Tibet e rapporti politici

Pubblico volentieri una riflessione inviatami da Riccardo Zerbetto sui rapporti tra mondo politico e questione tibetana.

In calce una mia prima risposta alle considerazioni di Riccardo. Ovviamente qualsiasi altro contributo sarà ben accetto.

P.V.

DUE NOTE SU TIBET E POLITICA

Il quesito è semplice e complesso insieme: a chi sta a cuore la “causa” tibetana, alla Destra o alla Sinistra?

Il fatto che il popolo tibetano fosse governato da un sistema monastico lamaista di stampo aristocratico e che la Cina di Mao Tze Dong lo avrebbe “liberato” da tale sistema feudale crea di per sé una discriminante di base. E’ pur vero che la scarsa opposizione del Dalai Lama alla ingerenza del Partito democratico cinese ed anzi la sua strenua fede nella possibile integrazione nel sistema politico dell’Occupante viene spesso interpretato – stando anche a dichiarazioni dello stesso leader politico-religioso del Tibet -  come un sostanziale consenso ad un sistema più “democratico”. Molteplici sono ancora le sue espressioni a sostegno di un progressivo processo di democratizzazione delle forme di governo del popolo tibetano.

Pur prescindendo da considerazioni di politica internazionale – sia per motivi di spazio che di competenze personali – nel momento in cui alcuni a cittadini o associazioni si muovono a dare qualche tipo di sostegno alla “causa” si presenta ineludibile il quesito di fondo su cui queste note intendono focalizzare l’attenzione.

Fermandoci alla storia recente sembra potersi pendere atto del fatto che:

  • Il Governo italiano – sia sotto al presidenza di Berlusconi che di Prodi – ha teso ad eludere posizioni esplicite di conflitto con la Cina per evitare la rappresaglia in ambito economico che puntualmente la Cina mette in atto per scoraggiare ogni forma di ingerenza nei  propri “fatti interni ” quand’anche si tratti di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle minoranze etniche che pretendano di avere maggiore autonomia e rispetto delle loro culture, come del resto degli stessi cittadini cinesi che non si adeguino ai rigidi dettami imposti dall’attuale regime di “centralismo democratico”. Da questa debolezza dell’azione di governo – condivisa del resto dagli altri paesi europei e degli USA del pari ricattati dalle minacce cinesi -  si sono in parte dissociati
  • La Lega Nord che ha promosso eventi di ampia visibilità all’insegna di una difesa delle culture locali dai tentativi di inglobamento massificante di potenze egemoni
  • Alleanza Nazionale che, specie attraverso gruppi giovanili, ha sostenuto la rinascita dell’orgoglio nazionale tibetano e di conseguenza la richiesta di indipendenza dalla Cina. In quanto sindaco di Roma, Alemanno ha conferito al Dalai Lama la cittadinanza onoraria.
  • Rilevante è stato il coinvolgimento del partito Radicale a sostegno del Tibet, sostenuto anche da un personale rapporto tra Pannella e il Dalai Lama e dalle significative azioni intraprese da Matteo Mecacci anche nella sua posizione di Membro Commissione Esteri della Camera. L’orientamento mantenuto dai radicali, tuttavia, è sempre stato quello di avvallare la “middle way” proposta dal DL, posizione che per sua definizione non può andare oltre la richiesta di maggiore autonomia e rispetto dei diritti umani.
  • Rilevante l’impegno di Claudio Tecchio (coordinatore del preziosissimo www.dossiertibet.org), come espressione della CISL e del Consiglio della Regione Piemonte che ha coinvolto anche parlamentari di Forza Italia. La strenua denuncia alla brutale repressione cinese ad ogni spinta autonomista, il dichiarato appoggio al National Democratic Party of Tibet e ad una politica di sostegno alla legittima rivendicazione di indipendenza del Tibet hanno ricevuto sinora uno scarso accoglimento
  • E la Sinistra?
  • La cittadinanza onoraria Dalai Lama è stata assegnata anche dal sindaco di Venezia Cacciari non senza aspri contrasti all’interno della giunta e comunque su richiesta di un consigliere di AN sostenuto dai Radicali. Mancano, a quanto mi risulti, pronunciamenti di un certo significato da parte di rappresentanti della Sinistra a sostegno dell’inalienabile diritto alla autodeterminazione del popolo tibetano. Non sono mancate iniziative anche lodevoli, come quella promossa dal Consiglio della Regione Toscana nel 2008 per iniziativa di Severino Saccardi, ma sempre rimanendo, mi pare, su un basso profilo di ingaggio politico sul tema
  • Non sono mancate, anche in tempi recenti, dichiarazioni a sostegno del Repubblica Popolare Cinese da parte di rappresentanti della Sinistra più radicale dimenticando, pare, che la Cina di oggi rappresenta una forma di capitalismo di stato nella sua forma più esasperata e senza alcune forma di tutela dei diritti sindacali dei lavoratori
  • L’iniziativa su “Libertà e democrazia per il popolo tibetano” con il Seminario su Modelli di Democrazia e partecipazione - a favore di 17 studenti tibetani in esilio laureati o laureandi in Scienze politiche presso università dell’India – promosso da Worls Action Tibet viene sostenuto dalla Provincia di Siena e dal Consiglio della Regione Toscana prevede una serie di incontri presso sedi universitarie e Istituti di Ricerca politico-sociale di Roma, Siena, Firenze, Bolzano e Milano. L’iniziativa si inserisce nel sostegno ai processi di democratizzazione del Governo tibetano in esilio già dato dall’Università degli studi di Siena, dal Consiglio della Regione Toscana e dal Comune di Siena con il sostegno economico fornito dalla Provincia di Siena che, congiuntamente, già patrocinarono la Conferenza su: TIBET E DIRITTI UMANI. Una riflessione a 60 anni dalla proclamazione della Dichiarazione universale dei Diritti Umani da parte delle Nazioni Unite tenutasi il 10 dicembre 2008 in collaborazione con World Action Tibet e Associazione Italia-Tibet.
  • La presente iniziativa mira al coinvolgimento di più province italiane, come Siena, Roma e Bolzano, come pure di più Amministrazioni comunali, come Siena e Roma (e, previa conferma) Firenze, Bologna, Venezia e Milano con l’obiettivo di dare una testimonianza forte della solidarietà della cittadinanza italiana e della Sinistra alla causa del Tibet al di là delle esitazioni ed ambiguità manifestate dal Governo italiano
  • In ogni caso, ritengo sia legittimo e doveroso  chiedere a tutte le Amministrazioni pubbliche cointeressate al progetto, come ai docenti universitari, ai sostenitori della “causa” tibetana,  agli studenti ed in particolare ai giovani che vorranno unirsi a questo dimostrazione di interesse e di solidarietà a “mettere sullo sfondo” la appartenenza politica e di dare al contrario la priorità all’obietti comune di essere di qualche aiuto al dritto di riscatto per questo popolo umiliato da 60 anni di occupazione militare e di repressione di qualsiasi richiesta di diritto.
  • E’ davvero impensabile poter proporre una sana trasversalità su battaglie ideali che possano essere condivise da schieramenti o simpatizzanti di forze politiche diverse? Ci auguriamo che questo non sia
  • Grazie
  • Riccardo Zerbetto
  • Coordinatore di World Action Tibet - Italia

