Ma dopo le Olimpiadi non dovevano diventare più buoni?
Ve li ricordate quelli che nel 2008, mentre tibetani, uiguri, dissidenti cinesi, praticanti della Falun Gong e molti altri critici del governo cinese protestavano in tutto il mondo contro l’infamia che i Giochi Olimpici si stavano per tenere in un Paese dove anche le più elementari forme di democrazia sono conculcate e qualsiasi voce critica è ridotta al silenzio livido delle prigioni, dei laogai quando non delle esecuzioni capitali, ci davano degli estremisti? Ve li ricordate quelli che, quando facevamo il calzante paragone con la vergogna delle Olimpiadi di Berlino del 1936 ospitate dalla Germania nazista con Hitler nelle vesti di Grande Anfitrione, dicevano che l’esempio era improponibile? Insomma ve li ricordate quelli che con sicumera degna di miglior causa sostenevano, al contrario di quanto dicevamo noi, che la celebrazione di un così importante evento sportivo avrebbe facilitato (”sicuramente” facilitato) l’apertura della Cina al mondo e quindi anche la “democratizzazione” del regine? E, spostandoci un pochino più a ritroso nel tempo, ve li ricordate quelli che all’inizio degli anni ’80 erano pronti a giurare sulla certa ricaduta democratica dell’ingresso della Cina nell’economia di mercato? Per non parlare di quanti scommettevano che accogliere Pechino nel WTO avrebbe “costretto” i suoi dirigenti a venire a più miti consigli in fatto di libertà civili?
Non so voi, ma io li ricordo bene e oggi mi piacerebbe ascoltare da questi signori qualche parolina di autocritica. Oggi, quando il filmaker tibetano Dhondup Wangchen è stato condannato a 6 anni di carcere duro per aver girato il documentario “Leaving Fear Behind”. Oggi, quando le monache tibetane Nordon e Lhawang Dekyi, colpevoli di aver inscenato una protesta pacifica contro l’occupazione cinese, sono state condannate rispettivamente a due e tre anni di prigione. Oggi, dopo che il mite Liu Xiaobo si è appena visto cadere addosso una condanna a 11 anni di carcere per reati di opinione. Oggi, quando nell’ex Turkestan Orientale le condanne a morte nei confronti dei patrioti uiguri si contano a decine. Oggi, quando è ancora vivo il ricordo dei tre tibetani giustiziati a Lhasa il 20 ottobre scorso e delle decine di arresti eseguiti in questi mesi tra quanti ancora non accettano di essere normalizzati e cercano di non lasciar morire il ricordo della rivolta indipendentista della primavera 2008. Oggi, dopo che perfino un intellettuale di regime come Zhang Boshu è stato rimosso dal suo incarico presso l’Istituto di Filosofia della Accademia Cinese di Scienze Sociali, per aver rivolto larvate critiche alla politica del Partito Comunista. Oggi, quando continua il martirio degli aderenti alla Falun Dafa che a centinaia vengono ogni mese imprigionati, torturati e uccisi. Oggi, quando in ogni angolo dello sterminato territorio della Repubblica Popolare qualsiasi protesta, anche la più pacifica e innocua, viene repressa con violenza e senza misericordia alcuna.
Ma oggi, santo iddio, non dovrebbe essere chiaro a tutti che quel regime è irriformabile? Che non ha alcuna intenzione di cambiare in meglio? O che forse, addirittura, “non può” cambiare pena la sua dissoluzione? Come si fa a non vedere una verità così lampante che è sotto gli occhi di noi tutti? Come non comprendere che più i signori di Zhongnanhai si rafforzano, più divengono potenti, più incassano vittorie politiche ed economiche, più cresce la loro arroganza, la loro brutalità, la loro protervia, il loro delirio di onnipotenza.
