E bravo Hu Jintao…
Secondo notizie di queste ore (19,30 di martedì 7 luglio 2009), centinaia di donne di etnia uigura hanno manifestato anche questa mattina ad Ürümci, capitale della Regione Autonoma dello Xinjang. Sembra dunque che la rivolta contro il regime coloniale cinese nel Turkestan orientale, esplosa domenica sera, continui e la situazione rimanga assai tesa. Evidentemente i massacri perpetrati dalla brutale repressione cinese, non sono riusciti a placare la collera degli uiguri che dal 1949 subiscono l’occupazione di Pechino. Le stime di ieri, già terribili, che parlavano di oltre 150 morti, un migliaio di feriti e più di 2000 arresti, parrebbero errate per difetto. Secondo quanto riporta l’agenzia “Dossier Tibet” (www.dossiertibet.it), che ha un suo corrispondente nell’ovest cinese, i morti sarebbero addirittura 210. Inoltre i coloni di etnia han (cinese) avrebbero costituito bande paramilitari al comando di ufficiali in borghese della polizia armata che starebbero, “… prendendo d’assalto scuole, fabbriche, negozi, uccidendo barbaramente a colpi di arma bianca chiunque abbia l’aspetto di un uiguro. Testimoni riferiscono di numerose decapitazioni di donne e bambini.” Ora, anche mettendo in conto possibili esagerazioni, è indubbio che il maglio repressivo di Pechino stia oggi colpendo senza alcuna misericordia la popolazione uigura così come l’anno scorso aveva colpito quella tibetana. Così come da decenni si accanisce su tutti quanti si ostinano ad esprimere direttamente o indirettamente il proprio dissenso e continuano a rifiutarsi di farsi normalizzare all’interno della “società armoniosa” voluta dalla attuale leadership del Partito Comunista. Uiguri, tibetani, mongoli, praticanti della scuola religiosa Falun Dafa, militanti del sindacato clandestino, contadini coinvolti nelle innumerevoli proteste rurali… per tutti, l’unica risposta che Hu Jintao e il suo entourage sono in grado di dare, è quella della più ottusa e barbara violenza.
Già Hu Jintao, proprio lui. Quel distinto signore dall’aria rassicurante, dalle sopracciglia vagamente brezneviane e dallo sguardo miope che in questi giorni si trova in visita in Italia accolto con calore e affetto da tutta la nomenklatura del Bel Paese. Sia dai signori del governo sia da quelli dell’opposizione. Hu Jintao, di cui l’ineffabile ex ambasciatore Sergio Romano ha da poco tessuto l’elogio in un algido articolo comparso sul Corriere della Sera (“La mano tesa di Hu all’Europa”, 5 luglio 2007) proprio il giorno in cui si consumava il massacro di Ürümci. Hu Jintao, sempre lui, che i goliardi del movimento studentesco l’Onda (freschi reduci dalle vibranti contestazioni a Gheddafi, che al confronto di Hu fa la figura di un monellaccio da strada, ma che aveva il grande torto di aver firmato un accordo con Berlusconi, unico effettivo motivo delle ondeggianti proteste) si sono ben guardati dal disturbare. Hu Jintao, il grande amico della Fiat i cui dirigenti (che con tutta probabilità non sanno nemmeno cosa sia un “uiguro”) si apprestano a sbarcare a Pechino giulivi e soddisfatti dei loro contratti ipermilionari appena firmati alla presenza di un raggiante Silvio Berlusconi. Hu Jintao, infine, a cui le anime belle di casa nostra (e non solo) chiedono con garbo di essere un pochino più clemente, un pochino meno autoritario e di coniugare finalmente le grandi aperture economiche con qualche spruzzata di “diritti umani”. Su questo ultimo tema, vale a dire se sia sensato chiedere al presente regime cinese aperture sul tema dei diritti umani, tornerò tra poco. Adesso vorrei cercare sinteticamente di chiarire cosa c’è alla base dell’esplosione della collera uigura di queste ore.
