Dialogo? Sì ma fra sordi.

February 3rd, 2010

Dialogo? Sì ma fra sordi. Dharamsala, lo spettro di Gorbaciov  e l’ipotesi di una nuova Guerra Fredda

Dialogo? Sì ma fra sordi

Pechino, 2 febbraio 2010, ore 10 (ora locale). Zhu Weiqun, vice ministro del “United Front Work Department” (UFWD) del Partito Comunista Cinese, tiene una conferenza stampa per chiarire il punto di vista di Pechino dopo la conclusione  del 9° incontro tra i due inviati del Dalai Lama (Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen), lo stesso Zhu e altri dirigenti cinesi. Viste oggi dalla capitale cinese le prospettive del “dialogo sino-tibetano” sembrano più nere che mai. Infatti Zhu, dopo aver chiarito che, il Dalai Lama non può ergersi a rappresentante del popolo tibetano, ha tenuto a precisare che, “Il governo centrale cinese e quello della Regione Autonoma del Tibet sono i soli rappresentanti dei tibetani”, aggiungendo per maggior chiarezza, “… il cosiddetto ‘Governo tibetano in esilio’ rappresenta una violazione delle leggi cinesi”. Inoltre ha chiarito ai giornalisti presenti che i due inviati tibetani, “… non hanno alcun diritto legale di discutere con noi la condizione della Regione Autonoma del Tibet, essendo null’altro che i rappresentanti privati del Dalai Lama e potendo quindi parlare solo dalla prospettiva di quest’ultimo o, al massimo, del piccolo gruppo di persone che lo circonda”. Parole chiare che non dovrebbero lasciare adito ad alcun dubbio su cosa intenda Pechino per “dialogo”. Tanto più che erano state precedute da una dichiarazione rilasciata il 1° febbraio all’agenzia Nuova Cina da Du Qinglin, altro membro del PCC presente ai colloqui, il quale aveva puntualizzato che non solo la sovranità cinese sul Tibet non è negoziabile ma che perfino una “autonomia effettiva” (“high-level autonomy”) del Tibet, vale a dire quello che propone il Dalai Lama, viola la Costituzione e quindi solo se il leader tibetano abbandonerà “… tali richieste  ci potrà essere il terreno per contatti e colloqui”.

Questa la situazione vista da Pechino. E dall’altro lato dell’Himalaya, cosa risponde la parte tibetana?

Dharamsala, 2 febbraio, 15.00 (ora locale). Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen tengono a  loro volta una conferenza stampa in cui il primo, descrive innanzitutto quanto accaduto a Pechino. “Abbiamo chiesto alla nostra controparte di fermare le accuse infondate contro il Dalai Lama e smettere di etichettarlo come separatista. Piuttosto  abbiamo esortato la dirigenza cinese a lavorare insieme a lui per trovare una  soluzione reciprocamente accettabile sulla base del Memorandum”. Aggiungendo inoltre che, “Sua Santità il Dalai Lama parla a nome del popolo tibetano nei confronti del quale ha una profonda e storica relazione basata sulla piena fiducia. Non si può contestare che Sua Santità rappresenti legittimamente il popolo tibetano il quale, senza alcun dubbio, lo considera come il suo vero rappresentante e portavoce. Ed è quindi unicamente attraverso il dialogo con Sua Santità il Dalai Lama che il problema del Tibet potrà essere risolto. E’ essenziale riconoscere questa realtà”. Lodi Gyari, pur dichiarandosi deluso dal comportamento e dalla rigidità del comportamento di Pechino, ha aggiunto che l’incontro appena terminato solo apparentemente può essere considerato un fallimento. E ha concluso lanciando un appello alla controparte cinese, “Affinché si possa giungere ad una comprensione comune della reale situazione, suggeriamo di compiere un reciproco sforzo per studiare l’effettiva realtà delle cose, nello spirito del cercare la verità dai fatti. Questo aiuterà entrambe le parti ad andare oltre le presenti controversie”.  Infine ha tenuto a ringraziare, “… i nostri ospiti, il Fronte Unito dello Hunan,  il Fronte Unito di Pechino e il Dipartimento Centrale del Fronte del Lavoro per l’ospitalità accordataci nel corso della nostra visita”.

Mah! Con tutto il rispetto per gli sforzi e la titanica pazienza dei due inviati del Dalai Lama, ritengo che la fragile nave del Governo tibetano in esilio rischia di naufragare definitivamente sugli scogli di una sempre più irrealistica proposta, se non riuscirà a vedere con chiarezza il cardine su cui ruota l’intera politica dei dirigenti cinesi. Cardine che ha molto a che fare con uno spettro. Un fantasma, che turba i loro sonni.

Dharamsala e lo spettro di Gorbaciov

Uno spettro continua ad aggirarsi per il ciclopico complesso dei palazzi del potere di Pechino. Non si tratta però dello spettro del comunismo di cui parlavano Marx ed Engels nel loro celebre “Manifesto” del 1848. Paradossalmente è invece lo spettro di colui che, pur non volendolo, determinò la morte del comunismo o almeno della della sua patria storica, l’Unione Sovietica.

Da quel lontano dicembre 1991, quando la bandiera rossa venne ammainata dai pennoni del Kremlino, il fantasma di Gorbaciov turba i sonni della nomenklatura cinese che vede nell’ultimo segretario generale del PCUS il responsabile principale della disfatta della culla primigenia del Socialismo Reale. È la ventennale ossessione di questo fantasma che impedisce ai Signori di Pechino di compiere anche la più timida apertura politica nei confronti dei loro oppositori. Perché la classe dirigente cinese individua nella contemporaneità di aperture economiche e politiche, il vero errore gorbacioviano. E si guarda bene dal ripeterlo, mantenendo ben saldo il controllo autoritario sulla società proprio mentre lascia le briglie sciolte sul collo del destriero lanciato nel galoppo sfrenato di quella liberalizzazione economica che definisce “economia socialista di mercato”.

La triste e un po’ patetica vicenda del “dialogo” sino-tibetano è un buon esempio di come la pensino i cinesi. Nonostante da oltre 20 anni il Dalai Lama e il suo governo in esilio stiano facendo il possibile e l’impossibile (dalla rinuncia all’indipendenza del Tibet, al dissuadere i tibetani e i loro sostenitori internazionali dal contestare l’illegale occupazione del Paese delle Nevi, dall’accogliere con favore l’entrata della Cina nel Wto e l’assegnazione a Pechino dei Giochi Olimpici al definire “onesto e patriottico” il traditore e collaborazionista Ngabo Ngawang Jigme in occasione della sua recente morte), nonostante tutto questo dicevo, il governo cinese continua ad insultare il Dalai Lama, irridere la sua politica conciliante e umiliare i suoi rappresentanti in occasione dei “colloqui” iniziati nel lontano 2002. Tra altro, varrà la pena di ricordare per inciso, come questi incontri, forniscano graditi alibi alle burocrazie internazionali per lavarsi le mani del dramma del popolo tibetano soddisfatti di potersi definire “felici” che ci sia un dialogo tra Cina e Dalai Lama.

Ora, soprattutto dopo le dure parole pronunciate ieri ed oggi dai dirigenti cinesi, sarebbe interessante capire fino a quando il governo tibetano in esilio potrà far finta di niente, continuare a confondere i propri desideri con la realtà e andare avanti come se niente fosse, salmodiando il mantra del ” dialogo sino-tibetano”. Sarebbe interessante ma è difficile da prevedere. Da quanto si può evincere dalle due conferenze stampa del 2 febbraio, retorica dialogante a parte, Dharamsala è di fronte ad un bivio. O capitolare definitivamente e accettare l’estremo diktat di Pechino rinunciando perfino alle richieste contenute nel pur moderatissimo “Memorandum” o accettare il definitivo fallimento di una politica ventennale (in pratica iniziata con la “Proposta di Strasburgo” del giugno 1988) e prendere atto che quel dialogo, in nome del quale si è sacrificata l’idea forza dell’indipendenza e ci si è piegati a umilianti concessioni, altro non era che un miraggio. Una chimera. Un sogno che, alla luce degli ultimi avvenimenti, pare essersi trasformato in un incubo.

Ma al di là del governo in esilio, come reagiranno i tibetani, dentro e fuori il Tibet, a questa ennesima dimostrazione di quanto sia poco concreta la pretesa di Dharamsala di avere un effettivo dialogo con Pechino? Nel momento in cui sto scrivendo queste righe (notte tra il 2 e 3 febbraio 2010) ancora non vi sono prese di posizione ufficiali da parte dei principali gruppi che si oppongono alla “Via di Mezzo”. Le uniche opinioni che ho potuto raccogliere in queste ore sono quelle, apparse sul sito web tibetano “Tibettruth” (http://tibettruth.com/). In una serie di articoli durissimi con gli inviati del Dalai Lama e Dharamsala, si chiede, senza mezzi termini che venga definitivamente ritirata la proposta di autonomia contenuta nel Memorandum on Genuine Autonomy for the Tibetan People (definito “un manifesto di disperazione e capitolazione”), per tornare a lottare apertamente per la completa indipendenza del Tibet. “E’ sicuramente arrivato il momento per mobilitarsi insieme a quanti vivono in Tibet, appoggiare la loro lotta per l’indipendenza e aiutarli nella loro richiesta di un Tibet indipendente”. Vedremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni quanto la voce di “Tibettruth” sia rappresentativa dell’opinione pubblica tibetana. Quantomeno  di quella dell’esilio. Vedremo se, quelle che il buon Marx chiamava le dure repliche della storia, saranno in grado di convincere i tibetani che perfino il Dalai Lama, Kundun, “la Presenza”, può sbagliare strategia politica. Dopotutto non bisogna dimenticare che il meeting consultivo tenutosi a Dharamsala nel novembre 2008, dove certo non erano state agevolate le posizioni “indipendentiste”, nel suo documento conclusivo contemplava la possibilità di tornare a lottare per la completa indipendenza del Tibet nel caso i cinesi avessero continuato a rigettare la richiesta di una “genuina autonomia” avanzata dal governo in esilio.

Una nuova “Guerra Fredda”?

Quali che saranno le reazioni di governo in esilio e comunità tibetana, è comunque importante notare come la conclusione del 9° incontro sino-tibetano, sia avvenuta nel bel mezzo di una crisi Usa-Cina che non ha precedenti in questi ultimi anni. Iniziata con la vicenda Google, continuata con l’aperta difesa di Hillary Clinton delle ragioni del colosso informatico statunitense, ha raggiunto il suo apice con la decisione di Washington di vendere a Taiwan un ingente quantitativo di armi. Pechino ha risposto con il solito garbo denunciando l’arroganza americana, minacciando di cancellare gli scambi bilaterali militari, annullare la cooperazione esistente in differenti settori tra le due nazioni e imporre severe sanzioni alle aziende americane in qualche modo coinvolte nella vendita del materiale bellico a Taipei che Pechino continua a considerare una provincia ribelle. Quella Taipei dove torna a rafforzarsi il Partito Democratico, oggi all’opposizione, favorevole a dichiarare unilateralmente l’indipendenza di Taiwan e piuttosto favorevole alla causa tibetana. Infine, notizia di pochi minuti fa, il presidente Obama ha dichiarato che vedrà il Dalai Lama quando questi si recherà a Washington. Nonostante Pechino avesse già fatto sapere che un eventuale incontro con il leader tibetano metterebbe a rischio l’intero corpo delle relazioni USA-RPC.

Questa serie di eventi ha portato alcuni commentatori a chiedersi se non si stia aprendo la stagione di una nuova “Guerra Fredda”. Adesso non più tra Mosca e Washington ma tra quest’ultima e Pechino. Onestamente non ci giurerei ma certo il clima sembra cambiato tra le due superpotenze. In particolare se pensiamo alla visita della Clinton a Pechino (febbraio 2009) e del recente viaggio di Obama in  Cina (novembre 2009) svoltisi ambedue non proprio all’insegna del confronto polemico e della freddezza diplomatica. Anzi. La Clinton si guardò bene dal pronunciare anche la più tiepida critica e Obama, prima di arrivare, disse che, “Una Cina forte e prospera è nell’interesse del mondo intero”. Acqua passata? Peut-être.

Di certo però, se fossimo veramente entrati in una fase di confrontation sino statunitense, questo elemento non potrebbe non riflettersi sul problema tibetano (ovviamente anche su tutte le altre aree di crisi che riguardano Pechino ma limitiamoci al Tibet altrimenti il discorso ci porterebbe troppo lontano). Infatti, nonostante Obama non abbia fino ad ora dato nessun segno in questa direzione, un raffreddamento dei rapporti con Pechino obbligherebbe il presidente americano a riprendere la politica della mano tesa all’India che aveva iniziato il suo predecessore ma verso la quale il “presidente del Pacifico” sembrava non aver alcun interesse al punto di non aver incluso Nuova Delhi nel suo lungo viaggio asiatico dell’autunno scorso. Una Nuova Delhi che, a sua volta, sta vivendo un periodo più che burrascoso nelle sue relazioni con Pechino come non avveniva da decenni. E, gioverà ricordarlo, benzina sul fuoco di queste rinnovate tensioni sino-indiane è stata versata anche dal recente viaggio del Dalai Lama in Arunachal Pradesh, lo stato dell’India di cui la Cina rivendica ampie aree di territorio, considerandolo parte (non senza qualche ragione) del Tibet meridionale. Inoltre Nuova Delhi si sente circondata da una cintura ostile costituita da nazioni ormai entrate a far parte della sfera di influenza cinese: dallo storico arcinemico Pakistan, al Nepal neo-repubblicano a maggioranza comunista, alla Birmania dei generali, allo stesso Sri Lanka grato a Pechino per gli aiuti forniti nella guerra contro l’insurrezione Tamil. E, dulcis in fundo, il governo indiano ritiene che la Cina sovvenzioni sotto banco i focolai di guerriglia presenti sul territorio del sub continente a cominciare dalla pericolosa insurrezione maoista sempre più attiva in molti distretti.

All’interno di questo quadro, potrebbe non essere assurdo ritenere possibile che stia aprendosi un nuovo scenario geo-politico asiatico. E non sarebbe male che lassù, a Dharamsala, cominciassero a rendersene conto. Soprattutto capissero che, fin quando il fantasma di Gorbaciov continuerà a volare alto sui cieli di Zhongnanhai, non sarà tempo di “dialoghi” o “Vie di Mezzo”. E prendessero finalmente coscienza della realtà. Che dovrebbe imporre loro di rimboccarsi le maniche per iniziare a dare al Muro di Pechino la dose di picconate che compete ai tibetani.

Piero Verni

Ma dopo le Olimpiadi non dovevano diventare più buoni?

January 10th, 2010

Ve li ricordate quelli che nel 2008, mentre tibetani, uiguri, dissidenti cinesi, praticanti della Falun Gong e molti altri critici del governo cinese protestavano in tutto il mondo contro l’infamia che i Giochi Olimpici si stavano per tenere in un Paese dove anche le più elementari forme di democrazia sono conculcate e qualsiasi voce critica è ridotta al silenzio livido delle prigioni, dei laogai quando non delle esecuzioni capitali, ci davano degli estremisti? Ve li ricordate quelli che, quando facevamo il calzante paragone con la vergogna delle Olimpiadi di Berlino del 1936 ospitate dalla Germania nazista con Hitler nelle vesti di Grande Anfitrione, dicevano che l’esempio era improponibile? Insomma ve li ricordate quelli che con sicumera degna di miglior causa sostenevano, al contrario di quanto dicevamo noi, che la celebrazione di un così importante evento sportivo avrebbe facilitato (”sicuramente” facilitato) l’apertura della Cina al mondo e quindi anche la “democratizzazione” del regine? E, spostandoci un pochino più a ritroso nel tempo, ve li ricordate quelli che all’inizio degli anni ’80 erano pronti a giurare sulla certa ricaduta democratica dell’ingresso della Cina nell’economia di mercato? Per non parlare di quanti scommettevano che accogliere Pechino nel WTO avrebbe “costretto” i suoi dirigenti a venire a più miti consigli in fatto di libertà civili?

Non so voi, ma io li ricordo bene e oggi mi piacerebbe ascoltare da questi signori qualche parolina di autocritica. Oggi, quando il filmaker tibetano Dhondup Wangchen è stato condannato a 6 anni di carcere duro per aver girato il documentario “Leaving Fear Behind”. Oggi, quando le monache tibetane Nordon e Lhawang Dekyi, colpevoli di aver inscenato una protesta pacifica contro l’occupazione cinese, sono state condannate rispettivamente a due e tre anni di prigione. Oggi, dopo che il mite Liu Xiaobo si è appena visto cadere addosso una condanna a 11 anni di carcere per reati di opinione. Oggi, quando nell’ex Turkestan Orientale le condanne a morte nei confronti dei patrioti uiguri si contano a decine. Oggi, quando è ancora vivo il ricordo dei tre tibetani giustiziati a Lhasa il 20 ottobre scorso e delle decine di arresti eseguiti in questi mesi tra quanti ancora non accettano di essere normalizzati e cercano di non lasciar morire il ricordo della rivolta indipendentista della primavera 2008. Oggi, dopo che perfino un intellettuale di regime come Zhang Boshu è stato rimosso dal suo incarico presso l’Istituto di Filosofia della Accademia Cinese di Scienze Sociali, per aver rivolto larvate critiche alla politica del Partito Comunista. Oggi, quando continua il martirio degli aderenti alla Falun Dafa che a centinaia vengono ogni mese imprigionati, torturati e uccisi. Oggi, quando in ogni angolo dello sterminato territorio della Repubblica Popolare qualsiasi protesta, anche la più pacifica e innocua, viene repressa con violenza e senza misericordia alcuna.

Ma oggi, santo iddio, non dovrebbe essere chiaro a tutti che quel regime è irriformabile? Che non ha alcuna intenzione di cambiare in meglio? O che forse, addirittura, “non può” cambiare pena la sua dissoluzione? Come si fa a non vedere una verità così lampante che è sotto gli occhi di noi tutti? Come non comprendere che più i signori di Zhongnanhai si rafforzano, più divengono potenti, più incassano vittorie politiche ed economiche, più cresce la loro arroganza, la loro brutalità, la loro protervia, il loro delirio di onnipotenza.

