa che per quanto mi riguarda trovo assolutamente condivisibile) il diritto di ogni popolo, così come di ogni individuo, alla legittima difesa ma da qui a scrivere che avrebbe invocato una scelta “terroristica” per il movimento tibetano ce ne corre. A quanto ne so questa intervista è stata poi ripresa dalle agenzie e finita su molti altri media.
    Comunque le vorrei dire che conosco bene da diversi decenni il TYC. Ho avuto rapporti di amicizia personale con un paio di suoi ex presidenti e ne ho intervistati diversi altri. Nell’aprile 1998 seguii per quasi un mese lo sciopero della fame organizzato a Nuova Delhi dal TYC che terminò tragicamente con l’immolazione di Thubten Ngodup (su quello sciopero della fame mia moglie ed io realizzammo un servizio televisivo per la trasmissione di RAI 2 “Passioni”). Anche se meno bene di altri, ho infine anche il piacere di conoscere Tsewang Rigzin.
    Inoltre vivo dal 1993 con mia moglie Karma, a lungo militante del TYC di cui per un certo periodo ha fatto parte anche del Centrex, una sorta di Comitato Centrale di quella organizzazione.
    E, cosa altrettanto importante, Carlo Buldrini (“punzecchiature” su questo blog a parte) mi onora della sua amicizia; quel Carlo Buldrini (giornalista e scrittore) che nel corso della sua pluridecennale permanenza in India ha vissuto a strettissimo contatto con il TYC di cui ha potuto osservare da vicino sia la politica sia l’avvicendamento generazionale avvenuto in questi ultimi 40 anni. E Carlo ha avuto in molteplici occasioni la bontà di condividere con me la sua profonda conoscenza della storia, dei percorsi, delle vicende del TYC, fin dall’anno della sua fondazione (1970). Per i suddetti motivi, senza alcuna presunzione, credo di avere qualche titolo per poter esprimere un giudizio non improvvisato e non ingenuo sul TYC.
    Poi, come le ho già scritto, sono perfettamente consapevole del disagio di una minoranza di giovani (e non più giovani) tibetani confusamente attratti dalla prospettiva di un ricorso alla lotta armata. Ne ho conosciuto di persona qualcuno (e spero di essere riuscito a convincerlo a non procedere su quel terreno) e di altri mi sono arrivate le voci. Onestamente nessuna di queste persone era un dirigente o un quadro del TYC e, per quanto mi è dato sapere, nemmeno un iscritto. Quindi non mi stupisce che lei abbia udito in Nepal qualche tibetano (militante o meno del TYC) fare dichiarazioni in favore della lotta armata o perfino del terrorismo (certo il fatto che le facessero in pubblico mi induce a pensare che fossero più sfoghi individuali o smargiassate che non programmi concreti). Peraltro sulla disperazione che porta alcuni tibetani a prendere in considerazione la scorciatoia della violenza, un cineasta tibetano (Pema Dhondup, caro amico mio e di Karma) ha girato anche il bel film “We are no monks: a Struggle for Identity ”. Non è facilmente reperibile ma ne consiglio vivamente la visione (un breve estratto si trova a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=RLp4C4tDfmo).
    In conclusione. Per i motivi di cui sopra, sono convinto che Tsewang Rigzdin e il TYC non abbiano alcun piano per portare avanti la lotta per la libertà del Tibet con metodi armati e/o terroristici. Al contrario, il TYC è fino adesso riuscito ad incanalare la disperazione, la frustrazione, la rabbia del popolo tibetano in esilio, all’interno di un orizzonte politico democratico, non violento e razionale. E non è stata impresa da poco.

    Cordialmente,
    Piero Verni

  39. dawala Says:

    Caro Verni, grazie per le rassicurazioni circa le intenzioni pacifiche dei dirigenti TYC.

  40. dawala Says:

    Ho aperto Google e ho battuto “TYC suicide bombers” e “TYC kamikaze”: ci sono un sacco di riferimenti, a partire da prima dell’intervista al Corriere. Anche l’articolo su Il Giornale e’ precedente: il giornalista afferma di aver lui intervistato Tsewang Rigzin non di avere ripreso l’articolo del Corriere ( che ancora non era nemmeno stato pubblicato ). Mah, avranno capito male tutti, oppure sono in malafede in tanti, o semplicemente superficiali. Certo che alcune volte basta cambiare di pochissimo, come dice lei che e’ giornalista, per stravolgere letteralmente il senso generale: lo scorso 11 luglio ad esempio Phayul ha pubblicato la notizia dell’incontro a Pechino tra Hu Jintao e il presidente del Sudan Bashir ( quello “ricercato” dall’ ICC ) dicendo che il presidente cinese aveva accolto l’ospite chiamandolo addirittura ” friend and brother” ( virgolettato! ). Mi sono preso la briga di verificare sul sito BBC se cio’ fosse effettivamente accaduto e ho letto che una frase del genere era stata effettivamente pronunciata, ma non da Hu Jintao all’ospite, bensi’ l’inverso !!!. Secondo lei Verni, Phayul e’ solo incorso in un refuso, e’ stato superficiale, oppure e’ in malafede ? Oppure e’ meglio non leggere i giornali e fidarsi solo delle proprie orecchie, occhi, cuore ?

  41. dawala Says:

    scusi Verni ma chi sono quei deficenti che si intrufolano nel suo blog, tipo quest’ultimo Alexander7 ?

  42. Piero Verni Says:

    Questi cretini che si intrufolano nei blog sono spammer; l’uso del CAPTCHA Code ne limita molto l’ingresso ma non lo inibisce del tutto.
    Per quanto riguarda l’uso spregiudicato delle notizie da parte dei giornalisti e/o gli errori in cui possiamo cadere sarebbe un discorso lungo. Credo che Phayul, che in genere si limita a riportare articoli scritti da altri, non sia in malafede. Chi aveva scritto l’articolo di cui parla?
    Certo che la lettura dei giornali andrebbe fatta con molta attenzione.
    Infine, per chiudere il discorso TYC: al di là di tutto mi sembra contino i fatti. Il TYC non è mai stato coinvolto in azioni violente, quindi questo mi basta ed avanza.
    Cordialmente,
    PV

  43. dawala Says:

    L’articolo sull’incontro Hu Jintao-Bashir non ho idea chi l’abbia personalmente scritto ; a me lo ha inviato tibetculturehouseitaly che cita appunto Paayul quale fonte.