Gli uiguri, secondo il censimento del 2000 poco più di otto milioni, sono la principale popolazione dello Xinjiang, una immensa regione cinese che si estende su di un territorio di ben 1.650.000 kmq, vale a dire circa un sesto dell’intera Cina. Regione principalmente desertica, aspra, arida, punteggiata dalle esplosioni verdi delle sue rare oasi, l’odierno Xinjiang ha una storia politica tormentata che affonda nel passato remoto dell’Asia centrale. Il suo nome cinese significa letteralmente “Nuova Terra di Confine” ed attualmente rappresenta l’estremo angolo occidentale della Repubblica Popolare. Un angolo di grande importanza strategica dal momento che confina, oltre che con Russia e Mongolia, anche con le repubbliche islamiche ex sovietiche di Kazakhistan, Kirghizistan, Tajikistan, l’Afghanistan, il Pakistan e la parte del Kashmir controllata dall’India. Tutte aree dove sono in corso guerriglie sanguinose e notevolmente instabili sotto il profilo politico.
Gli uiguri continuano a chiamare il loro paese Turkestan orientale, dal momento che in larga maggioranza non accettano di sentirsi una “minoranza etnica” cinese ritenendo al contrario di essere una nazione illegalmente occupata dal 1949, quando gli eserciti di Pechino misero violentemente fine alla vita della Repubblica del Turkestan Orientale che, nel 1955, divenne ufficialmente la Regione Autonoma del Xinjiang. Nel corso degli ultimi due millenni questa regione è stata sotto l’autorità di diverse nazioni ed imperi, da quello Turcomanno fino a quello Manciù passando per tibetani, mongoli, e cinesi ma tra il 1933 e il 1934 e tra il 1944 e il 1949 fu una repubblica indipendente.
Al di là delle complesse e controverse vicende della geopolica, gli uiguri si considerano del tutto differenti dai cinesi e non senza ragione. Sono infatti profondamente legati ad una peculiare forma di Islam sideralmente lontana dalle asprezze e dai fanatismi dell’integralismo di altre nazioni musulmane, parlano una lingua propria di radici turche, scrivono in arabo, ed anche nei tratti somatici si distinguono radicalmente dai cinesi.
Fino all’inizio degli anni ’60 vi erano pochissimi abitanti cinesi nel Xinjiang. La quasi totalità della popolazione era uigura, soprattutto nelle città, mentre una consistente minoranza kazaka abitava nelle campagne. Quando nel 1962 all’inizio delle tensioni tra Cina Popolare e Unione Sovietica, 62.000 kazaki e uiguri fuggirono dal Xinjiang sconvolto dalla carestia indotta dal disastroso Grande Balzo in Avanti voluto da Mao, Pechino comprese che le popolazioni di quella remota regione avrebbero potuto causare più di un problema. Dopo la parentesi allucinata e terribile della Rivoluzione Culturale che causò anche in Xinjiang le devastazioni e gli orrori di cui si rese responsabile in Tibet e nell’intera Cina, a partire dal 1980 il governo comunista decise di favorire con ogni mezzo un forte flusso immigratorio di popolazione cinese e nella “Nuova Terra di Confine” la percentuale di han passò in breve tempo da cifre irrisorie a un drammatico 40%. In termini numerici, da poche decine di migliaia a oltre sette milioni. Però questo massiccio insediamento di coloni e nuovi abitanti, lungi dal normalizzare la situazione suscitò tra gli uiguri (e i kazakhi che oggi rappresentano circa l’8% della popolazione) un risentimento tale da rinfocolare le spinte indipendentiste e autonomiste.
