Lettera aperta a Francesco Pullia
Il Muro di Pechino, il Tibet e i cattivi consiglieri del Dalai
lettera aperta a Francesco Pullia
Caro Francesco,
un tuo articolo (“Nonviolenza e autonomia per il Tibet, la ragionevole via del Dalai Lama”, pubblicato sul numero del 18 novembre di Notizie Radicali, il benemerito giornale telematico di Radicali Italiani) mi costringe a buttar giù un paio di pensierini sul problema del Tibet in concomitanza con la presenza del Dalai Lama in Italia. Erano anni che mi tenevo alla larga dal circo mediatico-politico che si scatena puntualmente in occasione delle (numerose) visite del Dalai Lama nell’ex Bel Paese. Fino ad ora non avevo mai voluto commentare il patetico spettacolo di politici dall’intermittente interesse per il Tibet, di cui conoscono poco o nulla, ma che si fanno vivi quando, grazie alla presenza del leader tibetano, si accendono i riflettori dell’informazione. Per poi defilarsi immediatamente non appena questi si spengono in attesa di ripresentarsi puntuali alla prossima occasione. Ti faccio un esempio concreto. Tra i tanti che si potrebbero fare. Essendo un assiduo ascoltatore della pregevole Radio Radicale (a proposito, auguri di cuore a Bordin e soci per il rinnovo della convenzione) ho avuto più volte l’occasione di sentire l’ineffabile Giovanna Melandri, appunto uno dei politici sempre in prima fila quando arriva il “Dalai” (lei lo chiama così), affermare che “nessuno” vuole l’indipendenza del Tibet. Allora mi chiedo, dove era la solerte deputata del PD quando solo poche settimane or sono tre giovani tibetani sono stati messi a morte a Lhasa proprio per aver chiesto l’indipendenza del Tibet? E, già che siamo in argomento, dove era quando il 9 novembre sono state eseguite le condanne capitali di nove uiguri che avevano manifestato per l’indipendenza del Turkestan Orientale? No, tanto per saperlo.
Ora, la classe politica italiana (e forse non solo questa) è quella che è. Quindi le parole in libertà ascoltate non mi stupiscono più di tanto. Mi stupisce e mi addolora invece che una persona come te, Francesco, che da decenni segue con attenzione quanto avviene sul Tetto del Mondo rimanga impantanata in questa palude appiccicosa di affermazioni tanto retoriche quanto inutili di “solidarietà una tantum” nei confronti del Tibet. Mi dispiace e mi addolora che nel tuo articolo parli del Manifesto di Ventotene, di “un’autonomia da perseguire sull’esempio istituzionale dello statuto del Sud Tirolo-Alto Adige” e di altre cose del genere.
Ripeto, passi per i politici italiani che sanno di Tibet quanto io di fisica quantistica e con ogni probabilità non saprebbero nemmeno indicare su di una carta geografica i confini del Tibet indipendente (per non parlare di quelli del Turkestan orientale), ma tu dovresti ben sapere che non ha alcun senso proporre nella presente situazione cinese questi riferimenti. Ben comprendo che per il Partito Radicale il discorso che il Dalai Lama fa di una “significativa autonomia” rappresenti un aiuto nella battaglia che sta conducendo per la Patria Europea contro l’Europa delle Patrie. Ma, almeno tu, dovresti capire che ci dovrebbe essere un limite al piegare la situazione del Tibet ai propri interessi di bottega politica. Ribadisco, mi stupisce e mi addolora che anche una documentata intelligenza come la tua ritenga “ragionevole” la proposta del Dalai Lama.
Prima di entrare nel merito però, vorrei farti notare che questa proposta (per la prima volta presentata nella sede di Strasburgo del Parlamento Europeo il 15 giugno 1988) si basa su di una imprescindibile conditio sine qua non, vale a dire la disponibilità al dialogo dell’attuale gruppo dirigente cinese. E’ questo il punto centrale, molto più del fatto che il Dalai Lama chieda l’autonomia al posto dell’indipendenza. E si tratta proprio del collo di bottiglia nel quale da oltre 20 anni è rimasta intrappolata la proposta politica del Dalai Lama: la richiesta di dialogo a Pechino. Le burocrazie, i governi, i parlamentari, gli Obama del mondo, sono tutti felici della “ragionevolezza” del Dalai Lama così si possono mettere in pace la coscienza esprimendogli una generica solidarietà e, quando vanno a Pechino, rivolgere un altrettanto generico appello di non far cadere il “dialogo” con il Dalai Lama. E poi passano a discutere di affari. Nessuno che si ponga la domanda se questo “dialogo” sia possibile. Nessuno che si chieda se 21 anni di chiusure e insulti da parte cinese vogliano dire qualcosa in proposito. Nessuno che si interroghi se questa “ragionevolezza” del Dalai Lama abbia portato un sia pur minimo cambiamento positivo dello stato di cose presente, per quanti vivono in Tibet. Tra gli infiniti esempi che potrei fare su quanto sia disponibile al “dialogo” Pechino ti voglio citare, a parte le esecuzioni di cui sopra, i due ultimi recentissimi casi. Quello di Kunga Tseyang, il fotografo e scrittore tibetano condannato a cinque anni di carcere per aver scritto articoli in favore dell’indipendenza del Tibet (indipendenza, onorevole Melandri, non autonomia) e Kunchok Tsephel, condannato (in un processo a porte chiuse) a 15 anni di detenzione, per aver dato notizie sulla rivolta tibetana dell’anno scorso sul suo sito web. Ora non sono tanto ingenuo da pensare di chiederlo a quei politici, parlamentari e non, che nei giorni scorsi sgomitavano per farsi riprendere da telecamere e macchine fotografiche insieme al Dalai Lama, ma a te sì. A te la voglio fare questa domanda. Ti sembra veramente “ragionevole” la proposta del Dalai Lama? E ragionevole rispetto a cosa o a chi?
A mio modesto avviso è invece quanto di più irrealistico si possa ipotizzare. La storia pluridecennale del comunismo cinese è davanti agli occhi di quanti vogliano vedere (e non solo guardare) i fatti reali. E dimostra che, dal punto di vista delle libertà civili, il regime non è riformabile. Pur passato, nei suoi 60 anni di vita, attraverso sincopati cambiamenti, convulsioni, crisi, radicali ribaltoni (uno tra i tanti: l’affaire Lin Biao del settembre 1971), brusche inversioni di linea come nessun altro stato comunista al mondo, su una cosa però il regime non ha mai cambiato idea: nel ritenere indispensabile la dittatura del Partito Comunista. Che si trattasse del Grande Timoniere Mao, del raffinato “mandarino” Chou-En lai, del “destro” Liu Shao-chi, della allucinata Jiang Qing (Madame Mao) con la sua Banda dei Quattro, del sornione Deng Xiao-ping, nessuno di tutti coloro che si sono avvicendati nei palazzi del potere di Zhongnanhai, ha pensato di rinunciare al ferreo controllo leninista sulla società. Mai, nemmeno per un attimo. Con forse, negli anni ’80 del secolo scorso, l’unica timida eccezione di Hu Yao-bang e (parzialmente) di Zhao Zyang che, non a caso, hanno fatto la fine che hanno fatto.
E ancor meno ci pensano Hu Jintao e gli attuali dirigenti i quali fanno risalire, aderendo al più ortodosso schema denghista, la crisi e la caduta dell’Unione Sovietica all’improvvido azzardo di Gorbaciov che volle legare le aperture economiche a quelle politiche. Al contrario, Pechino ritiene che proprio nel momento in cui il sistema si apre al mercato (e dunque ai suoi rischi ed alle sue turbolenze), la presa del Partito sulla società deve rimanere ancor più salda e ferma. Considerando le cose dal loro punto di vista, chiedere ai burocrati cinesi di aprirsi a forme effettive, ancorché graduali, di democrazia è come pretendere che si suicidino. Loro vogliono invece rimanere saldamente al potere guidando, non più la Cina contadina, frugale, austera organizzata da Mao, ma una nazione moderna, imperiale, spregiudicata, social-capitalista, “armoniosamente consumista”, le cui redini però rimangano saldamente in mano al Partito Comunista, alla sua nomenklatura, ai suoi governi. Insomma quella Cina “forte e prospera” che secondo Obama (che, non dimentichiamolo è arrivato pochi giorni dopo le tre condanne a morte dei tibetani e le nove degli uiguri e di cui si è ben guardato di parlare) dovrebbe essere di beneficio per il mondo intero. Ma quello sul “divo” Obama è un discorso troppo lungo per affrontarlo in questa sede e non lo voglio nemmeno iniziare.
Tornando invece in tema, se queste considerazioni sono giuste, è una vera perdita di tempo sperare oggi in un vero dialogo con Pechino e l’unica cosa sensata da fare è appoggiare concretamente, e in tutti i modi possibili, quanti all’interno e all’esterno del territorio della Repubblica Popolare Cinese lottano per un autentico cambiamento. O quanto meno per creare solide basi affinché un tale cambiamento possa avvenire in tempi non biblici. In un lucido intervento scritto pochi giorni or sono in occasione delle celebrazioni per la caduta del Muro di Berlino (altra orgia di retorica e vanesi presenzialismi), il dissidente cinese Wei Jingsheng, ci ha ricordato che continua ad esistere un muro altrettanto nefasto di quello berlinese, anche se invisibile: il Muro di Pechino. “Possiamo far crollare un muro ancora in piedi in Cina. Perché la libertà appartiene al popolo”, ha scritto Wei esortando tutti coloro che abitano nel suo Paese ad abbattere quel Muro e tutti noi, che per fortuna non ci abitiamo, ad aiutare.
Quindi, caro Francesco, il nostro amato Dalai Lama più che perdere tempo ed energie nel ricercare un dialogo con Pechino, farebbe meglio ad impugnare simbolicamente il piccone della resistenza non violenta per iniziare a far cadere qualche mattone del Muro di Pechino. E’ quello che fece Gandhi in India. Perché sarebbe bene ricordare che per il Mahatma, il rigore sui metodi non violenti poteva poggiare unicamente sul rigore dei fini. E il fine unico di Gandhi, riguardo al quale non ebbe mai tentennamenti né scese mai a compromessi, era il “Purna Swaraj”, vale a dire la “completa indipendenza” dell’India. A mio modesto avviso il Dalai Lama sta perdendo in questi anni la preziosa occasione di usare la sua grande (e meritata) autorità morale per divenire il portavoce di tutti coloro, tibetani e non, che vogliono lottare per un effettivo cambiamento positivo della situazione politica cinese. Invece di concedere continue e inutili aperture di credito al regime dovrebbe denunciare al mondo i crimini di cui la Repubblica Popolare si è macchiata in questi 60 anni di vita. Crimini commessi non solo contro i popoli che ha assoggettato ma anche contro la sua stessa gente. E una posizione del genere sarebbe il miglior antidoto alle tentazioni di portare la contestazione a Pechino sul piano della lotta armata e del terrorismo. Se non sbaglio è questa la lezione che ci viene da Gandhi. Nell’India del suo tempo vi erano diverse posizioni favorevoli alla ribellione violenta contro il colonialismo britannico. Era ancora vivo nella memoria di tanti indiani il ricordo della sanguinosa insurrezione dei Cipoys avvenuta a metà dell’Ottocento e un grande leader come Chandra Bose propugnava apertamente la via della guerriglia. Se Gandhi si fosse piegato al compromesso, magari in nome della ricerca di un dialogo con Londra, forse il suo messaggio non violento non avrebbe avuto tanto successo tra le masse indiane. Invece il Mahatma si alzò in piedi e gridò agli inglesi, “Quit India” e “Purna Swaraj”. Così, avendo avuto il coraggio di non compromettere la radicalità dei fini, riuscì a far accettare al popolo indiano (che allora come oggi è tutt’altro che refrattario alla violenza) le tecniche e i valori della non violenza. E l’ipotesi di rivoluzione armata di Chandra Bose rimase assolutamente minoritaria.