  44. karma choekyi Says:

    Dear Dawala, TYC is described sometimes as militant organisation owing to its persistent militant stand for Rangzen and not owing to its call for armed struggle. I had been member, both Regional and at Centrex and assure you that neither in the past nor at present, neither Tsewang Rigzinla nor any centrex members are preparing Kamikaze or Hamas type of actions. The goal of TYC is to attain Rangzen through peaceful means. In any organisations, its very normal to find some members having personal opinion different from the rest. My Tibetan friends in Portland described Tsewangla very highly.

  45. karma choekyi Says:

    It’s not just unfortunate but very sad that a Tibetan fellow behaved like a Chinese official would to a Tibetan or for that matter to a Chinese dissident. Any right thinking Tibetan would be aghast at Kalden Lodoe’s behaviour towards the President of TYC especially coming from someone holding a title of Presidency of the Capital Area tibetan Association and who is co-chairing the organisation of Kalachakra teaching. Where had the spirituality, tolerance, compassion gone? Since when has to love, respect and hold high the name Tibetan government -in-Exile became a political issue, to be embarrassed about, or to be hidden behind or to be discarded or to be shameful? Kalden’s behaviour, those who describe as his democratic right must know that ITS A DEMOCRACY AT ITS WORST. Kalden must apologise TYC President and its members, failure of which Tibetans in his Area must ask him to resign from his Presidency and elect a new one.

  46. carlo buldrini Says:

    Oggi (20 luglio) Piero (Verni) mi ha fatto un grande regalo. Mi ha mandato via e-mail una intervista della Tibetan Political Review al primo ministro tibetano Samdhong Rinpoche. Perché un grande regalo? Perché Samdhong Rinpoche, rispondendo a una domanda dell’intervistatore, riporta parola per parola quanto il Dalai Lama ha detto al General Body Meeting in risposta alla richiesta che gli era stata fatta di rimanere in carica come Capo di Stato con una funzione solo cerimoniale.
    (L’intervistatore ha chiesto non solo cosa il Dalai Lama abbia risposto ma anche in che termini gli era stata chiesta la cosa. Lascio il testo di quanto detto da Samdhong Rinpoche in inglese in modo da non alterare in alcun modo le sue parole).
    “(And) the request to His Holiness was ‘constitutional head of state’, just a cerimonial one, as like the British. They did not mention Crown; they mentioned the Queen. [They said] ‘like the Queen’. So this kind of request was put before His Holiness. His Holiness was very clear, even before that, we the Tibetans in exile do not need such cerimonial head. The popularly elected leadership suffices for everything. All the functions and responsabilities before assigned to His Holiness can be well-distributed among the elected people. And whilst devolving the political powers and functions to the elected leadership, then there should not remain anything behind. The successive Dalai Lamas should be completely detached from the political process of the Tibetans, that was the basic idea. And thus to reduce the dependence of the Tibetans people on the Dalai Lamas, or for that matter anyone, and they should be independently able to gover themselves”. E conclude la sua risposta Samdhong Rinpoche precisando: “So the empowerment of people and citizens should be completed by avoiding any kind of cerimonial head. That was His Holiness intention”.
    Vorrei che si ponesse l’attenzione su quel “The successive Dalai Lamas should be completely detached from the political process of the Tibetans, that was the basic idea”.
    Ora mi sarebbe molto facile usare un po’ di quella vis-polemica del cui eccesso mi si accusa. Mi limito a dire che trovo “malata” (Signora Brambilla, posso dire “vergognosa”?)l’interpretazione data da quelli che chiamo i “Dalai Lama Biters” (Norbu, Besuchet & Co.)di questo passaggio fondamentale per la storia del Tibet. Scrive Jamyang Norbu nel suo ultimo “saggio”: “It was also vital to the implementation of this plan that the Dalai Lama not remain as the symbolic head of state”. Il diabolico “plan” JN l’aveva spiegato poche righe più sopra: “to ensure the permanence of the Middle Way policy within exile society”.
    La mia non è una stupida polemica con quanto scritto da Jamyang Norbu. Stiamo discutendo di una decisione epocale del Dalai Lama, un momento fondamentale nella storia del Tibet moderno. E sarebbe bene che ognuno di noi avesse una propria opinione al proposito.
    JN chiude il suo scritto ricordando che i “Grandi” Dalai Lama sono solo due: il Grande Quinto e il Grande Tredicesimo. Fa capire che, a suo insindacabile giudizio, Tenzin Gyatso non può aspirare a tanto omore. Forse, quando non ci sarà più, i tibetani attribuiranno al Quattordicesimo il titolo di “Grandissimo”.

  47. carlo buldrini Says:

    “to gover themselves” leggi: “to govern themselves”.

  48. skylines Says:

    Caro Buldrini,
    abbiamo compreso tutti che lei non è d’accordo con quanto dicono Jamyang Norbu ed altri. Non mi sembra che quanto riportato nell’intervista di Samdhong Rinpoche aggiunga alcun nuovo elemento.
    Ma di quale “diabolici” piani sta parlando? Quella di Norbu è un’analisi politica che lei può benissimo, al contrario di Verni, non condividere ma dovrebbe però rispettarla invece di metterla in burletta. Questa è quella che definisco vis polemica.
    Vedo anche che continua a non rispondere alla precisa, e mi sembra tutt’altro che secondaria, domanda che continua a farle Verni sulla condizione dei due inviati del Dalai Lama. Io, e penso non solo io, saremmo curiosi di sapere il suo parere in proposito.
    Finisco rammentandole che la visita del Dalai Lama negli USA si è proprio conclusa come paventato da Norbu. Con il Dalai Lama che ha continuato, nonostante le “dimissioni” a parlare come capo politico dei tibetani, reiterando il sostegno alla Via di Mezzo, di cui però anche lei mi sembra un critico, o mi sbaglio?, e sollecitando la ripresa dei colloqui tra i suoi inviati e il governo cinese. Situazione bislacca che un Dalai Lama dimissionario dai suoi incarichi politici auspichi una ripresa di colloqui politici tra i suoi emissari e Pechino. Non le pare?
    Non è proprio la situazione immaginata da Norbu?