Il risultato più eclatante della politica di sinizzazione lo si può vedere proprio ad Ürümci, “il bellissimo pascolo”, la capitale del Xinjiang. Un tempo verdeggiante oasi situata a circa 800 metri di altezza, oggi è stata quasi totalmente trasformata in una sciatta cittadina della periferia dell’Impero. Gli undicimila kmq. su cui sorge, sono ormai quasi interamente coperti da anonimi e scialbi palazzoni che danno l’impressione di voler assurgere, senza riuscirci, alla dignità di grattacieli. In questa città industriale, degli oltre due milioni di abitanti, solo il 12% è costituito da uiguri che vivono nella parte vecchia, ormai poco più che un piccolo ghetto, dove la modernizzazione del capitalismo socialista cinese stenta ad arrivare. In questa quasi metropoli dagli inverni gelidi e dalle estati torride, gli uiguri sono costretti a vivere come cittadini di seconda classe lontani da qualsivoglia leva del potere e da livelli di vita accettabili. Veri e propri stranieri in terra straniera. E questo stato di cose non fa che alimentare la loro frustrazione e la loro collera. Sentimenti che attraversano ogni strato della popolazione che ciclicamente organizza manifestazioni di protesta, la più grave delle quali, fino ad oggi, si era tenuta nel febbraio 1997 quando, nella cittadina di Ghulja, migliaia di uiguri avevano manifestato contro l’occupazione cinese. Le forze di polizia reagirono sparando e lasciando sul terreno decine di morti e centinaia di feriti. “Quella di Ghulja è la più nota delle esplosioni di collera del mio popolo”, mi aveva detto alcuni anni or sono Erik Alptekin, presidente del World Uyghur Congress, figlio di Yusef Alptekin uno degli eroi nazionali del Turkestan orientale e, con Rebiya Kadeer, uno dei principali esponenti politici del dissenso uiguro, “ma non è certo stata la sola. Prima e dopo il 1997 abbiamo avuto molte dimostrazioni che non cesseranno fino a quando la Cina Popolare non riconoscerà i nostri diritti”.
In un quadro già così teso e dove l’anno scorso diversi membri della resistenza erano stati uccisi o incarcerati con l’accusa di stare preparando attentati in occasione delle Olimpiadi di Pechino, ha ulteriormente esacerbato gli animi il progetto cinese, reso noto poche settimane or sono, di distruggere -con la scusa della modernizzazione- quello che resta della parte antica della cittadina di Kashgar, vero simbolo della cultura del Turkestan orientale. Già un migliaio di famiglie sono state obbligate ad abbandonare le case in cui vivevano da secoli e si calcola che almeno altri 13 mila nuclei famigliari saranno costretti a subire la medesima sorte entro breve tempo. E così si è arrivati alle manifestazioni, agli scontri e ai massacri di questi giorni.
Per concludere, veniamo adesso alle considerazioni sulle richieste che da alcune parti si rivolgono al governo cinese e al presidente Hu Jintao affinché tenga in considerazione, oltre al moloch dello sviluppo economico, anche i diritti umani della popolazione. Per quanto riguarda le principali figure istituzionali italiane, Giorgio Napolitano se l’è cavata con una generica esortazione a “… nuove esigenze in materia di diritti umani” che secondo lui “… lo stesso sviluppo e il progresso economico e sociale che si stanno realizzando in Cina” imporrebbero. Berlusconi non ha nemmeno affrontato il tema delle libertà civili preferendo affrontare i temi economici e ricordare che, “…in tre anni vogliamo diventare uno dei primi tre paesi che abbiano investimenti in Cina”. Per fortuna altri, sia singoli politici sia organizzazioni umanitarie, chiedono con forza al presente regime cinese di divenire più aperto, meno intollerante, più “liberale”.
Ma è sensata una richiesta del genere? A mio avviso è quanto di più irrealistico si possa fare. La storia pluridecennale del comunismo cinese è davanti agli occhi di quanti vogliano vedere (e non solo guardare). E dimostra, che dal punto di vista delle libertà civili, il regime non è riformabile. Passato, nei suoi 60 anni di vita, attraverso sincopati e radicali cambiamenti, convulsioni, crisi, vertiginosi ribaltoni (uno tra i tanti: l’affaire Lin Biao del settembre 1971), brusche inversioni di linea su una cosa il regime non ha mai cambiato idea: il ritenere indispensabile la dittatura del Partito Comunista. Che si trattasse del Grande Timoniere Mao, del raffinato “mandarino” Chou-En lai, del “destro” Liu Shao-chi, della allucinata Jiang Qing (Madame Mao) con la sua Banda dei Quattro, del sornione Deng Xiao-ping, nessuno di tutti coloro che si sono avvicendati nei palazzi del potere di Zhongnanhai, ha pensato di rinunciare al ferreo controllo leninista sulla società. Mai, nemmeno per un attimo. Con forse l’unica timida eccezione di Hu Yao-bang e Zhao Zyang che, non a caso, hanno fatto la fine che hanno fatto.