E a quanti, come il buon vecchio Prodi (non a caso finito sul libro paga di Pechino in qualità di commentatore politico della CCTV, la televisione di stato cinese), ci vogliono convincere che questa Cina sia un’opportunità per il mondo, dovremmo essere in grado di rispondere che non è vero. Che il presente governo cinese è una minaccia per il mondo. Non solo per il miliardo e trecento milioni di persone che hanno la sfortuna di essere governati da Hu Jintao e compagni ma anche per tutti coloro che vivono fuori dai confini della RPC. Perché la prepotenza e l’arroganza di Pechino sono quelle che conosciamo bene. E vanno dalla pretesa di decidere i luoghi che il Dalai Lama può o non può visitare in India, alla libertà di movimento nel mondo del medesimo Dalai Lama, di Rebiya Kadeer e di ogni altro esponente del dissenso. Per non parlare di cosa stia significando per le economie internazionali la concorrenza dei manufatti e delle merci cinesi prodotte da una classe operaia priva della benché minima copertura sindacale o addirittura prodotte nei campi di lavoro forzato dove sopravvivono e lavorano come schiavi più di 20 milioni di detenuti.
Al contrario di quanto pensa il pacifico Obama, questa Cina “forte e prospera” è ben lungi dall’essere un vantaggio per tutti. Sì, perché sarebbe ora di finirla con questi giochetti di prestigio. Quando si dice Cina infatti, non si parla in astratto di un antico Paese dalla storia millenaria ma del regime che dal 1949 governa con pugno di ferro i suoi cittadini (che nelle attuali condizioni sarebbe meglio definire “sudditi”). Si parla della dittatura del Partito Comunista. Si parla della ”economia di mercato socialista”, che altro non è che un capitalismo selvaggio all’interno di un sistema autoritario a partito unico. Vale a dire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo privo anche dei più elementari contrappesi sindacali e democratici. E “questa” Cina dovrebbe essere un’opportunità e un vantaggio per tutti? Ma per favore!
L’opportunità e il vantaggio per tutti, popolo cinese e resto del mondo, sarebbe che si verificasse un cambiamento positivo nella struttura di potere a Pechino. Che il regime, se possibile in maniera graduale, mutasse. Che la dittatura del PCC cedesse il posto a forme di autogoverno calibrate sulla peculiare realtà cinese. Ma dovrebbe essere ben chiaro a tutte le persone ragionevoli, che un simile cambiamento positivo non cadrà dal cielo come dono degli Dei. E tanto meno verrà regalato dalla attuale nomenklatura. Il mutamento potrà essere solo il risultato della lotta e dei sacrifici delle forze che all’interno della società cinese premono e si mobilitano, a prezzo di rischi inenarrabili, perché questo cambiamento abbia luogo. Tanto per essere chiari sto parlando della resistenza tibetana, di quella uigura, di quella mongola, dell’embrione clandestino di un sindacato operaio libero, delle rivolte contadine che, sia pure in forma non organizzata e a macchia di leopardo, in questi ultimi anni sono esplose in numerose parti della Cina. E ancora. Parlo del dissenso studentesco e intellettuale che, a oltre 20 anni dal massacro della Tien An Men, non è stato del tutto domato. Dei “Cyber-Activist” i quali, proprio in questi giorni, hanno espresso la loro solidarietà all’opposizione iraniana scrivendo, “Oggi a Tehran domani a Pechino”. Dei milioni di aderenti al movimento spirituale Falun Dafa che continuano con eroismo ed ostinazione a non piegarsi alla brutale repressione che li investe. Di tutti gli aderenti alle numerose fedi religiose (buddhisti, taoisti, cristiani) che rifiutano di omologarsi consegnando la loro ricerca interiore ai funzionari delle “Chiese patriottiche” gestite dal regime.