  49. carlo buldrini Says:

    Gentile “Skylines” (?), dopo tante (troppe) parole da me scritte in questo blog, mi chiede ancora se io sia o meno un critico della Via di Mezzo. Le riporto qui di seguito il testo di una mia lettera pubblicata sul quotidiano Il Foglio di ieri martedì 19 luglio.
    Al direttore – Nel comunicato dell’Ufficio stampa di Barak Obama, emesso al termine dell’incontro del 16 luglio con il Dalai Lama, il presidente degli Stati Uniti sottolinea “l’importanza della protezione dei diritti umani dei tibetani in Cina” e “incoraggia il dialogo per risolvere le perduranti differenze”. E’ il ritornello di sempre. Questo “dialogo” non è possibile e non ci sarà mai. Quella che i cinesi chiamano “Liberazione” (e costringono i tibetani a celebrarla) per i tibetani fu un massacro della loro gente con migliaia e migliaia di morti. Una storica cinese, Jianglin Li, ha fatto una ricerca, su fonti cinesi, su quanto avvenne tra il 1956 e il 1962 nelle sole regioni tibetane di Kham e Amdo. 346.000 persone scomparse, direttamente uccise o morte nei campi di concentramento. Nel censimento del 1964, in queste due regioni del Tibet, ci fu una diminuzione della popolazione (rispetto al censimento del 1957) del 16 per cento. Per i tibetani, ieri come oggi, il problema non è quello dei “diritti umani” ma quello della sopravvivenza come popolo. Il drammatico processo di assimilazione continua: immigrazioni dell’etnia Han, soppressione della lingua tibetana, trasferimento della popolazione nomade, sterilizzazioni forzate, campagne di rieducazione nei monasteri. Questo processo potrà interrompersi solo se il Tibet tornerà a essere una nazione libera e indipendente. Carlo Buldrini”.
    (Mi ha fatto piacere il fatto che, tra le poche lettere pubblicate ieri dal Foglio, oltre alla mia ce ne fosse anche una di Margherita Boniver).
    Ora, tutto questo, lo avevo scritte pochi giorni (poche ore) fa anche in questo blog. Adesso lei chiede a uno che, senza pseudonimi, scrive che “Questo ‘dialogo’ non è possibile e non ci sarà mai”, se sia favorevole o meno alla Via di Mezzo. E’ una frase fatta, ma è proprio vero che il peggior sordo è quello che non vuol sentire. Per quanto riguarda gli altri quesiti che la assillano penso di aver espresso abbondantemente la mia opinione ma forse è stato distratto dalla sua eccessiva vis-polemica nei miei confronti.
    E mi convinco sempre più che scrivere in un blog sia una grande perdita di tempo. Distinti saluti.

  50. Skylines Says:

    caro Buldrini, volentieri le rispondo di buon ora (come dice il proverbio, il mattino ha l’oro in bocca).
    Nessuna vis polemica nei suoi confronti, anzi colgo l’occasione per ribadire la mia stima nei suoi confronti e l’apprezzamento per la sua attività di giornalista. Questo però non mi impedisce di esprimere le mie idee quando non mi trovo d’accordo con quello che scrive. Il mio riferimento alle sue posizioni era affermativo, o sbaglio era come dire mi corregga se sbaglio. Proprio per questo mi risulta difficile capire questa sua difesa delle posizioni del Dalai iLama e del suo entourage in merito alla sua nuova collocazione.
    Premetto che non leggo il Foglio ma non mi risulta che in questo blog, scriverci non mi pare essere una perdita di tempo, lei si sia pronunciato sulla questione degli inviati del Dalai Lama che mi sembra importante. Se mi sbaglio mi indichi, la prego, dove lo ha fatto in modo che possa leggere quanto sfuggitomi.

  51. carlo buldrini Says:

    Buon giorno. Premesso che, pur scrivendoci qualche volta sopra, anch’io non leggo Il Foglio né lo compro. (Vivo con una pensione di Euro 1.050 al mese e trovo modi migliori per spendere i miei soldi). Quando parlo di vis-polemica nei miei confronti mi riferisco, per esempio, a quel suo scrivere della mia “difesa delle posizioni del Dalai Lama e del suo entourage”. Io ho “difeso” (?!) la posizione del Dalai Lama presa il 10 marzo e l’ho definita “storica”. Mi ha fatto piacere essermi trovato in buona compagnia, avendo il Tibetan Youth Congress usato le stesse parole per salutare questo straordinario passo per “far evolvere positivamente la democrazia in Tibet”. Lei però, alla mia “difesa” del Dalai Lama, aggiunge le parolette “e del suo entourage”. Sono quasi 40 anni che, con rispetto, mi è capitato di criticare quell’entourage. Vis-polemica o malafede?

  52. carlo buldrini Says:

    Dimenticavo. Le risponderò volentieri sulla questione degli “inviati del Dalai Lama”. Prima però – per non perdere tempo – le chiedo: dove ha saputo che ci sono degli inviati del Dalai Lama in partenza?

  53. skylines Says:

    Parlavo, mi creda senza alcuna intenzione di essere polemico e ancor meno malafede e mi scuso se le ho erroneamente dato questa impressione, di Dalai Lama e del suo entourage, perché mi sembra esserci una assoluta coincidenza di vedute su questo tema, il rifiuto del Dalai Lama di mantenere un ruolo simbolico di capo di stato, tra il Dalai Lama, Samdhong Rinpoche e altri esponenti del governo.
    Il discorso sugli inviati è relativo alle dichiarazioni del Dalai Lama nel suo incontro con Obama dove ha detto chiaramente che spera possano avvenire al più presto nuovi incontri tra i suoi inviati e i rappresentanti di Pechino.