E ancor meno ci pensano Hu Jintao e gli attuali dirigenti i quali fanno risalire, aderendo al più ortodosso schema denghista, la crisi e la caduta dell’Unione Sovietica all’improvvido azzardo di Gorbaciov che volle legare le aperture economiche a quelle politiche. Al contrario Pechino ritiene che proprio nel momento in cui il sistema si apre al mercato (e dunque ai suoi rischi ed alle sue turbolenze), la presa del Partito sulla società deve rimanere ancor più salda e ferma. Considerando le cose dal loro punto di vista, giusto o sbagliato che sia, chiedere ai burocrati cinesi di aprirsi a forme effettive, ancorché graduali, di democrazia è come pretendere che commettano il proprio suicidio. Loro vogliano invece rimanere saldamente al potere guidando, non più la Cina contadina, frugale, austera vagheggiata da Mao, ma una nazione moderna, imperiale, spregiudicata, social-capitalista, “armoniosamente consumista” le cui redini siano saldamente in mano al Partito Comunista ed ai suoi governi. Una sorta di Singapore elevata all’ennesima potenza demografica.
Se queste considerazioni sono giuste, ed io ritengo proprio che lo siano, è una totale perdita di tempo sperare oggi in un vero dialogo con Pechino (il fallimento del tentativo del Dalai Lama costituisce in proposito un esempio lampante) e l’unica cosa sensata da fare è appoggiare concretamente, e in tutti i modi possibili, quanti all’interno e all’esterno del territorio della Repubblica Popolare Cinese lottano per un autentico cambiamento dello “stato di cose presente”. O quanto meno per creare solide basi affinché un tale mutamento possa avvenire in tempi non biblici. Come soleva ricordarci il buon vecchio Karl Marx, solo le “dure repliche della Storia” consentono agli uomini di poterla effettivamente cambiare.
Piero Verni
p.s. apprendo adesso (21,30) che a Firenze è stato impedito a un piccolo gruppo di membri della Comunità Tibetana in Italia e della Associazione Italia-Tibet di dimostrare pacificamente contro la presenza di Hu Jintao in Italia. Tutti sono stati fermati e al momento sarebbero ancora nei locali della Questura fiorentina. Ovviamente a loro ed alle organizzazioni che rappresentano va tutta la mia solidarietà. Mi sembra anche che questo episodio dimostri fino in fondo quanto le autorità politiche italiane (ma non è che negli altri paesi “democratici” la situazione sia poi tanto diversa) siano intenzionate a fare pressioni su Pechino riguardo al tema dei diritti umani e delle libertà civili. Esasperando un po’ il discorso potremmo quasi dire che sembra invece essere il presidente cinese ad esportare all’estero i suoi metodi.
July 8th, 2009 at 9:02 am
bell’articolo di Verni. Puntuale e preciso come sempre.
L’unico appunto, sul blog, non sull’articolo. Un po’ più di continuità nell’intervenire non guasterebbe.
Comunque grazie per quello che stai facendo da tanti anni.
July 8th, 2009 at 12:27 pm
Bellissimo articolo, come sempre.
July 8th, 2009 at 5:44 pm
Ringrazio Francesco e skylines per i complimenti. Approfitto dell’appunto di skylines per scusarmi con i lettori di questo blog dal momento che in effetti (per qualche problemino di salute in via di risoluzione e una vacanzina) ho trascurato questo blog nell’ultimo mese. Cercherò di farmi perdonare.
P.V.