Inoltre, Francesco, tornando alla situazione tibetana, vorrei portare la tua attenzione su di un elemento che ai miei occhi è di una straordinaria gravità. Ora, diciamo apertamente quello che sanno tutti. Che il Re è Nudo. Vale a dire che nessun tibetano vorrebbe di suo rinunciare alla richiesta di indipendenza. La maggioranza, stiamo ovviamente parlando dell’universo dei rifugiati, accetta la proposta dell’autonomia unicamente perché a proporla è il Dalai Lama. Se domani l’Oceano di Saggezza cambiasse idea e tornasse a lottare per l’indipendenza (come ha fatto fino al 1987), non si troverebbe più un “autonomista” nemmeno a cercarlo col lanternino. Quindi, spero che almeno in questo tu sia d’accordo, è solo il grande carisma del Dalai Lama che riesce a fare accettare a gran parte dei profughi il “sogno impossibile” della cosiddetta “Via di Mezzo”. Ma per inseguire questo “sogno impossibile” il Dalai Lama nega alla sua gente il “sogno possibile” di una lotta aperta, rigorosa, autenticamente non violenta -all’interno e all’esterno del Tibet- per collaborare, insieme a tutti coloro che hanno un contenzioso aperto con il regime, a far cadere il Muro di Pechino. Prova ad immaginarti per un attimo cosa potrebbe accadere se il Dalai Lama dovesse “lasciare il corpo” in una simile situazione. Il “sogno impossibile” non realizzato e il “sogno possibile” mai organizzato. Il popolo tibetano, sia dentro sia fuori il Tibet, lasciato solo con le frustrazioni, le disperazioni, le tragedie, le umiliazioni, i rancori accumulati in decenni di occupazione illegale del Paese delle Nevi e di esilio. Non so ai tuoi occhi, ma ai miei questo appare uno scenario da incubo. Un orizzonte fosco in cui veramente potrebbero scatenarsi i peggiori fantasmi che abitano nel profondo di ogni essere umano. Tibetani compresi. E allora sì che si correrebbe il rischio di vedere anche sul Tetto del Mondo, i deliri del terrorismo, della violenza etnica, della caccia all’uomo indiscriminata. Quei deliri che purtroppo ben conosciamo per averli visti in così tante parti di questo nostro esausto Pianeta.
In questi giorni parlavo con una cara amica (che anche tu conosci bene) impegnata da anni come pochi altri ad aiutare il popolo tibetano all’interno della associazione italiana di sostegno al Tibet di più antica formazione, e lei mi esprimeva i suoi profondi dubbi che il Dalai Lama, ormai prigioniero di questo suo ruolo, possa mutare rotta nel senso da me (e non solo da me, ovviamente) auspicato. Io, che mi attengo al principio gramsciano del pessimismo della ragione corroborato dall’ottimismo della volontà (o, se vuoi, a quello del Dalai Lama di: “prepararsi al peggio e sperare nel meglio”) non ho definitivamente abbandonato tutte le speranze. Vedremo nei prossimi anni, se non nei prossimi mesi quello che accadrà.
Infine un ‘ultima annotazione. Concludi il tuo articolo evocando la speranza che quello che a me appare come il “sogno impossibile” del Dalai Lama possa avere successo, ricordando la caduta del Muro di Berlino. Vorrei però rammentarti, caro Francesco, che quel Muro cadde (seppellendo sotto di sé l’Unione Sovietica e il suo sistema di stati satellite) perché Mosca era da anni sotto attacco da parte di un variegato ventaglio di forze. Dagli USA reganiani a Solidarnosch, dalla guerriglia afghana alla predicazione del Papa e ad altre ancora. Il Muro di Pechino non cadrà da solo. Avrà anche lui bisogno della sua dose di picconate. Forse nel suo caso molto più interne che esterne. Blandire Pechino, sperare nella buona volontà dei suoi dirigenti, tacere sull’aggressività delle sue politiche economiche, sul suo sciovinismo e sulla sua “volontà di potenza”, puntella quel Muro che invece dovrebbe essere abbattuto. Non solo nell’interesse di chi è costretto a vivere alla sua ombra ma di noi tutti, cittadini del mondo. Come soleva ricordare il buon vecchio Karl Marx, solo le “dure repliche della Storia” consentono agli uomini di poterla effettivamente cambiare.
Un caro saluto, Francesco, pur nella nostra differenza di opinioni,
Piero Verni
November 19th, 2009 at 10:40 pm
Un articolo eccezionale. Chiarissimo, scritto con stile ineccepibile e di una estrema coerenza.
Grazie a Verni per questo ennesimo contributo a farci comprendere i reali termini della questione tibetana.
November 20th, 2009 at 10:01 pm
Caro Piero,
ti ringrazio per essere riuscito ad esprimere in modo cosi`tempestivo ed articolato quanto rimuginavo fra me in questi giorni mentre si svolgeva la conferenza di Roma. Certo nesuno vuole togliere ai radicali , al parlamento italiano, alla citta´di Roma il merito di aver accolto questo convegno sul Tibet. , soprattutto quando nelle altre capitali europee come a Vienna dove mi trovo ora, il Tibet ormai e´stato archiviato, dimenticato. Quindi senz’altro un evento positivo. Anche se si corre il pericolo che questi convegni, se non producono risultati concreti, sembrino piu´ delle vetrine per dare al pubblico l’impressione che si stia facendo qualcosa ,
quasi dei palliativi per addormentare la protesta e il senso d’ingiustizia . Inoltre a mio parere tutto si e´svolto a porte troppo chiuse per “addetti ai lavori”. Mancava un pubblico informato , di giornalisti o semplici cittadini che potesse fare domande ,anche scomode e fastidiose ai legislatori convenuti. Penso per esempio che si sarebbe dovuto ricordare ai nostri rappresentanti la risoluzione del parlamento europeo del 6/72000 che come ben sai al punto 2 :
2. Calls on the governments of the Member States to give serious consideration to the possibility of recognising the Tibetan Government in exile as the legitimate representative of the Tibetan people if, within three years, the Beijing authorities and the Tibetan government in exile have not, through negotiations organised under the aegis of the Secretary-General of the United Nations, signed an agreement on a new Statute for Tibet;
Sono passati nove, altro che tre anni. La situazione e` drammaticamente peggiorata ma di questa risoluzione non se ne parla piu`. Hanno forse la memoria di un topolino?
Cosi´penso che un pubblico di tibetani avrebbe dovuto incalzare i propri legislatori a tener fede a quanto decisero allo “special meeting” del Novembre 2008 a Dharamsala : di ritornare alla rivendicazione d’indipendenza se non ci fossero state delle aperture da parte cinese in tempi brevi.
Concordo pienamente quando fai notare ai nostri amici radicali il carattere completamente irrealistico e utopico della rivendicazione dell’autonomia da parte del Dalai Lama. Fumo negli occhi per gli apparati del partito comunista cinese e a mio avviso , dal loro punto di vista quasi peggio della rivendicazione d’indipendenza. Anche Benedetto Della Vedova nel suo intervento alla conferenza ha giustamente fatto rilevare come, per il sistema totalitario cinese, concedere una forma di governo autonoma e democratica al Tibet equivarrebbe a un suicidio politico. Gorbaciov docet.
Altresi´ penso come te che i tibetani fuori e soprattutto dentro il Tibet seguano la “middle Way” solo per devozione verso il Dalai Lama. Cosi´se ben ricordo era anche apparso da un sondaggio clandestino che venne fatto fare in occasione dello ” Special Meeting”. Ho anche informazioni fresche da un professore anglosassone che si reca regolarmente in Tibet ( non posso darne il nome per ovvie ragioni) che conferma il prevalere delle posizioni indipendentiste in Tibet , perfino tra i tibetani che collaborano con il regime.
Sono convinto inoltre che in qualita´di spettatori esterni, di amici del Tibet, sia totalmente assurdo che noi ci dividessimo tra chi sia per l’indipendenza e chi per l’autonomia . Secondo me l’unica posizione legittima , basata sulla carta dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite sia quella di rivendicare per i tibetani il diritto all’autodeterminazione, il diritto di scegliere liberamente il loro stato futuro, autonomo , indipendente o altro.
Sul metodo alla fine mi pare che siamo tutti concordi , anche Pullia pensa che il Dalai Lama e il suo entourage dovrebbero inaugurare una campagna di non violenza non piu`attendista ma attiva , incalzante , veramente gandhiana estesa a tutti tibetani e non. Perche´come giustamente fai rilevare in un panorama internazionale dove la potenza cinese sta espandendosi a dismisura la questione dei diritti dei tibetani riguarda i cittadini di tutto il mondo. Tra l’altro mi pare che proprio in questi giorni a Delhy si stia svolgendo un importante convegno di Swaraj Peeth l’organizzazione gandhiana presieduta da Rajjv Vora.
Scusami se mi sono dilungato troppo e spero a presto, Manfred
November 20th, 2009 at 11:07 pm
Caro Manfred, grazie per il tuo interessante intervento e per gli approfondimenti. Nessuno dovrebbe preoccuparsi di essere troppo lungo perché questo blog vorrebbe essere proprio un terreno di confronto delle posizioni e chiarimento delle nostre idee quindi gli interventi, più sono articolati più risultano efficaci ed interessanti.
Continuando il filo del mio ragionamento vorrei aggiungere che tutti (tibetani e non) dovrebbero comprendere una buona volta che questo regime cinese (a proposito hai visto come Pechino ha trattato il buon Obama, nonostante l’inutile disponibilità del presidente americano?) non ha concesso, non concede e non concederà nulla a nessuno. E’ autoritario, protervo, aggressivo e animato da una vera e propria “volontà di potenza”. In altre parole chiuso e sordo. Però non rappresenta l’intero popolo cinese anzi. Quindi i tibetani, a cominciare dal Dalai Lama, dovrebbero dare il loro contributo alla lotta per rovesciare quel regime, lotta che già in diversi stanno portando avanti in Cina. E sono molti di più di quanti non si creda. SENZA, assolutamente SENZA, rinunciare alla idea forza dell’indipendenza.
Per il momento. Pronti poi, di fronte a un diverso regime e governo cinese, a discuterne. Ma discuterne con quanti, sia pure obtorto collo, saranno disponibili a discutere. Il dialogo, per essere tale, ha bisogno di due interlocutori. Si deve essere in due (o più) esattamente come per fare l’amore. E proprio come per l’amore, fatto da solo è una masturbazione. Non dovrebbe essere un concetto così difficile da comprendere.
I tibetani e molti dei loro sostenitori italiani parlano tanto dell’autonomia del Sud Tirolo. Ma è proprio questo l’esempio che prova la bontà della mia tesi. Il dialogo tra le popolazioni di lingua tedesca dei territori austriaci occupati dall’Italia dopo la prima guerra mondiale e il governo italiano è potuto cominciare solo dopo la caduta del regime fascista. Avevano voglia i sudtirolesi a chiedere il dialogo a Mussolini! Solo con l’Italia democratica post-liberazione è stato possibile, pur tra mille difficoltà e molti fatti di sangue (dimenticati gli scontri armati, le notti di fuoco, le esplosioni dei tralicci della Val Passiria, i carabinieri uccisi?), avviare un dialogo. E solo nel 1972 si è potuti arrivare allo statuto di Autonomia della Provincia Autonoma di Bolzano. Ora se i sud tirolesi hanno dovuto faticare così tanto per ottenere l’autonomia dai governi democristiani dello stato italiano (governi che non mi pare siano passati alla storia per la loro marmorea durezza e tetragonicità) come si può pensare che “questo” regime cinese (che ha appena eseguito oltre dieci esecuzioni capitali -tre tibetani e nove uiguri- ed ha condannato per reati d’opinione due intellettuali tibetani a 5 e 15 anni di carcere, tanto per citare i primi esempi che mi vengono in mente) possa concedere la “genuina autonomia” di cui parla il Dalai Lama. E non voglio sollevare il problema della democrazia che però è un altro macigno sulla strada della “Via di Mezzo”. Sarebbe compresa nella “significativa autonomia”? Pechino dovrebbe consentire una enclave democratica sul Tetto del Mondo e mantenere la dittatura del proletariato nel resto della Cina?
Ma andiamo! Che il governo tibetano in esilio comprenda finalmente che l’unica via è quella della caduta del Muro di Pechino. E dia una mano. Poi, all’interno dei nuovi orizzonti che potranno aprirsi, vedrà come iniziare un dialogo vero con quanti vorranno dialogare.
Il resto mi sembrano solo astratti esercizi retorici di cui il popolo tibetano non credo abbia alcun bisogno.
Grazie ancora per il tuo contributo e ricordati sempre che questo spazio è a disposizione di tutti coloro che vogliono confrontare le proprie idee in questo difficile momento della storia tibetana.
Piero
November 20th, 2009 at 11:17 pm
Tybet.xmc.pl…
I need to ask you to elaborate on the secular- religious argument I think. As it stands I do not think there is any question that the Dalai Lama is head of a political entity that is claiming to be pursuing autonomy within China. Let me tread carefully…
November 20th, 2009 at 11:49 pm
Riprendo dal sito “Dossier Tibet” questo articolo sulla conferenza mondiale dei parlamentari pro-Tibet tenutasi a Roma nei giorni scorsi. Mi sembra interessante e riprende molti dei temi di cui stiamo discutendo qui. E’ in inglese ma spero che questo non sia un eccessivo problema.
P.V.
Rome Feeds Tibet To Chinese Wolf
An assortment of global parliamentarians in Rome endorsed (November 19) the demise of a free and distinct Tibetan nation, by their shameful promotion of autonomy under communist Chinese law, as a supposed solution to the question of Tibet. Prostrating before the communist Chinese regime, and to the delight of the Tibetan Administration, the assembled politicians agreed a timorously worded conference document, crafted to appease Beijing and which callously ignored the political aspirations of Tibetans and betrayed their courageous resistance to Chinese occupation. Below are some key extracts from that document and our response in bold. “Seeks a resolution for Tibet that guarantees genuine autonomy for the Tibetan people within the framework of the Constitution of the People’s Republic of China.” Apart from the inherent difficulties and dangerous ambiguities faced in defining autonomy (it is an almost impossible task to secure a conclusive or succinct legal definition of autonomy. Since it describes a number of political structure and arrangements. One common and somewhat sobering reality shared by all forms however is that any ’rights’, granted to a minority group by the dominant power, are determined by that authority; and more worryingly, in terms of guaranteeing and protecting Tibetan culture, can be removed by that same power. Tibetans will recall that communist China has extended so-called autonomy to Tibet previously, at the time of the so-called 17 Point Peace Agreement. Any dubious rights that presented to Tibet were swiftly and unilaterally removed by China. Such is the precarious security offered by autonomy. The subsequent violence and brutal suppression of five decades of Chinese occupation have demonstrated to Tibetans that meaningful autonomy in practice is not possible from the communist Chinese government. “Recognizing that the People’s Republic of China has a moral responsibility to address the legitimate grievances of the Tibetan people through fair administration of rule of law under international standards of justice, respect for freedom of religion and expression, protection of the Tibetan people’s right to express their cultural identity and way of life, and implementation of genuine autonomy.” Tibetans inside Tibet are not opposing Chinese rule as some form of grievance against unfair law, economic disparity or religious expression. As revealed over and over Tibetans are demonstrating for their national independence.
“Considering the experiences of the many autonomous regions around the world, for instance Trentino-South Tyrol in Italy, which have shown that conflicts can be overcome by respecting the fundamental rights of distinct peoples and ethnic and linguistic minorities and enabling them to exercise the right to self-government while respecting territorial integrity of the state.”
Engineering an autonomous entity from a democratic system applying to Italy is of course a somewhat more attainable and realistic objective than establishing such a territory within a totalitarian state such as the communist Chinese Empire. Moreover Tibetans should be aware that this model only allows the people of South Tyrol control only over some of its natural resources, and limited areas of law and administration of justice. Are such ‘rights’ what Tibetans inside Tibet are resisting Chinese occupation for? The determination to bury forever Tibet’s rightful nationhood and appease communist China by promoting an autonomous solution is clearly blinding these Parliamentarians to the political, economic and strategic objectives of communist China’s illegal occupation of Tibet. Would these Parliamentarians have realistically proposed an autonomous region for a Jewish population within Nazi Occupied Europe, and expressed a similar confidence in terms of protecting rights, culture and political autonomy?
In the unlikely event that Beijing accepted the TGIE’s dangerous capitulation, with its willingness to submit to Chinese rule and autonomy under China’s national and regional laws on autonomy, Tibetan national identity would be eradicated. Thankfully, in terms of securing Tibet’s national and political freedom, such a home rule ‘solution’ would never be tolerated by communist China. Even though such an arrangement, would in practice, leave all major economic political and security powers and structure in the hands of Beijing. However, rights extended to so-called minorities are ultimately controlled by the ruling state, and within international understanding limited to the more individualist based issue of human rights. Such a development would mean that Tibet would no longer be an international issue and so considered by the world community very much as an internal matter of the communist Chinese state.
“Support for substantive negotiations between the Chinese government and the representatives of the Dalai Lama toward a meaningful resolution of the Tibet issue, with the Memorandum on Genuine Autonomy as a realistic and constructive basis for such negotiations.”
This memorandum which proposes complete submission to Chinese rule has not received the formalized consent of the Tibetan people, moreover how constructive will it be for a future Tibet to accept autonomy as dictated and determined Chinese law? Moreover there are dangerously oblique and ambiguous elements of this proposal, which leave open an opportunity to agree a so-called ‘single Tibetan Autonomous Region’ that may not include the traditional regions of Kham, Amdo and U-Tsang. This was revealed by remarks made by Samdhong Rinpoche, which referred to such an entity being comprised only of areas already titled as Tibetan Autonomous regions. On a national level already titled as Tibetan Autonomous regions. On a national level of government within Communist Chinese law, Amdo is classed as Qinghai Province, not an autonomous region (even though it has within it Tibetan autonomous areas). Such ambiguity demands immediate clarification. Sadly none has been forthcoming and the Tibetan Government in Exile has refused to issue a public statement, that in any proposals with Beijing, there will be no abandonment of either Kham or Amdo. As such this memorandum is neither realistic nor constructive, and is no more than a formalized surrender of Tibet as a distinct culture and nation
Tibettruth’s Blog
November 21st, 2009 at 8:45 am
Concordo al 200% con quanto sostenuto da Piero Verni. Tutti, o quasi, saremmo a favore della autonomia del Tibet, come soluzione negoziata che consentisse sviluppo civie ed economico di questo paese terribilmente arretrato nella salvaguardia della sua lingua, della sua cultura e delle sue tradizioni. Il punto è che tale soluzione, contrariamente a quanto sostenuto da oltre vent’anni dal Dalai Lama, NON E’ REALISTICA.
Non dimentichiamo il caso della Manciuria, nazione indipendente con lingua e tradizioni proprie che è stata anche più potente della stessa Cina e che ora … non esiste più essendo stata completamente sinizzata. Il colonialismo imperialistico dei cinesi non conosce il rispetto delle popolazioni assoggettate se non per gli aspetti folkloristici che possono attrarre i turisti. Pretendere che anche i vescovi cattolici siano nominati da Pechino dimostra il totale rifiuto per ogni forma di autorità che non si assoggeti totalmente al “centralismo democratco” del Partito comunista cinese.
Aspettarsi concessioni dalla Cina sarebbe come aspettarsi che i leoni diventassero vegetariani e smettessero di sbranare le gazzelle. Ma il sogno che “il leone pascoli con l’agnello” è un sogno della Gerusalemme celeste e di una visione buddhista e non-violenta della realtà che non appare “realsitica”. Questo non significa optare per la guerra armata - che per inciso sarebbe totalmente perdente in questa fase - ma neppure rinunciare al sacrosanto principio di autodeterminazione dei popoli che la Dichiarazione universale dei diritti umani richiama quando riconosce il diritto ai cittadini di eleggere i rappresentanti del proprio governo.
E questo mi sembra il punto: chi deve dire se i tibetani ebbono essere parte integrante della Cina o nazione indpendente se non i tibetani stessi? il diritto che il Dalai Lama si arroga di parlare a nome del suo popolo mi pare illegittimo. Se fosse realmente democratico, come a più riprese dichiara di essere, favorirebbe una consultazione referendaria su questo punto. Quella fatta in preparazione allo Special meeting tra i tibetani in Tibet ha dato un risultato (che è stato successivamente manipolato in modo scorretto) molto indicativo. Dei 15.000 intervistati il 30% hanno optato per l’indpendenza, 20% per l’autonomia e il 50% “per quello che vuole il Dalai Lama”. Questo risultato è emblematico del fatto che:
- una grande parte dei tibetani non si danno il diritto di pensare con la propria testa. Di qui l’impotranza di un graduale processo di democratizzazione che si traduce nella capacità di esprimere un voto “diretto” e non per delaga
- non si può dire che la maggior parte dei tibetani propendono per l’autonomia solo perchè lo fa il Dalai Lama
- ed anzi che la maggior parte dei tibetani rivendicano la riconsquista della perduta indipendenza
Tale referendum , almeno tra i tibetani in esilio, andrebbe ripetuto, a parer mio, in concomitanza delle prossime elezioni del Governo in esilio tra un anno e mezzo.
Come sostenuto da Chime Youngdrung, presidente del Partito democratico del Tibet, dovrebbero formarsi dei partiti in grado di veicolare il volere dei tibetani in modo che tale volere possa confrontarsi apertamente all’interno di un dibattito parlamentare, come ogni forma democratica (e non verticistica) di governo prevede.
L’obiezione, poi, sul fatto che la democrazia è una storia occidentale non regge. Democratici sono i governi dell’India, del Giappone e di tutti paesi del globo dove ad autodeterminarsi sono cittadini e non un potere che viene dall’Alto (dittature o teocrazie) come in tempi ormai superati o che tali dovrebbero essere.
In ogni caso, concordo con Manfred quando richiama alla risoluzione risoluzione del parlamento europeo del 6/72000 che richiama i “governments of the Member States to give serious consideration to the possibility of recognising the Tibetan Government in exile as the legitimate representative of the Tibetan people”. Come ricorda anche Lobsang Sangay esperto di legislazione asiatica e tibetana, solo questo riconoscimento esprime concretamente il disaccordo dei membri della UE nel ritenere il Tibet parte integrante della Cina. In mancanza di tale riconoscimento si accetta implicitamente che “il Tibet sia un affare interno della Cina”, posizione che legittima la abituale rispota dei cinesi nel “fatevi gli affari vostri”. Anche se non concordiamo con la posizione del Governo tibetano in esilio, credo che lo stesso vada sostenuto nel riconoscerlo come legittimo rappresentante del popolo tibetano (e il Dalai Lama contraddice se stesso. Se effettivamente si senta parte della Cina, che senso ha un governo in esilio?). Lo stesso Governo deve poi accelerare i propri processi di democratizzazione per divenire autenticamente espressione del popolo tibetano e non, come è adesso, di una casta aristocratico-monastiche che detiene, come da sempre, le redini del potere sui tibetani.
Grazie, Riccardo Zerbetto
November 22nd, 2009 at 4:25 pm
Caro Piero, ho appena letto la tua bella lettera aperta a Francesco Pullia. Sono stanco morto all’aereoporto di Jakarta in attesa del mio volo per Dubai e Roma ma non posso resistere al desiderio di scriverti per congratularmi con te: per la tua chiarezza e la tua saggezza. Permettimi, tuttavia, una piccola osservazione sulla caduta dell’Unione Sovietica. A parte il Papa, l’URSS non è certo caduta per pressioni esterne. Bush e la stampa internazionale difesero Gorbachev fino all’ultimo momento. Quel Gorbachev che si è sempre dichiarato comunista e che disse che “nemmeno Iddio poteva dissolvere l’Unione Sovietica”. Parlo con cognizione di causa perchè ero a Vilnius, capitale della Lituana assediata dai carri armati sovietici, all’inizio di agosto del 1991 quando i servizi sovietici uccisero a sangue freddo una decina di giovani guardie di frontiera lituane disarmate, al posto di Medininkai… Le menzogne che lessi sulla stampa internazionale e gli alibi creati dalla stessa e da Bush su Gorbachev e la direzione comunista sovietica erano incredibili. Un evento mi è sempre rimasto in mente. Dopo il massacro di Medininkai Landsbergis, presidente lituano, convocò un consiglio dei ministri perchè con i sovietici a casa, il parlamento circondato e l’ennesima aggressione comunista, il governo debole e disarmato lituano era preoccupato visto che l’occidente era totalmente assente e le aggressioni continuavano (a parte altri feriti e morti alle frontiere, il 13 gennaio dello stesso anno vi furono una ventina di morti e centinaia di feriti di cui NON SI PARLO’ NELLA STAMPA LIBERA OCCIDENTALE…. ! Io andai con amici Lituani ad esprimere la mia solidarieta’ di cittadino italiano. Ebbene la sala stampa davanti al Consiglio dei Minsitri era vuota….eccetto un’equipe della TV svedese…. i “signori’ del Corriere, del Times ed altri giornali europei erano si a Vilnius ma non erano interessati…. Un mio amico del Sajudis (il movimento popolare che dichiarò l’indipendenza lituana a febbraio) mi mostrò un telegramma che riportava un comunicato della Reuters e mi ricordo mi disse ” look what your western friends are saying”… ebbene il comunicato era un misto di imprecisioni e menzogne che mischiavano incidenti nel caucaso con atti di guerra civile in Lituana (così la Reuters chiamava il massacro di dieci giovani disarmati… atti di guerra civile..!).
Scusami se mi sono dilungato. Il punto è che l’Unione Sovietica è caduta soprattutto per pressione interna. Lo stesso accadrà per la Cina. Non illudiamoci che i grassi borghesi d’occidente, asserviti al grande capitale che fa affari con Pechino come prima li faceva con l’Unione Sovietica,
facciano qualche cosa. Ventuno anni fa nessuno avrebbe pensato che i paesi baltici sarebbero presto stati indipendenti… Lo stesso accadra presto al Tibet. Ti saluto con tanto affetto.
Toni Brandi
November 22nd, 2009 at 8:38 pm
Caro Toni, grazie della risposta, come dire che arriva addirittura dall’altra parte del mondo. E’ vero quello che dici, ci furono anche molte pressioni interne che giocarono un ruolo di estremo rilievo nel collasso dell’Unione Sovietica. Però, credo tu sia d’accordo, che, senza quelle esterne, forse la “tenaglia” non avrebbe potuto stringersi intorno al sistema di potere del Kremlino. Per quanto riguarda l’oggi, volevo solo mettere in risalto che quanti si ripropongono di far crollare il Muro di Pechino non dovranno attendersi alcun effettivo aiuto dalle burocrazie, dai governi, dai poteri forti del cosiddetto mondo libero.
Che poi l’occidente avesse riposto in Gorbaciov una eccessiva dose di fiducia ignorandone i tanti lati oscuri è un fatto che mi sembra assodato. Del resto è tipico dell’occidente prendere abbagli del genere. Guarda la “santificazione” di Obama a cui hanno perfino conferito un premio Nobel “alle intenzioni”. Poi questo Premio Nobel va a Pechino a fare la figura che ha fatto. Per altro annunciandosi con la demenziale affermazione che una “Cina forte e prospera” sia nell’interesse del mondo!
Comunque oggi, come più volte affermato, è fondamentale che all’interno della Cina sia i popoli da questa assoggettati sia i tanti “han” che sono stufi del presente regime, si organizzino per minare dalle fondamenta il Muro di Pechino e arrivare al giorno (speriamo non troppo lontano) in cui sarà possibile farlo crollare. Solo così potrà aprirsi una stagione in cui il dialogo tra le diverse componenti etniche, politiche, sociali e religiose oggi comprese nella Cina Popolare, diverrà possibile e un genuino confronto di idee, programmi, esigenze non sarà più oscurato dall’ombra nefasta di quel Muro invisibile ma da troppo tempo in piedi.
November 22nd, 2009 at 10:34 pm
Le cose che dice nel suo intervento Zerbetto sono certamente interessanti. Credo però che il discorso sul ruolo del Dalai Lama nella società tibetana dovrebbe essere affrontato con un minimo di prudenza in più. E’ molto complesso e di non facile approccio. Credo che per il momento, come fa Verni, ci si dovrebbe concentrare più sul far capire ai tibetani e a molti loro sostenitori (che a volte hanno nei confronti del Dalai Lama una fede ancora più cieca degli stessi tibetani) quanto sia sbagliata e senza sbocchi la politica iniziata ormai due decenni fa. Trovo molto suggestiva l’immagine di Verni di un Dalai Lama impegnato in una campagna “Quit Tibet”, questa sì autenticamente gandhiana, ma comprendo anche il pessimismo al riguardo della persona di cui Verni parla al termine del suo bell’articolo.
In ogni caso non c’è altra soluzione che rinunciare al dialogo -che poi a ben guardare non c’è mai stato- e rimboccarsi le maniche per cominciare a picconare il Muro di Pechino. Insieme ai tanti cinesi che sarebbero ben felici di vederlo crollare.
November 22nd, 2009 at 11:04 pm
Ho osservato con molta attenzione il Dalai Lama nei suoi interventi a Bz e Trento per capire se i sentimenti da lui dichiarati nella recente intervista dell’Espresso ( frustrazione, amarezza, disillusione ecc ) sarebbero apparsi evidenti anche nella patria della “genuine autonomy” che ormai sembra essere il modello di riferimento per il GTE e i sostenitori della middle way.
La risposta è no. Il Dalai Lama, tra l’altro in ottima forma fisica e dialettica, ha come sempre galvanizzato la platea con la sua comunicazione magnetica, le sue gestualità, le sue risate contagiose accanto a enunciazioni gravi e drammatiche. C’è da chiedersi se quell’intervista è manipolata o addirittura falsa ma il punto è che non mi sembra che ci siano “flessioni” sulla convinzione che la strada sia quella e solo quella. La richiesta di autonomia. Ad un sempre più chiuso e arrogante governo cinese.
Il Dalai Lama è stato estremamente brillante e graffiante quando ha ripetutamente ironizzato sulla “squadratura” dei cervelli cinesi che pensano di tenere tutto sotto controllo con la forza e sul fatto che prima o poi la Cina “dovrà” cambiare. E su questo siamo tutti d’accordo ma il problema è come “aiutarla” a cambiare.
Ha fatto un bell’escursus storico sulle diversità tra Tibet e Cina e le affinità con l’India. ha raccontato delle principesse Weng Cheng e Briguti Devi ironizzando sul fatto che il Nepal allora potrebbe vantare una sovranità sull Cina..Ha raccontato della sua relazione con Mao e del suo “entusiasmo” per il marxismo ma non per il leninismo.. e come lo steso Mao gli abbia suggerito di far sventolare la bandiera nazionale del Tibet accanto a quella della PRC…Insomma cose già sentite e sempre buone per il pubblico incantato. Tutto questo mentre Obama incassava gelide non risposte alle sue tiepidissime istanze di riprendere il dialogo(???) con il Dalai Lama.
Certo era difficile pensare che dopo un convegno, per altro ottimamente organizzato, sulle diverse esperienze di autonomie in varie parti del mondo e alla vigilia di un meeting internazionale di parlamentari sostenitori della strategia dei negoziati e del dialogo, fosse lo stesso Dalai Lama a spegnere gli entusiasmi. Ma di entusiasmo credo sia davvero difficile parlare. E il suo discorso a Dharamsala dell’ottobre scorso (al quale ero presente..) e che coincide con i sentimenti riportati nell’Espresso oltre che a ipotizzare un cambiamento di linea, sembra non trovare più riscontri.
Se vi ricordate c’è stato subito un ridimensionamento e una serie di letture diverse da parte dei soliti noti attorno a S.S. Avanti dunque sempre e comunque come in questi ultimi venti anni.
La coincidenza con la quasi umiliante visita di Obama a Pechino lascia davvero poco sperare che i vari documenti elaborati e le “carte” con la lunga lista di premesse, considerazioni e richieste a Pechino possano trovare altro se non il solito “muro di Pechino” come dice Wei Jinseng e richiama Piero Verni. Metafora più che appropriata.
Realismo e irrealismo.
Sono convinto più che mai che la proposta di autonomia e il richiamo alla costituzione cinese siano davvero irrealistici ( a questo proposito: di fatto è tornato in auge il trattato dei 17 punti per anni aborrito da tutta la classe dirigente tibetana e ora divenuto un riferimento. A riguardo ricordo perfettamente la sig.ra Chundak Koren rappresentante del Dalai lama a Ginevra, andare fuori dalla grazia di dio quando sentì Vasco Errani accennare al trattato dei 17 punti in un discorso a Montecchio di RE. Nonostante Errani parlasse in italiano la Koren capì “17 punti” e sbottò con me che ero lì accanto…“what is he saying?? Seventeen points agreement?? He must know the truth abaout that.. We tibetans are very very sensitive on that..!!”
Alla fine del discorso Errani si prese un bel rimbrotto dalla rappresentante del governo tibetano in esilio. Non era duemila anni fa ma il 1999..)
Il riferimento all’alto Adige e al Trentino vanno benissimo ma come non concordare sull’analogia tra il periodo fascista e l’attuale dirigenza cinese. Che dialogo ci fu nel ventennio? Che dialogo c’è e ci può essere ora? Si può ragionevolmente pensare che quelli che abbiamo speranzosamente chiamato negoziati degli ultimi anni siano stati qualcosa di diverso di un ripetuto e umiliante “ o mangi ‘sta minestra..”
Qualcuno vede segnali di apertura? E’ una apertura la serie di esecuzioni capitali alla vigilia della visita del presidente della nazione paladina dei “diritti umani”.? La condanna in questi giorni a 5 anni del blogger Kunga Tseyang o a 15 anni di Kunchok Tsephel colpevole di avere diffuso le notizie sulla rivolta l’anno scorso??
Come mi riferisce “una cara amica esponente del più vecchio e importante gruppo di sostegno al Tibet in Italia” dobbiamo forse essere contenti perché Obama ha detto “pur prendendo atto che il Tibet fa parte della Repubblica Popolare Cinese” e non ha detto “della Cina..” ?? Quindi, gli osservatori e i pesatori di parole deducono.. : Obama allude alla sovranità sul Tetto del Mondo dal 1949 in poi e non “da sempre..” come ripetono ossessivamente a Pechino
Beh, un bel risultato davvero. C’è di che essere soddisfatti..Passi da gigante. Insomma la nostra “controparte” appare più arroccata che mai alle sue posizioni di zero accettazione dell’esistenza del problema Tibet. A questo proposito è interessante notare il crescendo impressionante di partecipazione mediatica di giornalisti, intellettuali, storici “anti tibetani” Si stanno organizzando.
Aggressivi e velinari del regime cinese attaccano la figura del Dalai Lama con toni più o meno efficaci ma estremamente pericolosi nel generare quel clima di perplessità e disinteresse ( come sottolinea Manfred a Vienna..) che sta sempre più crescendo attorno alla questione tibetana. Mi sembra che neanche la presenza di Gere è riuscita a dare risalto mediatico decoroso alle sessioni romane. C’è da chiedersi perché. Non solo pressioni cinesi ma anche “calo di tensione” dovuta all’impantanamento oggettivo della questione tibetana.
Si è parlato delle accuse tra gli schieramenti politici su chi riceve “di meno” il Dalai Lama e dei molti ribadire la non “anticinesità” delle iniziative.. Anzi.. tutti lavoriamo nell’interesse della Cina.
Della Cina o del Governo cinese?’
Non entro sulle questioni riguardanti i presenzialismi vari dei politici filo tibetani a giorni alterni di cui è possibile prendere visione sul web..Concludo invece sulla questione della “nudità del re” a cui fa riferimento Piero e alla conseguente ( un po’ eccessiva e imprudente ) affermazione di Riccardo sulla illegittima rappresentatività del popolo tibetano da parte del Dalai Lama.
Non sono del parere che dobbiamo essere noi a forzare con interventi a gamba tesa quello che è il “sentire” del popolo tibetano nei confronti del suo leader. Da sempre.
I vari partiti democratici ( a cui mi sono iscritto) facciano pure il loro encomiabile lavoro di portare la società tibetana verso la democrazia ma stiamo attenti ad interferire tra loro e il Dalai Lama.
Credo che a molti di noi riesca ancora difficile capire che non abbiamo gli strumenti psicologici per accettare una cosa che a molti sembra bovina sudditanza ma che è invece una relazione molto più complessa basata su un legame spirituale o religioso e come tale inviolabile. Questo è.
Abbiamo un bel distinguere tra il DL politico ( che può fallire..) e il monaco buddhista o incarnazione di Chenregsi.. Per i tibetani, la maggioranza, questa distinzione non c’è.
All’ultimo campo medico che abbiamo organizzato a Dehra Dun sono venuti a farsi visitare degli ex guerriglieri della resistenza tibetana in Mustang. Persone anziane con addosso cicatrici di coltellate, armi da fuoco, sguardi fieri e davvero indomiti. Commoventi e inquietanti superstiti d quella pagina disperata ed eroica. Si sono dichiarati, pure “old age..” pronti a riprendere la lotta contro la Cina occupante ma…”se il Dalai Lama ci dice di non usare le armi noi deponiamo le armi..”
Detto con un candore e una convinzione inscalfibili dopo che per un quarto d’ora avevo cercato di fargli prendere posizione sul nostro solito rovello “autonomia indipendenza”
Sul contributo del Dalai Lama all’abbattimento del muro di Pechino temo che rimanga un nostro sogno impossibile. Non credo che a 74 anni Sua Santità si metterà mai a chiedere il “Purna Swaraj” e guiderà “marce del sale”..Lo ha ripetuto troppe e troppe volte che l’unica via è quella del negoziato e dell’autonomia.
E poi mi sembra che il Dalai Lama abbia una fede incrollabile sul cambiamento che la società cinese potrebbe subire in seguito al crescente interesse per il buddismo.. Buddismo tibetano ha specificato…Non mi sembra che ci siano le condizioni per un brusco cambiamento di atteggiamento. Forse è più realistica una sua uscita di scena politica e una delega o nomina ad un successore ( sono sempre del parere che l’idea della nomina del nuovo Dalai Lama già “maturo” si una eccellente strategia contro il vuoto e l’usurpazione conseguente che Pechino metterebbe in atto-vedi Panchen Lama)
Magari il Karmapa? Mi rendo conto che sono congetture che non tengono conto di una realtà intricata e non sempre comprensibile. Il Karmapa è anche lui in una situazione non proprio chiara e non mi risulta che si esponga troppo politicamente..
Qundi per abbattere il muro di Pechino credo che dovremo fare a meno del fondamentale aiuto del nostro amato Dalai Lama; mentre credo che sia fondamentale dare voce e aiutare tutti quelli (e sono sempre di più anche se il muro è anche quello delle informazioni che non passano verso di noi..) che stanno lavorando per rovesciare l’attuale regime. Forse allora il modello di autonomia dell’ Alto Adige potrà davvero trovare una possibilità di essere applicato anche sul Tetto del Mondo. Probabilmente abbattere la dittatura di Pechino è una delle imprese più titaniche della storia contemporanea. Tifo assolutamente per questo. Claudio
Vi lascio anche un breve carteggio con questa mia di un’amica ( non esponente di Itaila Tibet ) che mi sembra interessante perchè riassume molto bene una certa interpretazione “ideale” del Dalai Lama pensiero.
A- “Sto per addentrarmi in un tema che conosco molto superficialmente, e sul quale non ho mai dibattuto, ma, per spirito di condivisione, vorrei dirti la mia… anche perchè non riesco a dormire e la notte è lunga…allora oso…umilmente…
… il fatto è che mi trovo in perfetta sintonia con la Visione di Sua Santità per molti motivi ma uno su tutti: trovo eroica e geniale la sua decisione di uscire e restare fuori da uno schema di pensiero distruttivo, unica via possibile allo stato attuale delle cose, e non solo per il mondo Tibetano, a mio modo di vedere.
E’ uscito dallo stesso schema mentale che ha portato la cina ad invadere il tibet, e oggi a perseguitare fino alla morte i dissidenti, lo stesso schema mentale che ha portato (adesso faccio un salto quantico) frange estremiste islamiche a bombardare le due torri, e il presidente bush a bombardare l’iraq, stesso schema… non sto mettendo questi eventi sullo stesso piano e neppure in relazione intendiamoci, differenze enormi! Ma parlo di schema mentale….
Dopo la caduta delle torri gemelle per uno o due giorni oltre allo strazio, alla disperazione, alla commozione abbiamo provato, tutti ,un senso ….. di unione e di fratellanza, era stranissimo, non siamo tanto abituati… improvvisamente però erano sparite le “destre e le sinistre”, miracolosmente in quei giorni silenziosi, erano spariti i muri tra le nazioni, e anche tra le persone… Oltre al dolore assoluto, per un istante abbiamo vissuto il miracolo di una civiltà ideale.O meglio, ne abbiamo avuto l’ opportunità, la visione, la possibilità per uno o due giorni e poi…lo schema mentale…
So bene che la questione è molto più complessa di così….e che le molte persone (e tu in testa) che giustamente, si battono per i diritti civili, si struggono nel rovello autonomia - indipendenza, sognano l’abbattimento del muro di Pechino hanno, rispetto a me, l’autorevolezza e la credibilità che deriva dall’azione sul campo, molto molto alta quindi, detto questo, io… posso solo guardare Sua Santità come un faro nel buio totale, visione illuminata, anche politica, su un piano planetario, sogno di una Civiltà.
….. ma la notte è ancora lunga…
…….
Claudio- A parte lo stupore ti ringrazio del tuo sentitissimo e condivisibile commento che appartiene a molti soci di Italia Tibet e che di fatto è anche il pensiero di molti “dharma student” nonchè di molti tibetani..
Quello che dici è vero in termini IDEALI.
Anche io, che amo il Dalai Lama e lo considero una presenza fondamentale nelle mia vita, ho avuto la speranza che la sua geniale intuizione di strategia illuminata fuori dalla crudele ma ineluttabile logica del bombarda tu che bombardo anche io..sortisse qualche effetto o facesse breccia in qualche cuore di pietra. Zero assoluto!
Quando si parla di lotta per la causa tibetana nessuno di noi, apparentemente “critici”, pensa ad una serie di azioni terroristiche modello ETA o brigate di ALAXA ( sembra il nome di un lassativo..) ci mancherebbe..
L’esempio di Gandhi è calzantissimo nella misura in cui egli, con le armi della non violenza e della resistenza passiva, ha messo i britannici nelle condizioni di dove sloggiare dall’India. Purtroppo i cinesi di oggi non sono il Raj britannico e nemmeno i governi democristiani del dopo fascismo che hanno mollato sulle autonomie al Sud Tirolo ..( dopo anni però di attentati e “musi duri”)
Detto questo la tua ultima osservazione su chi è sul campo è giusta, ma non sminuisce affatto la tua più che rispettabile posizione.
Posizione che ho riconosciuto anche in relazione ad altri eventi recenti…
Il problema è che in questa bella sfera che abitiamo con sempre maggiore fatica, ci sono persone che delle mitezze e idealità altrui fanno carne da macello e ci costruiscono il loro potere, egoismo ecc ecc.
Chi ha dentro il cuore pensieri come i tuoi ( e credimi in fondo anche miei..) non riuscirà MAI per struttura di geni ad affrontare le avversità e i torti subiti con quella carognaggine e quel cinismo che appartiene ad alcune specie umane. E se la tua fede in San Giovanni ti fa pensare che ALLA FINE una qualche forma di giustizia prevale, nel frattempo un mare di gente subisce ingiustizie, soprusi, torti e tutta una serie di nefandezze alle quali sarebbe doveroso cercare di porre rimedio.
Questo, lo capisco, è uno dei grandi temi morali ed etici che ci attanagliano. Difficile davvero una risposta univoca.
A-”Grazie Claudio, allora oso completare questo piccolo pensiero riguardo l’”eroismo del nostro tempo” … ci vuole molto coraggio, una grande forza interiore, lucidità, (tutte le qualità del vero guerriero) nell’agire secondo i principi della bontà, e della compassione… so che ci hai pensato anche tu, ma queste parole “bontà” e “compassione” ai nostri giorni sembrano indice di pavidità, e di debolezza, di più, da queste parti prendono anche il significato di “pirlaggine”…..
Ecco, io credo che la vera sfida del nostro tempo sia davvero cercare di uscire da logiche distruttive che vivono soprattutto nella mente degli uomini e delle donne di oggi, la rabbia, l’indignazione, il desiderio di giustizia sono sentimenti potenti e sani! ma bisogna vedere come vengono indirizzate queste energie… mi piace sapere che siamo daccordo su questo punto…ed è qui che a mio modo di vedere Sua Santità si dimostra “un vero guerriero”, un eroe del nostro tempo, rivoluzionario, fuori dalle righe… un emblema e un faro!
Mi rendo conto quanto sia difficile una risposta univoca… la posta in gioco è alta, e tante sono le visioni…
…. ma ormai ti completo la mia …. allacciandomi al proverbio citato… o mangi questa minestra…. mi viene in mente una sua popolare versione mitigata…” piutost che nient… l’è mei piutost”….”
saluti Claudio Cardelli
November 23rd, 2009 at 10:53 am
Si Piero sono perfettamente d’accordo con te. Il problema infatti è che le resistenze interne: la tibetana, la mongola, l’uighura e quella incessante dei contadini ed operai cinesi non sono sono coordinate. Tuttavia, forse mi sbaglio, ma “sento” che l’attuale situazione non possa durare a lungo. I “maghi” dell’economia che hanno creato e continuano a creare denaro dal nulla, sulla pelle dei popoli, non possono coninuare a farlo e, forse, la “prossima” crisi economica sarà quella decisiva. Un abbraccio. Toni
November 23rd, 2009 at 12:45 pm
da Notizie Radicali di lunedì 23 novembre:
Un satyagraha di massa per il Tibet
di Francesco Pullia
Può il Tibet stare nella Cina come il Sud Tirolo-Alto Adige nel nostro Stato? Il quesito, non privo di risvolti shakespeariani, si ripresenta ogniqualvolta capiti di ascoltare il Dalai Lama e la sua proposta di soluzione di una vicenda che si protrae ormai da quasi sessant’anni, da quando cioè le truppe della Cina comunista, in aperta violazione del diritto internazionale e, diciamolo pure, nel pieno disinteresse dei governi occidentali, invasero il Paese delle Nevi sotto la spinta della rivoluzione maoista.
Entusiasta della recente visita a Trento e Bolzano, la guida tibetana in esilio ha affermato che se anche per il Tibet venisse adottata una soluzione autonomistica “si produrrebbero benefici per tutti, tibetani e cinesi”. Ed ha aggiunto, con un po’ di amarezza: “Sono ormai anziano. Non so quanto mi resti da vivere, altri dieci o al massimo vent’anni. Non ho nulla da chiedere al governo cinese che mi riguardi personalmente, sono solo un umile monaco e posso continuare a rimanere fuori dal mio paese. Ciò che, invece, mi preoccupa è la sorte di sei milioni di tibetani. Se, con la loro nonviolenza, fallissero, ad essere sconfitto sarebbe il mondo intero. Facciamo tesoro dei disastri commessi nel secolo scorso, dei 200 milioni di morti, per impegnarci a tramutare il XXI secolo nel secolo della nonviolenza”.
A differenza della scelta nonviolenta che è sempre stata una costante dell’azione politica del Dalai Lama, tanto da spingerlo a scoraggiare la via della resistenza armata intrapresa, all’indomani dell’invasione, dai fieri guerriglieri khampa (“vedevo crescere la collera del mio popolo e sapevo che i khampa avrebbero combattuto fino alla morte per la libertà, ma sapevo anche che con la violenza non avremmo ottenuto nulla”), la prospettiva autonomistica è stata lanciata solo nell’ultimo ventennio.
Il 21 settembre 1987, davanti alla Commissione per i Diritti Umani del Congresso degli Stati Uniti d’America, il Dalai Lama presentò un Piano di Pace in Cinque Punti, la cosiddetta via di mezzo, quale realistica proposta sulla cui base intavolare trattative con il governo della Repubblica Popolare Cinese. Si chiedeva la trasformazione del Tibet in una zona di pace, la fine dei massicci trasferimenti di popolazione di etnia cinese in Tibet, il ripristino dei fondamentali diritti umani e delle libertà democratiche, l’abbandono da parte della Cina dell’utilizzo del territorio tibetano per la produzione di armi nucleari e lo scarico di rifiuti radioattivi e, infine, si auspicava l’avvio di “seri negoziati” sul futuro del Tibet.
L’anno seguente, il 15 giugno 1988, nella sede di Strasburgo del Parlamento Europeo, nella speranza di trovare un accordo con i cinesi dopo l’ennesimo massacro avvenuto a Lhasa la primavera di quell’anno, fu rielaborato il quinto punto del Piano di Pace rinunciando di fatto alla rivendicazione dell’indipendenza: “L’intero territorio del Tibet conosciuto come Cholks-Sun (comprendente U-Tsang, Kham e Amdo) dovrebbe divenire un’entità politica democratica autogovernantesi, basata sul diritto in virtù del consenso del popolo, per il bene comune e la protezione di se stesso e del suo ambiente, in associazione con la Repubblica Popolare Cinese. Il governo della Repubblica Popolare dovrebbe rimanere responsabile della politica estera tibetana. Il governo del Tibet potrebbe tuttavia stabilire e mantenere relazioni internazionali per quanto concerne la religione, il commercio, l’educazione, la cultura, il turismo, la scienza, lo sport e altre attività non politiche, attraverso un suo Ufficio per gli Affari Esteri”.
In sostanza alla richiesta dell’indipendenza si sostituì quella del riconoscimento dell’autonomia sociale, politica, religiosa e culturale.
Dopo il conferimento del premio Nobel per la pace, nel 1989, numerose risoluzioni parlamentari approvate in tutto il mondo e anche in Italia hanno condannato la violazione dei diritti umani in Tibet e chiesto alla Cina di avviare concreti negoziati per una soluzione pacifica del problema. Il vero problema sta, però, nel fatto che la Cina continua a mostrarsi completamente sorda e cinicamente indifferente. Finora non solo tutti i tentativi di dialogo sono andati a monte ma tanto più il Dalai Lama ha perseverato nella sua posizione autonomistica, tanto più Pechino ha risposto con l’intensificazione della morsa repressiva.
Che fare, dunque?
Secondo Piero Verni, uno che di Tibet se ne intende, autore tra l’altro di una biografia autorizzata dal Dalai Lama, “sperare oggi in un vero dialogo con Pechino è una perdita di tempo. L’unica cosa sensata da fare è appoggiare concretamente, e in tutti i modi possibili, quanti all’interno e all’esterno del territorio della Repubblica Popolare Cinese lottano per un autentico cambiamento. O quanto meno per creare solide basi affinché un tale cambiamento possa avvenire in tempi non biblici. La storia pluridecennale del comunismo cinese dimostra che, dal punto di vista delle libertà civili, il regime non è riformabile. Il Dalai Lama farebbe meglio ad impugnare simbolicamente il piccone della resistenza nonviolenta per iniziare a far cadere qualche mattone del muro di Pechino. Gandhi non ebbe mai tentennamenti né scese mai a compromessi, voleva fermamente il “Purna Swaraj”, vale a dire la “completa indipendenza” dell’India.”
A queste considerazioni, diversi ne contrappongono altre, facendo notare che è insensato parlare di indipendenza, considerata già la difficoltà di fare accogliere ai cinesi la semplice idea di un’autonomia. La vera via di mezzo probabilmente sta nell’accompagnare la richiesta del Dalai Lama con un inflessibile satyagraha di massa alla stessa stregua dell’azione gandhiana nell’India dominata dagli inglesi.
E’ vero, infatti, che i cinesi non sono gli inglesi e hanno una storia giuridica del tutto differente. Tuttavia, se l’occidente, anziché tacere o accennare timidamente ai diritti civili per poi dimenticarsene al momento di concludere vertiginosi affari con il Dragone cinese, comprendesse che la questione tibetana lo riguarda e coinvolge più di quanto possa immaginare, allora le cose prenderebbero sicuramente una piega diversa. Ci si riuscirà a farlo capire? “Il mondo deve aiutarci a lanciare un segnale molto forte”.
Samdhong Rimpoche, primo ministro del governo tibetano in esilio, diversi anni fa non mancò di sottolineare che “se la via della verità e della nonviolenza è veramente potente, deve essere in grado di vincere ogni ostacolo. Qualora dovesse misurarsi con una brutalità sfrenata, saprà necessariamente diventare più potente. Il fatto che l’invasore sia più rude non significa che abbia una forza maggiore”. E aggiunse: “se dovremo essere del tutto distrutti, è meglio esserlo mentre si mette in pratica il satyagraha, per il diritto e la giustizia. Non ci resta nient’altro che attuare il nostro dovere”.
November 23rd, 2009 at 4:52 pm
Caro Francesco,
Samdong Rinpoche è oggi molto diverso da quello che, “diversi anni fa”, diceva le cose che tu hai riportato.
Per quanto riguarda invece il discorso sui possibili aiuti del mondo esterno ai tibetani. Se intendi governi, parlamenti, burocrazie varie penso proprio che sia meglio lasciar perdere. Se invece ti riferisci alla società civile, alle organizzazioni non governative, ai gruppi d sostegno al Tibet, allora il discorso è diverso. Da quelle aree potranno venire aiuti significativi alla lotta per la liberazione del Tibet (e della Cina). Ma a patto che quella lotta si diffonda all’interno dell’impero cinese. Tutti coloro che vivono all’ombra del Muro di Pechino dovranno fare la loro parte. Noi la nostra, cercando di aiutarli in ogni modo possibile. E il primo aiuto che possiamo dare, è togliere loro qualsiasi speranza di ricevere aiuti effettivi da una pavida classe politica che non vede al di là del proprio naso. Viaggio di “Obamao” in Cina, docet.
November 24th, 2009 at 1:02 pm
Caro Francesco Pullia,
Una piccola domanda. Cos’ hanno fatto i Radicali in questi ultimi nove anni , pur avendo goduto di una non piccola influenza nel parlamento europeo , per rendere esecutiva la risoluzione del parlamento europeo del 6/7/2000 :
2. Calls on the governments of the Member States to give serious consideration to the possibility of recognising the Tibetan Government in exile as the legitimate representative of the Tibetan people if, within three years, the Beijing authorities and the Tibetan government in exile have not, through negotiations organised under the aegis of the Secretary-General of the United Nations, signed an agreement on a new Statute for Tibet;
Riconoscere ufficialmente il TGE sarebbe stato un notevole passo avanti.
Domando umilmente se sia mai stata fatta una campagna di Sathyagra o di digiuno sul rispetto di questa risoluzione e perche` invece come mi pare, sia stato permesso che diventasse lettera morta e sepolta.
Cordialmente Manfred Manera
p.s. Vorrei altresi`ringraziare Tony per il suo brillante intervento volto a rinfrescarci la memoria sulla dinamica dei fatti di vent’anni fa a Vilnius che aiutano a capire la situazione attuale.
November 25th, 2009 at 12:17 am
Caro Manfred,
hai perfettamente ragione a richiamare la risoluzione del 6/7/2000, oltre nove anni or sono. Carta straccia. Questo dimostra quanto valgano campagne di quel tipo (alla quale per altro partecipai -già molto critico su questo genere di cose- ma speranzoso di sbagliarmi).
Tu hai ragione di ricordare che il Partito Radicale non fece nulla, ma proprio nulla, per chiedere che si desse seguito a quella risoluzione. Però nulla fecero anche gli altri che avevano portato avanti la battaglia per far approvare quella risoluzione e, soprattutto, nulla fece lo stesso governo tibetano in esilio per sollecitare aiuti in quel senso. Anzi, proprio in quegli anni, il GTE era impegnato a chiedere (imporre?) a noi sostenitori esteri della lotta per la libertà del Tibet di starcene buoni e possibilmente di non manifestare in occasione delle visite dei maggiorenti cinesi nel mondo (e se proprio si voleva manifestare di farlo con slogans concilianti con la Cina e a favore del dialogo. Io, in quel periodo ancora presidente di Italia-Tibet, ricordo bene le telefonate in questo senso ricevute dai vari uffici del Dalai Lama).
Comunque credo che uno dei primi compiti che, quanti riescono a vedere con chiarezza quanto sta accadendo (ad esempio gli estensori del documento “Rome Feeds Tibet To Chinese Wolf” pubblicato in questo post), dovrebbero assumersi la responsabilità di dire al popolo tibetano di non fare alcun affidamento su risoluzioni del genere. A promesse del genere. A impegni del genere. La responsabilità della liberazione del Tibet è sulle loro spalle. Nessuno a livello di burocrazie, governi, parlamenti, etc. si impegnerà al posto loro. Nessuna anima bella metterà veramente a rischio i rapporti economico-politici con la Cina Popolare per far piacere al Dalai Lama.
Ma avete visto la patetica visita di “Obamao” in Cina? Lui , il grande difensore dei diritti umani, delle minoranze, il Premio Nobel alle buone intenzioni, non ha detto una parola sulle condanne a morte di tibetani e uiguri eseguite poche ore prima del suo arrivo.
Credo, cari amici, che i tibetani e tutti gli altri oppositori in Cina farebbero meglio a rimboccarsi le maniche e dar vita a un vero movimento di liberazione per abbattere il Muro di Pechino. E noi, sostenitori della libertà del Tibet e del cambiamento democratico in Cina, dovremmo iniziare seriamente a pensare come aiutare concretamente questo movimento.
Il resto è retorica. A volte in buona a volte (per lo più?) in mala fede.
November 25th, 2009 at 8:00 pm
Due o tre cose che so del Sud Tirolo…
Allora, visto tutto il gran parlare (spesso senza alcun senso del grottesco) che si fa dell’autonomia Sud tirolese in rapporto a quella richiesta dal Dalai Lama per il Tibet, vorrei far presente a quanti evidentemente non conoscono bene la storia o hanno (preferiscono avere?) la memoria corta, due o tre cose che so del Sud Tirolo. Riservandomi poi di tornare con più ampiezza sul tema, vista l’importanza che, ahinoi, ha assunto nel dibattito sul Tibet.
Bene, il primo dato di fatto è, ovviamente, che durante il fascismo non esisteva alcuna possibilità di “dialogo” tra la comunità di lingua tedesca e il governo italiano relativamente a qualsivoglia richiesta di autonomia locale.
Il secondo è che quest’ultima venne accordata dallo stato italiano solo nel 1972. E va sottolineato che in questi lunghi 27 anni (a partire dal 1945), la comunità di lingua tedesca dovette lottare duramente per ottenere i propri diritti. E lottò non solo tramite lo storico partito SVP, (Südtiroler Volkspartei, “Partito Popolare Sudtirolese”) che dal 1948 raccoglie il voto della grande maggioranza degli elettori di lingua tedesca ma anche attraverso il movimento armato clandestino BAS (Befreiungsausschuss Südtirol, “Comitato per la liberazione del Tirolo Meridionale”) fortemente radicato in non trascurabili settori della popolazione sudtirolese. Il BAS, in modo particolare nel periodo compreso tra il 1956 (anno della sua fondazione) e il 1967, fu responsabile di 361 attentati con dinamite, mitra, mine antiuomo. Di 21 morti (di cui 15 facevano parte delle forze dell’ordine, 2 erano privati cittadini e 4 terroristi, deceduti per lo scoppio prematuro delle cariche che stavano predisponendo). Di 57 feriti (24 membri delle forze dell’ordine e 33 civili). La giustizia italiana ha condannato per fatti relativi all’attività del BAS, 157 persone (103 sudtirolesi, 40 austriaci, 14 tedeschi occidentali).
Quindi, se proprio si vuole considerare l’autonomia del Sud Tirolo come punto di riferimento per quella futura del Tibet, non si dovrebbe mai dimenticare quanto il popolo sudtirolese abbia dovuto lottare per ottenere la sospirata autonomia. Nonostante la sua controparte fosse uno stato democratico. Coloro che non lo fanno, non rendono un buon servizio né alla causa tibetana né a quella della verità.
Piero Verni
November 25th, 2009 at 11:06 pm
Caro Verni, ancora una volta voglio complimentarmi con te per il lavoro che stai svolgendo per chiarificare i veri termini della situazione del Tibet. Ho letto con grande attenzione questo tuo ultimo contributo. Essendo nato all’inizio degli anni ‘60 non sapevo quasi nulla di questo aspetto della questione sud tirolese e leggere i dati che citi mi ha confermato nella mia convinzione che la posizione del Dalai Lama è, a dire poco, irrealistica. Aspetto, e penso di non essere il solo, l’intervento più ampio sul discorso dell’autonomia bolzanina e tibetana che ci hai promesso.
Grazie davvero per tenere in piedi questo prezioso blog e grazie anche ai tanti che intervengono esprimendo sempre opinioni interessanti.
November 26th, 2009 at 5:45 pm
Grazie ancora Piero per rivelarci retroscena ignoti a neofiti come me. Tuttavia attendiamo , se ci sara`, la risposta di F. Pullia all’idea di cominciare con un bel Satyagraha per la 6/7/2000 la` dove sono di casa , vale a dire l’europarlamento.
p.s.
A proposito di Sud Tirolo,Marsilio editori ha pubblicato recentemente il volume: Autonomia non indipendenza : una proposta realistica di Eva Pfoestl
qualcuno di voi lo ha letto?
November 27th, 2009 at 11:12 am
Riguardo al libro, l’ho sfogliato e non letto. Ti confesso che non mi ha stimolato ad una approfondita lettura. Da queste prime impressioni mi è sembrato quanto di più irrealistico, accademico e astratto si possa immaginare. Ma, ripeto, sono solo impressioni superficiali. Appena troverò qualche ora di tempo, vedrò di leggerlo con attenzione e potrò dire qualcosa di più.
Piuttosto, ho trovato su “Dossier Tibet” (con “Payul” una delle poche letture quotidiane a cui non rinuncio), un articolo di Andy Lamey (giornalista canadese di cui so pochissimo) molto severo sul Dalai Lama. Anche se non condivisibile in toto, ha alcune parti assolutamente lucide e interessanti. Ne consiglio vivamente la lettura. Non lo posto qui per non approfondire troppo la sezione “commenti” ma invito caldamente quanti si occupano della questione tibetana ad andarlo a leggere su “DossierTibet”. Il titolo del pezzo è “Stop the lama love-in”.
November 29th, 2009 at 10:58 am
caro Piero, voglio ringraziarti davvero di cuore per l’opera di controinformazione (parola desueta ma, in questo caso, ancora valida) che stai conducendo sia sul tuo blog sia con i tuoi interventi - sempre lucidi e interessanti - su MilleOrienti. Come avrai desunto da alcuni interventi di lettori sul mio blog, ci sono ancora persone che hanno le idee molto confuse sulla questione tibetana, e giova il fatto che tu, in modo instancabile, li riporti alla verità dei fatti storici.
Di grande interesse anche il documento della conferenza mondiale dei parlamentari pro-tibet.
Quella che stai tessendo è una rete di informazioni che dovremo, tutti insieme, sforzarci di allargare sempre più.
Un abbraccio,
Marco
November 29th, 2009 at 1:14 pm
Caro Marco,
ricambio (con gli interessi) i complimenti al tuo Milleorienti che più che un blog è una sorta di giornale telematico su una miriade di argomenti relativi alle culture orientali. E, conoscendo i tuoi ritmi di lavoro, trovo veramente commendevole che tu possa trovare il tempo per mandare avanti un blog così curato sia per quanto riguarda la veste grafica (una vera impaginazione) sia per i contenuti.
Sarei molto felice che, almeno per quanto riguarda la questione Tibet, ci fosse un travaso continuo di contributi tra questo mio piccolo blog e il tuo.
Un caro abbraccio,
Piero
November 30th, 2009 at 11:45 am
Caro Piero,
Ieri sul corriere c’era un’intervista a Rabya Kadeer a mio parere di un certo interesse soprattutto nella parte in cui lei rivendica per gli Uighuri e indirettamente anche per i Tibetani il diritto all’autodeterminazione . Vi copio il brano dell’intervista in questione
Da: La leader uigura: «Violenze continue ma il mondo tace»( corriere 29/11/2009)
Quale obiettivo vi prefiggete per il Xinjiang: l’ autonomia o l’ indipendenza? «Se ci limitassimo a chiedere l’ autonomia Pechino ci risponderebbe che l’ ha già concessa. È così che giustificano da 60 anni la repressione. In realtà controllano il nostro popolo tramite fantocci uiguri. Noi vogliamo l’ autodeterminazione secondo il diritto internazionale. L’ indipendenza è irrealistica, per noi come per il Tibet. Attraverso il dialogo vogliamo giungere a una soluzione pacifica». Come sono i suoi rapporti col Dalai Lama? «Sono molto buoni. La nostra situazione è simile a quella del Tibet, condividiamo lo stesso destino e la stessa sofferenza. Mi incontro spesso col Dalai Lama e insieme sottolineiamo l’ importanza della lotta pacifica. Se il Tibet sarà in pace anche noi saremo in pace e viceversa. È interesse dei cinesi sedersi con me e il Dalai Lama al tavolo dei negoziati».
November 30th, 2009 at 6:35 pm
La causa del Popolo Tibetano
Per un lavoro dignitoso ed un giusto salario
Oggi tra i giovani tibetani che vivono nelle città il tasso di disoccupazione raggiunge ormai l’80%. E se anche riescono a trovare un lavoro la loro retribuzione è mediamente inferiore del 40% a quella corrisposta ai figli dei coloni cinesi.
Disoccupati o con un salario da fame vengono cacciati,con le loro famiglie, dai centri storici per fare posto alle nuove costruzioni destinate alla nomenklatura .In questo contesto da vero e proprio apartheid per chi rimane in città la vita si è fatta impossibile e la maggior parte delle famiglie deve sopravvivere con un redito annuo inferiore ai 2000,00 Yuan.
L’inflazione ,che ha raggiunto nel 2008 livelli record,ha poi falcidiato i già bassi salari riducendo ulteriormente il tenore di vita dei tibetani. E nelle campagne le cose non vanno certo meglio.
Fermare la deportazione dei contadini e dei pastori nomadi
Nei mesi scorsi il Partito Comunista Cinese ha stato emanato un provvedimento che impone ai pastori nomadi ed ai contadini di trasferirsi , a loro spese, nei “gulag” realizzati in zone facilmente controllabili dalle forze di sicurezza cinesi.
Nei “villaggi socialisti” non c’è spazio per greggi ed armenti ed i tibetani sono quindi costretti a svendere bestiame ed animali da cortile ,loro unica fonte di sostentamento , prima di “trasferirsi”nei nuovi campi di concentramento.
Mentre chi avrà osato sfidare l’ingiunzione governativa si vedrà radere al suolo la vecchia abitazione .
E questo è solo l’inizio della deportazione di tutti i pastori, di tutti i contadini che ancora vivono nelle campagne del Tibet.
Se l’esperimento avrà successo presto sorgeranno ovunque “insediamenti moderni”dove i nativi verranno” invitati” a trasferirsi pena l’arresto ed il sequestro di tutti i beni.
2.500.000 di tibetani,oltre un terzo della popolazione,rischiano quindi la deportazione !
Dopo l’inaugurazione della ferrovia ,che ha già portato in Tibet decine di migliaia di nuovi coloni,oggi assistiamo alla più grande deportazione di massa dai tempi della Russia sovietica.
I contadini ed i pastori che non sono ancora stati deportati nei nuovi “villaggi socialisti”si vedono espropriare la terra in cambio di indennizzi simbolici che spesso non vengono nemmeno corrisposti.
Tra i tibetani il tasso di alfabetizzazione è crollato in quanto le famiglie non sono più in grado di pagare gli studi ai figli.
L’assistenza sanitaria è garantita solo a quanti possono pagare cure e medicinali che per noi hanno costi proibitivi. La previdenza semplicemente non esiste.
Il Tibet appartiene ai tibetani,la terra appartiene a chi la lavora
Oggi la resistenza tibetana ha compiuto un grande salto di qualità organizzando lo sciopero ad oltranza dei contadini nelle province orientali.
Ai giovani tibetani di Lhasa ,ai religiosi in rivolta in tutti i principali monasteri oggi si uniscono migliaia di agricoltori poveri che hanno saputo dare vita ad una straordinaria mobilitazione contro l’occupante.
Per la prima volta nella storia del Tibet i lavoratori della terra sono scesi in sciopero assumendo la guida del movimento insurrezionale ;uno “sciopero politico” che rivendica la liberazione di tutti gli arrestati ed il ritiro delle truppe di occupazione.
Lo sciopero iniziato ai primi di Marzo ha visto una massiccia adesione nei villaggi di Jiwariwa, Dragan, Tsanbha, Ambha, Godha, Dhotrengdha, Ketreng, Jodha, Washul, Gazi, Shilu, Nguldha, Thartse, Bhothang, Khathang, Rongsum.
Nonostante una repressione feroce ( sono oltre cento i giovani contadini arrestati e torturati dalla polizia politica comunista nelle ultime settimane) e ben consci del fatto che se anche riusciranno a sfuggire all’arresto dovranno affrontare grandi rinunce per via del raccolto ormai compromesso, gli agricoltori non danno segni di cedimento e spingono altri lavoratori ad emulare la loro lotta nonviolenta.
E a nulla sono valsi gli appelli dei commissari politici comunisti e dei collaborazionisti ,dentro e fuori del Tibet ,per fermare la lotta.
Si sono così finalmente gettate le basi per la creazione di una opposizione sociale che sarà vittoriosa nella misura in cui sapremo dare vita ad un grande sindacato libero di tutti i lavoratori e le lavoratrici del Tibet.
Non è irrealistico pensare che la protesta dei contadini tibetani possa ora saldarsi con la ribellione dei contadini cinesi che si vedono “espropriare” la terra dai funzionari di partito e ogni giorno si scontrano con gli apparati repressivi del regime.
Inoltre è bene ricordare che nei mesi scorsi milioni di lavoratori migranti sono stati costretti a tornare ai loro villaggi dopo essere stati espulsi dalle aziende in crisi.
Il sindacato di stato non ha voluto o potuto fare nulla per loro ed ora, senza le rimesse dei migranti,intere comunità rurali non avranno più di che sostenersi.
Questo esercito industriale di riserva in rotta non ha più alcuna speranza di trovare una nuova occupazione nelle campagne impoverite e ,senza reddito e senza tutele, potrebbe anche decidere che è giunto il momento della resa dei conti con il regime.
Organizzarsi per lottare contro lo sfruttamento e la dominazione coloniale cinese
Riteniamo sia necessario superare l’eroico spontaneismo che ha caratterizzato questa stagione di rivolte e dare vita ad un sindacato indipendente di tutti i tibetani ,di tutti i settori produttivi,che unifichi e organizzi l’azione di protesta.
Pur tra mille difficoltà e con il sacrificio di molte vite abbiamo dimostrato che siamo in grado di fronteggiare l’ultima potenza coloniale ed il suo apparato repressivo.
Adesso grazie al sostegno,alla solidarietà dei Sindacati dei Paesi liberi possiamo cercare di dare speranza ai milioni di tibetani che non hanno ancora trovato il coraggio di ribellarsi.
Dobbiamo poter dimostrare nei fatti che la lotta paga e che ribellarsi è possibile.
Ci sono uomini e donne determinati a sacrificare anche la vita nella lotta per la libertà e la giustizia sociale e con l’aiuto del movimento sindacale internazionale saremo vittoriosi !
Per un Tibet indipendente e democratico
Dopo i tragici fatti della scorsa primavera molti compatrioti hanno finalmente compreso che la lotta di liberazione sarà una lotta di lunga durata in quanto gli autocrati di Pechino hanno appreso la lezione impartita dal crollo dell’U.R.S.S. e non intendono ripetere gli stessi errori del PCUS.
Noi guardiamo con interesse all’esperienza polacca di Solidarnosc che ci ha insegnato che occorre costruire nella clandestinità una rete capillare che sia in grado di organizzare forme di disobbedienza civile,scioperi e dimostrazioni ; azioni risolute ma che ,nel limite del possibile,non espongano la nostra gente alla rappresaglia dei comunisti cinesi.
Ma se non sapremo costruire alleanze i pur coraggiosi patrioti avranno scarse possibilità di rovesciare il regime.
Ci sono altri popoli,altre nazioni, colonizzate dalla Repubblica Popolare Cinese.Uomini e donne che sentono come noi inaccettabile l’oppressione di un regime sanguinario.
Occorre quindi costruire un Fronte Unico di tutta l’opposizione , politica e sociale, dal Turkestan Orientale al Tibet,dalla Mongolia del Sud alla Manciuria.
Unire le forze e definire una strategia condivisa che possa finalmente abbattere la dittatura del Partito Comunista Cinese.
Inoltre bisogna stabilire relazioni amichevoli con i lavoratori ed i democratici cinesi e creare le condizioni per un franco dibattito circa il futuro delle Nazioni e dei Popoli oggi colonizzati da Pechino.
Noi riteniamo che debba essere il Popolo Tibetano a decidere liberamente del proprio futuro.
A questo fine le Nazioni Unite avranno il dovere di organizzare in tutti i territori occupati un referendum per certificare la volontà dei tibetani di riappropriarsi del loro Paese e della loro Libertà. Esercitando così il loro inalienabile diritto all’autodeterminazione.
Viva la Giusta Lotta del Popolo Tibetano !
Viva il Libero Sindacato dei Lavoratori Tibetani!
Solidarietà Tibetana
Turin,12/6/2009
December 2nd, 2009 at 12:41 pm
Allora, qualche considerazione su questo interessante e partecipato dibattito.
A Francesco Pullia vorrei ricordare che Manfred Manera gli ha chiesto di informarci sul lavoro del Partito Radicale (di cui Francesco è un autorevole dirigente) relativo alla risoluzione del Parlamento Europeo del 6/7/2000 rimasta lettera morta. Un intervento in proposito di Pullia sarebbe di grande interesse.
Claudio Cardelli ci ha messo al corrente, oltre che del suo punto di vista, anche di quello di diversi amici del Tibet occidentali che, pur rendendosi conto dell’obiettivo fallimento della politica della Via di Mezzo, hanno forti resistenze a prenderne atto. Molto interessante anche il tuo intervento Claudio.
Manfred ha inoltre postato alcune frasi di Rabya Kadeer contenute in una recente intervista (che peraltro mi era sfuggita); provo una grande simpatia personale per la Kadeer (ne ho più volte parlato quando quasi nessuno si interessava al dramma dell’occupazione cinese del Turkestan orientale) e per la sua attività politica. Mi sembra però che, seppur molto più decisa e volitiva nelle sue denunce delle violenze del regime di Pechino del Dalai Lama, stia cadendo anche lei nella trappola del “dialogo”. Come il Dalai Lama, continua a ripetere che sarebbe interesse dei cinesi sedersi al tavolo dei negoziati. Probabilmente sarà anche vero. C’è un unico problemino, però. Che i cinesi la pensano diversamente. Per essi ogni cedimento sarebbe l’inizio della fine del loro potere e del loro regime. Quindi non hanno alcuna intenzione di sedersi al tavolo dei negoziati con chicchessia. Dunque ritengo che anche l’adorabile Rabya Kadeer farebbe bene a prendere atto di questa elementare verità. Per altro nel suo caso una posizione del genere è ancora più rischiosa di quella del Dalai Lama. Infatti, tra le fila della resistenza uigura, sono presenti gruppi islamici integristi e dichiaratamente in favore del terrorismo e della lotta armata. Per il momento sono minoritari. Ma sono ben organizzati e potrebbero beneficiare, in un futuro anche prossimo, dei fallimenti delle richieste di dialogo della leader uigura. Che potrebbe ritrovarsi scavalcata e isolata. Spero proprio che non avvenga ma credo che il modo migliore per scongiurare questa eventualità sia quello di guidare lei stessa una lotta non violenta e non integralista, volta a indebolire il presente regime capital-comunista.
Infine ringrazio Claudio Tecchio per aver postato l’interessante documento emerso dalla riunione da lui organizzata nel maggio scorso a Torino e che ritengo sia stata una tappa di grande importanza sulla via della costituzione di una effettiva e incisiva opposizione sociale all’attuale governo cinese.
December 10th, 2009 at 11:35 am
Caro Piero,
ho avuto occasione ieri di incontrare Rebyia Kadeer qui a Vienna. Mi hanno profondamente impressionato la forza adamantina della sua personalita` e il suo carisma. Nonostante parlasse sempre in Uighuro. Era anche rinfrescante incontrare un leader di un popolo cosi`, in modo semplice, non con tutta la corte di devozione New Age che circonda spesso il Dalai Lama. Anche il contenuto delle sue parole era preciso e chiaro privo di quelle ambiguita` fumose con cui spesso si esprimono i leader tibetani in esilio. Visto che Rebyia anche in questa occasione ha parlato di autodeterminazione per il popolo Uighuro le ho chiesto cosa volesse dire precisamente. E lei in modo netto mi ha risposto che rivendica il diritto per gli Uighuri di scegliere liberamente come vivere se autonomi dentro la Cina , indipendenti o altro e ha aggiunto che anche i tibetani dovrebbero avere in futuro lo stesso diritto.
Questo per dire che spesso i media distorcono o ammorbidiscono le dichiarazioni secondo una loro agenda precostituita. Infatti di Rebyia dicono sempre che lei vuole solo l’autonomia mentre l’ autodeterminazione che lei realmente rivendica per il suo popolo e` cosa ben diversa.
Oggi viene dato un premio Nobel insensato a Obama mentre ben altro significato avrebbe avuto il premio Nobel a Rebyia Kadeer nell’anno in cui il suo popolo subisce una repressione ancora piu` violenta. Avrebbe potuto si` dare un supporto e un contributo significativo alla sua lotta non violenta . In questa omissione di soccorso in fondo i giurati di Oslo si sono macchiate le dita del sangue che in futuro , purtroppo, scorrerra` nel Turkestan orientale.
In queste ore ho avuto la notizia di un ultimatum da parte del esercito cinese contro alcune centinaia di tibetani asseragliati in un edificio governativo a Nyagchuka nel Tibet orientale. Ma i media internazionali tacciono.
P.S. Attendiamo ancora una risposta al nostro quesito da parte di Francesco Pullia ma ormai la speranza sta svanendo.
December 10th, 2009 at 3:10 pm
Leggo altresi` questa mattina che Romano Prodi e` stato assunto come commentatore di politica internazionale dall’organo di propaganda della Cina in lingua inglese, CCCTV. Ogni commento mi pare superfluo.
December 10th, 2009 at 6:13 pm
Errata corrige: CCTV. che, ironica coincidenza e` anche l’ acronimo di Closed Circuit Tv. Tv a circuito chiuso , per la sorveglianza
December 10th, 2009 at 7:49 pm
Caro Manfred, grazie per le notizie che ci dai sulla visita di Rebyia Kadeer a Vienna. Non avevo dubbi sulla forza, determinazione e intelligenza politica di questa donna che avevo avuto modo di incontrare nel corso di una sua visita in Italia negli anni scorsi. Spero che i tibetani riescano, al più presto, ad esprimere un leader con analoghe capacità. Quello all’autodeterminazione è il primo e principale dei diritti umani. Senza di esso non esistono gli altri.
Per quanto riguarda la poca presenza delle rivolte tibetane sui media internazionali a mio avviso è fondamentalmente una questione di carenza di immagini. Ne abbiamo avuto la prova l’anno scorso quando sia la Marcia in India sia la rivolta dei tibetani in Tibet hanno avuto una grande copertura mediatica perché di immagini ce ne erano a iosa. Il punto debole delle manifestazioni di protesta in Tibet è che non si riesce a creare un modo per foto/filmarle quando avvengono e inviare immediatamente le immagini in rete e alle catene televisive internazionali. Forse ti ricorderai del massacro al passo Nangpa-la. Se, per puro caso, non ci fossero stati dei testimoni a filmare le fucilate delle guardie di frontiera cinesi, quelle morti sarebbero passate inosservate come tante altre. Questo è un punto cruciale della lotta dei tibetani ed è forse il settore in cui l’aiuto dei sostenitori internazionali potrebbe essere più efficace. Bisognerebbe lavorarci molto bene.
Per quanto riguarda il Nobel a “Obamao” (il quale si è ben guardato nel suo discorso dal fare anche il più velato accenno a Tibet e Cina), è una autentica buffonata. Non mi pare che ci sia altro da aggiungere.
Divertente è invece la notizia che ci dai dell’acquisto di Prodi (PRODI!!!!) da parte della tristemente nota emittente televisiva cinese CCTV. Che dire, dio li fa e poi li accoppia.
Grazie ancora per la costanza con cui segui questo blog e per i tuoi stimolanti interventi,
Piero
January 7th, 2010 at 11:46 pm
cari amici, un aggiornamento - mi sia concesso - non sulla questione tibetana bensì sulla questione uighura: sul mio blog MilleOrienti è intervenuta una lettrice, Giorgia, che da dieci anni vive in Cina e che con molta onestà ha fornito una serie di dati agghiaccianti sulla penosa situazione in cui vivono attualmente gli Uighuri del Xinjang. Chi è interessato potrà leggere la sua testimonianza nei commenti a questo post: http://milleorienti.wordpress.com/2009/07/09/cina-in-nome-della-%E2%80%9Cstabilita%E2%80%9D-tutti-sono-sacrificabili/#comment-812