  54. Piero Verni Says:

    Caro Carlo,
    lungi dal volermi intromettere nel dialogo tra te e skylines, mi permetto però di dire due cose anche io sui tuoi ultimi interventi. Francamente non comprendo questo tuo impuntarsi su quanto scrive JN e, soprattutto, non comprendo perché fai di tutto per esasperarne (skylines ha parlato di “mettere in burletta”) le posizioni. Ora in questo blog tutti leggono le cose che scrivi con l’attenzione e il rispetto che meritano. Io, l’ho detto e ripetuto decine di volte, ritengo i tuoi contributi un elemento essenziale alla qualità delle nostre discussioni. Sia quando sono d’accordo con te sia quando non lo sono. Non ho mai scritto fuori da questa attenzione e rispetto (l’equivoco nato nel post sul Karmapa ho avuto modo di spiegartelo sia su queste pagine sia a voce). Perché dunque non riservare la medesima attenzione e il medesimo rispetto anche alle idee e alle posizioni di JN?
    Skylines ti chiede di quali “diabolici” piani abbia mai scritto Norbu. “Plan”, secondo il vocabolario Ragazzini, è un termine inglese che significa, “piano, disegno -architettonico o industriale-, progetto, programma, proposito”. Non c’è nulla di oscuro nel termine. Così come JN non ha espresso alcun “insindacabile” giudizio, si è limitato a ricordare un dato di fatto. Vale a dire che solo il 5° e il 13° Dalai Lama sono ricordati dai tibetani con l’appellativo di “grandi”. Come i tibetani giudicheranno l’attuale Dalai Lama il giorno (mi auguro lontanissimo) in cui lascerà il corpo, lo dirà la storia. Per quanto mi riguarda posso affermare che ritengo ciclopico il contributo dato da Tenzin Gyatso nel corso della sua vita relativamente alla sopravvivenza del suo popolo e alla preservazione della cultura tibetana, sia in esilio sia nel Tibet occupato. E per questo mi auguro che sarà ricordato come un “grandissimo” Dalai Lama. Non mi sentirei (il mio è un giudizio tutt’altro che insindacabile, ovviamente) di affermare lo stesso della conduzione politica della vicenda tibetana da parte del presente Dalai Lama. In modo particolare, ma non solo, a partire dalla Proposta di Strasburgo per finire con la dichiarazione di voler diventare cittadino cinese. E’ il mio modestissimo punto di vista che però ritengo abbia una sua dignità intrinseca. Come quello di Norbu e di tutti noi. Per quanto radicale possa essere il dissenso nella discussione, sarebbe bene che non intaccasse mai la capacità di parlarci con tenerezza e volontà di ascolto.
    Chiuso il pistolotto, vorrei tornare al tema di origine del post. Specialmente dopo i due interessanti contributi di Karma. Come aiutare concretamente la mobilitazione del TYC contro il cambio di nome del governo tibetano in esilio? L’intervista di Samdhong Rinpoche da te citata (non la metto sul blog perché è lunghissima però ne consiglio vivamente la lettura a questo indirizzo: http://www.tibetanpoliticalreview.org/articles/tprinterviewwithsamdhongrinpocheaddressesdevolutionnamechangemiddlewayandindiancitizenship) mi ha confermato nella convinzione che il cambio di nome sia stata una ennesima concessione ai cinesi sempre nella speranza che “di concessione in concessione” Pechino alla fine si degnerà di trattare. Quindi ritengo la determinazione con cui il TYC si è mobilitato contro questa decisione, non una futile ripicca nominalistica ma una questione politica di estrema rilevanza. Qualcuno, magari tra i dirigenti della organizzazioni di sostegno al Tibet che frequentano questo blog, ha delle idee in proposito? Nel caso sarebbe interessante conoscerle.

  55. carlo buldrini Says:

    Senza polemica: non ho ben capito cosa mi scrive nel suo ultimo post. Temo ci sia una madornale imprecisione da parte sua e da questo derivi quella che ho chiamato “malafede”. La “storica” decisione del Dalai Lama del 10 marzo è stata presa in totale contrapposizione alla volontà del suo entourage. Tanto è vero che c’è stato un drammatico General Body Meeting in cui si è supplicato il Dalai Lama di rimanere almeno come Capo di Stato con funzioni cerimoniali. L’”assoluta coincidenza” con le posizioni dell’entourage del Dalai Lama è stata quella di coloro che definisco i “Dalai Lama Biters” professionali: Norbu & Company. E’ stato Norbu a supplicare il Parlamento tibetano di supplicare il Dalai Lama di mantenere “at least” uno status pari a quello della Regina d’Inghilterra.

  56. carlo buldrini Says:

    Caro Piero, ma di cosa stai parlando? Il vocabolario Ragazzini? Ho scritto che, secondo Norbu, la decisione del 10 marzo del Dalai Lama nascondeva il diabolico piano “to ensure the permanence of the Middle Way within exil society”. Credo sia evidente a tutti che il mio “diabolico piano” era un modo di sorridere di questa interpretazione di Norbu. D’altronde cosa pensare di chi dice che il Dalai Lama, che ha inventato la politica della Middle Way, per farla prevalere fino in fondo ha rinunciato al proprio potere politico affidandolo a un tibetano democraticamente eletto?
    Comunque, se è un accerchiamento, vi saluto: c’ho da fa’.

  57. Piero Verni Says:

    Carlo,
    se nel tuo martellare contro JN eri ironico, chiedo venia, ma proprio non lo avevo capito.
    Comunque sorridi anche di me, pure io la penso come JN. E mi pare che i fatti (vedi recente visita negli USA del Dalai Lama) siano piuttosto eloquenti e sotto gli occhi di tutti.
    Mi sa che per quanti vedono con chiarezza il cul de sac della Via di Mezzo, ci sia poco da sorridere.

    p.s. la decisione politica del Dalai Lama è stata presa in totale accordo con il suo vero entourage, Samdhong Rinpoche, Lodi Gyari, Kelsang Gyaltsen e compagnia di giro. Sei tu che fai confusione tra il generale sentire dei tibetani (espresso dall’assemblea dei 408) e l’entourage del Dalai Lama. Penso che a quello voleva riferirsi Skylines.

  58. carlo buldrini Says:

    Caro Piero, in un altro contesto, Samdhong Rinpoche ha detto: “abbiamo cercato inutilmente di convincerlo”. Purtroppo mi servirebbero ore per rintracciarti data e contesto. Lo stesso Jamyang Norbu definisce il DL “stubborn”, cocciuto, a proposito di questa decisione. Tu, invece, propendi per la teoria del complotto e citi i co-cospiratori: Samdhong Rinpoche e i “delegati” Lodi Giari e Kelsang Gyaltsen. Tranquillizzati: quella roba lì è morta e la “devoluzione” del DL ne è una chiara dimostrazione. Ma l’hai letta l’intervista a Samdhong Rinpoche che mi hai mandato? Dice: “It is quite clear that during the tenure of the present Chinese leadership, there is not going to be any resolution, that everybody knows”. E ancora: “The Chinese side has no desire to give any meaningful consideration to Tibetan proposal”.
    “ANY MEANINGFUL CONSIDERATION”: ti sembrano le parole di uno che sta preparando “le valigette” ai delegati?

    P.S. Adesso però scusami, ma non posso stare tutto il giorno attaccato al computer. Buona giornata anche a te.