July 8th, 2009 at 5:51 pm
segnalo, sempre sulle manifestazioni ad Ürümci, un interessante articolo di Claudio Tecchio, “Le ragioni di una rivolta” (www.dossiertibet.it).
July 9th, 2009 at 8:05 am
Grazie Piero per il tuo prezioso contributo. chiaro e forte come sempre. nello squallore della complicità all’imperialismo cinese dei nostri politici ci consola il gesto coraggioso del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che si è rifiutato di ricevere Hu Jintao sottolineando le riserve già espresse da Giorgio Napolitano a proposito del mancato rispetto dei diritti umani”. E’ davvero scandaloso che i centinaia di morti e feriti, i migliaia di arerstati in Turkmenistan siano già scomparsi dall notizie delle reti televisive nazionali. mai “irritare” il Moloch cinese e compromettere buoni affari! dei torturati ed ammazzati nelle galere cinesi, coerentemente, è meglio tacere. chChe i governanti italiano vantino di essere interlocutori comemrciali privilegiati di Cina ed Iran … c’è davvero di essere orgogliosi. Salvo essere stigmatizzati dallo European Counclil of Foreign relations come responsabili di “mercantilismo amorale” (vedi articolo di F. Rampini su repubblica del 7.7.09)
July 9th, 2009 at 7:41 pm
Caro Riccardo,
per quanto riguarda la fuggevole presenza della politica estera sulla stampa (in particolare quella tv), massacri e stragi comprese, credo che ce la si debba prendere più con lo squallore imperante che con forme di censura. Il sangue va bene per fare pubblico ma poi si dovrebbe passare all’approfondimento. E questo non lo si vuole fare per pigrizia e menefreghismo sia dei giornalisti sia di gran parte del pubblico.
Comunque l’importante è che le cose si muovano in Cina e che ci siano là, donne e uomini disposti a lottare per rovesciare il regime. Noi dovremmo cercare di appoggiare queste persone al meglio di quello che possiamo fare.
July 10th, 2009 at 12:18 am
Ho già avuto modo di testimoniare direttamente l’apprezzamento per il brillante articolo ricco di spunti e di considerazioni acute come solo il buon Piero sa fare. Intervengo per aggiungere una nota venuta però con il senno di poi e che vuole far notare quanto il buon Hu Jintao tenesse a confrontarsi con gli altri grandi… Il ritorno di tutta fretta nella madre patria appare palesemente motivato da due aspetti il cui ordine di importanza è relativo: la preoccupazione di perdere colpi sul terreno del potere e la scelta vigliacca di non prestare la propria faccia alle critiche di un occidente che si sarebbe scatenato in materia di diritti umani. Attenzione però. c’è dell’altro. In questa fuga c’è tutta la solita spocchia cinese basata ora più che mai sulla liquidità economica attraverso la quale, ancora una volta, si afferma che alla Cina degli interessi globali frega davvero poco sia per quanto riguarda i temi ambientalistici che per i diritti umani. Mentre per quel che riguarda il ruolo di salvatore dell’economia mondiale c’è un prezzo che non importa tanto definire. Quel che importa sono i vantaggi sostanziali per la Cina e per chi in Cina ha e amministra il potere. Hu Jintao era la faccia della Cina in Italia, il protagonista di un gioco con troppi rischi di brutte figure a fronte della tempesta uigura che potevano indebolirlo proprio in termini di immagine e non tanto in occidente quanto nel suo amato paese. E allora meglio la fuga. In Italia basta una delegazione i cui compiti sono da tempo definiti e che sa già quali possono essere gli eventuali margini da concedere alle trattative e ai contratti. In Cina invece il timore di sgambetti tra potenti ha indotto il bravo Hu all’immediato ritorno per controllare la situazione dalla quale dipendono le sue casse e quelle di chi gli sta intorno. Tutto il resto è relativo. Tibet? Xinjiang? “Se volete l’aiuto cinese questi argomenti devonno essere tabù!” Mi pare quasi di sentire espressioni così. E infatti… Tibet? Xinjiang? Macchè! Il riverente quanto opportuno ossequio supinaggio degli altri “grandi otto” si concretizza attraverso le dure parole di condanna con le quali si addita e si critica la repressione e la mancanza di democrazia e di diritti umani… Dove? Ma in Iran naturalmente e dove se no? Forse allora vale la pena chiedersi dove bisogna lottare. In Tibet per il Tibet? Nello Xinjiang per lo Xinjiang? Se quel che c’è di Cina è espressione di questo potere cinese io sono dell’idea che bisogna combattere la Cina ovunque. Anche qui in Italia.