E a quanti, come il buon vecchio Prodi (non a caso finito sul libro paga di Pechino in qualità di commentatore politico della CCTV, la televisione di stato cinese), ci vogliono convincere che questa Cina sia un’opportunità per il mondo, dovremmo essere in grado di rispondere che non è vero. Che il presente governo cinese è una minaccia per il mondo. Non solo per il miliardo e trecento milioni di persone che hanno la sfortuna di essere governati da Hu Jintao e compagni ma anche per tutti coloro che vivono fuori dai confini della RPC. Perché la prepotenza e l’arroganza di Pechino sono quelle che conosciamo bene. E vanno dalla pretesa di decidere i luoghi che il Dalai Lama può o non può visitare in India, alla libertà di movimento nel mondo del medesimo Dalai Lama, di Rebiya Kadeer e di ogni altro esponente del dissenso. Per non parlare di cosa stia significando per le economie internazionali la concorrenza dei manufatti e delle merci cinesi prodotte da una classe operaia priva della benché minima copertura sindacale o addirittura prodotte nei campi di lavoro forzato dove sopravvivono e lavorano come schiavi più di 20 milioni di detenuti.

Al contrario di quanto pensa il pacifico Obama, questa Cina “forte e prospera” è ben lungi dall’essere un vantaggio per tutti. Sì, perché sarebbe ora di finirla con questi giochetti di prestigio. Quando si dice Cina infatti, non si parla in astratto di un antico Paese dalla storia millenaria ma del regime che dal 1949 governa con pugno di ferro i suoi cittadini (che nelle attuali condizioni sarebbe meglio definire “sudditi”). Si parla della dittatura del Partito Comunista. Si parla della ”economia di mercato socialista”, che altro non è che un capitalismo selvaggio all’interno di un sistema autoritario a partito unico. Vale a dire lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo privo anche dei più elementari contrappesi sindacali e democratici. E “questa” Cina dovrebbe essere un’opportunità e un vantaggio per tutti? Ma per favore!

L’opportunità e il vantaggio per tutti, popolo cinese e resto del mondo, sarebbe che si verificasse un cambiamento positivo nella struttura di potere a Pechino. Che il regime, se possibile in maniera graduale, mutasse. Che la dittatura del PCC cedesse il posto a forme di autogoverno calibrate sulla peculiare realtà cinese. Ma dovrebbe essere ben chiaro a tutte le persone ragionevoli, che un simile cambiamento positivo non cadrà dal cielo come dono degli Dei. E tanto meno verrà regalato dalla attuale nomenklatura. Il mutamento potrà essere solo il risultato della lotta e dei sacrifici delle forze che all’interno della società cinese premono e si mobilitano, a prezzo di rischi inenarrabili, perché questo cambiamento abbia luogo. Tanto per essere chiari sto parlando della resistenza tibetana, di quella uigura, di quella mongola, dell’embrione clandestino di un sindacato operaio libero, delle rivolte contadine che, sia pure in forma non organizzata e a macchia di leopardo, in questi ultimi anni sono esplose in numerose parti della Cina. E ancora. Parlo del dissenso studentesco e intellettuale che, a oltre 20 anni dal massacro della Tien An Men, non è stato del tutto domato. Dei “Cyber-Activist” i quali, proprio in questi giorni, hanno espresso la loro solidarietà all’opposizione iraniana scrivendo, “Oggi a Tehran domani a Pechino”. Dei milioni di aderenti al movimento spirituale Falun Dafa che continuano con eroismo ed ostinazione a non piegarsi alla brutale repressione che li investe. Di tutti gli aderenti alle numerose fedi religiose (buddhisti, taoisti, cristiani) che rifiutano di omologarsi consegnando la loro ricerca interiore ai funzionari delle “Chiese patriottiche” gestite dal regime.

La speranza di una trasformazione virtuosa della Cina, della nascita di una nazione la cui forza e prosperità possa essere veramente di aiuto al mondo, di un governo finalmente aperto ad un dialogo effettivo e sincero con le diverse componenti del suo mosaico etnico e sociale… questa speranza, dicevo, risiede solo ed unicamente nei soggetti fin qui elencati. Lasciamo perdere gli stati esteri, le pavide burocrazie internazionali, l’ONU, i parlamenti. Lo abbiamo visto quanto siano disposti a rischiare per difendere i “diritti umani”, i “principi democratici”, i “valori della persona”. Abbiamo visto il patetico spettacolo di Obama usato e preso per il collo in Cina da chi gli ricordava di avere nelle proprie mani buona parte del debito pubblico statunitense. Abbiamo visto la tremebonda Europa cosa ha fatto di concreto per difendere quanti, all’interno della Cina, vengono arrestati, torturati, uccisi, perché lottano in nome di quei princìpi di cui i nostri primi ministri e presidenti si beano -a parole- in continuazione. E il Parlamento Europeo? Il nobile, sensibile, solidale, Parlamento Europeo? Una risoluzione ieri, una dichiarazione oggi, una indignazione domani e tutto finisce nel nulla. Poi, business as usual, e via a fare la corsa a chi fa più affari con Pechino. Un esempio fra i tanti. Nel luglio 2000, a larga maggioranza, il Parlamento Europeo approvava una roboante risoluzione (B5-0608, 0610, 0617, 0621, 0641/2000) in cui auspicava una immediata apertura di colloqui tra Dalai Lama e Pechino per negoziare, “un nuovo statuto per per il Tibet che garantisca una piena autonomia dei tibetani in tutti i settori della vita politica, economica, sociale e culturale, con le sole eccezioni della politica di difesa e della politica estera”e si spingeva fino al punto di invitare, “… i governi degli Stati membri ad esaminare seriamente la possibilità di riconoscere il governo tibetano in esilio come legittimo rappresentante del popolo tibetano qualora, entro un termine di  tre anni, le autorità di Pechino e il governo tibetano in esilio non abbiano raggiunto un accordo relativo a un nuovo statuto per il Tibet, mediante i negoziati organizzati sotto l’egida del Segretario generale delle Nazioni Unite”. Infine incaricava, “… la sua Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, ai governi e ai parlamenti dei paesi candidati, al Presidente e al primo ministro della Repubblica popolare cinese, al Dalai Lama nonché al governo e al parlamento tibetani in esilio”. Mica male, no? Peccato che, dal 2000 ad ora, di anni nei siano trascorsi 10 e nessuno si è mai sognato di ricordarsi di questa risoluzione. Carta straccia, per non dire di peggio.

In conclusione. La Cina è una dittatura aggressiva, brutale e con ambizioni imperiali. All’interno di un pianeta globalizzato la volontà di potenza del presente regime cinese, che coniuga la struttura autoritaria del sistema comunista con il dinamismo di un impianto economico selvaggiamente capitalista, costituisce una minaccia non solo per i suoi vicini asiatici ma per tutti i paesi con i quali Pechino si trova a competere. Con buona pace delle anime candide, verrà il momento in cui ogni nazione sarà obbligata a confrontarsi con questa spiacevole realtà. E, prima che a qualche dottor Stranamore del 21° secolo venga in mente di “risolvere” il problema all’irachena, sarebbe bene comprendere che l’unica soluzione è aiutare quanti già adesso cercano di cambiare lo stato di cose presente all’interno del moderno “Impero di Mezzo”. Non potendo contare sui governi “democratici”, questa responsabilità spetta dunque a coloro, singoli individui e organizzazioni, che sono pienamente consapevoli della realtà dei fatti. Oggi più che mai è giusto dire a tibetani, uiguri, operai, contadini, dissidenti cinesi, che, “la vostra lotta è la nostra lotta”. E, soprattutto, che dobbiamo, vogliamo, essere in grado di aiutarvi concretamente. Fare conoscere la vostra battaglia, il vostro eroismo, la vostra determinazione. Di fornirvi, dall’esterno, i mezzi necessari per rendere la vostra lotta sempre più efficace e vincente. Che non siete soli.

Nonostante sia stato un criminale politico, Mao aveva ragione quando scriveva, “osare lottare, osare vincere” e “ribellarsi è giusto”.

Piero Verni

Lettera aperta a Francesco Pullia

November 19th, 2009

Il Muro di Pechino, il Tibet e i cattivi consiglieri del Dalai

lettera aperta a Francesco Pullia

Caro Francesco,

un tuo articolo (“Nonviolenza e autonomia per il Tibet, la ragionevole via del Dalai Lama”, pubblicato sul numero del 18 novembre di Notizie Radicali, il benemerito giornale telematico di Radicali Italiani) mi costringe a buttar giù un paio di pensierini sul problema del Tibet in concomitanza con la presenza del Dalai Lama in Italia. Erano anni che mi tenevo alla larga dal circo mediatico-politico che si scatena puntualmente in occasione delle (numerose) visite del Dalai Lama nell’ex Bel Paese. Fino ad ora non avevo mai voluto commentare il patetico spettacolo di politici dall’intermittente interesse per il Tibet, di cui conoscono poco o nulla, ma che si fanno vivi quando, grazie alla presenza del leader tibetano, si accendono i riflettori dell’informazione. Per poi defilarsi immediatamente non appena questi si spengono in attesa di ripresentarsi puntuali alla prossima occasione. Ti faccio un esempio concreto. Tra i tanti che si potrebbero fare. Essendo un assiduo ascoltatore della pregevole Radio Radicale (a proposito, auguri di cuore a Bordin e soci per il rinnovo della convenzione) ho avuto più volte l’occasione di sentire l’ineffabile Giovanna Melandri, appunto uno dei politici sempre in prima fila quando arriva il “Dalai” (lei lo chiama così), affermare che “nessuno” vuole l’indipendenza del Tibet. Allora mi chiedo, dove era la solerte deputata del PD quando solo poche settimane or sono tre giovani tibetani sono stati messi a morte a Lhasa proprio per aver chiesto l’indipendenza del Tibet? E, già che siamo in argomento, dove era quando il 9 novembre sono state eseguite le condanne capitali di nove uiguri che avevano manifestato per l’indipendenza del Turkestan Orientale? No, tanto per saperlo.

Ora, la classe politica italiana (e forse non solo questa) è quella che è. Quindi le parole in libertà ascoltate non mi stupiscono più di tanto. Mi stupisce e mi addolora invece che una persona come te, Francesco, che da decenni segue con attenzione quanto avviene sul Tetto del Mondo rimanga impantanata in questa palude appiccicosa di affermazioni tanto retoriche quanto inutili di “solidarietà una tantum” nei confronti del Tibet. Mi dispiace e mi addolora che nel tuo articolo parli del Manifesto di Ventotene, di “un’autonomia da perseguire sull’esempio istituzionale dello statuto del Sud Tirolo-Alto Adige” e di altre cose del genere.

Ripeto, passi per i politici italiani che sanno di Tibet quanto io di fisica quantistica e con ogni probabilità non saprebbero nemmeno indicare su di una carta geografica i confini del Tibet indipendente (per non parlare di quelli del Turkestan orientale), ma tu dovresti ben sapere che non ha alcun senso proporre nella presente situazione cinese questi riferimenti. Ben comprendo che per il Partito Radicale il discorso che il Dalai Lama fa di una “significativa autonomia” rappresenti un aiuto nella battaglia che sta conducendo per la Patria Europea contro l’Europa delle Patrie. Ma, almeno tu, dovresti capire che ci dovrebbe essere un limite al piegare la situazione del Tibet ai propri interessi di bottega politica. Ribadisco, mi stupisce e mi addolora che anche una documentata intelligenza come la tua ritenga “ragionevole” la proposta del Dalai Lama.

Prima di entrare nel merito però, vorrei farti notare che questa proposta (per la prima volta presentata nella sede di Strasburgo del Parlamento Europeo il 15 giugno 1988) si basa su di una imprescindibile conditio sine qua non, vale a dire la disponibilità al dialogo dell’attuale gruppo dirigente cinese. E’ questo il punto centrale, molto più del fatto che il Dalai Lama chieda l’autonomia al posto dell’indipendenza. E si tratta proprio del collo di bottiglia nel quale da oltre 20 anni è rimasta intrappolata la proposta politica del Dalai Lama: la richiesta di dialogo a Pechino. Le burocrazie, i governi, i parlamentari, gli Obama del mondo, sono tutti felici della “ragionevolezza” del Dalai Lama così si possono mettere in pace la coscienza esprimendogli una generica solidarietà e, quando vanno a Pechino, rivolgere un altrettanto generico appello di non far cadere il “dialogo” con il Dalai Lama. E poi passano a discutere di affari. Nessuno che si ponga la domanda se questo “dialogo” sia possibile. Nessuno che si chieda se 21 anni di chiusure e insulti da parte cinese vogliano dire qualcosa in proposito. Nessuno che si interroghi se questa “ragionevolezza” del Dalai Lama abbia portato un sia pur minimo cambiamento positivo dello stato di cose presente, per quanti vivono in Tibet. Tra gli infiniti esempi che potrei fare su quanto sia disponibile al “dialogo” Pechino ti voglio citare, a parte le esecuzioni di cui sopra, i due ultimi recentissimi casi. Quello di Kunga Tseyang, il fotografo e scrittore tibetano condannato a cinque anni di carcere per aver scritto articoli in favore dell’indipendenza del Tibet (indipendenza, onorevole Melandri, non autonomia) e Kunchok Tsephel, condannato (in un processo a porte chiuse) a 15 anni di detenzione, per aver dato notizie sulla rivolta tibetana dell’anno scorso sul suo sito web. Ora non sono tanto ingenuo da pensare di chiederlo a quei politici, parlamentari e non, che nei giorni scorsi sgomitavano per farsi riprendere da telecamere e macchine fotografiche insieme al Dalai Lama, ma a te sì. A te la voglio fare questa domanda. Ti sembra veramente “ragionevole” la proposta del Dalai Lama? E ragionevole rispetto a cosa o a chi?

A mio modesto avviso è invece quanto di più irrealistico si possa ipotizzare. La storia pluridecennale del comunismo cinese è davanti agli occhi di quanti vogliano vedere (e non solo guardare) i fatti reali. E dimostra che, dal punto di vista delle libertà civili, il regime non è riformabile. Pur passato, nei  suoi 60 anni di vita, attraverso sincopati cambiamenti, convulsioni, crisi, radicali ribaltoni (uno tra i tanti: l’affaire Lin Biao del settembre 1971), brusche inversioni di linea come nessun altro stato comunista al mondo, su una cosa però il regime non ha mai cambiato idea: nel ritenere indispensabile la dittatura del Partito Comunista. Che si trattasse del Grande Timoniere Mao, del raffinato “mandarino” Chou-En lai, del “destro” Liu Shao-chi, della allucinata Jiang Qing (Madame Mao) con la sua Banda dei Quattro, del sornione Deng Xiao-ping, nessuno di tutti coloro che si sono avvicendati nei palazzi del potere di Zhongnanhai, ha pensato di rinunciare al ferreo controllo leninista sulla società. Mai, nemmeno  per un attimo. Con forse, negli anni ’80 del secolo scorso, l’unica timida eccezione di Hu Yao-bang e (parzialmente) di Zhao Zyang che, non a caso, hanno fatto la fine che hanno fatto.

E ancor meno ci pensano Hu Jintao e gli attuali dirigenti i quali fanno risalire, aderendo al più ortodosso schema denghista, la crisi e la caduta dell’Unione Sovietica all’improvvido azzardo di Gorbaciov che volle legare le aperture economiche a quelle politiche. Al contrario, Pechino ritiene che proprio nel momento in cui il sistema si apre al mercato (e dunque ai suoi rischi ed alle sue turbolenze), la presa del Partito sulla società deve rimanere ancor più salda e ferma. Considerando le cose dal loro punto di vista, chiedere ai burocrati cinesi di aprirsi a forme effettive, ancorché graduali, di democrazia è come pretendere che si suicidino. Loro vogliono invece rimanere saldamente al potere guidando, non più la Cina contadina, frugale, austera organizzata da Mao, ma una nazione moderna, imperiale, spregiudicata, social-capitalista, “armoniosamente consumista”, le cui  redini però rimangano saldamente in mano al Partito Comunista, alla sua nomenklatura, ai suoi governi. Insomma quella Cina “forte e prospera” che secondo Obama (che, non dimentichiamolo è arrivato pochi giorni dopo le tre condanne a morte dei tibetani e le nove degli uiguri e di cui si è ben guardato di parlare) dovrebbe essere di beneficio per il mondo intero. Ma quello sul “divo” Obama è un discorso troppo lungo per affrontarlo in questa sede e non lo voglio nemmeno iniziare.

Tornando invece in tema, se queste considerazioni sono giuste, è una vera perdita di tempo sperare oggi in un vero dialogo con Pechino e l’unica cosa sensata da fare è appoggiare concretamente, e in tutti i modi possibili, quanti all’interno e all’esterno del territorio della Repubblica Popolare Cinese lottano per un autentico cambiamento. O quanto meno per creare solide basi affinché un tale cambiamento possa avvenire in tempi non biblici. In un lucido intervento scritto pochi giorni or sono in occasione delle celebrazioni per la caduta del Muro di Berlino (altra orgia di retorica e vanesi presenzialismi), il dissidente cinese Wei Jingsheng, ci ha ricordato che continua ad esistere un muro altrettanto nefasto di quello berlinese, anche se invisibile: il Muro di Pechino. “Possiamo far crollare un muro ancora in piedi in Cina. Perché la libertà appartiene al popolo”, ha scritto Wei esortando tutti coloro che abitano nel suo Paese ad abbattere quel Muro e tutti noi, che per fortuna non ci abitiamo, ad aiutare.

Quindi, caro Francesco, il nostro amato Dalai Lama più che perdere tempo ed energie nel ricercare un dialogo con Pechino, farebbe meglio ad impugnare simbolicamente il piccone della resistenza non violenta per iniziare a far cadere qualche mattone del Muro di Pechino. E’ quello che fece Gandhi in India. Perché sarebbe bene ricordare che per il Mahatma, il rigore sui metodi non violenti poteva poggiare unicamente sul rigore dei fini. E il fine unico di Gandhi, riguardo al quale non ebbe mai tentennamenti né scese mai a compromessi, era il “Purna Swaraj”, vale a dire la “completa indipendenza” dell’India. A mio modesto avviso il Dalai Lama sta perdendo in questi anni la preziosa occasione di usare la sua grande (e meritata) autorità morale per divenire il portavoce di tutti coloro, tibetani e non, che vogliono lottare per un effettivo cambiamento positivo della situazione politica cinese. Invece di concedere continue e inutili aperture di credito al regime dovrebbe denunciare al mondo i crimini di cui la Repubblica Popolare si è macchiata in questi 60 anni di vita. Crimini commessi non solo contro i popoli che ha assoggettato ma anche contro la sua stessa gente. E una posizione del genere sarebbe il miglior antidoto alle tentazioni di portare la contestazione a Pechino sul piano della lotta armata e del terrorismo. Se non sbaglio è questa la lezione che ci viene da Gandhi. Nell’India del suo tempo vi erano diverse posizioni favorevoli alla ribellione violenta contro il colonialismo britannico. Era ancora vivo nella memoria di tanti indiani il ricordo della sanguinosa insurrezione dei Cipoys avvenuta a metà dell’Ottocento e un grande leader come Chandra Bose propugnava apertamente la via della guerriglia. Se Gandhi si fosse piegato al compromesso, magari in nome della ricerca di un dialogo con Londra, forse il suo messaggio non violento non avrebbe avuto tanto successo tra le masse indiane. Invece il Mahatma si alzò in piedi e gridò agli inglesi, “Quit India” e “Purna Swaraj”. Così, avendo avuto il coraggio di non compromettere la radicalità dei fini, riuscì a far accettare al popolo indiano (che allora come oggi è tutt’altro che refrattario alla violenza) le tecniche e i valori della non violenza. E l’ipotesi di rivoluzione armata di Chandra Bose rimase assolutamente minoritaria.