  59. Piero Verni Says:

    Caro Carlo,
    cercherò ancora una volta di spiegarmi e, ove non ci dovessi riuscire, mi arrenderò.
    Nessuno, ha evocato “complotti” di sorta. Il Dalai Lama e il suo entourage (lo si evince chiaramente anche dall’ultima intervista di Samdhong Rinpoche), ritengono che la Via di Mezzo sia l’unica strada percorribile. Ai loro occhi altre non ce ne sono. Spero non ci sia bisogno di ricordarti che qualche tempo fa il buon Samdhong disse pubblicamente che i fautori dell’indipendenza tibetana sono più pericolosi dei cinesi. E mi pare evidente che il Dalai Lama e il suo entourage credono che solo facendo sempre più concessioni unilaterali si possa sperare di convincere Pechino ad aprire almeno uno straccio di negoziato. Ritengo che l’abbandono del Dalai Lama delle sue cariche politiche, il suo rifiuto ad assumersi un ruolo ufficiale financo esclusivamente cerimoniale e il suo incoraggiamento al cambio di nome del Governo tibetano in esilio, siano passi compiuti proprio nella speranza di “forzare” la dirigenza cinese ad aprire un dialogo. Ribadisco quindi nessun “complotto”, solo l’ennesimo disperato tentativo (peraltro fatto in totale buona fede) per non lasciare cadere nel dimenticatoio la Via di Mezzo.
    Questa è una analisi politica di comportamenti politici. Tu sei ovviamente liberissimo di non condividerla ma rimane un’analisi politica. Niente a che vedere con la teoria del complotto di cui hai parlato e che esiste solo nella tua immaginazione. E’ esattamente quanto afferma JN nel suo ultimo articolo di cui ti inviterei a rileggere almeno i seguenti passaggi.
    “Tibetans overwhelmingly feel that the Dalai Lama’s policy to seek dialogue with Beijing has failed. Most feel that the failure has been disastrous and humiliating. Only the Dalai Lama active management of this issue and the effort of Samdong Rimpoche and other loyalists have kept the “Middle Way Approach” afloat – but even then, just barely. Without the Dalai Lama’s hands-on leadership and with the ultimate decision-making powers being transferred to a democratically elected exile-government, it could be reasonably expected that a Rangzen based political party would come into power, sooner or later. Possibly sooner, with all the unrest and uprisings within Tibet.”
    “Therefore to ensure the permanence of the Middle Way policy within exile society – to set it in concrete as it were – it was vital that the exile-government be politically emasculated and converted into a body only capable of managing the settlements, schools etc, and not able to make decisions regarding the future of the Tibetan nation. “
    “It was also vital to the implementation of this plan that the Dalai Lama not remain as the symbolic head of state, even though requested by nearly all Tibetans. Any such connection would benefit the TPO through the Dalai Lama’s prestige and international standing. Moreover if he became the ceremonial head of state he would be constitutionally bound (as the Queen of England, the Emperor of Japan, and the King of Thailand are) not to publicly disagree with whatever policies that the elected organization had enacted, even if they included the rejection of the Middle Way.”

    E se il buon giorno si vede dal mattino, il recente incontro Obama-Dalai Lama temo la dica lunga su come stanno le cose.
    Un abbraccio e buona serata,
    Piero

  60. carlo buldrini Says:

    La trattativa è fallita. Le parole di Samdhong Rinpoche sono inequivocabili: “The Chinese side has no desire to give any meaningful consideration to Tibetan proposal”. Allora uno si chiede: se la trattativa è fallita, perché proprio adesso questo ulteriore calarsi le brache cambiando il nome del “Governo” tibetano in esilio? Un ennesimo, disperato, tentativo per riaprire una trattativa morta e sepolta? Potrebbe non essere così. E se il problema non fosse la Cina ma l’India? Certo, la Cina c’entra sempre con quello che fanno (o sono costretti a fare) i tibetani. Ma potrebbe entrarci alla lontana. Questa volta potrebbe essere l’India (anche dopo il forsennato attacco di tutti i media indiani in occasione dell’affaire Karmapa) a voler costringere i tibetani a passare sotto queste ennesime Forche Caudine. Pensiamoci. E speriamo che ci pensi anche JN così poi ci dà la linea.

  61. skylines Says:

    Caro Buldrini,
    mi sono andato a leggere per intero l’intervista citata da lei e da Verni dell’ex primo ministro Samdhong Rincpoche. Lei ha citato una frase in cui SR prende atto, e come poteva fare altrimenti, dell’assoluta indisponibilità attuale della Cina a colloquiare con gli esponenti del DL. Ma nella stessa intervista SR aggiunge anche queste parole che mi fanno pensare che l’idea della trattativa sia tutt’altro che morta e sepolta nei loro progetti.
    “SR: Middle Way policy is a realistic policy, and the best alternative policy, and most sensible policy which has overwhelming support of the Tibetan people. Tibetan people inside Tibet and outside. So therefore this policy will remain until it achieves its goal. It will remain because this is the best policy. And also it will remain because no one will [be] able to, no one was able to, and no one will [be] able to come up with better alternatives. And [if] there is a better alternative, everybody would be ready to accept it. There is no any better alternative because 150,000 Tibetans in diaspora, they have every chance to come up with better alternatives and proposals and no one has any proposal. Even the opponents of the Middle Way policy have no practical proposal.”
    Quindi l’analisi di JN, ripresa dal nostro Verni, mi sembra estremamente azzeccata. Mi stupisce che un acuto osservatore delle vicende tibetane come lei non se ne renda conto. L’India non c’entra niente, o almeno c’entra come sempre è stato dal 1959 ad oggi. L’idea del DL, di SR e dei principali collaboratori del DL è quella indicata da Verni. Concediamo, concediamo che prima o poi qualcosa succederà.
    A me pare un’idea suicida.
    Cordiali saluti.