July 10th, 2009 at 8:30 am
Caro Gio, grazie anche a te per gli apprezzamenti. Certo il silenzio su Urunci e la condanna di Teheran è veramente rivelatore, ove ce ne fosse stato bisogno, di come intendano comportarsi “i grandi”. Ribadisco ancora una volta che questo dovrebbe essere di monito a quanti sperano in un loro intervento per risolvere positivamente le vicende tibetane, uigure, falun dafa, etc.
Sarà bene ficcarsi bene in testa che dal punto di vista delle istituzioni non arriverà mai nessun aiuto effettivo. Così come non è mai arrivato in passato. Parlo, ovviamente, del versante politico. Su quello umanitario interventi ci sono stati e probabilmente ce ne potranno essere anche in futuro.
July 10th, 2009 at 9:01 am
Leggo adesso sul sito della BBC la notizia che Pechino ha deciso di impedire a Ürümci la preghiera islamica del venerdì, chiudendo tutte le moschee della città. Ecco un’altra prova dell’intelligenza politica della nomenklatura cinese e, soprattutto, della loro disponibilità al dialogo!
July 10th, 2009 at 1:25 pm
e noi ci preoccupiamo di Cina, Tibet ed altre cosucce del genere e ci dimentichiamo della cosa più importante: Carla Bruni è in Abruzzo e gira tra i terremotati ……… non in compagnia delle first lady ma di George Clooney.
Ci rendiamo conto dove siamo finiti? Ci sono più informazioni su Carla Bruni che su persone che muoiono per la propria libertà……d’altra parte i giornali sono di proprietà di coloro che fanno affari con la Cina e i giornalisti, che si ricordano della libertà di informazione solo quando ci devono descrivere le finalità dei loro scioperi, beh loro parlano di Carla Bruni e del menù della cena del grandi……
Ma forse il problema non sono i giornalisti siamo noi, a cui non interessa nulla se non il pianerottolo di casa nostra e non in senso lato ma proprio nel vero senso della parola ci interessa solo il nostro condominio, le nostre piccole cose quotidiano, non abbiamo memoria di nulla se non del nostro interesse e forse neanche di quello.
July 10th, 2009 at 8:46 pm
da “Il Riformista” del 10 luglio 2009
“Per saperne di più, il Turkestan nel web”
Mentre il grand guignol di Urumci comincia ad essere relegato nelle pagine interne dei quotidiani, dal Xinjiang giungono voci che manifestazioni si sarebbero tenute anche a Kashgar e in altri centri minori della regione. Varrebbe quindi la pena di dare un’occhiata più da vicino, con l’aiuto del web, ai vari protagonisti di questa vicenda che turba i sonni della dirigenza cinese quanto e più del problema tibetano.
Mai come in queste ore mi appaiono profetiche le parole che mi disse un paio di anni or sono, nel corso di un’intervista, Erik Alptekin, esponente di primo piano del “World Uyghur Congress” e figlio di Yusef Alptekin uno degli eroi nazionali uiguri, “…le dimostrazioni contro l’occupazione cinese si susseguono dal 1949. La più sanguinosa fu quella del febbraio 1997 quando nel corso di una protesta le forze di polizia cinesi spararono sulla folla causando decine di morti e centinaia di feriti. E da allora ce ne sono state molte altre. E altre ancora seguiranno. Il popolo uiguro non cesserà di lottare fino a quando la Cina Popolare non riconoscerà i nostri diritti”. Chi volesse seguire da vicino le attività del “World Uyghur Congress” può visitare il suo esauriente e aggiornato sito web (http://www.uyghurcongress.org/En/home.asp) disponibile in ben cinque lingue (uiguro, inglese, tedesco, cinese e giapponese) che fornisce risposte e preziose informazioni su tutto quello di essenziale si deve conoscere riguardo al Turkestan orientale.