Inoltre, Francesco, tornando alla situazione tibetana, vorrei portare la tua attenzione su di un elemento che ai miei occhi è di una straordinaria gravità. Ora, diciamo apertamente quello che sanno tutti. Che il Re è Nudo. Vale a dire che nessun tibetano vorrebbe di suo rinunciare alla richiesta di indipendenza. La maggioranza, stiamo ovviamente parlando dell’universo dei rifugiati, accetta la proposta dell’autonomia unicamente perché a proporla è il Dalai Lama. Se domani l’Oceano di Saggezza cambiasse idea e tornasse a lottare per l’indipendenza (come ha fatto fino al 1987), non si troverebbe più un “autonomista” nemmeno a cercarlo col lanternino. Quindi,  spero che almeno in questo tu sia d’accordo, è solo il grande carisma del Dalai Lama che riesce a fare accettare a gran parte dei profughi il “sogno impossibile” della cosiddetta “Via di Mezzo”. Ma per inseguire questo “sogno impossibile” il Dalai Lama nega alla sua gente il “sogno possibile” di una lotta aperta, rigorosa, autenticamente non violenta -all’interno e all’esterno del Tibet- per collaborare, insieme a tutti coloro che hanno un contenzioso aperto con il regime, a far cadere il Muro di Pechino. Prova ad immaginarti per un attimo cosa potrebbe accadere se il Dalai Lama dovesse “lasciare il corpo” in una simile situazione. Il “sogno impossibile” non realizzato e il “sogno possibile” mai organizzato. Il popolo tibetano, sia dentro sia fuori il Tibet, lasciato solo con le frustrazioni, le disperazioni, le tragedie, le umiliazioni, i rancori accumulati in decenni di occupazione illegale del Paese delle Nevi e di esilio. Non so ai tuoi occhi, ma ai miei questo appare uno scenario da incubo. Un orizzonte fosco in cui veramente potrebbero scatenarsi i peggiori fantasmi che abitano nel profondo di ogni essere umano. Tibetani compresi. E allora sì che si correrebbe il rischio di vedere anche sul Tetto del Mondo, i deliri del terrorismo, della violenza etnica, della caccia all’uomo indiscriminata. Quei deliri che purtroppo ben conosciamo per averli visti in così tante parti di questo nostro esausto Pianeta.

In questi giorni parlavo con una cara amica (che anche tu conosci bene) impegnata da anni come pochi altri ad aiutare il popolo tibetano all’interno della associazione italiana di sostegno al Tibet di più antica formazione, e lei mi esprimeva i suoi profondi dubbi che il Dalai Lama, ormai prigioniero di questo suo ruolo, possa mutare rotta nel senso da me (e non solo da me, ovviamente) auspicato. Io, che mi attengo al principio gramsciano del pessimismo della ragione corroborato dall’ottimismo della volontà (o, se vuoi, a quello del Dalai Lama di: “prepararsi al peggio e sperare nel meglio”) non ho definitivamente abbandonato tutte le speranze. Vedremo nei prossimi anni, se non nei prossimi mesi quello che accadrà.

Infine un ‘ultima annotazione. Concludi il tuo articolo evocando la speranza che quello che a me appare come il “sogno impossibile” del Dalai Lama possa avere successo, ricordando la caduta del Muro di Berlino. Vorrei però rammentarti, caro Francesco, che quel Muro cadde (seppellendo sotto di sé l’Unione Sovietica e il suo sistema di stati satellite) perché Mosca era da anni sotto attacco da parte di un variegato ventaglio di forze. Dagli USA reganiani a Solidarnosch, dalla guerriglia afghana alla predicazione del Papa e ad altre ancora. Il Muro di Pechino non cadrà da solo. Avrà anche lui bisogno della sua dose di picconate. Forse nel suo caso molto più interne che esterne. Blandire Pechino, sperare nella buona volontà dei suoi dirigenti, tacere sull’aggressività delle sue politiche economiche, sul suo sciovinismo e sulla sua “volontà di potenza”, puntella quel Muro che invece dovrebbe essere abbattuto. Non solo nell’interesse di chi è costretto a vivere alla sua ombra ma di noi tutti, cittadini del mondo. Come soleva ricordare il buon vecchio Karl Marx, solo le “dure repliche della Storia” consentono agli uomini di poterla effettivamente cambiare.

Un caro saluto, Francesco, pur nella nostra differenza di opinioni,

Piero Verni

WAITING FOR MANGTSO II - Jamyang Norbu

October 9th, 2009

E’ appena stato pubblicato su Payul (http://www.phayul.com) la seconda parte della lunga riflessione dello scrittore Jamyang Norbu sulla condizione democratica della comunità tibetana in esilio. Così come ho fatto per la prima parte, ben volentieri la pubblico su questo blog sperando che sia di stimolo ad una discussione proficua. Sarebbe auspicabile se anche i tibetani che vivono in Italia vi partecipassero, magari intervenendo in inglese ove fosse più semplice per loro.

Buona lettura!

P.V.

THE MISSING PIECE OF OUR DEMOCRACY PUZZLE

Popular legend has it that Louis XV of France declared “après moi, le deluge”, in a possible prediction of the French Revolution and the end of the French monarchy. The remark can be translated as “after me, the flood,” or if you want things spelled out “after my reign, France will be plunged into death, destruction and chaos.”

His Holiness, of course, cannot be accused of saying anything so crassly vainglorious, but a similar pronouncement about (not by) the Dalai Lama has taken on the stature of a doomsday mantra in exile society: “kyapgon rimpoche shing la phebna tsangma tsarpa ray” or “after the precious protector passes away everything will be finished.” I am sure that many who voice this are sincere but simpleminded devotees, unaware of Tibet’s long history. But other such doomsayers are nothing but cynical courtiers and politicians trying to outdo each other in displays of abject loyalty to the Dalai Lama.

Some of these politicians have been known to use this fear mantra as a starting point for pitching the Middle Way policy and for perpetual negotiations with China. “We must get a deal with China now when His Holiness is alive, no matter how bad a deal it is. After His Holiness passes away everything will be finished and we will get nothing.” Ironically, these negativists, whether they realize it or not, are in lock-step agreement with China’s leaders who are on record as declaring that after the death of this present Dalai Lama the whole Tibet issue would be finished.

I discussed this in a piece “After the Dalai Lama”, for Newsweek in 2002, so I won’t go into it again. I brought it up this time to highlight the extreme personality basis of Tibetan politics. This predominance of personality is not just limited to matters relating to the Dalai Lama but also to secondary players on our political stage; even on the issue of the Kalon Tripa elections which are coming up in 2011. It is clearly visible in the way discussions on the subject are proceeding. They are almost exclusively about personalities. Is it going to be Lodi Gyari, or Lobsang Sangye or Lobsang Nyendrak, or Tempa Tsering? There is no debate on what national policies these people actually advocate, or at least favour. There has been even less talk on what the duties and responsibilities of the Kalon Tripa are, and on actually how much power he has constitutionally to initiate or influence policies.

I am not saying that personalities don’t matter in politics. I am all for finding an honest and competent person to be the prime minister of our exile government. But first of all we have to put in place that one indispensable (but missing) institution in our incomplete democratic set-up, the lack of which makes the role of our current Kalon Tripa resemble that of a chanzoe (manager) of a monastery or labrang, and not the prime minister of a democratic nation.

That missing institution is the party system. As I pointed out in my previous posting, what we have is officially described as a “partyless” system, but is in practice a backroom one-party dominance by a religious-loyalist-right wing coalition. The necessity of a party system (which could be a two-party or multi- party) in our governance is not an earth-shattering discovery on my part. Readers have already posted a number of comments on my blog and on Phayul.com calling for the introduction of political parties in exile politics. When I was in Dharamshala this summer and the conversation (inevitably) drifted to the Kalon Tripa business, a surprisingly large number of people told me the Kalon Tripa elections were pointless unless we had them in the framework of a party system.

Samdong Rimpoche was questioned on the need for political parties, in the panel discussion in Dharamshala on June 21 (organized by Gu Chu Sum, TWA and SFT) that I mentioned in my previous posting. He did not sound too enthusiastic in his reply. Rimpoche reiterated the official line about our system being a “partyless” one, and then attempted to put up a justification for that system. He informed the audience that “partyless democracy” was now being discussed everywhere (absolutely not true), and mentioned that Jayaprakash Narayan (JP) and some other Indian political leaders had declared partyless democracy to be a superior system and called for its adoption in independent India. Rimpoche is right about JP’s idealistic vision, but Rimpoche neglected to mention that when JP led the broad movement against Indira Gandhi’s emergency rule and defeated the Congress party at the polls in 1977, he did not even offer a tentative proposal to make India a partyless democracy, but instead presided over the victory of the Janata party which become the next government of India.

It might be mentioned that JP started his political life as a Marxist and took inspiration from the great Indian Communist leader M.N. Roy, who also advocated a partyless democracy. The idea of a partyless or one-party democracy (which pretty much comes to the same thing) is a logical outcome of Marxist elitist thinking, and of course leads to states like the PRC, the Soviet Union, North Korea and so on, where the privileged members of the one party or the partyless party hold unchecked power in perpetuity.

A present day Indian political thinker and electoral reform activist, (coincidently) a Dr. Jayaprakash Narayan, has written of the efforts by JP and others to promote partyless democracy as “unalloyed idealism”. In a three-part essay, “Civil Society and Political Parties”, he writes, “it is unimaginable to think of a liberal democratic society without influential political parties. There is no genuine democracy in which parties do not play a dominant and decisive role in both elections and governance. The well-meaning but somewhat naive attempts of idealists to promote partyless democracy have floundered in all countries, including in India.” [1]

More than merely floundering, this “partyless” model has been used by autocrats and dictators to subvert democracy and the electoral system. In my previous essay I discussed Nepal’s “Partyless Panchayat” democracy, but advocates of such a system should note that they are keeping ideological company not just with royalty as King Mahendra, but with crude dictators like Pakistan’s General Ayub Khan, who launched his “partyless democracy” in 1965. In the eighties, the sinister Zia-Ul-Haq (who resembled the English comic actor Terry Thomas) maintained that a Western-style democracy was unsuitable for Pakistan, and eventually held “party-less” elections in February 1985. Even America’s great ally in the war on terror, General Musharraf, had a go at partyless elections after sending the top leadership of all major parties into exile.

Some Tibetans argue that we have so many problems within our exile political system, that the lack of political parties is only a marginal bit of trouble. For instance our election system, based exclusively on provincial and sectarian lines, contributes significantly to the disunity and conflict in our society. Then there is the dismal lack of public interest and participation in the national elections – especially by the young. According to official figures only about twenty-two percent of Tibetans in exile above the voting age of 18, voted in the last Kalon Tripa elections. There is also the contention that Tibetan society lacks people with leadership qualities and we should therefore accept whoever His Holiness appoints or approves. Another dilemma, and a sore point with educated lay people, is the matter of two votes for monks, and the un-secular nature of our government. Finally there is the very worrisome and critical matter of His Holiness’s age (he is seventy-four) and the fact that he will not be with us for very long. Isn’t it more important that we address these questions before bothering about political parties?

I feel that the introduction of political parties in our national elections for the exile parliament and the prime-minister, is the “wedge” solution to nearly all of our other political problems. By that I mean the introduction of political parties will act as the thin end of the wedge that will force open barriers that at present block not only solutions to, but even discussion of, our many political predicaments and stumbling blocks.

Under the present system none of our fundamental political problems are honestly or seriously discussed by members of parliament or officials, much less confronted and worked out. I am not saying these are dishonest or unintelligent people, but the system is such that in order for them to gain and retain their position, they have to actively resist change, prop up the status quo, and faithfully echo the official line. Merely changing the members of parliament or the Kalon Tripa in 2011 will accomplish nothing.

The much needed changes can only come from outside, through a new national party committed to bringing about the necessary reforms. Of course, this party has to gain a clear popular mandate and win the Kalon Tripa elections and a majority of the seats in parliament. This is of course the ideal scenario. We might end up with a coalition of two or three parties, which would not be as desirable an outcome. But it would still be workable, and definitely a vast and fundamental improvement on the present state of affairs.

If we look at the transformation of former authoritarian states as South Korea and Taiwan to liberal democracies, we can clearly see that the entry of a new outside political party or opposition force, into a previously exclusive and autocratic system, was the turning point for the advent of democracy in that nation.

When a capable Kalon Tripa backed by a progressive political party (with a majority in parliament) should take power, we could, without straining ourselves, envision a bill being introduced into parliament to change our present provincial and sectarian election system. Ditto for the matter of two votes for monks and the question of secular government. Perhaps a national referendum or referenda might be held on those issues, since they are fundamental constitutional questions.

My suggestion for an alternative system (which also has been put forward by others) would be a bicameral parliament with two chambers. The upper house, with representatives of the three provinces and five religious sects would be symbolic of a future independent and democratic Tibet. It would have a limited “review” and advisory role. The members of the lower house would be elected on a proportional basis from every community and center in the exile world, and through a one-person-one-vote electoral system.

The problem of voter apathy might be resolved to some extent by the political parties themselves. They will, of course, have to campaign and create interest among the electorate if there are to be competitive, much less victorious. They will, furthermore, like parties elsewhere, have to enroll and register new voters supportive of their platform. At the moment absolutely nothing is being done by the exile government; only the usual blaming and scolding by officials about how Tibetan youth have no patriotism or simshug etc.

The allegation about our society not having anyone with leadership qualities is also a pathetic canard that can easily be refuted. Perhaps people with such attributes aren’t conspicuous in the administration, because the very requirements of leadership: curiosity, initiative, boldness, courage, intellectual rigor and independent thinking are actively discouraged in such circles. But once young Tibetans escape from the confines of mainstream exile society they appear to be capable of great self-motivation and enterprise. In my travels and talks I regularly come across young Tibetans, men and especially women, who appear confident, professional, outspoken, progressive and challengingly intelligent. If you were demanding the ideal leadership resume, you could perhaps point to little little gaps here and there, but nothing, I unreservedly maintain, that a little time and experience would not fill in and smooth over nicely. Such meetings and encounters always leave me with a reassuring feeling about our future, which is not a normal experience for me in Tibetan politics.

Even the flood of new refugees (sarjor) from Tibet, some of whom though possibly traumatized in one way or the other by their experiences, are at least not burdened with the culture of subservience that the exile education system (for all its impressive achievements) has imposed on our children. The educated newcomers provide a fresh pool of potential leaders with the crucial emotional proximity to Tibet (which many of us earlier exiles have lost in some ways) and with the invaluable knowledge and (welcome) distrust of China’s leadership.

However critical I am of His Holiness’s policies, I am convinced (and I have said this before) that the institution of the Dalai Lama is absolutely necessary, not only for the continued functioning of our exile government but even more as a living symbol of our national struggle. Yet I believe that the survival of this sacred institution is dangerously uncertain, especially when we consider the decline of our religious institutions and the progressive weakening of the exile government. The only way to turn this around is through the democratization of our exile-government and the political empowering of our exile society – starting with the introduction of political parties. I wrote an article “The Jewel In The Ballot Box” for Phayul.com, quite a few years ago where I discussed these questions. I will reissue it on my blog very soon.

Which leads us to the most important question of how our Rangzen Struggle relates to the democratization of our exile society. I wrote in Rangzen: The Case For Independent Tibet that: “ To the oppressed people of Tibet, democracy represents not only a goal of eventual freedom from Chinese tyranny but also the best hope for a truly just and equitable government of their own choice. As such, the promise of a true democratic Tibet will be an effective repudiation of Chinese propaganda claims that Tibetan independence would mean a reversion to theocratic feudalism. Hence democracy becomes a potent weapon for the cause and its genuine and effective implementation in our exile-society an absolute necessity for the credibility of the Freedom Struggle.”

Yet, many national liberation and independence struggles have been successfully conducted by organizations and societies not necessarily democratic. A case could be made that in such struggles the priorities are discipline, focus, and obedience to a single commander rather than parliamentary debates and democracy. On the other hand, freedom struggles, even violent ones, have been waged successfully by essentially democratic movements as in the case of America, India, and Israel. These movements also avoided the subsequent chaos, internecine violence, oppression and mass murder of its citizens, which invariably followed the “liberation” of Communist China, Vietnam, Cambodia, North Korea and other totalitarian and authoritarian countries.

The idea of strong leadership, discipline and obedience is an attractive one to many young activists. For a time I was an enthusiastic follower of Gyalo Thondup. GT (as we called him) undeniably made a major contribution to our struggle in the fifties and sixties. Yet his capriciousness, absence of the democratic spirit, and a “my way or the highway” operating philosophy, created much of the political confusion and stagnation we are mired in now. Tibetans need to mature and look to themselves rather than strong-men (miwang), high-born lamas (kyebhu-dhampa), scions of the yabshi, or “a-man-on-a-white-horse” (as Americans might put it), to save them, or at least take care of their political problems.

Right now the Struggle is effectively emasculated since all organizations and groups worldwide, working and struggling for Tibetan freedom, lack any political power, and have absolutely no input in the decision making process of the exile-government. The Tibetan Youth Congress, Students For A Free Tibet and many other Rangzen-based groups are doing tremendous work but their operating budgets are minuscule and they find it increasingly difficult to raise support and money for their campaigns. On the other hand, a completely self-serving agency like the International Campaign For Tibet (ICT), with fancy offices (more suited to a corporation) and generous salaries for senior functionaries, essentially vacuums up whatever funds there are available for the Tibetan cause, and ensures that no one else gets even close to it.