La speranza di una trasformazione virtuosa della Cina, della nascita di una nazione la cui forza e prosperità possa essere veramente di aiuto al mondo, di un governo finalmente aperto ad un dialogo effettivo e sincero con le diverse componenti del suo mosaico etnico e sociale… questa speranza, dicevo, risiede solo ed unicamente nei soggetti fin qui elencati. Lasciamo perdere gli stati esteri, le pavide burocrazie internazionali, l’ONU, i parlamenti. Lo abbiamo visto quanto siano disposti a rischiare per difendere i “diritti umani”, i “principi democratici”, i “valori della persona”. Abbiamo visto il patetico spettacolo di Obama usato e preso per il collo in Cina da chi gli ricordava di avere nelle proprie mani buona parte del debito pubblico statunitense. Abbiamo visto la tremebonda Europa cosa ha fatto di concreto per difendere quanti, all’interno della Cina, vengono arrestati, torturati, uccisi, perché lottano in nome di quei princìpi di cui i nostri primi ministri e presidenti si beano -a parole- in continuazione. E il Parlamento Europeo? Il nobile, sensibile, solidale, Parlamento Europeo? Una risoluzione ieri, una dichiarazione oggi, una indignazione domani e tutto finisce nel nulla. Poi, business as usual, e via a fare la corsa a chi fa più affari con Pechino. Un esempio fra i tanti. Nel luglio 2000, a larga maggioranza, il Parlamento Europeo approvava una roboante risoluzione (B5-0608, 0610, 0617, 0621, 0641/2000) in cui auspicava una immediata apertura di colloqui tra Dalai Lama e Pechino per negoziare, “un nuovo statuto per per il Tibet che garantisca una piena autonomia dei tibetani in tutti i settori della vita politica, economica, sociale e culturale, con le sole eccezioni della politica di difesa e della politica estera”e si spingeva fino al punto di invitare, “… i governi degli Stati membri ad esaminare seriamente la possibilità di riconoscere il governo tibetano in esilio come legittimo rappresentante del popolo tibetano qualora, entro un termine di tre anni, le autorità di Pechino e il governo tibetano in esilio non abbiano raggiunto un accordo relativo a un nuovo statuto per il Tibet, mediante i negoziati organizzati sotto l’egida del Segretario generale delle Nazioni Unite”. Infine incaricava, “… la sua Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, ai governi e ai parlamenti dei paesi candidati, al Presidente e al primo ministro della Repubblica popolare cinese, al Dalai Lama nonché al governo e al parlamento tibetani in esilio”. Mica male, no? Peccato che, dal 2000 ad ora, di anni nei siano trascorsi 10 e nessuno si è mai sognato di ricordarsi di questa risoluzione. Carta straccia, per non dire di peggio.
In conclusione. La Cina è una dittatura aggressiva, brutale e con ambizioni imperiali. All’interno di un pianeta globalizzato la volontà di potenza del presente regime cinese, che coniuga la struttura autoritaria del sistema comunista con il dinamismo di un impianto economico selvaggiamente capitalista, costituisce una minaccia non solo per i suoi vicini asiatici ma per tutti i paesi con i quali Pechino si trova a competere. Con buona pace delle anime candide, verrà il momento in cui ogni nazione sarà obbligata a confrontarsi con questa spiacevole realtà. E, prima che a qualche dottor Stranamore del 21° secolo venga in mente di “risolvere” il problema all’irachena, sarebbe bene comprendere che l’unica soluzione è aiutare quanti già adesso cercano di cambiare lo stato di cose presente all’interno del moderno “Impero di Mezzo”. Non potendo contare sui governi “democratici”, questa responsabilità spetta dunque a coloro, singoli individui e organizzazioni, che sono pienamente consapevoli della realtà dei fatti. Oggi più che mai è giusto dire a tibetani, uiguri, operai, contadini, dissidenti cinesi, che, “la vostra lotta è la nostra lotta”. E, soprattutto, che dobbiamo, vogliamo, essere in grado di aiutarvi concretamente. Fare conoscere la vostra battaglia, il vostro eroismo, la vostra determinazione. Di fornirvi, dall’esterno, i mezzi necessari per rendere la vostra lotta sempre più efficace e vincente. Che non siete soli.
Nonostante sia stato un criminale politico, Mao aveva ragione quando scriveva, “osare lottare, osare vincere” e “ribellarsi è giusto”.
Piero Verni
January 10th, 2010 at 11:03 pm
Caro Verni, ti sei fatto un po’ desiderare. Da qualche settimana il tuo blog languiva ed io sentivo la mancanza di un tuo intervento.
Anche questo, come al solito, molto stimolante. Un’unica perplessità, se è vero che come dici non c’è da aspettarsi che i governi del mondo possano fare qualcosa per chi in Cina vuole voltare pagina, come pensi che la società civile internazionale a cui tu ti appelli possa dare un contributo di una qualche sostanza?
Temo che sarà molto difficile.
Però bell’articolo. Chiaro e circonstanziato. Come al solito, complimenti!
January 11th, 2010 at 11:58 am
[...] Fonte: FREE TIBET » Blog Archive » Ma dopo le Olimpiadi non dovevano … [...]