Presidente del “World Uyghur Congress” è Rebya Kadeer, la “Guerriera gentile” (come recita il titolo della sua autobiografia da poco pubblicata anche in Italia dall’editore Corbaccio), la principale leader del dissenso uiguro ormai abbastanza conosciuta anche al di fuori del ristretto numero di specialisti di politica asiatica. http://uyghuramerican.org/ è l’indirizzo del sito in inglese dell’associazione “Uyghur American Association”, ispirata dalla Kadeer, ed anche qui si possono trovare esaurienti notizie sulla storia, la politica, la cultura del Turkestan orientale e della sua gente.
Molto meno nota al grande pubblico è invece l’esistenza di un “Governo in esilio della Repubblica del Turkestan orientale”, formatosi il 14 settembre 2004 a Washington D.C. Questo governo ha una sua costituzione (ricalcata su quella della repubblica indipendente occupata nel 1949 da Pechino) ed è stato eletto dagli uiguri della diaspora. L’attuale primo ministro è Anwar Yusuf Turani, un uomo poliedrico (è anche insegnante di fisica, musicista e cantante oltre che un politico) nato nel 1962 nel campo di concentramento di Artush da una coppia di nazionalisti arrestata e condannata come “controrivoluzionari” dalle atorità comuniste cinesi. Liberato al termine della Rivoluzione Culturale, poté recarsi all’estero e stabilirsi negli USA dove attualmente risiede. L’attività di Turani e del suo governo in esilio la si può seguire sul sito in inglese http://www.eastturkistangovernmentinexile.us dove si trovano anche molte informazioni politiche, culturali e storiche sul Turkestan orientale.
Il punto di vista cinese lo si può leggere principalmente su http://www.xinjiang.gov.cn/10018/index.htm sito ufficiale della Regione Autonoma del Xinjiang (che però in questi giorni fatica ad aprirsi) e su http://english.people.com.cn/ sito del quotidiano ufficiale del Governo cinese, entrambi in lingua inglese. A volte si occupa di Xinjiang anche la radio in lingue estere del governo di Pechino, “Radio Cina Internazionale” sul cui sito (http://italian.cri.cn/364/2005/09/20/1@41060.htm), oltre a poter ascoltare i programmi (a volte piacevoli quelli musicali), si trovano anche diverse notizie e informazioni. Ovvio, tutte rigorosamente di regime.
Per terminare è di rigore un accenno al movimento più radicale del panorama politico uiguro, lo “East Turkestan Islamic Movement” (ETIM). Non ha siti web anzi, misterioso e pochissimo conosciuto, di questo gruppo si conosce molto poco. E’ noto comunque che è apertamente a favore dell’indipendenza, che ha una connotazione fortemente islamica ed è incline al terrorismo e alla lotta armata. L’ETIM, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, finì nella lista delle organizzazioni terroristiche stilata dagli USA. Il fondatore e leader indiscusso dell’organizzazione era Hasan Mahsum che venne però ucciso in Pakistan in uno scontro a fuoco con la polizia il 2 ottobre 2003. Al momento non è ben chiaro chi sia a capo dell’ETIM, a cui in ogni caso Pechino attribuisce (a volte a torto) ogni genere di attentati. Sembra inoltre che la decina di uiguri catturati dalle truppe NATO in Afghanisthan e internati a Guantanamo fossero militanti dell’ETIM. Va però detto che tra la popolazione uigura questo gruppo è estremamente minoritario, sia in termini di militanti sia di adesione alle sue idee radicali. Il problema è che carneficine e massacri come quelli di questi giorni potrebbero favorirne la predicazione.
E non sarebbe un bel guadagno per le donne e gli uomini del martoriato Turkestan orientale.