Rangzen activists are fighting Communist China not just with one hand tied behind their backs (as the expression goes) but more precisely, with both hands and feet hog-tied behind them - and their mouths effectively gagged and taped shut.

Much of the international impact of the tremendous revolutionary events in Tibet last year was simply neutralized by the self-serving comments of China’s foreign propagandists and “barefoot” experts, and squandered away by the confusing and insanely self-destructive statements and actions originating from Dharmshala, and retailed in the west by the International Campaign for Tibet and others. Those who believe in Rangzen must reclaim the debate on Tibet so that the actual aspirations of the people inside Tibet are clearly represented to the world.

It is quite possible, the way Communist China is intensifying its repressive ethnocidal policies in Tibet, that another major, even critical, uprising could take place in Tibet in the foreseeable future. Because of this year’s conflict in East Turkestan, there is a possibility that events in Tibet could overflow into Central Asia, and perhaps even into China proper, where income gaps are ever widening, corruption is pandemic, and the once illusory hope of reform, rule of law, possibly even eventual democratization, has been irrevocably lost.
The only possibility for such a far-reaching, once-in-a lifetime strategic opportunity to be seized and acted on, not frittered away like last year, would be if a strong national party, committed to Rangzen and democracy, were to win the Kalon-Tripa and parliamentary elections and, with the blessings of His Holiness the Dalai Lama, legitimately takes over the government-in-exile.

Note:
[1] Jayaprakash Narayan “Civil society and Political parties” India Together Mon 28 Sep 2009. (Dr. Narayan is founder and coordinator at Lok Satta, the people’s movement for governance and electoral reforms.)

WAITING FOR MANGTSO-IN ATTESA DELLA DEMOCRAZIA

September 10th, 2009

E’ in inglese, è lungo, è complesso. E’ l’ultimo intervento dello scrittore Jamyang Norbu sulla questione politica tibetana. Ma ritengo che si tratti di uno scritto fondamentale che deve essere assolutamente letto da quanti si interessano alle vicende del Tibet. Non avendo tempo di tradurlo entro breve, ho comunque deciso di pubblicarlo egualmente in inglese.

Spero stimoli quanti seguono questo blog ad intervenire.

P.V.

WAITING FOR MANGTSO -

By Jamyang Norbu

I started pecking out this piece over a month ago in the garden of Nalanda Koti, my old bungalow in McLeod Ganj. On this particular visit to India I was struck by how the issue of the 2011 Kalon Tripa elections, and additionally the “20 Questions” on Prime Minister Samdong Rimpoche’s resignation, somehow elbowed their way into every conversation, not only with Tibetans

but also Indian and Western friends, and even the few journalists that always seem to be around McLeod Ganj.

I had, a week or so before my departure for India, speculated on Radio Free Asia (RFA) that there was, perhaps, some tension between the Prime Minister’s office and His Holiness’s private secretariat. Last year when I was in Dharamshala for the “Special Meeting” someone told me that Rimpoche had become increasingly frustrated with how little say he had in matters relating personally to His Holiness. In one instance I was told that Rimpoche wanted to vet the Dalai Lama’s travel schedule, and that officials at the private secretariat regarded that as an act of lèse majesté. This was, of course, all speculation coming from the backwoods of Tennessee, with no first hand information to back it up, as I admitted to Karma Zurkhang, the RFA

interviewer.

I wasn’t on any more solid ground, informational-wise, with the semi-official explanation I received this time around at Gangkyi. Rimpoche had given a talk to TGIE officials and staff explaining the reasons for his resignation. He revealed that he had suffered from depression (sog-lung) since adolescence, but had gained a remission after coming into exile. Rimpoche now felt the condition returning, making it difficult for him to continue in office and carry out his duties. In a noticeable break with the mealy-mouthed tradition of officialdom, the former speaker of the Tibetan Parliament, Karma Chophel la, offered a blunt explanation for Rimpoche’s decision. In a radio interview the ex-speaker declared that Rimpoche had little choice but to resign because of the abject failure of his major policy initiatives, including his role in the promotion of the Middle Way and negotiations with China. He was supported in this analysis by Sonam Topgyal la, the former kalon tripa, who

was also being interviewed in the radio program.

At Dharamshala I also learned that supporters of the Prime Minister were calling for the amendment of the Exile Charter so that the two-term limit could be rescinded and Rimpoche could serve for a third (and perhaps even a fourth or fifth) term. An informed acquaintance of mine told me he suspected that Rimpoche’s resignation might actually have been a ploy to raise the amendment issue. Such a development would allow Rimpoche to launch the campaign for his third term while still in office, giving him a definite advantage over future competitors.

To be fair, Rimpoche himself has publicly stated that he was against any amendment of the Exile Charter for this purpose. As critical as I have been on occasions about Samdong Rimpoche, I think we should give him the benefit of the doubt on this occasion and not assume his resignation was a political ruse. I could be wrong about this, but I suspect that Samdong Rimpoche has had an epiphany. He has finally realized the fundamental limitations of the democratic process in exile politics. In his statement at a panel discussion in Dharamshala on June 21, (organized by Gu Chu Sum, TWA and SFT), Rimpoche admitted that the Kalon Tripa did not have the freedom to operate in the usual manner (“free style” was how Rimpoche put it) but had to work within a framework where besides the presence of other institutions (and this was repeatedly emphasized throughout the discussion) the Dalai Lama’s wishes were absolutely and unquestionably predominant. In response to a question from the audience about the priorities of the Prime Ministers duties,

Rimpoche responded, very clearly, that it was important for the kalon tripa “to even anticipate the Dalai Lama’s unstated thoughts and direct his efforts to their realization.” Which is essentially saying that the role of the PM in Tibetan administration is not that of prime ministers in democratic nations as India or the UK (who actually initiate and formulate national policy) but rather that of a “first minister of the crown” in a pre-democratic monarchy or theocracy. The latter statement about anticipating His Holiness’s thoughts echoes the fawning of the grand eunuch in a decaying Oriental court, than the free expression of a democratically elected leader. This was definitely not the view that Rimpoche appeared to hold previously, judging by his earlier statements. In his first term he had been much more effusive about the authenticity and significance of Tibetan democracy, and enthusiastic about the democratic role of his office in Tibetan governance. There is no fundamental or substantive disagreement between the Dalai Lama and his prime minister on His Holiness’s highest-priority policy goal as defined by his Middle Way Approach. In fact Samdong Rimpoche has been unflinchingly loyal in this, even setting himself up as a kind of theoretician or ideologist for the Middle Way – writing articles and speaking on the subject. Rimpoche has carried out a number of his own policies, namely the privatizing of all Tibetan government businesses (whether profitable or not) making farmers in resettlement camps adopt organic methods (causing financial loss and conflict in the farming community) and converting the Gangkyi staff mess to farming community) and converting the Gangkyi staff mess to vegetarianism. But traditional prime ministers throughout the ages have been allowed some latitude in secondary policy matters. Of course if Samdong Rimpoche had ever expressed any misgivings about a fundamental policy matter as the Middle Way Approach, there can be no doubt that his career would have been effectively terminated. The job of the prime minister in the exile Tibetan government, even if he has come to his position through an election of some kind, is, first and foremost, to carry out the policies and the wishes of the Dalai Lama, as Samdong Rimpoche himself has finally admitted.

All this is perfectly traditional and legitimate (even the sycophancy) – as long as we do not insist on calling this system a democracy. It is when we do, and when we start believing our own propaganda that misunderstanding and confusion ensues.

Some months ago Thupten Samdup of the Canada Tibet Committee and newly appointed representative of the Dalai Lama in London, started a website to “facilitate the nomination for the next kalon tripa”. He was tremendously disappointed when people showed very little interest coming forward as candidates or naming new nominations. He posted an article in Phayul.com “Walking the Talk” where he expressed his frustrations but also laid out his reading of the current Tibetan political system. “For the first time in our history we have a parliamentary system and an evolving democratic structure intended to grant representation and freedoms….Tibetans in diaspora now have a precious opportunity to participate more directly in the democratic process: to choose worthy candidates from among our people to stand for the highest office in the Tibetan government-in-exile – the Office of the Kalon Tripa.”

I also came across other comments on various websites by Tibetans expressing hope that a transformational leader like Barak Obama or at least an honest and capable prime minister like Manmohan Singh, would be elected as a new kalon tripa, and our political system would thus become fundamentally reformed. In one discussion on the Internet, hope was expressed that the election of a “rangzen” candidate could change the current exile- government policy and bring a new direction to our freedom struggle. I do not want to pour cold water on these expectations and initiatives, which are probably well intentioned. Nonetheless they are naïve and misguided in assuming that our political system is a democratic one where an elected prime minister would have the constitutional powers to make fundamental changes in our body politic.

Our system resembles nothing more than the “Party-less” Panchayat system of Nepal, formulated by King Mahendra in 1962. He declared that this “Panchayat Democracy” was closer to Nepalese tradition and culture than Western democracy. Elections were held for seats in the Rashtriya Panchayat, as the Nepalese parliament was called. In 1980, under King Birendra, even the prime minister was elected by the rashtriya panchayat. Nonetheless Nepal remained very much a monarchy where the real political power was held firmly by the king and his royalist supporters. Only in 1991, with multiparty parliamentary elections held throughout the country, could Nepal actually claim to have become a real democracy. Even those Tibetans, fully aware of the stagnant and ineffective nature of the Tibetan political system, often cling to the hope that the election of a transformational political leader could bring about a major change in political direction. There are a number of reasons why this hope is unrealistic. Even if, by a very long shot, such a prime minister were to get elected, he would be up against a parliament whose members have no institutional requirement to work with him. He might be able to pull the kashag in his wake, since the ministers would be his own appointees, but then, of course, he would have the ultimate and unenviable task of informing His Holiness that His Middle Way policy had failed and that a new course of action would have to be put in place.

Then there is the one final awkward fact that is never mentioned in any public discussion or even acknowledged as existing – the reality of the other center of political power in the exile world, besides the Dalai Lama, the kashag and the parliament. Our “party-less” democracy is in fact not quite as party-less as it claims to be. In truth, whenever claims of a “party-less” system is made in any undemocratic country, what is never mentioned is the party representing the status quo, the established power, that is always there in the shadows. In the case of the Tibetan exile world this undeclared party is more a loose coalition of organizations than a single political party. But it none-the-less represent the political machine that has since the beginning of exile history maintained a formidable control over the election process, and has otherwise ensured unquestioning loyalty of the exile public to His Holiness and the first family (Yapshi). Probably the first of these organizations, in what I will call the religious-right coalition, was the Cholsum Chigdril Tsokpa or the Three Provinces United Association, created by Gyalo Thondup, the Dalai Lamas older brother. It had an initial membership of largely junior monk officials. This organization was used effectively in Gyalo Thondup’s power struggle against senior members of the early exile government, largely aristocrats, who were nearly all driven out of office. The formation of this organization might have been influenced by Gyalo Thondup’s student days in Nationalist China. There was a bit of the Guomindang in the makeup of the United Association, especially in their absolute loyalty to the leader figure. With the first elections for the Tibetan exile parliament (Commission of Tibetan People’s Deputies) was held in 1960

along provincial lines, organizations (besides the United Association) claiming to represent each of these provinces sprang up in the following years: U-Tsang Tsokpa (for central Tibet) up in the following years: U-Tsang Tsokpa (for central Tibet) Domey Tsokpa (for Amdo) and Dotoe Tsokpa (for Kham). The claim by these organizations to be sole representatives of the provinces of Tibet were shaky at best. Even within exile-society the claims of these organizations have been challenged by outside groups, and even among themselves, in the form of divisions and internal conflicts. There was little transparency in the leadership selection process and finances of these organizations. After the founding of the Tibetan Youth Congress, the only genuinely democratic organization in exile, the various component groups of the coalition began to adopt some of the vocabulary and organizational structure of the Congress, but they remained essentially non-democratic and reactionary. I am not going to go into much detail here about the coalition. A full history of exile politics is really needed. The origins of these organizations are murky and their history convoluted and often baffling. It should be stressed again that this coalition of various organizations is not a monolithic structure like the Chinese Communist party. There have been messy internal differences, and in fact most of the major crises in exile society have come about because of rifts and conflicts within the religious-right coalition. At least a couple of these have ended in fatalities. The initial attacks by the religious-right coalition were directed against those perceived as opposing Gyalo Thondup. I had earlier mentioned those aristocrat ministers and secretaries in the early exile government, but there were also Khampa leaders as Markham Thosam, Manang Abo and others who were seen as questioning or criticizing Gyalo Thondup or supporting his opponents in the government. The fact that Manang Abo had been a leader and participant in the ‘59 Uprising, did not save him from being branded a traitor. The coalition also succeeded in shutting down an embryonic political party set up by the former Tibetan representative to Nationalist China in Nanjing, Thupten Sangpo (a.k.a. Tsatora Khenchung). Another incipient political party called the “Social” party started in Dalhousie was also shut down. It is possible that the Dalai Lama’s proclamation of a democratic constitution for Tibet in the early sixties inspired these short-lived efforts at democratic participation. Later attacks (often physical and violent) were directed against Tibetan intellectuals who wrote anything that could be remotely construed as critical of the Dalai Lama, Buddhism or Gyalo Thondup. The late Professor Dawa Norbu was threatened with violence for an editorial in the Tibetan Review, while Karma Zurkhang, the editor of the Tibetan Youth Congress magazine, Rangzen, was attacked for publishing a letter-to-the-editor, which was denounced for being insulting to His Holiness. A well organized and extensive hate-mail campaign was directed against a Tibetan academic in Japan, Tsultrim Kalsang Khangkar, who was alleged to have criticized His Holiness in his writings – but which he has consistently denied doing. Alo Chonze, the leader of the anti-Chinese Mimang organization in Lhasa during the mid 50’s, was also mobbed in Dharamshala and humiliated in the 50’s, was also mobbed in Dharamshala and humiliated in the Cultural Revolution style with ink and spittle being smeared over his face. His daughter, a Tibetan government official, was also briefly held hostage. For a while the Tibetan Women’s Association was a major participant in the coalition witch hunts, but that organization has now, gratifyingly, moved on to more constructive social and freedom activism, and to working for the empowerment of Tibetan women. Pro-establishment Tibetans have often tended to dismiss such incidents as unfortunate but spontaneous incidents stemming from the devotion of an uneducated Tibetan public to the Dalai Lama. Such a viewpoint is not entirely wrong on the surface of things, but even a cursory investigation of the incidents clearly reveals political motives and direction behind them. His Holiness has, unfortunately, never once condemned these acts of violence and intimidation being carried out in his name, and has perhaps unintentionally provided an incentive for loyalists to carry on in

this thuggish manner.

A scholar from Amdo, Pema Bhum had a fatwah or sorts declared against him for an academic paper on Tibetan literature that was deemed anti-Buddhist. The president of the Cholsum United Association, went so far as to offer a reward of Rs.200,000 to anyone who would murder the scholar, and even repeated this offer in an interview with the political journal Dasar. Pema Bhum was a director of the Amnye Machen Institute, with Tashi Tsering, Lhasang Tsering and myself. At Amnye Machen we published the newspaper Mangtso (Democracy), that attempted to report on Tibetan politics in an open and truthful manner. Our staff members and some young men who sold our paper on the streets were constantly bullied and threatened. The editors received death threats on a regular basis, and gangs and mobs often poured into our office, scaring the girls at the reception desk and harassing everybody else. All these incidents were clearly organized and instigated by the religious-right coalition in order to shut down the paper. Things went from bad to worse after we published an editorial condemning an underhand move by the coalition to gain full and official control over the selection process of candidates for the parliamentary elections. The stated reason for this move was to ensure that no disloyal person or secret Chinese agent would slip in as a candidate. We managed to stall that political move, but even without resorting to such a Communist Chinese or North Korean electoral procedures, the religious-right coalition had pretty much sewed up the electoral process.

Since exile Tibetans can only vote on the basis of the province they had come from and, the provincial organizations claim, with official approval and support, to exclusively represent everyone from that particular province, tremendous control is maintained from that particular province, tremendous control is maintained over the electoral process and the outcome of the elections. The system is skewed against the young and those born in exile since they have little affinity or connection with the provincial organizations. Furthermore many young Tibetans born in exile are of mixed parentage, Toepa/Khampa, Amdowa/Lhasawa and find it problematic to join these organizations. We should also bear in mind that all monks have two votes each in these elections, giving a tremendous advantage of the religious-right.

The religious-right coalition has never been energetic in Rangzen or human rights activism. They have largely focused their efforts in maintaining political power through the parliamentary (and later Kalon-Tripa) elections, and through ostentatious public displays of loyalty to the Dalai Lama, and sometimes Gyalo Thondup. A noticeable feature of many of the religious-right leaders has been their habitual mahjong playing. I recall just one campaign, a Peace March to Tibet in 1995, organized by the religious-right coalition. A large sum of money (about 80 lakh rupees) was raised from the public, but just at the commencement of the march it was announced that the goal of the Peace March (initially Tibet) had now been changed to Delhi. Halfway to Delhi, at Ambala, the march-leaders hustled everyone on buses claiming that they had to meet the Dalai Lama (on his return from a foreign trip) in New Delhi.

In fact last year’s momentous campaigns by the Tibetan Youth Congress, Students for a Free Tibet, the Tibetan Women’s Association and other groups have been condemned by the religious-right for causing the failure of the negotiation talks with China, and upsetting His Holiness. Even the numerous campaigns against the Beijing Olympics and the Torch relays, have been denounced by the coalition for deliberately provoking the Chinese government and antagonizing the Chinese people. This right-religious coalition now serves as the main force to promote the Middle Way policy in Tibetan Society. A special sub-organization, the Tibetan People’s Movement for Middle Way, appears to have been created some years ago which has organized “workshops” and meeting to educate the Tibetan people about the Middle Way Policy. Less peaceful methods have also been adopted to deal with anyone even questioning the Middle Way Approach. For instance the speaker of the Tibetan parliament, Karma Choephel, attempted to introduce a resolution for a parliamentary review of the Middle Way Approach. He immediately faced a barrage of opposition not only from within the Parliament but from the coalition, calling for his ouster and even for physical violence against him. He had to withdraw his resolution. Most recently an intellectual from Amdo, Lugar Jam, gave a public lecture in McLeod Ganj analyzing the failure of the Middle public lecture in McLeod Ganj analyzing the failure of the Middle Way Approach and Gyalo Thondup’s role in this fiasco. He was immediately fired from his position as an analyst in a TGIE research office, and has since then been constantly harassed and threatened in the time-honored manner. Late the Amdo provincial organization has started a process to remove him from membership of the Amdo community, with the likely aim of disenfranchising him.