    11 Responses to “Tibet e rapporti politici”

    1. Piero Verni Says:

      Caro Riccardo,
      rispondo con piacere alle tue note riguardanti la questione tibetana. Vorrei però tenere separati i due livelli politici a cui tu fai indistintamente riferimento: quello governativo e quello di partiti, movimenti e organizzazioni. Il primo livello esprime comportamenti del tutto identici. In ogni parte del mondo (vorrei non fermarmi alle sole vicende di questa sempre più patetica italietta) qualsiasi governo, di sinistra, di destra o di centro, ha sempre rifiutato qualsivoglia atto di concreta solidarietà politica nei confronti del popolo tibetano e della sua lotta. A partire, ovviamente, dalla piena accettazione che il Tibet sia parte integrante della Repubblica Popolare Cinese e che in nessun modo si ponga il problema di riconoscere al popolo tibetano una sia pur larvata possibilità di rivendicare il proprio diritto all’autodeterminazione. Indipendentemente dal colore politico dei governi, nessuno ha mai compiuto alcun passo in grado di aiutare, financo perifericamente, i tibetani. Al massimo, in alcuni casi, ci si è limitati a ricevere privatamente il Dalai Lama sperando con questo gesto tutto formale e innocuo, di dare un contentino all’opinione pubblica pro tibetana (purtroppo riuscendoci) e di non infastidire più di tanto Pechino che, “vibranti proteste” a parte, non ne ha mai tenuto conto più di tanto. Ripeto, si tratta di una situazione planetaria che credo non muterà né oggi né mai.
      A mio avviso il discorso non cambia di molto per quanto riguarda le amministrazioni locali (Comuni, Provincie, Regioni etc.). Anche qui alcuni amministratori, indifferentemente di sinistra, di destra o di centro, ricevono il Dalai Lama, gli conferiscono qualche cittadinanza onoraria, si spingono fino a parlare (mi pare sia stato il caso di Alemanno) di “nazione tibetana” e tutto finisce lì. Partito il Dalai Lama, il Tibet viene ben presto dimenticato. Prendiamo ancora il sindaco della Capitale. Viene il Dalai Lama a Roma per ricevere la cittadinanza onoraria e Alemanno in effetti dice alcune cose interessanti. Però sarebbe stato bene che quelle “cose interessanti” avesse trovato il modo di dirle anche a Hu Jintao quando, poco tempo dopo il Dalai Lama, è stato a sua volta ospite della “città eterna”. Lo ha fatto? Non mi è parso. Oppure, perché invece di conferire tante “cittadinanze onorarie”, un qualche sindaco, presidente di Provincia o Regione, non fa adottare dall’ente che presiede un prigioniero politico tibetano? E ne segue da vicino l’iter giudiziario? E’ il modo, concreto e fattivo, con cui Amnesty International è riuscita a far liberare (o in subordine a migliorarne le condizioni carcerarie) diversi detenuti tibetani (e non solo). Certo la cosa sarebbe molto meno spettacolare e farebbe accendere sugli amministratori locali molti meno riflettori che non una visita del Dalai Lama. Ma avrebbe un significato politico molto più forte. L’adozione di un prigioniero di coscienza da parte di un Comune, di una Provincia o di una Regione vorrebbe dire seguire la vicenda di una determinata persona (con tanto di nome, volto e iter giudiziario) per un lungo periodo di tempo riuscendo così a dare sia una mano al “povero cristo” in questione sia una permanente visibilità al dramma del popolo tibetano. Non mi dilungo sulla cosa perché spero che tutti conoscano il prezioso lavoro di Amnesty in questi ambiti.