  62. carlo buldrini Says:

    Gentile “Skylines”, quella di Samdhong Rinpoche che lei cita, è una banalissima dichiarazione di principio. E che altro poteva dire una persona che, per 10 anni, da primo ministro del Governo tibetano in esilio, ha portato avanti questa politica? A me sembra molto più importante quest’altra cosa che dice nell’intervista: “It is quite clear that during the tenure of the present Chinese leadership, there is not going to be any resolution, that everybody knows”. (A dire il vero l’”any meaningful consideration to Tibetan proposal” che ho citato era l’interpretazione dell’intervistatore della frase di Rinpoche che ho appena citato. Svista dovuta al fatto che di solito intervengo in questo blog all’una di notte. Ma la cosa non si sposta di un millimetro). Rinpoche ci sta dicendo che finché la Cina rimane così com’è il dialogo non sarà possibile. Dunque: aspettiamo che la Cina cambi. Di “delegati” in partenza io non ne vedo. Attendismo: questa è stata la grave pecca della politica di Samdhong Rinpoche, ed è un bene che il suo mandato sia giunto al termine.
    Quanto al suo (di lei, Skylines) “l’India non c’entra niente” (e quindi è giusta la versione di JN riportata da PV) io sarei più cauto. Avevo detto: pensiamoci. Lei pensa molto in fretta. Voglio essere ancora più preciso: potrebbe entrarci il governo dell’Himachal Pradesh. Da quasi 40 anni sono amico fraterno (e lo dico senza ironia) dell’avvocato del Karmapa, del Dalai Lama e, più in generale, di tutti i tibetani in esilio. Proverò a contattarlo. Mi dia tempo. In Oriente i tempi sono lunghi.

  63. carlo buldrini Says:

    Mi dia tempo, ma non si metta anche lei ad aspettare. Pensiamo anche ad altro. (E poi, a volte, le informazioni che uno riceve, possono essere anche riservate…).

  64. Piero Verni Says:

    Caro Skylines,
    vedo con estremo piacere che è un frequentatore assiduo di questo piccolo blog e addirittura mi ha preceduto citando la frase di SR che avrei citato io appena ne avessi avuto tempo.
    Al contrario di Carlo, non penso affatto che quanto ha dichiarato SN sia una affermazione di principio. Così come non lo era stato il suo considerare quelli che si battono per l’indipendenza “più pericolosi dei cinesi”. E a questo proposito vorrei citare anche questo altro amabile passo della recente intervista di SR in cui si riferisce a quelli che Carlo ha definito in queste pagine “Dalai Lama Biters”,
    “So that appears to us that it is undemocratic and irresponsible way of expression, because they are not contributing anything positively. Either the evolution of the political democratic culture nor the welfare of the society, just a kind of armchair revolutionary, only using the tongue and the language, nothing more than that.”
    L’idea che la Middle Way sia l’unica soluzione al dramma tibetano non è per nulla una banalissima affermazione di principio ma il credo profondo del Dalai Lama e del suo entourage. E, del tutto comprensibilmente dal loro punto di vista, cercano, “to ensure the permanence of the Middle Way within exil society”. Certo, dopo tutte le porte sbattute in faccia che si sono presi, hanno capito che forse non sarà proprio facile costringere i cinesi ad un effettivo tavolo negoziale. Quindi cercano di “portare la Montagna a Maometto” visto che Maometto non ha alcuna intenzione di muoversi accumulando concessioni su concessioni.
    Carlo, non ci sono colloqui in vista esclusivamente per volontà e decisione cinese. Vedrai che ,se e quando questi faranno un fischio, gli “inviati” partiranno immediatamente. Del resto l’altro giorno da Obama l’ha auspicata o non l’ha auspicata il Dalai Lama la ripresa di questi cosiddetti “colloqui” tra i suoi inviati e quelli di Pechino? O anche questa era una dichiarazione di principio?
    Per quanto poi c’entri l’India in questa faccenda anche io non vedo oggi un intervento talmente drammatico di Nuova Delhi da causare questo scossone. Poi se Carlo riuscirà ad avere notizie di prima mano dai suoi contatti indiani saremo felicissimi di ascoltarle e valutarle.
    Attendiamo con pazienza che, come si sa, è la virtù dei forti.

  65. carlo buldrini Says:

    Ho gettato il sasso e ritiro subito la mano. Proprio perché è un amico fraterno, non me la sento di chiedere all’avvocato indiano se il cambiamento di nominativo ha a che fare con una trattativa tra l’”ex” Governo tibetano in esilio e il Governo dell’Himachal Pradesh. Potrebbero essere cose riservate e non mi va di ficcarci il naso solo per risolvere una banale “curiosità da blog”. Pensiamo ci noi. Possibilmente con la nostra testa.

  66. carlo buldrini Says:

    Caro Piero, sottolinei la mia vicinanza con quanto afferma Samdhong Rinpoche, polemizzi, incalzi, insisti, stuzzichi. Vuoi che lo faccia anch’io?
    Ci sono stati due importanti avvenimenti (più un terzo, le elezioni, che sembrano non interessare più nessuno) per la storia del Tibet in esilio:
    1. La “devoluzione” del Dalai Lama;
    2. Il cambiamento del nominativo del Governo in esilio.

    Punto 1. Ho scritto (13/4) che il Dalai Lama l’ha fatto per “privare il futuro reincarnato scelto da Pechino” eccetera, eccetera. Nell’intervista (20/7) Samdhong Rinpoche dice che la “basic idea” espressa dal Dalai Lama al proposito è stata che “the successive Dalai Lamas should be completely detached from the political process of the Tibetans”. Secondo Besuchet (ripeto: uno dei “DL Biters”), con questa scelta il Tibet è stato “decapitated”.

    Punto 2. Il cambio di nominativo. Penso – è un’ipotesi – che sia stato fatto per risolvere una seria vertenza in atto con il Governo dell’Himachal Pradesh (e, ovviamente, alla lontana c’entra anche la Cina). Secondo Besuchet, con questa scelta il Tibet è stato “emasculated”.

    Sintesi dei Punti 1 e 2 di Jamyang Norbu: fanno entrambi parte di una grande strategia per imporre la linea della Via di Mezzo. (“To ensure the permanence of the Middle Way policy within exile society”). Ho trovato questa ipotesi ridicola (soprattutto il fatto che il DL rinuncia al potere politico per imporre la sua linea politica).

    Tu, adesso, sposi la “linea” di JN. Peccato che, pochi post fa, scrivessi: “Sono però convinto che, come spesso ricorda il mio amico Carlo Buldrini, la scelta del Dalai Lama sia stata di estrema intelligenza politica”. Adesso la pensi come Norbu? Pazienza. Non sono geloso.

  67. Giulia Brambilla Says:

    Discussione bella e appassionante.
    Complimenti a tutti.
    Giulia

  68. Piero Verni Says:

    Caro Carlo,
    credimi per me è un piacere dialogare con te sia in privato sia in pubblico quindi non sottolineo un bel niente, mi limito a riportare, come te ed altri, pezzi di articoli e interviste troppo lunghi per essere pubblicati integralmente in inglese.