It doesn’t require undue perspicacity to see that no single person, even if elected to the position of the prime minister would be able to alter our present course. Especially since the Tibetan parliament itself has unanimously passed a resolution supporting and praising the Middle Way Approach as the only guiding principle and sole policy direction for the Tibetan issue. The present speaker of the parliament, Penpa Tsering, stated very clearly at the public discussion in Dharamshala on June 21 (where he was also a panel member with Samdong Rimpoche) that only someone supporting the Middle Way was eligible for the position of Kalon-Tripa. Penpa Tsering did acknowledge that a Rangzen supporter could try and get nominated, but (he added with a smirk) that the potential nominee would be wasting his time. I am not saying, that even under the present political system, the election of an honest and competent Kalon Tripa would not be a small improvement on things. Of course it would. But the improvement would only be in areas that did not encroach on the Dalai Lama’s policy of the Middle Way. Rangzen activists and supporters who feel that the hopeless, even suicidal, negotiation policy of the exile government could be changed by the nomination of a rangzen candidate, should modify their expectations.

Sometimes it appears that even His Holiness himself is stymied by this system that was presumably created to serve his interests. Last year after the great uprising in Tibet, the brutal Chinese crackdown, and the disastrous and shameful ending of negotiations with Beijing, the Dalai Lama publicly expressed his loss of faith with Chinese leaders and called for the Special Meeting in November, apparently with the aim of finding some new direction in Tibetan politics. But then the machine of loyalist politics was cranked up. All sorts of phony surveys and statistics, a plethora of loyal resolutions from purported public meetings, were churned out to give His Holiness the impression that the Tibetan public enthusiastically and near unanimously supported His Middle Way policy, and would never loose faith in Him or question any of His decisions. On occasion the coalition has even been known to exercise their loyalist zeal in a loose-cannon manner that has been disrespectful to the physical presence of the Dalai Lama. In 1966 or thereabouts, the daughter of Yarphel Pangdatsang came to Dharamshala for an audience with Holiness. Earlier, Pangdatsang had been a close family friend of the Yabshi, His Holiness’s had been a close family friend of the Yabshi, His Holiness’s mother (Gyalyum Chenmo) even staying regularly at the Pangdatsang mansion in Kalimpong. But then Pangdatsang fell out with Gyalo Thondup and found himself the target of a vilification campaign. Inexplicably, this only Tibetan millionaire at the time, suddenly departed for Communist China, opening himself up to more accusations. When his married daughter Wangmo requested an audience for herself before her departure to the USA, it was granted by the Dalai Lama’s principal secretary, Kungo T.C. Tara. The coalition heard about this and soon a large howling mob assembled before the Dalai Lama’s old palace at Swarg Ashram, screaming (in earshot of the Dalai Lama) for Kungo Tara to be dragged out of his office. A tearful Kungo Tara went before a very upset Dalai Lama to offer his resignation.

The right-religious coalition sometimes reminds me of HAL the schizophrenic computer in the movie 2001: A Space Odyssey, whose deformed sense of loyalty to its mission made it incapable of realizing that its actions were destroying the crew (and captain) of the spaceship it was supposed to protect.

So this is where matters stand. As depressing as the whole thing sounds, I believe there is a way to bring about real and effective democratic governance in our exile society. It is going to be more complicated and strenuous than just voting for a nice Kalon Tripa and then crossing your fingers and hoping for the best. We have to commit ourselves to an extraordinary and far-reaching purpose – a democratic revolution. Nothing less will succeed. Some ideas on how to go about this will be posted on this site in the near future.

[Wednesday, September 09, 2009 22:53]

Tibet e rapporti politici

September 3rd, 2009

Pubblico volentieri una riflessione inviatami da Riccardo Zerbetto sui rapporti tra mondo politico e questione tibetana.

In calce una mia prima risposta alle considerazioni di Riccardo. Ovviamente qualsiasi altro contributo sarà ben accetto.

P.V.

DUE NOTE SU TIBET E POLITICA

Il quesito è semplice e complesso insieme: a chi sta a cuore la “causa” tibetana, alla Destra o alla Sinistra?

Il fatto che il popolo tibetano fosse governato da un sistema monastico lamaista di stampo aristocratico e che la Cina di Mao Tze Dong lo avrebbe “liberato” da tale sistema feudale crea di per sé una discriminante di base. E’ pur vero che la scarsa opposizione del Dalai Lama alla ingerenza del Partito democratico cinese ed anzi la sua strenua fede nella possibile integrazione nel sistema politico dell’Occupante viene spesso interpretato – stando anche a dichiarazioni dello stesso leader politico-religioso del Tibet -  come un sostanziale consenso ad un sistema più “democratico”. Molteplici sono ancora le sue espressioni a sostegno di un progressivo processo di democratizzazione delle forme di governo del popolo tibetano.

Pur prescindendo da considerazioni di politica internazionale – sia per motivi di spazio che di competenze personali – nel momento in cui alcuni a cittadini o associazioni si muovono a dare qualche tipo di sostegno alla “causa” si presenta ineludibile il quesito di fondo su cui queste note intendono focalizzare l’attenzione.

Fermandoci alla storia recente sembra potersi pendere atto del fatto che:

  • Il Governo italiano – sia sotto al presidenza di Berlusconi che di Prodi – ha teso ad eludere posizioni esplicite di conflitto con la Cina per evitare la rappresaglia in ambito economico che puntualmente la Cina mette in atto per scoraggiare ogni forma di ingerenza nei  propri “fatti interni ” quand’anche si tratti di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle minoranze etniche che pretendano di avere maggiore autonomia e rispetto delle loro culture, come del resto degli stessi cittadini cinesi che non si adeguino ai rigidi dettami imposti dall’attuale regime di “centralismo democratico”. Da questa debolezza dell’azione di governo – condivisa del resto dagli altri paesi europei e degli USA del pari ricattati dalle minacce cinesi -  si sono in parte dissociati
  • La Lega Nord che ha promosso eventi di ampia visibilità all’insegna di una difesa delle culture locali dai tentativi di inglobamento massificante di potenze egemoni
  • Alleanza Nazionale che, specie attraverso gruppi giovanili, ha sostenuto la rinascita dell’orgoglio nazionale tibetano e di conseguenza la richiesta di indipendenza dalla Cina. In quanto sindaco di Roma, Alemanno ha conferito al Dalai Lama la cittadinanza onoraria.
  • Rilevante è stato il coinvolgimento del partito Radicale a sostegno del Tibet, sostenuto anche da un personale rapporto tra Pannella e il Dalai Lama e dalle significative azioni intraprese da Matteo Mecacci anche nella sua posizione di Membro Commissione Esteri della Camera. L’orientamento mantenuto dai radicali, tuttavia, è sempre stato quello di avvallare la “middle way” proposta dal DL, posizione che per sua definizione non può andare oltre la richiesta di maggiore autonomia e rispetto dei diritti umani.
  • Rilevante l’impegno di Claudio Tecchio (coordinatore del preziosissimo www.dossiertibet.org), come espressione della CISL e del Consiglio della Regione Piemonte che ha coinvolto anche parlamentari di Forza Italia. La strenua denuncia alla brutale repressione cinese ad ogni spinta autonomista, il dichiarato appoggio al National Democratic Party of Tibet e ad una politica di sostegno alla legittima rivendicazione di indipendenza del Tibet hanno ricevuto sinora uno scarso accoglimento
  • E la Sinistra?
  • La cittadinanza onoraria Dalai Lama è stata assegnata anche dal sindaco di Venezia Cacciari non senza aspri contrasti all’interno della giunta e comunque su richiesta di un consigliere di AN sostenuto dai Radicali. Mancano, a quanto mi risulti, pronunciamenti di un certo significato da parte di rappresentanti della Sinistra a sostegno dell’inalienabile diritto alla autodeterminazione del popolo tibetano. Non sono mancate iniziative anche lodevoli, come quella promossa dal Consiglio della Regione Toscana nel 2008 per iniziativa di Severino Saccardi, ma sempre rimanendo, mi pare, su un basso profilo di ingaggio politico sul tema
  • Non sono mancate, anche in tempi recenti, dichiarazioni a sostegno del Repubblica Popolare Cinese da parte di rappresentanti della Sinistra più radicale dimenticando, pare, che la Cina di oggi rappresenta una forma di capitalismo di stato nella sua forma più esasperata e senza alcune forma di tutela dei diritti sindacali dei lavoratori
  • L’iniziativa su “Libertà e democrazia per il popolo tibetano” con il Seminario su Modelli di Democrazia e partecipazione - a favore di 17 studenti tibetani in esilio laureati o laureandi in Scienze politiche presso università dell’India – promosso da Worls Action Tibet viene sostenuto dalla Provincia di Siena e dal Consiglio della Regione Toscana prevede una serie di incontri presso sedi universitarie e Istituti di Ricerca politico-sociale di Roma, Siena, Firenze, Bolzano e Milano. L’iniziativa si inserisce nel sostegno ai processi di democratizzazione del Governo tibetano in esilio già dato dall’Università degli studi di Siena, dal Consiglio della Regione Toscana e dal Comune di Siena con il sostegno economico fornito dalla Provincia di Siena che, congiuntamente, già patrocinarono la Conferenza su: TIBET E DIRITTI UMANI. Una riflessione a 60 anni dalla proclamazione della Dichiarazione universale dei Diritti Umani da parte delle Nazioni Unite tenutasi il 10 dicembre 2008 in collaborazione con World Action Tibet e Associazione Italia-Tibet.
  • La presente iniziativa mira al coinvolgimento di più province italiane, come Siena, Roma e Bolzano, come pure di più Amministrazioni comunali, come Siena e Roma (e, previa conferma) Firenze, Bologna, Venezia e Milano con l’obiettivo di dare una testimonianza forte della solidarietà della cittadinanza italiana e della Sinistra alla causa del Tibet al di là delle esitazioni ed ambiguità manifestate dal Governo italiano
  • In ogni caso, ritengo sia legittimo e doveroso  chiedere a tutte le Amministrazioni pubbliche cointeressate al progetto, come ai docenti universitari, ai sostenitori della “causa” tibetana,  agli studenti ed in particolare ai giovani che vorranno unirsi a questo dimostrazione di interesse e di solidarietà a “mettere sullo sfondo” la appartenenza politica e di dare al contrario la priorità all’obietti comune di essere di qualche aiuto al dritto di riscatto per questo popolo umiliato da 60 anni di occupazione militare e di repressione di qualsiasi richiesta di diritto.
  • E’ davvero impensabile poter proporre una sana trasversalità su battaglie ideali che possano essere condivise da schieramenti o simpatizzanti di forze politiche diverse? Ci auguriamo che questo non sia
  • Grazie
  • Riccardo Zerbetto
  • Coordinatore di World Action Tibet - Italia

    Autonomy? Think again

    July 22nd, 2009

    Sul quotidiano in lingua inglese “The Times of India” è uscito l’altro ieri questo interessante contributo del tibetologo Elliot Sperling che pubblico volentieri, sia pure non tradotto, vista l’importanza delle sue analisi.

    P.V.

    Autonomy? Think Again

    (By Elliot Sperling, “Times of India”, July 20, 2009)

    As if any further evidence were needed of the ways in which China has been running rings around the Dalai Lama and his government-in-exile, recent events have made the situation abundantly clear. Last November the Tibetans presented a memorandum to China, meant to demonstrate that the Dalai Lama’s position on Tibetan autonomy was wholly compatible with China’s existing laws on regional nationality autonomy. The memorandum was vehemently rejected and the dialogue process between the two sides screeched to a halt.

    On June 22, there were reports that exiled Tibetan officials were meeting to draft a statement clarifying their stand and, it was hoped, would open a way out of the impasse. The new statement is intended to demonstrate that the Tibetans want to reach an accord with China on the basis of Chinese autonomy laws. Unfortunately, the ignorance with which the authorities in exile deal with China is now on display in embarrassing detail. The Dalai Lama’s chief negotiators, Kelsang Gyaltsen and Lodi Gyari, have met with other officials to hammer out a position that they fantasise will interest China, and Lobsang Sangay, a Harvard-trained expert, has been reinforcing the exiled government’s views with his own analysis of the law. But the fact is that all of these people are functionally illiterate in the hundreds of articles and books all in Chinese that constitute the body of interpretive literature on regional nationality autonomy in China. That never seems to have perturbed the Dalai Lama’s people as they wander quite blindly around major issues of

    Chinese policy.

    Since the spring of 2008, China has responded to criticism of its historical claims to Tibet by scrapping its common line, that 13th-century Mongol conquerors made Tibet part of China, with the more forceful, take-no-prisoners position that Tibet has been a part of China “since human activity began”. Much as this exemplifies the attitude that history is not an objective measure against which to weigh Chinese claims, so too a new debate has opened in China that demonstrates that the laws on autonomy are not to be considered fixed standards against which the government can be challenged. To the contrary, they are tools of the government and party, dispensable when they are not serving the desired political ends. In April, seemingly unbeknownst to the Dalai Lama’s authorities, Ma Rong, a scholar who often writes on minority demographic and population issues, proposed a drastic measure, akin to what was done in the area of history: scrap the regime of regional nationality autonomy laws. The real problem, according to Ma Rong, is that China’s autonomy laws derive from a Stalinist heritage (which, in the Soviet Union, included rights to secession and independence), saddling China with a system that alienates minorities from the notion that they are part of the larger Chinese nationality. Now, with uncanny timing, the recent unrest in Xinjiang has underscored his contention. As Ma Rong puts it, the nationality laws encourage minorities to exclude others from their regions, privilege their own language, assert economic rights of their own and maintain and strengthen the historical consciousness, religions and practices that differentiate them from others, all in accord with Stalin’s definition of “nationality”. For Ma Rong, this is the crux of the problem: the current system leaves minorities with little or no sense that they are Chinese. Only three other countries, he notes, ever implemented a similar system with specific geographical regions for minority nationalities: the Soviet Union, Yugoslavia and Czechoslovakia. It goes without saying that the historical track record is not good. In contrast, India and the United States provide useful counter- examples. Jawaharlal Nehru in particular is cited for imbuing the members of various groups with the sense of being part of “the Indian nation”, while at the same time dulling the areas of ethno- national conflict between them. In the US, the election of Barack Obama is presented precisely because his platform was directed at the benefit of all Americans, with no taint of racial interest. Neither country has regional minority nationality autonomous

    structures.

    The debate that Ma Rong opened up in April is of critical importance to China’s Tibet policy. But no one in Dharamsala seems to have noticed. Rather than devote resources to acquiring the databases that would allow them to access the wide range of Chinese materials available online, the Dalai Lama decided in May to send $1,00,000 to Florida International University to support its religious studies programme. Though American dharma students are hardly an endangered species, such are Dharamsala’s priorities. Sonam Dagpo, of the Dalai Lama’s Department of Information and International Relations, told a news agency towards the end of June that the Tibetans “want to settle the issue mutually and within the framework of the Chinese constitution, law and national regional autonomy”.

    Best of luck with that one, guys.

    E bravo Hu Jintao…

    July 7th, 2009

    Secondo notizie di queste ore (19,30 di martedì 7 luglio 2009), centinaia di donne di etnia uigura hanno manifestato anche questa mattina ad Ürümci, capitale della Regione Autonoma dello Xinjang. Sembra dunque che la rivolta contro il regime coloniale cinese nel Turkestan orientale, esplosa domenica sera, continui e la situazione rimanga assai tesa. Evidentemente i massacri perpetrati dalla brutale repressione cinese, non sono riusciti a placare la collera degli uiguri che dal 1949 subiscono l’occupazione di Pechino. Le stime di ieri, già terribili, che parlavano di oltre 150 morti, un migliaio di feriti e più di 2000 arresti, parrebbero errate per difetto. Secondo quanto riporta l’agenzia “Dossier Tibet” (www.dossiertibet.it), che ha un suo corrispondente nell’ovest cinese, i morti sarebbero addirittura 210. Inoltre i coloni di etnia han (cinese) avrebbero costituito bande paramilitari al comando di ufficiali in borghese della polizia armata che starebbero, “… prendendo d’assalto scuole, fabbriche, negozi, uccidendo barbaramente a colpi di arma bianca chiunque abbia l’aspetto di un uiguro. Testimoni riferiscono di numerose decapitazioni di donne e bambini.” Ora, anche mettendo in conto possibili esagerazioni, è indubbio che il maglio repressivo di Pechino stia oggi colpendo senza alcuna misericordia la popolazione uigura così come l’anno scorso aveva colpito quella tibetana. Così come da decenni si accanisce su tutti quanti si ostinano ad esprimere direttamente o indirettamente il proprio dissenso e continuano a rifiutarsi di farsi normalizzare all’interno della “società armoniosa” voluta dalla attuale leadership del Partito Comunista. Uiguri, tibetani, mongoli, praticanti della scuola religiosa Falun Dafa, militanti del sindacato clandestino, contadini coinvolti nelle innumerevoli proteste rurali… per tutti, l’unica risposta che Hu Jintao e il suo entourage sono in grado di dare, è quella della più ottusa e  barbara violenza.

    Già Hu Jintao, proprio lui. Quel distinto signore dall’aria rassicurante, dalle sopracciglia vagamente brezneviane e dallo sguardo miope che in questi giorni si trova in visita in Italia accolto con calore e affetto da tutta la nomenklatura del Bel Paese. Sia dai signori del governo sia da quelli dell’opposizione. Hu Jintao, di cui l’ineffabile ex ambasciatore Sergio Romano ha da poco tessuto l’elogio in un algido articolo comparso sul Corriere della Sera (“La mano tesa di Hu all’Europa”, 5 luglio 2007) proprio il giorno in cui si consumava il massacro di Ürümci. Hu Jintao, sempre lui, che i goliardi del movimento studentesco l’Onda (freschi reduci dalle vibranti contestazioni a Gheddafi, che al confronto di Hu fa la figura di un monellaccio da strada, ma che aveva il grande torto di aver firmato un accordo con Berlusconi, unico effettivo motivo delle ondeggianti proteste) si sono ben guardati dal disturbare. Hu Jintao, il grande amico della Fiat i cui dirigenti (che con tutta probabilità non sanno nemmeno cosa sia un “uiguro”) si apprestano a sbarcare a Pechino giulivi e soddisfatti dei loro contratti ipermilionari appena firmati alla presenza di un raggiante Silvio Berlusconi. Hu Jintao, infine, a cui le anime belle di casa nostra (e non solo) chiedono con garbo di essere un pochino più clemente, un pochino meno autoritario e di coniugare finalmente le grandi aperture economiche con qualche spruzzata di “diritti umani”. Su questo ultimo tema, vale a dire se sia sensato chiedere al presente regime cinese aperture sul tema dei diritti umani, tornerò tra poco. Adesso vorrei cercare sinteticamente di chiarire cosa c’è alla base dell’esplosione della collera uigura di queste ore.