      Per quanto riguarda invece partiti, movimenti e organizzazioni politiche, caro Riccardo, la mia (ormai ahimè lunghissima) esperienza mi fa dire -senza tema di smentita- che l’impegno a favore del Tibet è sempre stato legato a singole persone, donne e uomini impegnate/i in politica che sentivano l’urgenza di inserire il problema tibetano in cima alla propria lista di priorità. Coinvolgendo in qualche modo il partito/movimento/organizzazione di appartenenza. A volte con buoni altre con mediocri risultati. Se posso fare un esempio di cui sono stato testimone diretto, vorrei citare il gruppo verde al Parlamento Europeo. Due delle principali esponenti del movimento pro-Tibet facevano parte di questo gruppo. Sto parlando di Petra Kelly (europarlamentare tedesca) e di Adelaide Aglietta (europarlamentare italiana) entrambe purtroppo oggi scomparse. Ed entrambe pochissimo sostenute dai loro gruppi. Mi sembra ancora di sentire la rabbia con cui Petra mi raccontava di come i Grunen l’avessero lasciata sola nell’organizzare -mi pare nel 1988- la prima riunione di parlamentari pro Tibet (in quel caso si trattava del Bundestag tedesco e in quel momento lei era parlamentare germanica). E in quanto ad Adelaide Aglietta ho potuto osservare direttamente, prima come suo collaboratore esterno poi come suo assistente, l’assoluta latitanza (e in certi casi l’aperta contrarietà) da parte del gruppo Verde al suo impegno per il Tibet.
      In altri casi invece la determinazione di un esponente ha avuto più fortuna riuscendo a coinvolgere la propria organizzazione. Quando alla fine degli anni ’80 il deputato Giovanni Negri cominciò ad impegnarsi sul fronte tibetano, pochissimi all’interno del Partito Radicale, erano al corrente di quanto stava accadendo sul Tetto del Mondo. Adesso quasi tutto quel partito è mobilitato quanto meno per aiutare il Dalai Lama e la sua politica della “Via di Mezzo”.
      Insomma non credo che sia un problema di schieramento politico. La solidarietà verso il popolo tibetano e il suo diritto inalienabile all’autodeterminazione attraversa ogni schieramento e trova simpatizzanti e antipatizzanti sia a destra sia a sinistra. Certo le motivazioni saranno differenti. A sinistra farà fede, relativamente alla simpatia, l’idea della resistenza di un piccolo popolo contro un oppressore violento e brutale immensamente più potente, la dimensione democratica dell’attuale Dalai Lama, l’assoluta mancanza di una angolazione “etnica” ed “integrista” nella lotta dei tibetani; relativamente all’antipatia prevarranno il richiamo della foresta del mito maoista, lo spettro di una dimensione religiosa della lotta, le ombre di un passato semi feudale. A destra (per quel poco che mi è dato vedere) per la simpatia: il ricordo di una società basata su valori tradizionali, l’importanza della esperienza del sacro nella società tibetana, la fedeltà alle proprie radici delle genti del Tibet; per l’antipatia: il pregiudizio etnocentrico sovente ancora forte a destra, la scelta della non violenza da parte dei tibetani, “un certain goût ” New Age che avvolge (suo malgrado) in occidente la figura del Dalai Lama.
      Quindi, per concludere, ritengo che noi che abbiamo a cuore la solidarietà attiva e concreta nei confronti della lotta del popolo tibetano, non dovremmo tanto cercare una sponda presso questo o quel partito/movimento ma (come del resto molti di noi fanno da decenni) incontrare e lavorare trasversalmente con tutti coloro i quali, indipendentemente dall’appartenenza politica di origine, sono disposti a lavorare per dare una mano alle donne e agli uomini del Tibet in questa loro difficilissima (ma tutt’altro che disperata) Lunga Marcia verso la libertà.
      Perché il Tibet viva.