    L’ho pensata come Norbu fin dall’inizio di questo 3D. Se ti sforzassi di comprendere quello che si sta dicendo lo capiresti. Non è impossibile.
    1°) siamo (il plurale è riferito a noi DL Biters) tutti d’accordo (anche Norbu, vai a rileggere i suoi interventi) nel ritenere positiva la scelta del Dalai Lama di rinunciare ai suoi incarichi politici a favore del nuovo primo ministro (anche se adesso dubito che si possa continuare a chiamarlo così dopo l’infausto cambio di nome) e questa scelta continua a sembrarmi di estrema intelligenza politica;
    2°) siamo però tutti in disaccordo con il fatto che il Dalai Lama si sia rifiutato di assumere un simbolico ruolo di rappresentante formale della nazione tibetana, che a nostro avviso sarebbe stato il naturale completamento di quella decisione;
    3) siamo assolutamente contrari al ridurre un organismo che per oltre 50 anni è stato un governo in esilio ad una sorta di ONG di profughi; e tanto più siamo contrari perché avviene in un momento delicato come questo.

    Tornando al singolare. Mi convince assolutamente l’idea di JN, Besuchet, Elliot Sperling, che ci troviamo di fronte a un ennesimo disperato tentativo di forzare, con una concessione di tal fatta, Pechino ad aprire uno straccio di negoziato. A costo di ripetermi vorrei essere molto chiaro su questo punto. Nessun “complotto” più o meno diabolico ma solo una drammatica, sofferta decisione basata su di una analisi e di un progetto che non contemplano alternative. Mi arciconfermano in questo convincimento molte cose che sono successe negli ultimi mesi in particolare le seguenti:

    a) il fatto che i due inviati del DL siano ancora al loro posto pronti a continuare a svolgere il ruolo di emissari del Dalai Lama per discutere il futuro assetto del Tibet;
    b) la visita tutta politica del DL negli Usa, le interviste che ha rilasciato, le dichiarazioni che ha fatto, i contenuti del suo colloquio con Obama;
    3) la recente intervista alla Tibetan Political Interview dell’ex Kalon Tripa.

    E’ un’interpretazione politica di avvenimenti politici. Non la condividi? Niente di male, continuiamo a discuterne ma non dirmi che sottolineo la tua vicinanza a SR (quale vicinanza? poi da questo punto di vista penso sia bastato il tuo accostare le posizioni di JN a quelle di Pechino), polemizzo, incalzo, stuzzico, etc. Sto portando avanti, nel mio piccolissimo, una conversazione con te ed altri su questa vicenda. Ho più volte sottolineato (e sono felice di averlo fatto in compagnia anche di altri frequentatori di questo blog) la mia stima per te, il tuo lavoro, i tuoi punti di vista. Anche in questo caso quando non li condivido per niente. Posso sbagliarmi (anzi lo spero, e allora mi scuso anticipatamente) ma non mi è parso di cogliere nella forma e nei contenuti dei tuoi scritti la medesima attitudine cordiale e interlocutoria. Vedo che anche nel tuo ultimo intervento continui a definire i punti di vista che non collimano con i tuoi “ipotesi ridicola” e a tentare di stravolgerli “ll DL rinuncia al potere politico per imporre la sua linea politica” (come stanno invece le cose l’ho spiegato più sopra).

    Infine questa storia del governo dell’HP. Ma dove l’hai letta o sentita? L’ambiguità formale della presenza tibetana in India risale all’arrivo dei profughi ed è proseguita in questi 50 anni con un andamento sinusoidale che è variato a seconda dei rapporti tra Cina ed India e delle composizioni politiche sia del governo di Nuova Delhi, sia di quello dell’HP. Ma da qui a pensare che un cambio così drammatico sia frutto di una pressione del governo dell’HP a me sembra che ce ne corra. Ti ricordo che il DL è circa un anno che ha annunciato il suo ritiro. E se vogliamo guardare a motivi non apertamente dichiarati mi colpisce di più che il tutto stia avvenendo proprio nel momento di maggiore difficoltà della Via di Mezzo, che tu stesso hai definito “morta e sepolta”. Per i motivi di cui sopra non credo che nella visione del DL e del suo entourage sia “morta e sepolta” ma certo si stanno rendendo conto che si erano illusi di poter facilmente fare breccia nella Muraglia Cinese. Perdonami ma come non andare con la memoria alle “dure repliche della Storia”, del buon vecchio Marx (a proposito, tu che bonariamente mi rimproveri di ricorrere troppo spesso a un linguaggio vetero marxiano, che ne dici delle reiterate professioni di fede marxista del DL?).

    Last but not least. Non essere geloso di JN. Lo considero, è vero, una delle poche menti lucide espresse oggi dal mondo tibetano in esilio, ma per quanto riguarda la tenerezza, l’affetto e la simpatia CB la fa da padrone nei miei sentimenti. Lo sai, no?
    Un abbraccio,
    PV

  69. carlo buldrini Says:

    Caro Piero, penso proprio di piantarla qui. Anche perché ho capito che la linea politica di questo blog è quella di dire tutto e il contrario di tutto, cambiare posizione come banderuole, pur di far saltare i nervi a Carlo Buldrini. (Avrei detto pur di rompere i coglioni a Carlo Buldrini ma la gentile Signora Brambilla non me lo consente).
    Ripeto: è grottesco quello che dite. Siete entusiasti della rinuncia al potere del Dalai Lama e lo volete come “Re del Tibet”, per poi far passare questo titolo al Dalai Lama che sceglieranno i cinesi. “Myopic”, esattamente una delle accuse che i “DL Biters” fanno al Dalai Lama.
    Prima di scendere definitivamente da questo blog, vorrei ricordare ai suoi lettori che martedì 19 luglio il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini era a Shanghai dove ha parlato alla Scuola del Partito comunista cinese. Ha detto di essere lieto di trovarsi lì “nell’anno di due anniversari fondamentali: il 90° anniversario della fondazione del Partito comunista cinese e quello del 150° dell’unità d’Italia”. “L’Italia – ha aggiunto Frattini – si rende conto che le sue eccellenti relazioni con la Cina possono contribuire a superare le riserve che ancora si registrano in Europa”. E, ha concluso dicendo ai giovani quadri comunisti cinesi vhe “è importante dialogare senza mai ergersi a critici di sistemi altrui”. Io la mia piccola buona azione l’ho fatta. Proprio quel martedì 19 luglio ho pubblicato sul Foglio la letterina di cui sapete.
    Mi chiedo: i firmatari del “comunicato” da cui è partito questo post non potevano farne anche un altro contro il nostro Signor Ministro? Magari lo si poteva fare con toni un po’ più moderati vistro che la vostra rabbia l’avevate già scagliata tutta contro quei tibetani “culturalmente e politicamente subalterni al Partito Comunista Cinese”.
    Auguri.