Piero Verni
July 21st, 2009 at 3:00 pm
Caro Piero non sono in Italia e un po’ lontano in questi giorni da cose tibetane. Ma guardando in rete ho avuto appena notizia della proposta di conferire la cittadinanza onorararia veneziana a Hu jin Tao . Ne sai qualcosa. Forse hanno preso un colpo di sole o si tratta di uno scherzo. Dopo la fatica che abbiamo fatto per conferire la cittadinanza onoraria veneziana la dalai Lama lo scorso febbraio, sembra demenziale? TI allego la nota del gazzettino che ho trovato con data 7 Luglio. cari saluti, Manfred
Pdl e Radicali: «Hu Jintao “veneziano” come il Dalai Lama»
VENEZIA (7 luglio) - Conferire la cittadinanza onoraria di Venezia al presidente della Repubblica cinese Hu Jintao così come già al Dalai Lama: la proposta, finalizzata al rispetto dei diritti umani, è firmata da Radicali, An-Pdl e Fi-Pdl sarà portata oggi come mozione al Consiglio comunale di Venezia per l’approvazione dal presidente del consiglio Renato Boraso.
Il Dalai Lama Tenzin Gyatso, ha ricordato Boraso, è diventato ufficialmente cittadino onorario di Venezia il 10 di febbraio 2009 dopo il voto del consiglio comunale del 2008. La mozione constata «anche in queste ore la drammatica situazione dei diritti umani nella Repubblica Cinese Popolare» e comprende «a fondo le motivazioni della richiesta di autonomia del Tibet, come di tutte le autonomie che significano libertà dai gioghi e dai regimi».
«La Città di Venezia - dice il documento - chiede con forza alle Istituzioni cittadine il riconoscimento della Cittadinanza onoraria al Presidente della Cina Hu Jintao come gesto importante di superamento delle divisioni tra il nostro cittadino Tenzin Gyatso per ciò che rappresenta e il nuovo possibile cittadino onorario di Venezia Hu Jintao che certamente, anche in virtù dell’impegno del mondo intero per il rispetto dei diritti umani, in Cina si adopererà per concedere libertà e autonomia al Tibet e libertà di espressione a tutte le minoranze presenti nella Repubblica Cinese Popolare».
Firmatari, oltre a Boraso (Fi-Pdl), sono Michele Bortoluzzi della Direzione Radicale Italiana e il consigliere comunale veneziano Raffaele Speranzon (An-Pdl), che si rammaricano «della mancata occasione di avere un confronto con il presidente della Repubblica Cinese e le Istituzioni cittadine soprattutto per il rapporto storico tra Cina e Venezia, in un momento di assoluta difficoltà nell’ambito della tutela dei diritti umani così come richiamato dall’intervento del nostro Presidente Napolitano».
July 22nd, 2009 at 2:21 pm
Caro Manfred,
evidentemente a qualcuno i ripetuti insuccessi hanno dato alla testa.
Cosa ci vuoi fare. Comunque credo che dovremmo occuparci di cose più importanti che non queste sciocchezze di bassa cucina politica italiota.
Ad esempio mi piacerebbe avere il tuo parere sull’articolo di Elliot Sperling che ho appena messo sul blog (il post sopra a questo).
P.V.
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March 20th, 2010 at 12:11 am
Armee Outdoor…
Nett, dass man sich hier mit dem Thema wenigstens mal ordentlich beschaeftigt. Habe die Ausfuehrungen dazu foermlich verschlungen (-:…
March 20th, 2010 at 3:58 am
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March 22nd, 2010 at 4:12 pm
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March 25th, 2010 at 4:08 am
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March 26th, 2010 at 4:13 am
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March 27th, 2010 at 12:34 am
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March 30th, 2010 at 8:39 am
[...] Guangxi Zhuang, a nord con Chongqing Sichuan, e a nord-ovest con la Regione Autonoma del Tibet. …FREE TIBET Blog Archive E bravo Hu Jintao…Ritorno in Tibet. Autonomy? Think again E bravo Hu Jintao… Secondo notizie di queste ore (19,30 di [...]