      Piero Verni

    2. Toni Brandi Says:

      Perfettamente d’accordo con te, caro Piero. Toni

    3. carlo buldrini Says:

      Caro Piero,
      il Buddha disse di essere “libero dalle opinioni”. Con le sue prediche e i suoi sermoni non voleva in alcun modo ampliare il “dibattito filosofico”. Le sue preoccupazioni erano esclusivamente pratiche. Voleva solo raggiungere la “liberazione” (Rangzen?). Coloro che restano prigionieri delle parole e delle opinioni venivano da lui paragonati all’uomo colpito da una freccia. La storiella è famosa. L’uomo non voleva farsela togliere se prima non avesse saputo di che materiale era fatta, il nome del feritore, la sua casta di appartenenza e così via. E, così facendo, rischiava di andarsene all’altro mondo. Il Buddha sosteneva che l’essere umano non ha bisogno di opinioni e di concetti ma di indicazioni pratiche.
      Il sapere se il sostenere la causa tibetana sia di destra o di sinistra non mi sermbra, in questo momento, un problema prioritario. Il 2008 ha segnato un punto di svolta. La “Via di mezzo” è fallita. Lo hanno capito tutti, Dalai Lama compreso. Come riempire l’enorme spazio, la voragine che si è aperta?
      Forse bisognerebbe “censire” tutti i gruppi e i singoli tibetani che vogliono Rangzen. Aiutarli a coordinarsi tra loro. Far capire che siamo dalla loro parte. Spingerli a prendere nuove iniziative. Appoggiarli (anche finanziariamente) nelle nuove forme di lotta.
      E, probabilmente, anche noi dovremmo coordinarci, (senza troppi “ego” e distinzioni), in modo da costituire un interlocutore credibile…
      Carlo Buldrini

    4. Piero Verni Says:

      Caro Carlo,
      come quasi sempre mi accade, sono totalmente d’accordo con te.
      Quello che indichi, il coordinamento a cui dovremmo dar luogo, è l’unico modo per aiutare concretamente il popolo tibetano.
      Un caro saluto,
      Piero

    5. manfred manera Says:

      Caro Piero,

      Concordo del tutto con te e Carlo. Il coordinamento trasversale è l’ unica strada possibile e non solo per la questione tibetana. Ma si tratta di una strada irta di difficolta’ come mi dice Riccardo impegnato in questi giorni nell’organizzazione di una serie di conferenze con dei giovani tibetani.
      A presto, Manfredi

    6. Piero Verni Says:

      lo so. Dura e difficile ma l’unica via praticabile.
      saluti manfred

    7. Riccardo Zerbetto Says:

      Bene: allora costituiamo un Comitato Italiano Pro-Tibet che riunisca coloro che si sentono maggiormente impegnati a dare un contributo concreto alla causa del Tibet non solo nel senso di un generico solidarismo, ma in quello di un sostegno concreto al processo di autodeterminazione di questo popolo e quindi dei suoi processi di democratizzazione: della possibilità di scegliere se optare per l’autonomia (che la Cina di fatto non intende concedere in alcun modo) o riprendere il cammino ver la riconquista della perduta indipendenza. Su questo tema, con Piero Verni, Toni Brandi, Manfred Manera e Majid Valcarenghi abbiamo lavorato ad un FREE TIBET MANIFESTO che è consultabile su http://www.worldactiontibet.org. Sono da poco iniziate le sottoscrizioni che ci auguriamo siano numerose.

    8. Piero Verni Says:

      Invito tutti gli amici intervenuti in questa discussione (non solo loro, ovviamente) a leggere con attenzione e, possibilmente, commentare il lucidissimo recente intervento di jamyang Norbu sulle vicende interne della politica tibetana dell’esilio.
      L’ho appena pubblicato su questo blog

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