  70. Skylines Says:

    Caro Buldrini,
    stavo per aggiungere un mio commento relativamente a questa “chiacchierata” altrettanto positivo di quello della signora Brambilla ma lei mi ha preceduto con un suo intervento ai miei occhi (e forse non solo ai miei) poco piacevole.
    Verni risponderà per quanto riguarda il blog nel suo complesso io lo faccio come una persona che legge volentieri e interviene quando si sente stimolato dagli altri interventi e dal tema in questione.
    Per quanto posso vedere dubito che ci sia qualcuno che abbia voluto far saltare i suoi nervi. Ma nel caso ci fosse stato, avrebbe raggiunto il suo scopo visto quello che scritto sopra.
    Mi lasci dire che fin dal suo primo intervento lei mi è sembrato particolarmente polemico e aspro.
    Non vorrei rubare il mestiere a Verni ma le ricordo che questo post aveva un determinato argomento. Lei è subito intervenuto dicendo che era molto meglio spostarlo sulle posizioni, a suo dire ridicole, di JN. E’ stato accontentato e in diversi l’abbiamo seguita sul terreno da lei proposto. Con il grave torto però di non condividere la sua critica radicale dei punti di vista dei DL Biters (definizione sua).
    Mi pare di avere scritto in un altro mio intervento parole molte sincere e positive sul suo libro e sugli articoli che ho potuto leggere.
    Opinione che ribadisco però mi sono anche accorto che a mio parere lei non sia molto disponibile a discutere con chi la vede in modo diverso dal suo.
    Peccato.
    Cordiali saluti

  71. Piero Verni Says:

    Carlo,
    cosa risponderti? Solo che mi dispiace che tu la veda così.
    PV

  72. Claudio Tecchio Says:

    Cosa ne pensano i tibetani ( parte prima):
    http://www.rangzen.net/2011/07/19/troubling-t-shirts-in-holy-times-the-impropriety-of-being-political/#more-4734

  73. karma choekyi Says:

    Dear Carlo Buldrini, I look at any blogs or writings on Tibet especially on politically related issues as something which each tibetans should read, think and if possible form their own opinion. As a Tibetan woman, it disturbs me to read words like “JN & Co ” used by you because JN is one of a very few people who voiced and voices his political opinions openly as many Tibetans so far failed to do so. He had been the voice for voiceless Tibetans in and outside Tibet. I had the opportunity to witness JN’s first visit to South India in the Tibetan Camps, Sera Monastery and Bangalore where halls were full of Tibetans both old and young eager to hear from him, where he was addressed as Intellectual “Khenwang JN”. So let’s respect him for that irrespective of whether one shares his ideology or not. Otherwise, to me it sound like our tibetan bureaucrats who likes to point finger at Rangzen believers as “those ones”….. personally heard this expression. It’s not JN verses DL that I. as a Tibetan is interested to read Piero’s blog. Rather here is one platform to expres, share and debate political opinions but with certain dignity and respect. Kalden Lodoe’s behaviour towards the President of TYC can be looked at as a result of such personal scoring. Having said that I thank you for your many years of involvement with Tibet and Tibetans. Many Tibetans I spoke to – both believers in Rangzen and Middle Way approach condemn Kalden Lodoe’s behaviour towards the President of TYC. So let’s please get back to our initial shock – what can we do to help TYC ?

  74. carlo buldrini Says:

    Dear Mrs. Karma,
    The “Co” are those who are accusing the Dalai Lama of having “decapitated” and “emasculated” Tibet.
    To help TYC you may sign the “Comunicato” which is opening this post.
    Regards,
    Carlo Buldrini

  75. Piero Verni Says:

    Cara Karma,
    grazie per il tuo intervento. Oltre ad interrogarci noi su cosa possiamo fare per aiutare il TYC, sarebbe anche interessante chiedere direttamente al TYC quale aiuto da parte nostra ritiene più importante, necessario ed urgente.
    Un abbraccio,
    PV

  76. dawala Says:

    Visto che siamo rimasti in argomento TYC: ne approfitto per rettificare quanto da me precedentemente postato. Confermo di aver sentito parlare a Kathmandu nel settembre 2007 di ipotesi di suicide bombers e strategie alla talebana da mettere in atto a Lhasa: NON confermo pero’ che coloro che me le riportarono fossero aderenti o in alcun modo legati al TYC. Quella e’ stata solo ed esclusivamente una mia illazione a posteriori, dopo aver letto i virgolettati attribuiti a Tsewang Rigzin, praticamente identici sia nei toni sia nei contenuti a quanto avevo ascoltato. Aggiungo per completezza, che ovviamente non incontrai a Kathmandu solo aspiranti attentatori, ma anche persone molto molto oneste ed equilibrate circa la situazione dei tibetani.

  77. Piero Verni Says:

    Caro Dawala,
    grazie della chiarificazione.
    Come avrà visto nel post successivo a questo c’è proprio un’intervista da me fatta a Tsewang Rigzin il quale mi ha confermato l’adesione della TYC a metodi di lotta assolutamente non violenti.
    In attesa di leggerla ancora su questo blog,
    le invio i miei più cordiali saluti
    PV

  78. Claudio Tecchio Says:

    Dalla prima conferenza stampa del Capo dell’Amministrazione Centrale Tibetana:

    On dialogue with China, Sangay said that if the Chinese government is willing to find a peaceful solution to the Tibetan issue, he is willing to take any measure to talk with them. If they want to speak directly with a representative of His Holiness the Dalai Lama, for example, Sangay will arrange for that.
    “If they are interested in moving forward, we have extended our hand all along. We’ll extend our hand even now, any time, anywhere, to resolve the issue of Tibet.”
    Sangay said he that whether the Chinese government is willing to deal directly with the Tibetan Administration or with him is irrelevant; in his view, what matters are the results.

    J.Norbu aveva visto giusto!

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