    Gli uiguri, secondo il censimento del 2000 poco più di otto milioni, sono la principale popolazione dello Xinjiang, una immensa regione cinese che si estende su di un territorio di ben 1.650.000 kmq, vale a dire circa un sesto dell’intera Cina. Regione principalmente desertica, aspra, arida, punteggiata dalle esplosioni verdi delle sue rare oasi, l’odierno Xinjiang ha una storia politica tormentata che affonda nel passato remoto dell’Asia centrale. Il suo nome cinese significa letteralmente “Nuova Terra di Confine” ed attualmente rappresenta l’estremo angolo occidentale della Repubblica Popolare. Un angolo di grande importanza strategica dal momento che confina, oltre che con Russia e Mongolia, anche con le repubbliche islamiche ex sovietiche di Kazakhistan, Kirghizistan, Tajikistan, l’Afghanistan, il Pakistan e la parte del Kashmir controllata dall’India. Tutte aree dove sono in corso guerriglie sanguinose e notevolmente instabili sotto il profilo politico.

    Gli uiguri continuano a chiamare il loro paese Turkestan orientale, dal momento che in larga maggioranza non accettano di sentirsi una “minoranza etnica” cinese ritenendo al contrario di essere una nazione illegalmente occupata dal 1949, quando gli eserciti di Pechino misero violentemente fine alla vita della Repubblica del Turkestan Orientale che, nel 1955, divenne ufficialmente la Regione Autonoma del Xinjiang. Nel corso degli ultimi due millenni questa regione è stata sotto l’autorità di diverse nazioni ed imperi, da quello Turcomanno fino a quello Manciù passando per tibetani, mongoli, e cinesi ma tra il 1933 e il 1934 e tra il 1944 e il 1949 fu una repubblica indipendente.

    Al di là delle complesse e controverse vicende della geopolica, gli uiguri si considerano del tutto differenti dai cinesi e non senza ragione. Sono infatti profondamente legati ad una peculiare forma di Islam sideralmente lontana dalle asprezze e dai fanatismi dell’integralismo di altre nazioni musulmane, parlano una lingua propria di radici turche, scrivono in arabo, ed anche nei tratti somatici si distinguono radicalmente dai cinesi.

    Fino all’inizio degli anni ’60 vi erano pochissimi abitanti cinesi nel Xinjiang. La quasi totalità della popolazione era uigura, soprattutto nelle città, mentre una consistente minoranza kazaka abitava nelle campagne. Quando nel 1962 all’inizio delle tensioni tra Cina Popolare e Unione Sovietica, 62.000 kazaki e uiguri fuggirono dal Xinjiang sconvolto dalla carestia indotta dal disastroso Grande Balzo in Avanti voluto da Mao, Pechino comprese che le popolazioni di quella remota regione avrebbero potuto causare più di un problema. Dopo la parentesi allucinata e terribile della Rivoluzione Culturale che causò anche in Xinjiang le devastazioni e gli orrori di cui si rese responsabile in Tibet e nell’intera Cina, a partire dal 1980 il governo comunista decise di favorire con ogni mezzo un forte flusso immigratorio di popolazione cinese e nella “Nuova Terra di Confine” la percentuale di han passò in breve tempo da cifre irrisorie a un drammatico 40%. In termini numerici, da poche decine di migliaia a oltre sette milioni. Però questo massiccio insediamento di coloni e nuovi abitanti, lungi dal normalizzare la situazione suscitò tra gli uiguri (e i kazakhi che oggi rappresentano circa l’8% della popolazione) un risentimento tale da rinfocolare le spinte indipendentiste e autonomiste.

    Il risultato più eclatante della politica di sinizzazione lo si può vedere proprio ad Ürümci, “il bellissimo pascolo”, la capitale del Xinjiang. Un tempo verdeggiante oasi situata a circa 800 metri di altezza, oggi è stata quasi totalmente trasformata in una sciatta cittadina della periferia dell’Impero. Gli undicimila kmq. su cui sorge, sono ormai quasi interamente coperti da anonimi e scialbi palazzoni che danno l’impressione di voler assurgere, senza riuscirci, alla dignità di grattacieli. In questa città industriale, degli oltre due milioni di abitanti, solo il 12% è costituito da uiguri che vivono nella parte vecchia, ormai poco più che un piccolo ghetto, dove la modernizzazione del capitalismo socialista cinese stenta ad arrivare. In questa quasi metropoli dagli inverni gelidi e dalle estati torride, gli uiguri sono costretti a vivere come cittadini di seconda classe lontani da qualsivoglia leva del potere e da livelli di vita accettabili. Veri e propri stranieri in terra straniera. E questo stato di cose non fa che alimentare la loro frustrazione e la loro collera. Sentimenti che attraversano ogni strato della popolazione che ciclicamente organizza manifestazioni di protesta, la più grave delle quali, fino ad oggi, si era tenuta nel febbraio 1997 quando, nella cittadina di Ghulja, migliaia di uiguri avevano manifestato contro l’occupazione cinese. Le forze di polizia reagirono sparando e lasciando sul terreno decine di morti e centinaia di feriti. “Quella di Ghulja è la più nota delle esplosioni di collera del mio popolo”, mi aveva detto alcuni anni or sono Erik Alptekin, presidente del World Uyghur Congress, figlio di Yusef Alptekin uno degli eroi nazionali del Turkestan orientale e, con Rebiya Kadeer, uno dei principali esponenti politici del dissenso uiguro, “ma non è certo stata la sola. Prima e dopo il 1997 abbiamo avuto molte dimostrazioni che non cesseranno fino a quando la Cina Popolare non riconoscerà i nostri diritti”.

    In un quadro già così teso e dove l’anno scorso diversi membri della resistenza erano stati uccisi o incarcerati con l’accusa di stare preparando attentati in occasione delle Olimpiadi di Pechino, ha ulteriormente esacerbato gli animi il progetto cinese, reso noto poche settimane or sono, di distruggere -con la scusa della modernizzazione- quello che resta della parte antica della cittadina di Kashgar, vero simbolo della cultura del Turkestan orientale. Già un migliaio di famiglie sono state obbligate ad abbandonare le case in cui vivevano da secoli e si calcola che almeno altri 13 mila nuclei famigliari saranno costretti a subire la medesima sorte entro breve tempo. E così si è arrivati alle manifestazioni, agli scontri e ai massacri di questi giorni.

    Per concludere, veniamo adesso alle considerazioni sulle richieste che da alcune parti si rivolgono al governo cinese e al presidente Hu Jintao affinché tenga in considerazione, oltre al moloch dello sviluppo economico, anche i diritti umani della popolazione. Per quanto riguarda le principali figure istituzionali italiane, Giorgio Napolitano se l’è cavata con una generica esortazione a “… nuove esigenze in materia di diritti umani” che secondo lui “… lo stesso sviluppo e il progresso economico e sociale che si stanno realizzando in Cina” imporrebbero. Berlusconi non ha nemmeno affrontato il tema delle libertà civili preferendo affrontare i temi economici e ricordare che, “…in tre anni vogliamo diventare uno dei primi tre paesi che abbiano investimenti in Cina”. Per fortuna altri, sia singoli politici sia organizzazioni umanitarie, chiedono con forza al presente regime cinese di divenire più aperto, meno intollerante, più “liberale”.

    Ma è sensata una richiesta del genere? A mio avviso è quanto di più irrealistico si possa fare. La storia pluridecennale del comunismo cinese è davanti agli occhi di quanti vogliano vedere (e non solo guardare). E dimostra, che dal punto di vista delle libertà civili, il regime non è riformabile. Passato, nei  suoi 60 anni di vita, attraverso sincopati e radicali cambiamenti, convulsioni, crisi, vertiginosi ribaltoni (uno tra i tanti: l’affaire Lin Biao del settembre 1971), brusche inversioni di linea su una cosa il regime non ha mai cambiato idea: il ritenere indispensabile la dittatura del Partito Comunista. Che si trattasse del Grande Timoniere Mao, del raffinato “mandarino” Chou-En lai, del “destro” Liu Shao-chi, della allucinata Jiang Qing (Madame Mao) con la sua Banda dei Quattro, del sornione Deng Xiao-ping, nessuno di tutti coloro che si sono avvicendati nei palazzi del potere di Zhongnanhai, ha pensato di rinunciare al ferreo controllo leninista sulla società. Mai, nemmeno  per un attimo. Con forse l’unica timida eccezione di Hu Yao-bang e Zhao Zyang che, non a caso, hanno fatto la fine che hanno fatto.

    E ancor meno ci pensano Hu Jintao e gli attuali dirigenti i quali fanno risalire, aderendo al più ortodosso schema denghista, la crisi e la caduta dell’Unione Sovietica all’improvvido azzardo di Gorbaciov che volle legare le aperture economiche a quelle politiche. Al contrario Pechino ritiene che proprio nel momento in cui il sistema si apre al mercato (e dunque ai suoi rischi ed alle sue turbolenze), la presa del Partito sulla società deve rimanere ancor più salda e ferma. Considerando le cose dal loro punto di vista, giusto o sbagliato che sia, chiedere ai burocrati cinesi di aprirsi a forme effettive, ancorché graduali, di democrazia è come pretendere che commettano il proprio suicidio. Loro vogliano invece rimanere saldamente al potere guidando, non più la Cina contadina, frugale, austera vagheggiata da Mao, ma una nazione moderna, imperiale, spregiudicata, social-capitalista, “armoniosamente consumista” le cui  redini siano saldamente in mano al Partito Comunista ed ai suoi governi. Una sorta di Singapore elevata all’ennesima potenza demografica.

    Se queste considerazioni sono giuste, ed io ritengo proprio che lo siano, è una totale perdita di tempo sperare oggi in un vero dialogo con Pechino (il fallimento del tentativo del Dalai Lama costituisce in proposito un esempio lampante) e l’unica cosa sensata da fare è appoggiare concretamente, e in tutti i modi possibili, quanti all’interno e all’esterno del territorio della Repubblica Popolare Cinese lottano per un autentico cambiamento dello “stato di cose presente”. O quanto meno per creare solide basi affinché un tale mutamento possa avvenire in tempi non biblici. Come soleva ricordarci il buon vecchio Karl Marx, solo le “dure repliche della Storia” consentono agli uomini di poterla effettivamente cambiare.

    Piero Verni

    p.s. apprendo adesso (21,30) che a Firenze è stato impedito a un piccolo gruppo di membri della Comunità Tibetana in Italia e della Associazione Italia-Tibet di dimostrare pacificamente contro la presenza di Hu Jintao in Italia. Tutti sono stati fermati e al momento sarebbero ancora nei locali della Questura fiorentina. Ovviamente a loro ed alle organizzazioni che rappresentano va tutta la mia solidarietà. Mi sembra anche che questo episodio dimostri fino in fondo quanto le autorità politiche italiane (ma non è che negli altri paesi “democratici” la situazione sia poi tanto diversa) siano intenzionate a fare pressioni su Pechino riguardo al tema dei diritti umani e delle libertà civili. Esasperando un po’ il discorso potremmo quasi dire che sembra invece essere il presidente cinese ad esportare all’estero i suoi metodi.

    Ritorno in Tibet

    May 19th, 2009

    E’ comparso da poche ore, sul sito in tibetano di Shingza Rinpoche (www.wokar.net), questo comunicato riguardante una nuova azione di protesta intrapresa da un piccolo gruppo di monaci tibetani. Volentieri lo segnaliamo ringraziando Karma C. per la traduzione dal tibetano.

    P.V.

    Dal 10 maggio 2009 è iniziato, nella più completa segretezza, il secondo movimento “Ritorno in Tibet”. Una decina di monaci tibetani ha infatti lasciato la capitale indiana Nuova Delhi il 14 maggio, procedendo via terra con delle jeep. Purtroppo, il giorno 16, una tempesta di neve ha bloccato le loro macchine. Ma quest’ inconveniente non ha fermato la loro determinazione a tornare in Tibet e hanno quindi proseguito a piedi. Da allora non abbiamo più loro notizie e non sappiamo dove si trovino in questo momento.

    La ragione per cui il venerabile Shingza Rinpoche e il gruppo dei monaci ha organizzato quest’azione è il sangue tibetano che scorre nelle loro vene e che, come ogni altro abitante del Paese delle Nevi, desiderano che la Nazione tibetana torni a essere libera e il suo popolo felice. Quindi siamo disposti ad offrire le nostre vite per realizzare questi obiettivi. Oltre ai dieci monaci che sono già impegnati in questa iniziativa, ci sono altri uomini e donne che si sono dichiarati disposti a seguirli e noi abbiamo fiducia che lo faranno al momento opportuno.

    Mentre è tra noi la presenza, più preziosa dell’oro, di Sua Santità il Dalai Lama preghiamo perché il popolo tibetano non sprechi questa presenza e metta il benessere e la libertà della Nazione tibetana in cima ai propri pensieri. La lotta deve continuare. Se rimane solo un fatto episodico e sporadico, come l’attesa di una bella giornata d’estate, allora non sarà di nessun beneficio.

    dal sito www.wokar.net

    (traduzione dal tibetano di Karma C.)

    UN MEETING NON COSI’ SPECIALE, di Jamyang Norbu

    April 21st, 2009

    Alcune settimane or sono Jamyang Norbu (uno degli intellettuali più rappresentativi dell’esilio tibetano) aveva pubblicato sul suo Blog (www.jamyangnorbu.com) e su Payul (www.phayul.com) un lungo articolo in inglese in cui raccontava criticamente quanto successo allo “Special Meeting” organizzato dal Governo Tibetano in Esilio lo scorso novembre a Dharamsala. Pubblico volentieri la traduzione italiana di quell’articolo inviatami dalla redazione di “Dossier Tibet”.

    P.V.

    Non nego di tenere gli occhi ben aperti   – “eyes wide shut”  prendendo in prestito il titolo dell’ultimo film di Stanley Kubrick. Ho visto i bagliori d’allarme  che hanno seguito l’annuncio dello Special Meeting di Novembre, uno dei quali, di cui ho parlato in un articolo precedente, è stato il rifiuto del primo Ministro Samdong Rimpoche di accogliere l’avviso generale che l’incontro potesse contribuire ad un ripensamento della nostra politica fallimentare verso la Cina.

    In una dichiarazione riportata da Phayul.com, Rimpoche sostiene che “noi siamo impegnati nel nostro Approccio della Via di Mezzo e continueremo nei nostri sforzi per una vera autonomia all’interno dei confini della Cina e questo non cambierà”.

    C’é stata poi la composizione del raduno stesso. La maggior parte dei 600 partecipanti attesi era composta quasi esclusivamente di funzionari ed ex-funzionari del Governo tibetano, ex membri del parlamento, funzionari della burocrazia che dirige gli insediamenti, leader delle organizzazioni politiche  regionali e gruppi di pressione sovvenzionati mascherati come organizzazioni politiche.

    Al Tibetan Youth Congress, la più grande organizzazione politica nel mondo tibetano in esilio, ed impegnata per l’indipendenza, sono stati assegnati solo due posti. Organizzazioni come Students for a Free Tibet non sono state nemmeno invitate ad assistere.

    Nell’annuncio iniziale del meeting si era detto che avrebbero partecipato intellettuali tibetani, studiosi, esperti e i giovani.

    Tuttavia si avvertiva che, mentre tutti i funzionari (in carica o in pensione) avrebbero ricevuto un rimborso delle spese di viaggio e soggiorno, tutti gli altri avrebbero dovuto pagare di tasca propria. È emerso inoltre che, mentre i funzionari avevano ricevuto inviti (o istruzioni) per partecipare allo Special Meeting, nessuno studioso o esperto tibetano aveva ricevuto un invito né era stato informato. Non c’è da meravigliarsi che nessuno di loro si sia fatto vedere al meeting.

    Mi vengono in mente, senza pensarci troppo, alcuni studiosi che avrebbero potuto contribuire molto alla discussione. Per esempio il Professor Namkhai Norbu, l’unica autorità sulla protostoria del Tibet (autore di Drung, Diu and Bon; The Necklace of Gzi; A Cultural History of Tibet ed altre opere), avrebbe dovuto certamente essere invitato. C’è poi Tarthang Tulku, autore di una notevole raccolta di fonti scientifiche, Ancient Tibet, e Khetsun Sangpo, autore di una storia analitica del Buddhismo Tibetano in 13 volumi. Anche il contributo di Drikung Rimpoche sarebbe stato apprezzabile. Rimpoche da solo ha creato un incomparabile archivio storico del Tibet (la Songtsen Library) che ospita, tra l’altro, riproduzioni di quasi ogni testo tibetano esistente e documenti dall’Asia Centrale, i cosiddetti Documenti di Tunhuang, scoperti dagli archeologi all’inizio del XX secolo in Asia Centrale.

    Abbiamo anche alcuni eminenti studiosi laici Tibetani, come Tsering Shakya, il nostro storico più importante per la storia del Tibet moderno (autore di Dragon  in the Land of Snows) e Samten Karmay, studioso di storia e cultura tibetana di fama internazionale. Samten Karmay, che è anche presidente della International Association of Tibetan Studies, ha pubblicato di recente un articolo direttamente correlato allo Special Meeting. In “Tibetan Religion and Politics” apparso su Phayul.com  il 13 Settembre 2008, ha portato argomenti ragionevoli e convincenti a sostegno della secolarizzazione del governo e della politica tibetani.

    Tra quelli che vivono a Dharamsala abbiamo Tashi Tsering, direttore del Amnye Machen Institute  che, senza esagerare, può essere descritto come un archivio vivente sul Tibet. È consultato regolarmente da studiosi, lama, tibetologi stranieri, dal governo tibetano e, in numerose occasioni ,dallo stesso Dalai Lama, per la sua conoscenza enciclopedica della storia, della cultura e della politica tibetana.

    Tashi Tsering non é una pedante torre d’avorio ma uno studioso con una vasta conoscenza della società e della politica tibetana. È stato membro attivo della redazione di Mangtso, il più grande giornale in lingua tibetana dell’esilio, di cui per anni è stato co-direttore e ha curato la rubrica politica (Da-sar).