January 12th, 2010 at 10:12 am
Caro Piero, grazie di questo bellissmo intervento. L’ho ampiamento citato nel mio nuovo post su MilleOrienti (http://milleorienti.wordpress.com/2010/01/12/chi-osa-guardare-la-cina-negli-occhi/)
Un abbraccio,
Marco
January 13th, 2010 at 7:48 am
Caro Piero,
Per fortuna ci sei tu a togliere la maschera dell’ipocrisia a scrivere quello che i ” grandi ” media , quelli “autorevoli” non osano fare o peggio : sul New York TImes dello scorso ottobre, dopo il massacro degli Uighuri, il celebre , pluripulitzer, Thomas Friedmann cosi´ ha scritto:
” One-party autocracy certainly has its drawbacks. But when it is led by a reasonably enlightened group of people, as China is today, it can also have great advantages.”
La condanna di Dhondup Wangchen mi rattrista molto. Il suo film infatti era stato proiettato al cinema qui a Vienna insieme al mio piccolo documentario sulla marcia in Tibet.
Ma come fare ad aprire uno spiraglio in questo muro di gomma che ci circonda? Come far partire una grande campagna per i diritti in Cina sull’esempio di quella contro l’apartheid in Sudafrica.
Che ci sia da sperare nel crollo economico profetizzato dal finanziere Jim Chanos che con il suo fondo d’investimenti sta scomettendo contro la Cina ? Chanos afferma che in Cina stia montando una bolla speculativa 1000 volte piu`grande che quella di Dubhai.
Volevo segnalarti l’uscita tra breve di un nuovo documentario fatto con grandi mezzi e l’appoggio dei tibetofili di Hollywood “When the dragon swallowed the sun”. Il regista si chiama Dirk Simon e nella sua
introduzione : http://www.whenthedragon.com/film.html sembra avere una posizione critica verso il TGIE e l’ICT.
Tra le altre cose parla di un ragazzo Lhagary Trichen Namgyal Wangchuk che nel 2004 e´stato riconosciuto dal Dalai Lama come discendente dei mitici re del Tibet. Ne sai qualcosa?
Perche`non indire un sathyagra per la realizzazione della risoluzione dell’europarlamento del luglio 2000? Da Francesco Pullia attendiamo ancora una risposta.
Oppure i cittadini europei devono rassegnarsi , come dici, a finanziare un parlamento che produce solo carta straccia?
January 13th, 2010 at 10:45 am
Per Skylines:
grazie sia delle rampogne relative alla mia eccessiva latitanza (mi spronano a vincere i miei ricorrenti attacchi di “vagotonia”) sia per i complimenti e i giudizi positivi sul mio pezzo.
Certo, la lotta di quanti cercano di appoggiare coloro che all’interno della Cina vogliono combattere il regime non sarà facile. Però nemmeno impossibile. Parafrasando ancora una volta Mao, “osare lottare osare vincere”. E infatti lui, contro tutto e contro tutti (purtroppo) vinse, stupendo il mondo intero.
Un caro saluto,
PV
p,s, ho visto che sei intervenuto anche nella discussione, ai limiti del surreale, che stiamo conducendo su Milleorienti. Grazie anche per quello, è un gran bel blog e molto seguito. Sarebbe cosa utile se i frequentatori di freetibet frequentassero e intervenissero anche Milleorienti portato avanti dal mio caro amico Marco Restelli.
January 13th, 2010 at 11:29 am
per Manfred:
grazie anche a te per le parole gentili e per essere intervenuto.
Grazie anche per la segnalazione del nuovo film sul Tibet di cui, colpevolmente, non sapevo nulla. Approfitto per fare notare come il fronte dei documentari, ancora più di quello dei libri e degli articoli, è fondamentale per la campagna di solidarietà in favore dei tibetani. Dal momento che è proprio la forza delle immagini in movimento che ci manca, non potendo le televisioni entrare liberamente in Tibet. Per quanto mi riguarda, con la creazione della Breizh Productions (di cui questo blog è una emanazione) cerchiamo di dare il nostro modesto contributo. Colgo l’occasione per segnalare che dopo “In Marcia verso la libertà-The Road to Freedom”, abbiamo appena pubblicato il bel video del regista Ferrari, “Tibet, quale futuro”. Si tratto di una approfondita inchiesta sul dibattito interno al mondo tibetano dell’esilio. Vale a dire tra le due posizioni, quella che è disposta a un compromesso con i cinesi limitandosi a chiedere l’autonomia e quella che invece, soprattutto di fronte alla totale chiusura di Pechino, vuole mantenere viva la lotta per la totale indipendenza del Tibet. Saranno pronte a giorni anche le versioni inglesi di entrambi i documentari, Infine abbiamo, proprio in queste ore, ripubblicato in DVD (in versione bilingue, italiana e inglese) il documentario “Il Mio Tibet-Tibet My Country” uscito, solo in italiano e in VHS, nel 1996. E’ un film vecchio ormai di quasi 15 anni ma forse ancora oggi di una qualche utilità per capire quello che è successo in e sta accadendo in Tibet.
Credo che la moltiplicazione di proiezioni di documentari sul Tibet, specie adesso che cominciano ad essercene diversi, e una capillare diffusione di quelli disponibili per la vendita in DVD amplierebbe molto la consapevolezza generale e quindi aiuterebbe la creazione di un movimento proTibet più ampio di quello che esiste al momento. Poi, ovviamente, una gestione ancora più efficace delle potenzialità offerte dalla Rete sarà fondamentale.
Non sarei d’accordo invece di avere come obiettivo qualsivoglia risoluzioni del Parlamento europeo che sono la carta straccia di cui parlo nel mio articolo. E nemmeno di rivolgerci a governi e alla pavida burocrazia comunitaria. Una cosa più intelligente e concreta sarebbe invece premere per far adottare dai comuni delle città europee, grandi o piccoli che siano, prigionieri politici tibetani. Purtroppo per i nomi non abbiamo che l’imbarazzo della scelta, a partire proprio da Dhondup Wangchen. Sull’esempio di Amnesty, si potrebbero formare comitati ad hoc per ognuno di questi prigionieri politici, ovviamente all’interno di una azione coordinata e combinata. Una cosa del genere, proprio come le campagne di Amnesty, potrebbe ottenere il duplice risultato di aiutare il povero cristo (o la povera crista) ad uscire di galera il più velocemente possibile e di essere l’occasione per spiegare al maggior numero di persone possibile la situazione del Tibet.
Questo in termini generali. Poi, a mio avviso, si dovrebbero anche costituire gruppi più ristretti in grado di lavorare direttamente con la resistenza tibetana, dentro e fuori il Tibet, per cercare di aiutarla concretamente in termini di mezzi reali necessari alla loro lotta. Oltre che, ovviamente, fornire un contributo di idee, consigli, esperienze.
Alla prossima,
PV
January 13th, 2010 at 1:07 pm
Si´in effetti forse hai ragione nel non attendersi molto dai politicanti, anche quelli piu´”nobili” come i radicali alla Francesco Pullia da cui attendiamo ancora da mesi una risposta. Certamente i documentari sono importanti basta vedere cosa succede in questi giorni al PalmSpring International Festival dove un documentario sul Tibet sta provocando le grandi ire del regime cinese. Anche ottima l’idea di dare cittadinanza onoraria a personaggi come Dhondup Wangchen.
Volevo anche segnalarti quest’importante notizia: Google si appresterebbe a ritirarsi dal mercato cinese a causa dei cyberattack agli indirizzi di posta gmail in Europa di chi sostiene i diritti umani in Cina: http://news.bbc.co.uk/2/hi/business/8455712.stm
January 13th, 2010 at 3:50 pm
Bravo Manfred, mi ero dimenticato di citare l’esempio del PalmSpring International Festival.
Vediamo allora di cominciare a lavorare sull’idea di una serie di festival del cinema sul Tibet ed eventualmente dare vita ad un coordinamento di quanti vogliono darsi da fare in proposito. E questi festival potrebbe essere tutti sotto il segno di Dhondup Wangchen.
Per quanto riguarda i comuni, non parlavo di cittadinanze onorarie che lasciano il tempo che trovano (vedi quelle conferite allo stesso Dalai Lama) ma di una vera e propria “adozione”. Mi spiego meglio. Adozione vuol dire che se un comune -metti caso Vienna- adotta un prigioniero politico si fa garante di conoscere gli estremi del caso e di seguirlo da vicino. Facendo pressioni sulle autorità cinese, pubblicizzando il caso di fronte all’opinione pubblica e non mollare l’osso fino alla scadenza dei termini della condanna o, meglio, fino all’anticipato rilascio del detenuto. Vale a dire l’adozione è l’inizio non il termine della cosa. E’ un metodo utilizzato con successo da Amnesty in diversi casi, ad esempio con Palden Gyatso. Che, mi viene in mente adesso, potrebbe essere il testimonial di queste campagne. Ora una simile idea mi sembra poter essere sia uno scudo protettivo per i prigionieri politici adottati sia un “pretesto” per parlare del problema politico tibetano.
Allora, cominciamo da Vienna?
Un abbraccio,
PV
January 14th, 2010 at 7:22 am
Caro Piero,
sei perspicace e lungimirante come al solito. Come dici giustamente tu, credo che dai nostri governi e parlamenti ci possiamo solo aspettare “chiacchiere” ed “intenzioni”. La sola grande battaglia che dobbiamo portare avanti è la sensibilizzazione delle masse operaie e contadine occidentali poichè in questo tema non siamo solamente davanti ad una questione etica ma anche economica. Sappiamo bene che ogni cosa che riconosciamo essere immorale si dimostrerà, presto o tardi controproducente in termini materiali ed economici. Il 2009 è stato l’anno di molti record per il colosso giallo: leader nella produzione di energia nucleare ed eolica, primato nella vendita di automobili battendo gli USA, numero uno dell’esportazione mondiale sorpassando la Germania, record d’incassi per quanto riguarda il trasporto aereo nonostante la crisi, che la Cina ha sostenuto senza grosse perdite, e più grande acquirente di gioielli d’oro del mondo. In Italia, si sostiene, spesso, che il basso prezzo dei prodotti cinesi aiuti le famiglie Italiane ad arrivare alla fine del mese. Invece, una delle cause principali della crisi economica è stato proprio l’atteggiamento tollerante della Commissione Europea e dei nostri Governi che hanno permesso l’invasione di prodotti cinesi, spesso nocivi alla salute, in Europa. Tale posizione ha causato delocalizzazioni, bancarotta di imprese, indebitamenti dei governi, cassa integrazione e disoccupazione. Sono i prestatori d’opera, i salariati, gli operai ed i contadini, le vere vittime dell’espansione economica cinese! Il mercato libero è cosa giusta, ma a patto che vi siano le stesse regole per tutti! Quindi attraverso i principi etici dobbiamo e possiamo risolvere anche i nostri problemi economici. Il problema fondamentale è quindi che la Cina utilizza il lavoro forzato dei laogai ed il lavoro minorile per aumentare la propria competitività sui mercati internazionali. E’ per questo che la Laogai Research Foundation propone per le imprese che importano dal paese asiatico, l’introduzione di un sistema di certificazione obbligatoria e di conformità alle convenzioni internazionali sul lavoro, che consenti la tracciabilità dei prodotti, permetta di identificare i luoghi di produzione, e garantisca che tutte le merci cinesi importate nell’UE soddisfino gli stessi parametri e garanzie di igiene e sicurezza richiesti ai produttori europei. Suggerisco lettura di questi articoli:
La scomparsa della clausola sociale nel mercato globale – Il lavoro forzato
http://www.laogai.it/?p=15278
Sospensione dello schema di preferenze tariffarie generalizzate per le importazioni cinesi
http://www.laogai.it/?p=15404
Il made in Italy e il lavoro forzato
http://www.laogai.it/wp-content/uploads/2009/12/il-made-in-italy-e-il-lavoro-forzato.pdf
La Cina, l’etica e i nostri interessi
http://www.laogai.it/wp-content/uploads/2009/12/la-cina-letica-e-i-nostri-interessi.pdf
Quindi la tua idea di lavorare sulle autorità locali allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica su questi gravi problemi etici ed economici, mediante l’adozione di dissidenti cinesi e tibetani in galera, è semplicemente ottima. Cerchiamo di coordinare le forze e vinceremo. D’altronde la storia l’hanno fatta gli uomini e noi come tali possiamo cambiarla
Toni Brandi
January 14th, 2010 at 9:39 am
Grazie Piero per le tue lucide considerazioni sulla quali non possiamo, ahimè, che concordare.
concordo con quanto anticipato da manfred circa l’estrema importanza della risoluzione assunta da Google di non prestarsi alla manipolazione delle informazioni adotatta in Cina. considero questa conquista come determinante per il progresso della libera corcolazione delle idee e delle informazioni. e credo che questa sia l’unica strada percorribile da cui potersi attednere dei risultati. in altri termini una vera MEDIA WAR. una guerra non fatta con bombe e fuciloi, ma con INFORMAZIONE, COMUNICAZIONE E COSCIENTIZZAZIONE e che possa “arruolare” centinaia di “media warriors” pronti a dare un contributo concreto con le armi non-violente ma non per questo innocue della parola. i mezzi tecnologici sono adeguati a questo tipo di AZIONI e dovremmo titti - coloro che si sentono impegnati su questo tema - dare un contributo forse modesto ma fattivo in tal senso. come tu stai facendo con il tuo blog e scrivendo articoli. io, nel mio piccolo, con il sito http://www.worldactiontbet.org. piccole cose ma sappiamo quanto tempo e fatica richiedono.
January 14th, 2010 at 11:56 am
Caro Riccardo,
grazie a te del tuo interessante intervento. Sono assolutamente d’accordo nel vedere nell’apertura di una vera e non violenta guerriglia comunicativa e cibernetica la trincea migliore in cui potremmo porci noi amici dell’indipendenza del tibet e del cambiamento democratico in Cina.
E’ un soggetto su cui però ci sarà molto da dire, discutere e organizzare.
Su due piedi (ho letto adesso il tuo intervento e sto per uscire ma prima volevo già darti un segno di risposta) la prima cosa che mi viene in mente è una riunione (magari prima nazionale e poi allargata ad altri soggetti europei) per cominciare a mettere le basi di una cosa del genere. In parte ne discuto con Manfred nei post precedenti. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano (so che leggono questo blog), quanto meno Claudio Cardelli, Marina Mattedi e Toni Brandi presidenti, rispettivamente, dell’Associazione Italia-Tibet, del Sentiero del Tibet e della sezione italiana della Laogai Reserch di harry Wu. E con Claudio Tecchio, un po’ pigro ad intervenire su altri siti perché impegnato a tempo pieno con il suo fondamentale “Dossier Tibet” vedrò di parlare a voce.
A prestissimo,
PV
January 14th, 2010 at 2:42 pm
Certamente d’accordo per una riunione concreta e ben pianificata. Come spiegato nel mio modesto intervento trovo la tua iniziativa lodevole. In particolare l’adozione dei dissidenti da parte delle autorità locali. Ciao. Toni
January 14th, 2010 at 5:13 pm
caro Piero ,
l’idea dell’adozione mi pare ottima. Da quello che ho capito e` stata Amnesty ad adottare Palden Gyatso . Non so bene come possa farlo un comune, una citta` e se sia gia` stato fatto. Comunque ne parlero al piu` presto con gli organizzatori del festival di documentari sui diritti umani di Vienna dove, l’anno scorso, venne presentato il film di Dhondup Wangchen , tra questi vi e` anche Manfred Novak ispettore sulle torture per le Nazioni Unite.
Per quanto riguarda Google vediamo se veramente ai proclami seguiranno i fatti.
Sono d’accordo per una riunione di per coordinare un’azione comune. Fatemi sapere dove e quando.
January 15th, 2010 at 12:04 am
Caro Manfred,
Palden Gyatso venne adottato da Amnesty International e questo ebbe un notevole peso nel suo rilascio. Molti ex prigionieri politici tibetani con cui ho parlato mi hanno detto che quando Amnesty monitorava i loro casi, i carcerieri cinesi dicevano che per il momento dovevano stare attenti con le torture ma che appena la attenzione del mondo esterno fosse cessata avrebbero ricominciato come e più di prima.
Riguardo all’adozione da parte dei comuni. Mi sembra di ricordare, ma dovrei controllare meglio nel mio archivio cartaceo (che al momento, per una concomitanza di cause, è piuttosto disordinato), che nella seconda metà degli anni ‘80 la municipalità di Strasburgo adottò un prigioniero politico tibetano. Appena avrò un momento di tempo controllerò.
Anche io non sono certo che Google alla fine avrà il coraggio di portare fino alle sue estreme conseguenze la protesta contro la Cina. Certo lo facesse sarebbe un fatto di estrema importanza.
p.s. potresti contattarmi sulla mia posta elettronica privata? Io non trovo più il tuo indirizzo.
January 16th, 2010 at 12:00 am
Decine e decine di cinesi stanno partecipando ad una veglia funebre davanti agli uffici di Google di Pechino. Ora, non sono sicuro che alla fine la società statunitense avrà la forza e il coraggio di resistere alle pressioni della censura cinese. Per il momento comunque Google rappresenta uno spazio di libertà nell’universo telematico in Cina. Per la prima volta sono stati aboliti i filtri della censura e sono accessibili siti proibiti.
Solo pochi giorni fa dicevo nel mio articolo che prima o poi le nazioni dovranno confrontarsi con la realtà cinese e accorgersi che Pechino gioca a modo suo e non ammette altro genere di regole. Per il momento la crisi sta investendo solo una società ma della dimensione di Google. Credo che si dovrebbe far sentire al più presto a “Big G” il sostegno di tutti coloro che sono dalla parte del popolo cinese e della sua lotta contro la dittatura del regime. Mi appello soprattutto alle Associazioni ma anche ai singoli individui affinché mandino messaggi di solidarietà e di incoraggiamento a Google. Se veramente questa compagnia se ne andasse dalla Cina, sarebbe un precedente formidabile e si potrebbe aprire una campagna anche con altre grandi compagnie. A cominciare da Apple, nel cui consiglio d’amministrazione siede Al Gore e il cui CEO Steve Jobs è notoriamente su posizioni democratiche.
Sarebbe, ovvio, una “missione impossibile” ma se Google veramente decidesse di non piegare la testa e di non fare kowtow, si aprirebbe uno spiraglio, magari microscopico, ma che potrebbe rivelarsi fondamentale.
Volendo ancora citare Mao, “sarà una scintilla ad infiammare la prateria”.
January 17th, 2010 at 8:35 pm
Come dici e´assolutamente necessario sostenere Google in questo momento cruciale per cercare di far uscire l’Occidente da quella sindrome cinese che James Mann cosi´bene descrive nel suo libro : “The China Fantasy” (2007).
Hai ricevuto i mio indirizzo mail?
January 18th, 2010 at 11:07 am
Viva Google!!! Suggerisco lettura di questo articolo….http://www.laogai.it/wp-content/uploads/2010/01/epolis_nazionale.pdf
Aiutiamo Google nella sua bella battaglia!!!
Toni Brandi
January 18th, 2010 at 11:11 am
Certo bisognerebbe aiutare Google, soprattutto adesso che, sembrerebbe, anche Yahoo si è espresso favorevolmente.
Bisognerebbe capire come concretamente fare.
Suggerimenti? Soprattutto da parte delle organizzazioni?
January 20th, 2010 at 8:12 pm
Caro Piero, bisogna battere il ferro quando è caldo e cercare di usare l’esempio Google per sensibilizzare le masse che il male come la menzogna hanno le gambe corte!!! Ho scritto su EPolis e L’Opinione. Ora provo altri giornali. Consiglio tu faccia lo stesso. Per esempio perchè non scrivi un bell’articolo sul Riformista? Toni
PS: leggo che molti trovano delle ragioni “economiche” e di “interesse” da parte di Google per giustificarne l’azione. A me basta dire che ciò che fa il regime cinese è sbagliato e ciò che ha fatto Google è giusto.
February 5th, 2010 at 9:54 am
[...] Ma dopo le Olimpiadi non dovevano diventare più buoni? [...]
February 6th, 2010 at 4:36 pm
fap turbo scam…
Und ein Ende ist bisher nicht in Sicht, denn auch ihr drittes Album “Gute Reise” wird ganz sicher ein Kassenschlager….
February 7th, 2010 at 9:06 pm
how to ollie…
[...] Be the best, ollie like the best [...]…
March 20th, 2010 at 7:20 pm
It is great that we are able to take the loans and it opens up new opportunities.
April 1st, 2010 at 1:59 pm
breakup advice…
Really excellent post. We’re lucky people like you take the time to write these posts….
April 5th, 2010 at 4:50 pm
florist18…
http://www.hamer-associates.ca/ee/index.php/member/200/ intrepid…
May 11th, 2010 at 12:19 am
a piano…
…
June 2nd, 2010 at 4:57 am
beano…
Just bored, you know how it is on a Wednesday , so I thought I would see if my site came up in the search engine, I typed in beano and instead of mine I got elliott1 | Brebeuf Jesuit Biotechnology…