    C’è bisogno di domandarsi perché queste persone avessero bisogno di inviti in prima fila? Perché non sono venute senza invito se hanno a cuore quello che succede in Tibet? Ma allora occorre rispondere domandando che problema ci fosse nello spedire una dozzina di inviti a studiosi ed intellettuali tibetani mentre se ne inviavano 500 o 600  a funzionari e politici. A meno che si volesse evitare la presenza di intellettuali e liberi pensatori in prima fila.

    Il primo giorno il meeting si é tenuto al Tibetan Children Village. L’auditorium era pieno di funzionari di ogni specie. Quelli venuti con i propri mezzi erano seduti nelle ultime file. Lo speaker del Parlamento, Karma Choephel, era incaricato del discorso di apertura.

    Ha riaffermato alcuni dei punti che hanno indotto a convocare il meeting: che il Dalai Lama aveva deciso quel raduno perché preoccupato dalla situazione disperata in Tibet; che l’incontro non mirava in alcun modo a cercare convalide o sostegno per la politica della Via di Mezzo  ma era invece un forum dove si auspicava emergessero idee e strategie alternative che avrebbero potuto aiutare il Dalai Lama e il Governo in Esilio a fronteggiare la crisi. Ha aggiunto che il Governo Tibetano stava anche considerando l’idea di tenere in seguito altri incontri con gruppi selezionati di partecipanti.

    Il discorso del Primo Ministro, Samdong Rimpoche si é distinto per le sue smentite. Ha speso la maggior parte del tempo per informare il pubblico di ciò che il meeting non era. Una lista lunga e puntigliosa: il meeting “non era una strategia politica o una tattica per premere sulla Repubblica Popolare Cinese”; non era una manovra della CTA (Central Tibetan Authority) “per sminuire la responsabilità per i colloqui falliti o scaricarne su altri la vergogna”; non era un mezzo per cambiare l’attuale politica della CTA o prendere posizione; non un mezzo per cercare sostegno popolare per la politica corrente; e così via. Verso la fine del suo discorso la linea difensiva è diventata insopportabile: “Deve essere sottolineato che la CTA  non ha alcuna agenda segreta e non c’è nessun piano nascosto dietro questo meeting. Il Kashag non farà perciò alcuna dichiarazione sui lavori ed i programmi della CTA. Né il Kashag dirà una singola parola su ciò che è giusto o sbagliato nell’agenda di questo incontro.”

    “Mi sembra che i lama parlino troppo” (ho pensato).

    Poi i partecipanti sono stati divisi in commissioni per riunirsi lo stesso pomeriggio in diverse strutture all’interno del Gangchen Kyishong. Io ero nella commissione n° 16, con circa altre trenta persone, che si riunivano in una stanza del monastero di Nechung. La nostra commissione ha aperto i lavori con un anziano ex - kalon che ha tenuto banco per circa due ore e mezza. Quando ha finito restavano solo 15 minuti alla fine dell’incontro.

    Sono riuscito ad esprimere l’opinione che, considerando l’umiliante conferenza stampa di Pechino del 10 Novembre, in cui si é palesato che la Cina non avrebbe mai accettato la richiesta del Dalai Lama di una “significativa” autonomia, la prima cosa da farsi, da parte del Governo Tibetano, sarebbe stata quella di annunciare l’interruzione dei negoziati. Ho aggiunto che il governo non doveva specificare se la sua azione fosse provvisoria o permanente ma limitarsi a lasciare in sospeso la questione.

    Il giorno successivo si é visto con chiarezza dove andava a parare la strategia dei sostenitori della “Via di Mezzo”. I rappresentanti dei centri e degli insediamenti tibetani in India e Nepal hanno insistito per leggere gli atti e le risoluzioni espressi negli incontri tenutisi in quelle comunità, probabilmente su istruzione di Dharamsala. Hanno anche preteso che l’intera documentazione fosse inclusa negli atti della commissione, come espressione del quasi unanime sostegno ricevuto dalla politica della “Middle Way” tra i tibetani. Ho provato a ribattere che lo Special Meeting era stato convocato per proporre e discutere idee e strategie nuove, e che una larga espressione pubblica di sostegno alla “Via di Mezzo” e a Sua Santità il Dalai Lama dovrebbe essere presentata al governo o a Sua Santità in una diversa occasione.

    Anche il ministro in pensione cui accennavo prima si è espresso contro l’inclusione di quelle risoluzioni nello Special Meeting e ha preso una posizione interessante su questo tema, sostenendo che la conferenza stampa di Pechino del 10 Novembre e l’importante dichiarazione del Dalai Lama al Tibetan Children’s Village del 28 Ottobre (sulla perdita di fiducia nel governo cinese) avevano intaccato le basi della politica della “Via di Mezzo” del Governo Tibetano. Quindi gli atti e le risoluzioni di incontri pubblici tenuti prima di questi due eventi critici erano adesso invecchiati e irrilevanti, indipendentemente dal patriottismo e dalle buone intenzioni dei partecipanti. Ha concluso che ciò che era necessario ora era esprimere idee e strategie nuove, che tenessero conto delle ultime dichiarazioni del Dalai Lama e degli eventi del 10 Novembre e che lo Special Meeting era il luogo ideale per avviare una nuova discussione in proposito, senza intralciare la strada con atti, dibattiti e discussioni precedenti. Ma i sostenitori della “Via di Mezzo” hanno insistito nel leggere i documenti per intero.

    Questi incontri pubblici si erano tenuti in molti centri tibetani poco dopo l’annuncio iniziale dello special Meeting in Settembre. Da quanto mi è stato riferito, sembra che siano stati condotti in modo da creare l’apparenza di un sostegno entusiastico alla politica della “Via di Mezzo”. In alcuni casi si è data l’impressione che il popolo tibetano non voglia alcuna discussione su questo argomento ma si rimetta alla fede assoluta nei poteri di onniscienza (thamchekyenpa) del Dalai Lama, capace di prendere comunque la giusta decisione.

    Certo per molti tibetani questa fede é assolutamente naturale e non richiederebbe alcuna forzatura da parte dei politici. Tuttavia, a causa dei ripetuti fallimenti degli sforzi negoziali e della dimensione delle rivolte in Tibet dal marzo 2008, un numero crescente di tibetani ha cominciato a mettere in discussione l’approccio della “Via di Mezzo”. Probabilmente questi incontri pubblici sono stati organizzati proprio per prevenire questi ripensamenti.

    Il Tibetan People’s Movement for Middle Way aveva dichiarato pubblicamente di voler organizzare incontri pubblici e “workshop” per istruire il popolo tibetano sulla politica della “Via di Mezzo”. Si sono poi uniti a questa campagna ben coordinata altri gruppi politici, organizzazioni regionali e burocrati. Dai rapporti che ho ricevuto sembra che il tono dominante fosse negativo e gli argomenti proposti a sostegno e giustificazione della linea politica consistessero quasi esclusivamente in mera tattica.

    Si é sfruttata soprattutto la paura, sempre presente in ogni discussione su “Rangzen” e “Via di Mezzo”, che la religione, la cultura e la stessa identità tibetana stiano per essere completamente spazzate via dalla rapidità dei trasferimenti di popolazione cinese in Tibet. Ne deriva che non c’è tempo di impegnarsi per l’indipendenza ma si deve accettare una “significativa autonomia” sotto la Cina. Il fatto che la Cina non abbia mai, neppure lontanamente, offerto di fermare il trasferimento di popolazione o il genocidio culturale in cambio della rinuncia all’indipendenza è qualcosa su cui si è sempre sorvolato.

    Ciò che, invece, é invariabilmente sottolineata é la supposta ”assicurazione” che Deng Xiaoping avrebbe data a Gyalo Thondup nel 1979 che, se i tibetani avessero rinunciato all’indipendenza, di tutto il resto si sarebbe potuto discutere. Non si considera mai la possibilità che Deng possa non aver offerto affatto tale garanzia o, più probabilmente, non l’abbia espressa esattamente nei termini ottimistici in cui la interpretò Gyalo Thondup. Anche nei commenti alla conferenza stampa di Pechino del 10 Novembre, dove i funzionari cinesi ottusamente (e sprezzantemente) hanno negato che Deng Xiaoping abbia mai pronunciato una simile affermazione, non sembra esserci alcuna caduta di fiducia nella “promessa” di Deng che, per i più tenaci devoti della Via di Mezzo, è ora considerata come una inviolabile verità spirituale.

    Quando questa storia della “promessa” di Deng si é presentata nella mia commissione ho ricordato che l’ex governatore di Hong Kong, Chris Patten, in un suo libro (East and West) sul passaggio della città dalla Corona Britannica alla Cina, ha evidenziato come fosse cruciale per i negoziatori occidentali non prendere alla lettera assicurazioni e promesse fatte da importanti leader cinesi. Ho aggiunto che questo problema è menzionato anche in altri libri e pubblicazioni sui negoziati con la Cina, ma stavo parlando a un muro.

    Un altro argomento é stato che la causa tibetana perderebbe il sostegno nelle nazioni del mondo se abbandonasse la Via di Mezzo per abbracciare al via dell’indipendenza. La calda accoglienza che il Dalai Lama riceve nei suoi viaggi in occidente e le dichiarazioni di capi di stato e leader politici che esortano la Cina a trattare con il Dalai Lama è stata ingenuamente interpretata dai tibetani (e talvolta grazie ai funzionari tibetani) come prova del sostegno occidentale alla politica della Middle Way.

    Di certo nessun leader occidentale ha mai espresso sostegno per aspetti della Via di Mezzo come l’unificazione delle tre antiche province del Tibet (che includerebbe tutto il Qinghai e gran parte del Gansu, del Sichuan e dello Yunnan) e l’instaurazione di un’entità democratica autonoma all’interno della Repubblica Popolare Cinese. Quello che alcuni leader e capi di stato occidentali hanno occasionalmente fatto è stato di “sollecitare” i leader cinesi a avviare colloqui con il Dalai Lama, spesso con il solo obiettivo di “un suo pacifico ritorno in Tibet”.

    Se si ascoltano I discorsi fatti da leader americani in occasione della cerimonia per il conferimento della medaglia d’oro al Dalai Lama (è disponibile in DVD), si trovano anche troppi appelli ai leader cinesi perché consentano al Dalai Lama di “tornare in Tibet” e anche di “tornare in Cina”.

    La maggior parte dei leader occidentali sanno bene che la Cina non ha alcuna intenzione di fare concessioni significative al Dalai Lama, ma il gesto di sostenere il dialogo gli fa fare bella figura con il proprio elettorato e consente di evitare di prendere una vera posizione sul problema tibetano, che potrebbe far arrabbiare i cinesi e avere ripercussioni negative sul commercio.

    Un’altra affermazione molto disonesta e capace di provocare problemi, usata dai propagandisti della Via di Mezzo per creare allarme, è quella che sostiene che se i tibetani abbandonassero la Via di Mezzo per scegliere Rangzen, il governo indiano deporterebbe in Tibet tutti i rifugiati.

    Forse dovrei menzionare anche un’altra pretesa che sembra aver causato grande ansietà nei tibetani più anziani, soprattutto quelli che vivono in istituzioni come la Old People Home di Dharamsala. Si dice che se i tibetani chiedessero l’indipendenza politica gli aiuti occidentali per i rifugiati sarebbero tagliati e finirebbe il sostegno degli sponsor. Ho sentito questa voce da almeno una coppia di anziani tibetani a Dharamsala, se qualcuno dei lettori ha sentito qualcosa di simile gli sarei grato se me lo riferisse.

    Ovviamente non tutti i sostenitori della Via di Mezzo usano argomenti così disonesti. Ho incontrato un giovane monaco del monastero di Sera che era un convinto sostenitore della politica del Dalai Lama e che aveva viaggiato tra insediamenti e comunità per istruire il pubblico in proposito. Ho partecipato insieme a lui ad un dibattito organizzato dal corrispondente di Voice of America.

    Il monaco tentò, in modo molto amichevole, di spiegarmi quelli che percepiva come punti di forza filosofici della Middle Way e quando il moderatore, Namgyal Shastri, gli chiese se avesse mai usato argomenti disonesti a sostegno della sua opinione, come si dice avessero fatto altri, negò con enfasi. Forse era ingenuo intellettualmente ma di certo sincero.

    Nondimeno non c’è dubbio che organizzazioni politiche e funzionari abbiano usato a sostegno della Middle Way argomenti e metodi che sfruttavano l’ignoranza e le paure di un pubblico tibetano non istruito. Ciò emerge con chiarezza non solo dalle testimonianze che ricevo ma anche dalla retorica di molti sostenitori della Via di Mezzo allo Special Meeting.

    Questa estesa campagna di propaganda è stata ben organizzata e senza dubbio ben sostenuta, ma non è chiaro se il Governo Tibetano di Samdong Rimpoche sia stato coinvolto in qualche modo. Da alcuni discorsi riportati negli incontri tenutisi negli insediamenti sembra chiaro che la demonizzazione degli attivisti per l’indipendenza abbia avuto luogo durante la campagna.

    Il presidente della società dell’U-Tsang, presente nel mio comitato, ha parlato a lungo di come il fallimento dei colloqui negoziali con la Cina fosse imputabile al Tibetan Youth Congress  e a tutti quelli che, con le loro proteste contro le olimpiadi di Pechino e le dimostrazioni ad ogni tappa della torcia olimpica, avrebbero deliberatamente provocato il governo ed il popolo cinese.

    Si é fermato prima di biasimare i dimostranti in Tibet. Ha aggiunto che il dolore e il disappunto del Dalai Lama sono attribuibili all’azione del Tibetan Youth Congress. Ha anche accusato le organizzazioni coinvolte nella Marcia per il Tibet del 2008 di aver espressamente disobbedito al Dalai Lama e di avergli causato molto dispiacere.

    Questa é stata la linea principale: che se noi causiamo ulteriori dispiaceri al Dalai Lama egli lascerà il potere ed il suo ruolo di guida, in pratica ci abbandonerà. Il solo modo di evitare questa terribile calamità sarebbe quello di dimostrargli assoluta e acritica fedeltà, e assicurare assoluto sostegno alle sue politiche, compresa la Middle Way. Tutto questo può apparire senza dubbio un ricatto emotivo, o spirituale, ma è efficace.

    Non voglio dare l’impressione che non vi sia stato alcun dissenso o che nessuna idea originale sia stata espressa nello Special Meeting. Anche se in minoranza, i sostenitori di Rangzen non sono stati reticenti nel presentare delle idee, alcune anche molto radicali. Un paracadutista in pensione, nella nostra commissione, ha sostenuto appassionatamente la necessità per i tibetani di imparare a condurre una campagna di guerriglia contro le forze di occupazione cinesi in Tibet. Ha anche espresso chiaramente la sua candidatura a volontario per questo.

    La combriccola della Middle Way gli é subito saltata addosso, accusandolo di slealtà verso il Dalai Lama e la sua dottrina non violenta. Mi è sembrato che questa critica fosse fatta in modo derisorio, per dipingere i tibetani che avevano combattuto per il loro paese come sleali e anche stupidi.

    Questo mi ha indotto a rispondere per le rime. Ho ricordato che il Dalai Lama era stato salvato dai cinesi da uomini in armi e che non solo aveva approvato i tibetani che combattevano per il proprio paese ma anche indirizzato loro uno speciale messaggio, che era stato distribuito da aerei a Sog, Naktsang e Pembar, dove la popolazione si era sollevata contro i cinesi.

    Ho anche ricordato a tutti che il Governo Tibetano in Esilio aveva non solo approvato che i tibetani si arruolassero nell’Establishment 22, ma reso obbligatorio (negli anni ’70 e ’80) il servizio in questa unità militare dopo il 12° anno di studi, per gli studenti tibetani rifugiati. Inoltre, il Dalai Lama non aveva obiettato alla decisione del governo indiano di inviare una forza speciale di frontiera nella guerra del Bangladesh, nel 1971, in cui molti tibetani morirono in azione. Lo stesso Dalai Lama presenziò alla sfilata di vittoria di quella unità nella sua base di Chakrata e passò in rivista i soldati dopo la marcia. Infine ho sottolineato che se ogni tibetano dovesse abbracciare la dottrina della non violenza per dimostrare fedeltà al Dalai Lama, allora anche le sue guardie del corpo non dovrebbero opporre le armi e sparare a chi volesse attaccare il Dalai Lama.

    Non credo sia necessario sottolineare che l’ufficiale in congedo di cui parlavo era un sostenitore dell’indipendenza. Si può essere d’accordo o meno con lui circa l’efficacia della guerriglia nello stadio attuale della nostra lotta per la libertà ma bisogna ammettere che quella idea era sua. E questo è qualcosa che differenzia gli attivisti Rangzen dai devoti della “Via di Mezzo, il cui intero sistema di pensiero è basato sulla fede indiscutibile nel Dalai Lama. Ogni argomento proposto dai credenti nella Via di Mezzo in ogni discussione è invariabilmente di natura ufficiale.

    Sebbene i difensori dell’idea di Rangzen fossero ovviamente in minoranza nello Special Meeting, le sole idee e suggerimenti che possano considerarsi originali o comunque degni di nota sono venuti da loro. Ne ho riportati alcuni senza entrare nei particolari ma ce n’è uno sul quale ho lavorato una notte intera.

    Dopo aver sostenuto che il governo tibetano avrebbe dovuto sospendere i negoziati con la Cina, ho proposto alla mia commissione un passo ulteriore che ne sarebbe la logica conseguenza, da mettersi in opera nei prossimi mesi: costituire una Rangzen Review Commission, in seno al Parlamento in Esilio (rangzen thaplam ki kyarship tsokchung). A questa commissione dovrebbero partecipare membri anziani del parlamento e magari un membro del Kashag, con il compito di ascoltare testimonianze di leader, portavoce e attivisti delle organizzazioni che sostengono l’idea di Rangzen. La commissione potrebbe porre domande circa il perché essi ritengano possibile l’indipendenza del Tibet e i loro piani e strategie per conseguirla e potrebbe anche sollecitare l’opinione di esperti, studiosi, politici, legali e di chiunque si occupi di Tibet.

    L’istituzione di questa commissione non impegnerebbe il governo tibetano a sostenere una politica indipendentista ma dimostrerebbe che il governo in esilio ha a disposizione alternative alla mera ricerca di negoziati con la Cina. Inoltre, sarebbe una risposta degna ed appropriata alla offensiva conferenza stampa di Pechino del 10 Novembre. Il risultato più importante sarebbe poi l’avvio di un vero dibattito nazionale sulla direzione futura della lotta tibetana.

    Proposte simili di revisione politica sembra che siano emerse anche in altre commissioni. In una delle quali si è anche proposta una revisione della stessa politica della Via di Mezzo. Ovviamente questi suggerimenti sono venuti dalla minoranza di attivisti Rangzen e anche da alcuni dei funzionari in congedo più intelligenti, allarmati dal completo fallimento dei negoziati e dalla totale incapacità del governo in esilio di rispondere alla crisi in Tibet.

    L’ultimo giorno dello Special Meeting tutti i partecipanti si sono raccolti all’auditorium del TCV, dove sono state lette le relazioni delle diverse commissioni. L’inclusione degli atti e risoluzioni dei meeting precedenti, quelli tenutisi negli insediamenti, negli atti dello Special Meeting ha oscurato qualunque discussione avesse avuto luogo nelle commissioni. C’è stata scarsa menzione delle politiche alternative, delle idee e strategie che erano state proposte dai sostenitori di Rangzen. La cerimonia conclusiva dello Special Meeting ha creato la netta impressione di un quasi unanime sostegno alla politica della Via di Mezzo e della indiscutibile accettazione di qualunque decisione del Dalai Lama.

    Nel suo discorso conclusivo Samdong Rimpoche ha dichiarato la vittoria della linea politica della Via di Mezzo, affermando che oltre il 90% dei tibetani sostengono l’approccio politico del Dalai Lama. Non ho assistito al Meeting del Tibet Support Group a New Delhi la settimana successiva, ma mi è stato riferito che Samdhong Rimpoche ha ripetuto qui il proclama di vittoria e le stesse statistiche.

    Non si può girare intorno a questo finale e spiacevole dilemma: si è trattato di una manovra combinata fin dall’inizio? Lo Special Meeting è stato una manovra da parte del Governo in Esilio per forzare un sostegno pubblico a una politica che è andata in pezzi a marzo, con la rivolta indipendentista in Tibet, e poi vergognosamente ripudiata da Pechino nella conferenza stampa del 10 Novembre? C’è un’altra possibilità (e una parte di me vuole ancora crederci), che il Dalai Lama si sia reso conto delle crepe nella sua politica e abbia convocato in buona fede lo Special Meeting, nel sincero desiderio di ascoltare idee e strategie alternative. È possibile che poi subordinati, funzionari e altri, interessati a mantenere lo status quo, abbiano diretto il meeting per dare al Dalai Lama l’impressione che l’opinione pubblica tibetana sostenesse entusiasticamente e quasi all’unanimità la sua politica della Via di Mezzo e mai avrebbe perso fiducia in Lui o contestato qualunque Sua decisione.

    Ma ciò pone la domanda del perché Sua Santità non fosse consapevole che la maggior parte dei partecipanti al meeting era composta da persone che avevano invariabilmente echeggiato il suo pensiero e i suoi sentimenti e non lo avrebbero mai contraddetto in alcuna circostanza. Perché non ha convocato un meeting di veri esperti, intellettuali e persone di vedute indipendenti e chiesto loro apertamente (e non attraverso l’intervento di commissioni e del Primo Ministro) cosa pensassero della crisi attuale?

    Sua Santità ha partecipato, ed anche presieduto, raduni internazionali di fisici e scienziati ed é molto probabilmente consapevole che, in ogni tentativo di cercare la verità, il valore della competenza autentica e del pensiero indipendente e coraggioso è preferibile alla fede e alla devozione.

    Credo si debba dire che lo Special Meeting ha posto più domande di quelle a cui intendeva dare risposta.

    Jamyang Norbu

    (Traduzione a cura di Valerio D., redazione di Dossier Tibet)

    Sosteniamo lo sciopero ad oltranza dei contadini tibetani

    April 10th, 2009
    Ricevo da “Dossiertibet” questo documento, che volentieri pubblico.
    P.V.
    Sosteniamo lo sciopero ad oltranza dei contadini tibetani !
    I tibetani dimostrano la loro solidarietà organizzando diverse forme di protesta
    Ai primi di Marzo i tibetani di Karze hanno smesso di coltivare la terra. Oggi altri tibetani dello stesso distretto si uniscono allo sciopero contro l’occupante cinese.
    La resistenza si organizza e i volantini che invitano i contadini ad aderire allo sciopero vengono distribuiti clandestinamente di città in città .
    I comunisti hanno radunano la gente in ogni villaggio e minacciato l’arresto di quelli che diffondono la stampa della resistenza e sono arrivati al punto di minacciare l’esproprio della terra a quanti sarebbero stati sorpresi a distribuirla.
    Lo sciopero è iniziato ai primi di marzo in otto cittadine dell’area di Nyinsab ( Karze County ): Thingkha, Lhopa, Sungo, Trangben, Rongsha, Serchu, Kadrak, Dhadho.
    Quest’anno ,in una forma di protesta senza precedenti nella storia del Tibet, i tibetani hanno deciso così di opporsi alla violenza del regime comunista.
    Nonostante la presenza di decine di migliaia di militari cinesi il popolo di Karze continua a resistere e la maggior parte delle terre non vengono coltivate!
    Anche se domani si riprendesse a lavorare il grano non avrebbe più il tempo di maturare.
    Questo è il resoconto dettagliato della situazione a Nyingsub ,area di Karze, ma lo sciopero si è esteso anche alle cittadine ed ai villaggi limitrofi di Dharjye, Dongkhor, Bery, Zakhog, Drago e Choknri.
    La polizia comunista arresta tutti gli scioperanti ,persino gli adolescenti, che in carcere vengono sistematicamente torturati.Molti lavoratori per sfuggire all’arresto si sono dati alla macchia e si sono rifugiati sulle montagne circostanti.
    Da quando i tibetani di Karze si sono ribellati manifestando pacificamente contro i colonizzatori 72 persone sono state arrestate ,71 sono ancora detenute ed una è stata uccisa dalla polizia comunista.
    Mila
    corrispondente di Dossier Tibet dai territori occupati

    CONTRO LE MENZOGNE DI PECHINO

    March 27th, 2009

    Ricevo, e volentieri pubblico, questo comunicato della “Comunità Tibetana in Italia” che ha indetto -a Roma e Milano- per il pomeriggio del 28 marzo, due manifestazioni per smascherare il tentativo di riscrivere la storia operato da Pechino con l’introduzione in Tibet di una nuova festività, la “Giornata della Liberazione dei Servi”.

    La vera servitù del popolo tibetano è quella del colonialismo e del dominio cinese. Servitù che continuerà fino a quando il Tibet non tornerà ad essere una nazione libera e indipendente.

    P.V.

    28-03-2009
    la Cina commemora 50 anni della “liberazione” del Tibet, noi protestiamo 60 anni d’occupazione

    La ass. comunità tibetana in Italia onlus e Ass Donne Tibetana in Italia organizza una grande manifestazione di protesta contro le menzogne e la provocazione del regime comunista cinese che il giorno 28 marzo vuole commemorare 50anni della liberazione del Tibet dalla schiavitu’ del Dalai Lama. Per noi è stato 60 anni d’occupazione militare illegale. 60 anni d’umiliazione e distruzione senza la libertà. Milano:ore 15-17.00. via benaco 4; - Roma:ore 15-17.00. via bruxelles 56; chi vuole aderire puo scriverci a tibetancommunityitaly@yahoo.com

    Comunità Tibetana in Italia

    Appello di Shingsa Rinpoche

    March 24th, 2009

    Al

    Comitato Politico Consultivo del Governo della Repubblica Popolare Cinese e ai Governi locali della provincia del Qinghai e dell’area di Golok.

    Io, Shingsa Rinpoche*, l’unicesima reincarnazione di Achu Shingsa, la Grande Madre di Je Tsonghapa -il fondatore della scuola Gelug del Buddhismo tibetano-, sono profondamente sconvolto e addolorato per le incommensurabili sofferenze inflitte dall’esercito cinese ai monaci del mio monastero di Ragya.

    In modo particolare il 21 marzo, il monaco Tashi Sangpo dopo essere stato oggetto di indicibili torture e vessazioni da parte dei militari, si è suicidato. Inoltre molti funzionari del monastero sono stati arrestati e si sono tenute innumerevoli riunioni per interrogare ripetutamente i monaci, cosa che costituisce una palese violazione dei loro diritti fondamentali.

    Quindi il Governo cinese ha la principale responsabilità riguardo una soluzione pacifica della crisi. Dovrà inoltre prendere seriamente in esame la sua politica di considerare i tibetani come “separatisti”. I dirigenti della Cina Popolare devono comprendere che da tempo immemorabile in Tibet, perfino i bambini più piccoli tibetani, conoscono il proverbio, “Nel Cielo il Sole e la Luna. Sulla Terra Sua Santità e il Panchen Lama”. Questa è dunque la verità storica in cui ha fiducia ogni tibetano.

    Al contrario, il Partito Comunista Cinese, negli ultimi 50 anni ha creato le basi per la pacifica protesta del popolo tibetano impedendogli di pronunciare il nome e di venerare il suo unico leader spirituale. Questa è una chiara violazione dei diritti umani e religiosi del popolo tibetano. E contraddice le stesse norme della Costituzione cinese e le leggi relative alle autonomie regionali.

    La crisi, che minaccia di precipitare in un problema globale, è palesemente responsabilità delle amministrazioni provinciali e locali. Noi tibetani abbiamo sempre desiderato vivere in Tibet seguendo il nostro modo di vere pacifico e indipendente. Ci sono evidenze e testimonianze che la paternità della crisi è da attribuire agli apparati militari e polizieschi cinesi. Quindi il Governo Centrale, quello Provinciale e l’amministrazione locale, hanno il dovere e la responsabilità di fare luce sulla vicenda e risolverla pacificamente.

    Io quindi chiedo con forza al Governo cinese di dare spiegazioni su quanto successo in Tibet nel 2008 e nel 2009. Con speciale riguardo ai motivi che hanno condotto al sacrificio del monaco Tapey in Amdo e al suicidio di Tashi Sangpo del monastero di Ragya.

    Inoltre chiedo che vengano fornite spiegazioni riguardo alla difficile situazione attuale nel monastero di Ragya e ai motivi che hanno portato l’amministrazione provinciale a far circondare Ragya da un ingente schieramento di militari. Il Governo dovrebbe anche scusarsi per avere profanato questo antico e sacro luogo di culto consentendo l’ingresso a soldati armati.

    Se la questione non sarà chiarita e risolta in modo soddisfacente, il mondo non potrà non convenire che il Governo della Repubblica Popolare Cinese sarà il solo responsabile delle eventuali conseguenze. Il Governo Cinese deliberatamente conculca i diritti umani fondamentali e quelli religiosi del popolo tibetano e così facendo viola i principi della sua stessa Costituzione.

    Il Governo cinese, in accordo con le aspirazioni del popolo tibetano, dovrebbe invece garantire che crisi analoghe non abbiano a ripetersi in futuro. Io gli chiedo con forza di spiegare al mondo e al popolo tibetano la presente crisi. Se la Cina aspira veramente a far parte del novero delle nazioni più responsabili e potenti, dovrà astenersi dal causare analoghe crisi in futuro. E dovrà anche accettare di mettere fine alle sue politiche violente ed ai continui errori che sta da troppo tempo commettendo. Come recita il proverbio tibetano, “Inganni e bugie hanno le gambe corte ma la verità dura per sempre”.

    L’epoca del colonialismo, quando una nazione poteva ingannare il mondo, fare impazzire la gente ed opprimere i popoli dei Paesi occupati è finita per sempre. Sarebbe bene che la Cina prendesse atto di questa verità.

    Shingsa Tenzin Choekyi Gyaltsen

    24  March 2009.

    *Shingsa Rinpoche è stato uno dei più attivi partecipanti alla “Marcia Verso il Tibet” che, organizzata dal  Tibetan People’s Uprising Movement, si è svolta in India dal marzo all’agosto 2008. Rinpoche inoltre è uno dei religiosi più attivamente impegnati nella lotta per l’indipendenza del Tibet.

    Sciopero della fame a Brussels della TYC

    March 18th, 2009

    Lo sciopero della fame ad oltranza iniziato il 10 marzo a Brussels da tre militanti della Tibetan Youth Congress (Sonam Rinchen 45 anni nato in Tibet a Chamdo Cunpo Tenchen e fuggito in India nel 1987; Thupten Samdup 34 anni nato in Tibet a Kham Gawa e fuggito in India nel 1995; Namgyal Wangdu 31 anni nato in esilio nell’insediamento di Bylakuppe nell’India meridionale) entra oggi nel suo nono giorno.  Secondo quanto dichiarato dal presidente della TYC Tsewang Rigzin, la condizione fisica dei tre digiunatori comincia a deteriorarsi ma il loro morale e la loro determinazione a portare avanti la lotta per l’indipendenza del Tibet rimangono alti.

    Nei giorni scorsi la TYC aveva consegnato un memorandum sulla condizione del Tibet e lo sciopero della fame in corso al presidente del Parlamento Europeo, alla attuale presidenza ceca dell’Unione Europea, al Segretario Generale del Consiglio dell’Unione Europea e all’ambasciatore cinese in Belgio.

    In questi ultimi giorni esponenti delle comunità tibetane di Francia e Belgio si sono recati a portare la loro solidarietà ai tre tibetani così come hanno fatto anche alcuni parlamentari europei. Adesso che lo sciopero della fame ad oltranza entra in una fase in cui la salute dei digiunatori può venire gravemente compromessa è fondamentale che tutti gli amici del Tibet mobilitino le loro energie per far conoscere l’iniziativa in corso e far sentire ai tre digiunatori e alla TYC il calore della comunità internazionale. Dovremmo cercare di usare al meglio la nostra capacità di fare controinformazione a partire, ovviamente, dai nostri siti e dai nostri blog.

    Per quanto mi riguarda, questo spazio è a disposizione per ospitare idee, commenti e proposte.

    Piero Verni

    Pö Rangzen!


    Un interessante contributo di Claudio Tecchio

    March 13th, 2009

    Claudio Tecchio mi ha inviato la traduzione italiana di una sua interessante riflessione sulla attuale questione tibetana che gira in inglese sulla rete già da un paio di giorni. Mi sembra che l’intervento di Tecchio tocchi punti fondamentali della situazione del Tibet. Ovviamente risposte, ed eventuali critiche, saranno più che benvenute.

    P.V.

    La Giusta Lotta del Popolo Tibetano
    Costruire un Fronte Unito di tutta l’opposizione politica e sociale
    In questi tragici mesi abbiamo fatto tutto quello che era in nostro potere per fare in modo che la gente sapesse cosa stava accadendo in Tibet,per sollecitare Governi ed Istituzioni Internazionali ad agire, per sostenere fattivamente le iniziative organizzate dagli esuli in molti paesi.
    Abbiamo organizzato decine di manifestazioni che hanno coinvolto migliaia di lavoratori e non solo in Italia.
    Ma nonostante i nostri sforzi nessun governo europeo ha fatto nulla per fermare la repressione e facilitare una soluzione negoziale della questione tibetana.
    Oggi siamo quindi convinti che nonostante le atrocità commesse dal Partito Comunista Cinese in Tibet la Comunità Internazionale non intende fare nulla di concreto per sostenere la vostra lotta..
    L’Europa non vuole sostenere il diritto all’autodeterminazione del popolo tibetano e si limita a lanciare qualche appello al ”buon cuore” dei comunisti cinesi. E lo fa soltanto per dare una risposta,parziale e limitata,alle sollecitazioni dell’opinione pubblica europea che chiede a gran voce un intervento autorevole che possa almeno fermare la repressione.
    Gli Stati Uniti dal canto loro non vanno oltre la generica condanna degli “abusi”commessi dal regime e non intendono fare nulla di concreto.
    Mentre l’ONU e il suo Consiglio di Sicurezza sono ostaggio della Cina e , anche volendo, non possono fare assolutamente nulla.
    Quindi  riteniamo che ,anche sulla base di quanto accaduto nei mesi scorsi, i tibetani debbano fare affidamento solo sulle loro forze.
    Sapendo comunque di poter  contare sulla solidarietà di quanti ,come noi, sono disposti a sostenere una giusta lotta per la libertà e la giustizia sociale.
    Organizzare la Resistenza
    In Tibet nessuno più si illude che i teorici del “centralismo democratico”possano concedere anche solo un simulacro di autonomia amministrativa.
    Dopo i tragici fatti della scorsa primavera molti hanno finalmente compreso che la lotta di liberazione sarà una lotta di lunga durata
    in quanto gli autocrati di Pechino hanno appreso la lezione impartita dal crollo dell’U.R.S.S. e non intendono ripetere gli stessi errori del PCUS.
    Occorre quindi andare oltre la pur eroica spontaneità che ha improntato la recente rivolta ed organizzare la resistenza.
    L’esperienza polacca ci ha insegnato che occorre costruire una rete capillare che sia in grado di organizzare prime forme di disobbedienza civile,scioperi e dimostrazioni ; azioni risolute ma che ,nel limite del possibile,non espongano la gente del Tibet alla rappresaglia dei comunisti cinesi.
    Ma se i tibetani non sapranno costruire alleanze i pur coraggiosi patrioti avranno scarse possibilità di rovesciare il regime.
    Ci sono altri popoli,altre nazioni, colonizzate dalla Repubblica Popolare Cinese.Uomini e donne che sentono come i tibetani inaccettabile l’oppressione di un regime sanguinario.
    Occorre quindi costruire un Fronte Unico di tutta l’opposizione , politica e sociale, dal Turkestan Orientale al Tibet,dalla Mongolia del Sud alla Manciuria.
    Unire le forze e definire una strategia condivisa che possa finalmente abbattere la dittatura del Partito Comunista Cinese.
    Inoltre bisogna ,da subito,stabilire relazioni amichevoli con i democratici cinesi che domani saranno chiamati a gestire la transizione e creare nell’immediato le condizioni per un franco dibattito circa il futuro delle Nazioni e dei Popoli oggi colonizzati da Pechino.
    Noi riteniamo che debba essere il Popolo Tibetano a decidere liberamente del proprio futuro.
    A questo fine le Nazioni Unite avranno il dovere di organizzare in tutti i territori occupati un referendum per certificare la volontà dei tibetani di riappropriarsi del loro Paese e della loro Libertà.
    Esercitando così il loro inalienabile diritto all’autodeterminazione.
    Viva la Giusta Lotta del Popolo Tibetano !
    Claudio Tecchio
    Coordinatore della Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano